lunedì 23 novembre 2015

Pier Paolo Pasolini, Poeta delle Ceneri, prima parte

"ERETICO & CORSARO"



Poeta delle Ceneri
Poesie disperse II
pubblicata su "Nuovi argomenti", luglio-dicembre 1980, a cura di Enzo Siciliano
ora in:
Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993


. Who is me
"Ma io non sto facendo che un poema bio-bibliografico..."
( Pasolini in questo componimento, 
ripercorre tappe della propria vita )



Sono uno
che è nato in una città piena di portici nel 1922.
Ho dunque quarantaquattro anni, che porto molto bene
(soltanto ieri due o tre soldati, in un boschetto di puttane,
me ne hanno attribuiti ventiquattro – poveri ragazzi
che hanno preso un bambino per un loro coetaneo);
mio padre è morto nel ’59, mia madre è viva.
Piango ancora, ogni volta che ci penso,
su mio fratello Guido,
un partigiano ucciso da altri partigiani, comunisti
(era del Partito d’Azione, ma su mio consiglio;
lui, aveva cominciato la Resistenza come comunista),
sui monti, maledetti, di un confine
disboscato con piccoli colli grigi e sconsolate prealpi.
Quanto alla poesia, ho cominciato a sette anni:
ma non ero precoce se non nella volontà.
Sono stato un poeta di sette anni
come Rimbaud – ma solo nella vita.
Ora, in un paese tra il mare e la montagna,
dove scoppiano grandi temporali, d’inverno piove molto,
in Febbraio si vedono le montagne chiare come il vetro,
appena al di là dei rami umidi, e poi nascono le primule sui fossi
inodore, e d’estate gli appezzamenti, piccoli, di granoturco
alternati a quelli verde cupo dell’erba medica
si disegnano contro il cielo sfumato
come un paesaggio misteriosamente orientale –
ora, in quel paese, c’è una cassapanca piena dei manoscritti di uno dei tanti ragazzi poeti.
La cosa più importante della mia vita è stata mia madre
(le si è aggiunto, solo ora, Ninetto).
Nel ’42 in una città dove il mio paese è così se stesso
da sembrare un paese di sogno, con la grande poesia dell’impoeticità,
formicolante di gente contadina e piccole industrie,
molto benessere,
buon vino, buona tavola,
gente educata e grossolana, un po’ volgare ma sensibile,
in quella città ho pubblicato il primo libriccino di versi,
col titolo, per allora, conformista di «Poesie a Casarsa»,
dedicato, per conformismo, a mio padre,
che l’ha ricevuto nel Kenia,
– era là prigioniero, vittima ignara e senza critica
della guerra fascista.
Gli ha fatto un immenso piacere, lo so, riceverlo:
eravamo grandi nemici,
ma la nostra inimicizia faceva parte del destino, era fuori di noi.
E segno di quel nostro odio, segno ineluttabile,
segno per un’indagine scientifica che non sbaglia,
che non può sbagliare,
quel libro dedicato a lui
era scritto in dialetto friulano!
Il dialetto di mia madre!
Il dialetto di un mondo
piccolo, ch’egli non poteva non disprezzare,
– o comunque accettare con la pazienza di un padre...
E ciò per una precedente contraddizione:
una di quelle, ancora, che non possono tradire gli scienziati!
Là dove si parlava quel dialetto, egli si era infatti innamorato.
Innamorato di mia madre.
Così, attraverso lei, il mondo piccolo, inferiore,
contadino, quasi negro, ch’egli disprezzava
l’aveva reso schiavo:
ma anche stavolta, lui non lo sapeva.
Non sapeva che il suo padrone era quell’amore
che attraverso una donna bambina (mia madre!)
bella, dalla bella gola, dall’anima troppo innocente
di angelo inadatto a vivere fuori dai paesi, appunto, dai campi,
aveva vanificato tutte le sue certezze morali
di misero uomo fatto per essere lui, il padrone.
Così, ora quel dialetto,
era una cosa diabolica.
Era il centro di mille altre contraddizioni.
Di cui la più cocente consisteva nel fatto che non poteva essere ammessa:
«perché» era consacrata dalla stampa
e dalle candide pagine di un libro di poesia
di cui il figlio ventenne era l’Autore.
Dunque non poteva nemmeno cominciare l’esame,
dato che non erano ammissibili,
di quelle contraddizioni, che furono così come nubi nere,
spaventosi tuoni, indice di totale sconfitta e di morte,
in fondo all’orizzonte luminoso dell’orgoglio di un padre prigioniero.
Bene, alla fine della guerra
è tornato in Italia, con quel libretto di versi friulani
nella valigia.
Cimelio sacro, ricordo di famiglia, attestato di grandezza
anche futura.
Devo aggiungere che mio padre approvava il fascismo.
«E qui c’è la seconda contraddizione, quella pubblica:
il fascismo non tollerava i dialetti, segni
dell’irrealizzata unità di questo paese dove sono nato,
inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti.»
Per questo quel mio libro non fu recensito nelle riviste ufficiali.
E Gianfranco Contini dovette inviare la sua recensione
(la gioia letteraria, quella, più grande della mia vita)
ad un giornale di Lugano.
Con la fine del fascismo, cominciò la fine di mio padre.
Questo del fascismo è un alibi, con cui pure giustifico il mio odio,
ingiusto, per quel povero uomo: e devo dire tuttavia ch’è un odio,
orrendamente misto a compassione.
Ora che ho immeritatamente quarantaquattro anni,
circa l’età che lui aveva al tempo delle mie prime poesie,
lo vedo fuori dalla mia storia,
in una vicenda che mi è totalmente estranea,
in cui io sono un colpevole eroe oggettivo.
Perché devo ricordare
che, col mio amore iniziale per mia madre,
c’è stato un amore anche per lui: e dei sensi.
Devo ricordare i miei passetti di ragazzino di tre anni,
in una città perduta miseramente tra i monti,
dall’aria già un po’ austriaca,
quasi alle sorgenti di un fiume dal nome di museo e di guerra
e di miseria,
un fiume celeste fra grandi ghiaie pedemontane –
i miei passetti lungo il ciglio di una strada
colpita da un sole che non era della mia vita
ma di quella dei miei genitori,
verso il ciglio dove mio padre, uomo giovane,
stava orinando...
Devo aggiungere, ancora, per finire questa storia –
molto irregolare nell’insieme del mio poema –
che quei miei versi friulani sono i miei più belli
(insieme a quelli scritti fino a ventitré, ventiquattro anni,
pubblicati più tardi col titolo «La meglio gioventù»,
e insieme anche ai coevi versi italiani,
nati da quella profonda elegia friulana
di autolesionista, esibizionista e masturbatore,
tra i gelsi e le vigne viste con l’occhio più puro del mondo;
si chiamano, quei versi, «L’Usignolo della Chiesa Cattolica»,
e il loro falsetto è ancora una musica atroce
e sottile che, da laggiù, mi affascina e mi attira indietro.
Non posso dirvi altre cose
del mio soggiorno
in quel paese di temporali e primule,
un po’ d’Oriente ai confini piccolo borghesi con l’Austria:
s’incaricheranno magari dei giornalisti italiani fascisti
o semplicemente anticomunisti.
Fuggii con mia madre e una valigia e un po’ di gioie che risultarono false,
su un treno lento come un merci
per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato di neve.
Andavamo verso Roma.
Avevamo dunque, abbandonato mio padre
accanto a una stufetta di poveri,
col suo vecchio pastrano militare
e le sue orrende furie di malato di cirrosi e sindromi paranoidee.
Ho vissuto [...] quella pagina di romanzo, l’unica della mia vita:
per il resto, che volete,
son vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso.
Avevo tra i miei manoscritti anche il mio primo romanzo:
erano quelli i tempi di «Ladri di biciclette»
e i letterati stavano scoprendo l’Italia.
(Ora io non sono più un letterato,
evito gli altri, non ho niente a che fare
coi loro premi e le loro stampe.)
Arrivammo a Roma,
aiutati da un mio dolce zio,
che mi ha dato un po’ del suo sangue:
io vivevo come può vivere un condannato a morte
sempre con quel pensiero come una cosa addosso,
– disonore, disoccupazione, miseria.
Mia madre si ridusse per qualche tempo a fare la serva.
E io non guarirò mai più di questo male.
Perché io sono un piccolo borghese, e non so sorridere... come Mozart...
In un film – che ho chiamato «Uccellacci e uccellini» –
ho tentato è vero l’opera buffa, suprema ambizione di uno scrittore,
– ma ci sono riuscito solo in parte,
perché io sono un piccolo borghese
e tendo a drammatizzare tutto.

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Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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