giovedì 25 febbraio 2016

Pasolini - Commento a un'antologia di Lirici nuovi - Il Setaccio numero 5

"ERETICO & CORSARO"



Commento a un'antologia di Lirici nuovi

di P.P.Pasolini 
Il Setaccio numero 5, pagine 8 - 9.



È certo che nelle lettere italiane qualcosa di relativamente nuovo e impreveduto si sta maturando. Un periodo di polemiche - cioè pochi anni della nostra vita, e pochi discorsi perduti ormai nel silenzio -, ci sembra terminare il suo ciclo. Insomma detrattori ed esaltatori delle lettere odierne che parevano ormai inesorabilmente chiusi nel la loro posizione, si spingono fuori dalle mura della loro fortezza, e si guardano intorno. Naturalmente nulla è ancora possibile precisare: per quel che riguarda i più giovani, un alto ingegno morale, un desiderio di onestà sembra predominare. Ma non ci lasciamo ingannare. Le contingenze civili della nostra vita, ci possono, è vero, spingere verso una più decisa ricerca di contenuto o di predominante struttura etica, ma non dobbiamo dimenticare la caducità di tali contingenze o per lo meno l'incapacità umana a una lunga sofferenza, che non sgorghi direttamente dal cuore. Ma dimenticheremo che un lungo seguito di esperienze, e quasi una nuova vita ci hanno fatto lasciare indietro molte posizioni, grosso modo, «anteguerra»? Non sarà certo la nostra generazione a interrompere l'uso di ribellarsi alla precedente. Anzi. Tuttavia, come abbiamo già scritto altra volta su questo foglio, un'esperienza non lontana ci ammaestra sulla vanità polemica o rivolta teorico-programmatica, e ci fa senz'altro preferire un silenzio umanamente denso, e poeticamente impegnato a una personale ricerca.

A questi pensieri è stata in parte pretesto, un' antologia di Lirici nuovi a cura di Luciano Anceschi (Hoepli, Milano).

L'aspetto di questo volume è il più invitante che si possa immaginare: uno sguardo all'indice ci rassicura per la precisione con cui la materia è disposta, la poesia incasellata, la bibliografia ordinata e, in più, l'ottima idea di premettere ai testi poetici la voce di un critico e un brano del poeta stesso intorno alla Poesia. Insomma, tutto fa prevedere una precisa, risolta, agevole presentazione del «sentimento poetico contemporaneo»; come poi, in parte, se ne resti delusi, diremo in seguito. Per ora, c'importa manifestare con tutta la cordialità possibile la nostra adesione per il testo anceschiano. Perciò lascieremo immediatamente indietro ogni polemica o appunto che si muovono d'uso verso questi tentativi, e ci limiteremo ad esaminare il volume, come un esemplare molto rappresentativo - e perciò quasi perfetto in sé del sentimento poetico odierno.

Cominceremo il commento dall'introduzione, che veramente significativa ci sembra sia nel tono generale che la regge e si manifesta scopertamente nel procedere serrato, classico e un po' vano della forma, sia in certi particolari ripensamenti di nozioni tradizionali, sia - e soprattutto - nell'enunciare gli attributi, il carattere ecc. della poesia nuova. Di Anceschi conosciamo studi intorno al'estetica odierna - la poetica dell'ermetismo -, almeno in apparenza, senz'altro più profondi e liberi di questa introduzione; nella quale certi concetti e certe nozioni - che ci sembravano in noi così salde e risolte -, messe ora a nudo davanti a un uditorio più vasto e innocente, rivelano inaspettate gracilità. Mi riferirò per farmi praticamente intendere, ad un esempio, cioè alle pagine che trattano la nozione di lirica; eccone un lungo passo: 

«Comunque, questa domanda vale anche per la lirica, per l'altro più raro dono che ha rinnovato in questi anni per noi il senso della propria nazione. Per noi la lirica è ancora certamente "storia del cuore dell'uomo". Ma una tale idea implica all'interno delle distinzioni convenienti: la "storia del cuore" non può essere "attuale", e neppure ha da essere risolta in diario o narrazione: nella lirica la parola fruisce di una franca condizione di canto in cui il suo senso logico giunge quasi al limite dell'annullamento: essa ha qui un uso particolare nel dare non so che prevalenza al libero gioco dei riflessi irrazionali e analogici, alla capacità di creare assolute vaghezze di atmosfera, in cui anche i silenzi, le pause, gli spazi bianchi entrano come necessarie urgenze espressive nella spirituale sintassi di periodi lirici che tutti, all'interno, nelle loro parti, e tra di loro, con gli altri, si richiamano e si sostengono secondo ragioni di tono e di durata».

Esaminato punto per punto tale passo, avvertiremo subito come quella storia del cuore che non può essere attuale e neppure ha da esser risolta in diario o narrazione, ci si presenti onestamente come una tra le nozioni più acquisite, risolte, e, direi, serene della nostra critica; per non dire d'altri mi riferirò a "Un'illusione platonica", dove Luzi, al di là di ogni diario o narrazione-sfogo o ripensamento - pone la risoluzione poetica di una catarsi, che ci darà la forma come ultima e purissima sopravvivenza della vicissitudine, o storia del cuore. (Diremo, tra parentesi, che tale rigoroso concetto di catarsi come assoluta abolizione di qualsiasi confessione-diario o sfogo, è ripetutamente ritrovabile nei testi crociani, non tanto nelle pagine specificatamente estetiche, quanto negli studi critici vedi ad esempio alcune pagine su Kleist, in "Poesia e non poesia"-; ed è significativo come, a somiglianza del libretto citato di Luzi, anche questa introduzione anceschiana si inizi agilmente come una stoccata all'«intollerante difensore del principio ideale dell'unità».)

Del resto - sempre a proposito del passo riportato non potremo che rimanere abbastanza dubitosi davanti a quella «non so che prevalenza del libero gioco dei riflessi irrazionali e analogici», a quella «assoluta vaghezza d'atmosfera» ecc.; tutti attributi bellissimi, ma di una gracilità che quasi sconforta. A parte il fatto che, qui, l'unica poesia allusa ci sembra .quella ungarettiana (e poi, in genere, quasimodiana), ci sembra che di Ungaretti, in fondo, non vi si affermi o definisca che una sua poesia minore, o anche, se si vuole, la sua «poetica»: ma, coi «riflessi irrazionali e analogici», con la «vaghezza di atmosfera», vorremmo sapere se non si usi un tradimento o almeno una tergiversione a quanto si diceva sulla storia del cuore: ci riferiamo qui, all'urgenza morale ungarettiana, alla sua pena, alla sua sofferenza d'uomo, insomma che è così nuda e viva nei versi che la ricompongono. Dovremo qui, allora, dar ragione; a quel giovane critico che mi diceva Ungaretti esser più ammirato che sentito, e quindi come dimenticato, dalla poesia più giovane, che orecchiandone il linguaggio, in fondo, ha fatto marcia indietro? Diciamo il vero - al di fuori di ogni analogica purezza, di ogni ineffabilità, proprie delle sue poesie, per così dire, minori - noi conserviamo un'immagine forte, cruda e sofferta di Ungaretti, la cui ricerca umana e morale ha trovato accenti di saggezza e distanza estrema; e si è purificata così, ma non obliata o consolata, nell'espressione verbale. (È ma da non questa obliata immagine o consola che noi saremmo partiti verso una definizione, anche se pur troppo non sempre oggettiva, della lirica nuova.)

E poiché siamo giunti a parlare di Ungaretti, indugeremo ora per un momento sulla scelta anceschiana della sua poesia; ecco, quella bellissima lirica che è L'isola (ma non sono presenti quelle che noi consideriamo quasi le sue liriche complementari, "L'inno alla morte" e "La madre"; e per un canto come "La pietà", forse la cosa più bella di tutta l'antologia, troppe poesie minori, benché tutte, s'intende, relativamente eccezionali). Ci sembra infine che per un'antologia che giunge in un momento abbastanza decisivo per la popolarità della nostra poesia, in cui molti ostinati avversari, per lo più anonimi, cominciano ad addolcirsi, l'immagine di Ungaretti risulti un po' sminuita: una scelta di Ungaretti più semplicistica, sarebbe stata qui più onesta.

Ma prima di passare a un esame che meno genericamente venga dedicato alla scelta, ancora una nota sull'introduzione. Un po' più avanti del passo citato, ecco un'altra frase che confermerà quanto ne abbiamo commentato: 

«Diversa dall'epica, la lirica è, infine, veloce e sintetica, e la parola - per la quale si è accennato solo a qualche possibilità e disposizione di musica - è il centro crepitante di una straordinaria potenza di vita, e ipotesi di universo, quasi vago anticipo sulla verità», 

giusto, e anche bello, ma debole. Per il seguito di questa introduzione un commento non potrebbe essere che favorevole - alcuni scorci di storia dell'odierna poesia, alcune note sulle antologie precedenti ecc., sono cose succosissime, precise e, insomma, veramente buone -; ma questo non verrebbe altro che a confermarci nella stima che già nutrivamo per Anceschi, come per uno fra i più preparati e appassionati intenditori della nostra poesia. E se ci siamo soffermati su certa «debolezza» della sua concezione poetica, volevamo riferirei, piuttosto che a lui, a tutta una generazione, e quindi a lui come pratico esemplare di essa. Insomma, non negheremo di pensare che la prossima antologia - importante, s'intende, e compilata da uno dell'ultima generazione - si differenzierà notevolmente da questa, e la sua scelta sarà avvenuta in seguito a una ricerca dovuta forse più a un rigoroso desiderio d'ordine, che ad un puro gusto letterario. E forse proprio in questo «puro gusto letterario» - che in Anceschi è ineccepibile, e, come esemplare, perfetto è da ricercarsi quella debolezza, che ci rende un po' scontenti e ci fa guardare amaramente queste pagine: è un'antologia che ricompone le forme della nostra odierna poesia, proprio secondo quel suo aspetto letterario e distaccato dall'umano che è uno fra i suoi aspetti più appariscenti, ma, infine, più innocui e più criticamente trascurabili; tuttavia è quello che meno avremmo voluto notare in un'antologia, con scopo riassuntivo e divulgativo.

Indice di questa debolezza o puro gusto letterario può essere la scelta della poesia di Sandro Penna. Approfondire il primo sentimento che la prima lettura di Penna ci consente, non è cosa agevole. Per lo più è facile cadere in una aggraziata definizione («candido prodigio» «grazia poetica»), che non è affatto, se non apparentemente un approfondimento critico. E così pure certe rapide analogie che trasferiscono la critica di Penna ad una sorta di ringraziamento o sensuale adesione: il suo «alessandrinismo», la «sua parentela con la prosa primesautière di Comisso, con l'ultima poesia di Saba, e la pittura di De Pisis» (Sergio Solmi), che mi sembrano una schematizzazione un po' meccanica, seppure, a una prima lettura, di giovamento sicuro. È una  poesia, questa di Penna, tutta disciolta nel suo candore, che, in definitiva è purezza poetica, la cui amoralità non depone affatto in suo sfavore, se è tutta densa e pregna di precedente pena umana, che solo la poesia momentaneamente conclude.

Ma ora a noi non importa approfondire, e finiremo proprio con Anceschi: «Penna non è uno di quelli, troppi, e veramente stucchevoli, che fanno dell'art après l'art». Così il suo «classicismo» non è letterario che per via indiretta, per una involuzione di sentimento e di linguaggio, che contribuisce direttamente, con l'aggiungere quel non so che di «avvenuto» malizioso e triste, al suo stile poetico. La purezza che invece sembra esser stata guida nella scelta anceschiana, è una purezza tutta di linguaggio che si riferisce molto direttamente a certi quasimodiani letterariamente neoclassici.


Del resto si può dire senz'altro che la poesia di Quasimodo può essere considerata come il comune denominatore di tutta l'antologia: ora, da una debolezza o puro gusto letterario di un critico preparatissimo, dovremmo risalire alla debolezza o puro gusto letterario di un preparatissimo poeta. Non lo faremo per amore di concordia: ma saremo considerati molto colpevoli se oseremo affermare che nella prossima - più sopra preveduta - antologia tale comune denominatore sarà assente? Noi, per conto nostro, ce ne rallegreremmo, dato che con esso verrebbero a mancare tante mediocri, brutte o pessime poesie, che purtroppo, anche se non in grande numero, sono ancora presenti in quest'antologia di finissimo gusto. (Non avremo timore di fare i nomi necessari: ecco Vigolo con insipide verseggiature come Andromaca, Mura, Antiope ecc.; Luzi con Allure; Sinisgalli con A mani aperte mi /a giorno; Bertolucci, con tutte le poesie scelte, tranne, probabilmente A/fratello e L'inverno; e, infine, tutto Dal Fabbro. Senza contare poi il non esiguo numero di poesie troppo medie per un florilegio, anche per poeti importanti come Campana, Montale, Saba ecc.)


Infine, che molti giovani - come noi - rimangano scontenti e un po' amareggiati dalla sua scelta, e si limitino ad accoglierlo con simpatia come un perfetto esemplare del gusto di una generazione, l' Anceschi dovrebbe, in fondo, rallegrarsene, solo che voglia scorgere in questa nostra scontentezza il segno di un'esigenza critica, che, almeno come forma, è un insegnamento diretto, appunto, della sua generazione.

«ll Setacci o», anno III, numero 5, marzo 1943


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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