giovedì 7 agosto 2014

Pasolini e Calvino - Pasolini e la immagine imago

"ERETICO & CORSARO"

 

QUADERNI DEL LICEO SCIENTIFICO STATALE
“GALILEO GALILEI”ALILEO GALILEI”
numero 2
Sentieri letterari del Novecento
Relazioni su temi di Letteratura italiana
a cura di
Lina D’Andrea
PROVINCIA DI PERUGIA


Pasolini e la immagine imago

Anche per Pasolini la risposta all’affermazione che lo vede autore di “storie di carne e di sangue” risiede nell’uso dell’immagine evocatrice di immagini, sul comune terreno di immaginazione e linguaggio che condivide per la parola con Calvino. L’immagine è nel cinema di Pasolini religiosamente poetica soprattutto quando si rivolge alla trattazione di opere classiche e attinge alla perizia poetica dell’autore. Ma il cinema pasoliniano spesso soccombe sotto il peso dello scandalo e la battaglia più faticosa che deve fare un insegnante oggi per parlare di Pasolini alle nuove generazioni è sgombrare il campo dal pregiudizio scandalistico. Anche in questo caso alcune riflessioni dell’autore e di altri autori aiutano nell’operazione di riabilitazione. Nei due passi seguenti, a conferma dell’alone profetico che lo circonda, l’autore parla della morte e dello scandalo, invitando gli amici a non lasciarsi toccare dal contagio scandalistico.

E’ dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell’ambito appunto di una Semiologia generale). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci.(17)

Non rinuncerò mai a nulla per la reputazione. Io spero che coloro che mi sono amici, o personali, o in quanto lettori, o come compagni di lotta (e nei cui occhi, lo so,cala un’ombra, ogni volta che la mia reputazione è in gioco: un’ombra che mi dà un dolore terribile) siano così critici, così rigorosi, così puri, da non lasciarsi intaccare dal contagio scandalistico: se così fosse, gli sconfitti sarebbero loro; se solo cedessero per un attimo e dessero un minimo valore alla campagna dei nemici, essi farebbero il gioco dei nemici. Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi: la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti.(18)

Franco Fortini risponderà a questo invito, dopo lunghi anni di contatti interrotti,
esprimendosi con parole molto convincenti: “Meno commozione per Pasolini, più
amore e intelligenza per quello che egli ci ha detto”.

Il solo modo di parlare di Pasolini, in mezzo al vocio autopunitivo di questi giorni, è leggerlo.[…] Per questo non ho nulla da dire per la morte di Pasolini che non sia stato detto in questi giorni, anche egregiamente, dai miei colleghi in letteratura; fuor del consiglio di prendere i suoi libri di versi e capirli. Gli sono stato amico per molti anni; avverso per altri; sempre ho cercato di intenderlo e amarlo. Ho in comune con lui la divisione, la duplicità, di cui si fa, quando si fa, la poesia. Nel testo autentico, d’altronde, come nell’attimo della morte, coincidono elezione e destino, scelta e inevitabilità.
Meno commozione per Pasolini, più amore e intelligenza per quello che egli ci ha detto.(19)

Accogliendo l’invito di Fortini, indaghiamo questo Pasolini della poesia e del cinema, ambiti dove al meglio si è espressa la sua facoltà immaginativa legata all’immagine poetica e all’immagine filmica.


17 P. Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti, Milano
18 P. Pasolini, Vie Nuove n. 51 del 28 dicembre 1961
19 F. Fortini, Il Manifesto, 7 novembre 1975






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