sabato 22 ottobre 2016

Pasolini - Il PROCESSO A "LA RICOTTA": LA PERSECUZIONE NELLE AULE DI UN TRIBUNALE

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini
Il PROCESSO A "LA RICOTTA":
LA PERSECUZIONE NELLE AULE DI UN TRIBUNALE
Di Maria Vittoria Chiarelli


Quando la sera del 1° marzo 1963 un ufficiale dei carabinieri si presenta nei locali del cinema Corso in Roma, con un decreto di sequestro firmato dal sostituto procuratore della Repubblica di Roma, dottor Giuseppe Di Gennaro, Pasolini era già nel mirino di una persecuzione non solo latente, sottile, come può essere quella indirizzata ad un qualsiasi intellettuale che esprima opposizione al sistema politico in cui si trova ad operare. No, nel caso di Pasolini si tratta di una vera e propria aggressione verbale e fisica che nel marzo del '63 sembra trovare quasi una sua legittimazione nelle aule di un tribunale, sede per eccellenza, in un Paese democratico, dell'equità e della giustizia, principi che dovrebbero valere per tutti. Ma a Pasolini è riservato un trattamento "speciale". Neanche un mese prima , precisamente l'8 febbraio 1963, il film aveva ricevuto il nullaosta della censura, espresso dalla Direzione Generale Dello Spettacolo, del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, che esprimeva parere favorevole per la concessione di proiezione al pubblico, ma col "divieto per i minori degli anni diciotto, espresso a maggioranza". Si motivava la scelta perché alcuni episodi risultavano "controindicati alla particolare sensibilità dei minori e alle specifiche esigenze della loro tutela morale". Parole altisonanti che rimandano, in aperto conflitto, a quelle contrastanti e lapidarie di Orson Welles sulle caratteristiche dell"uomo medio" : parole dure che coinvolgevano tutti nel tritacarne della società borghese che non considera "esistente" nessuno se non funzionale al capitale. Evidentemente proprio la definizione di "uomo medio borghese" deve aver urtato l'udito del sostituto procuratore, probabilmente più dell'accusa ufficiale di "vilipendio alla religione di Stato". Sembra che il pubblico ministero nel processo di primo grado Di Gennaro sia proprio infastidito, in una sorta di rivalsa nei confronti di Pasolini che non lo ha considerato un suo pari, un intellettuale come lui, che ha il pieno diritto di esprimere giudizi sul piano artistico. Non resiste alla tentazione di autocompiacersi nella magniloquenza, pronunciando paroloni tra i quali si rotola con vera e propria voluttà pseudointellettuale, ottenendo solo di mascherare la propria frustrazione. La tensione del pubblico ministero deve essere salita alle stelle...dal momento che Pasolini rispondeva candidamente, senza alcuna volontà di giustificarsi, se non attraverso delle argomentazioni perfettamente affioranti dall'analisi dei fatti e dalla conoscenza, senza preconcetti moralistici, del suo background di poeta e scrittore.
Per comprendere il livore che schiumava dall'accusa, basti riportare alcune sue affermazioni, che sono opinioni personali tese soltanto ad autoproclamarsi "voce" della maggioranza degli italiani, ma che hanno tutto il sapore di un'istigazione al linciaggio : non dimentichiamo che Pasolini aveva subito già un'aggressione al cinema "Quattro Fontane" dopo la proiezione di Mamma Roma; che durante i mesi delle udienze del Processo in Corte d'Appello, nel 1964, Pasolini viene nuovamente aggredito insieme ai suoi amici da un gruppo di fascisti, mentre si dirigeva alla Casa dello studente in via De Lollis per un dibattito; volantini osceni di associazioni neofasciste piovono sul Lido di Venezia, la sera del 4 settembre 1964, in occasione della presentazione del Vangelo secondo Matteo, definendo Pasolini "apostolo del fango"; "Il Secolo d'Italia", non soddisfatto delle foto che pubblica, diffonde addirittura una "scheda segnaletica", il 18 ottobre '64; altre, di egual tenore, furono distribuite da vari giornali a mo' di volantinaggio. Un bersaglio da colpire e Di Gennaro parla di farsi interprete della maggioranza degli Italiani!

Pasolini aveva previsto che il film avrebbe dovuto sopportare un clima censorio ed aveva scritto a premessa de La Ricotta questa didascalia:


"Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di far credere che l'oggetto della mia polemica sono la storia e quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti".


I maligni leggerebbero una sorta di "captatio benevolentiae", considerato che il film ottiene il pieno consenso dei sacerdoti docenti della Pontificia Università Gregoriana, pareri favorevoli di una parte della stampa cattolica, e non ultima la decisione della Commissione censoria vaticana che non esclude l'opera per tutti. Chi conosce davvero Pasolini non vi riscontra altro che onestà intellettuale, che fa rima ideale con innocenza.
Ma, il 2 marzo1964, l' "imputato" Pasolini Pier Paolo , in base alla Citazione in giudizio direttissimo davanti al Tribunale o Pretore della Procura della Repubblica, sede Roma, deve comparire davanti ai giudici per rispondere del delitto p.p. dall'art. 402 C.P. , precisamente "per avere, nella sua qualità di soggettista e regista dell'episodio "La ricotta" del film "Rogopag" , pubblicamente vilipeso la religione dello Stato, rappresentando con il pretesto di descrivere una ripresa cinematografica, alcune scene della Passione di Cristo, dileggiandone la figura e i valori con il commento musicale, la mimica, il dialogo e altre manifestazioni sonore, nonché tenendo per vili simboli e persone della religione cattolica".

Quando si procede all'interrogatorio dell'imputato, Pasolini richiama all'atteggiamento della malafede, lo stesso che aveva evocato nella didascalia, su cui si basa l'infondatezza delle accuse. Pertanto non afferma che un giudice possa essere una persona in malafede per sé, ma se la pellicola non fosse stata osservata obiettivamente, l'interpretazione sarebbe stata inevitabilmente sostenuta da null'altro che da malafede. La differenza è sostanziale, ma il P.M. si ritiene offeso e punto nella sua dignità di magistrato.

L'imputato risponde alle domande del PM :


"L'accusa è infondata, io non avevo la minima intenzione di offendere, neppure involontariamente. Non c'è nulla, obbiettivamente, che possa offendere, nel film, la religione, nessun elemento valido a tal fine. Se l'interpretazione sfavorevole, nel senso dell'imputazione, vi è stata, non può essere che interpretazione in malafede".


E a nuova domanda :


"Preciso che la definizione e interpretazione per cui dinnanzi ho parlato di malafede, citando le mie stesse parole di una didascalia all'inizio del film, ove spiegavo che forse sarebbe stato interpretato sfavorevolmente, ma che l'interpretazione sfavorevole sarebbe stata effetto di malafede".


Durante le fasi di dibattimento, svoltesi tra il 5 e il 7 marzo del '63, alla domanda della Difesa, ( i difensori sono gli Avv. F. Giovannini e G. Berlingieri e l'Avv. Carocci in qualità di sostituto dei due difensori ) Pasolini illustra l'idea da cui è nato il film:


" L'idea del fatto mi è stata suggerita da un fatto avvenuto durante l'ultima eclisse di sole , mentre si girava una scena sulla crocifissione di Nostro Signore.

Preciso che la parte religiosa è la cornice dell'opera. Il significato è un altro, interessandosi i miei film e romanzi al sottoproletariato. Il protagonista del film vuole essere il simbolo del sottoproletariato, di cui nessuno si occupa, né si è occupato mai. Lo Stracci, protagonista, è questo simbolo, e la sua morte è un modo di dimostrare la sua esistenza e di porre il problema della sua esistenza".


La pellicola cinematografica dell'episodio incriminato viene sottoposta a visione per approfondire gli elementi di conoscenza e il PM chiede che, parte della requisitoria, si svolga con l'ausilio di un mezzo audio-visivo: viene utilizzata una moviola e viene scelta , su richiesta dei difensori, la sala dell'Istituto Luce, per la proiezione.

Ci chiediamo oggi, a distanza di tanti anni, che cosa poteva aver suscitato di tanto scandaloso questo film: di che cosa parlava, perché non si é compresa la differenza sostanziale tra la finzione e la realtà esistenziale di un sottoproletario che si muove tra l'indifferenza di tutti, con la sua vita che si trascina in un mondo a lui estraneo e lotta per combattere l'assillo dei bisogni primari ?



Non si trattava sicuramente di un film neorealista o documentaristico sulla povertà: si intuiva e si era per questo disorientati, di trovarsi di fronte alla rappresentazione caotica di un "film nel film" a sfondo religioso sulla Passione che un regista scettico , disincantato, decadente, interpretato da Orson Welles , tentava faticosamente di realizzare anche ricorrendo alla fissazione in "tableaux vivants", legati alla tradizione figurativa manieristica del Pontormo e Rosso Fiorentino, dei momenti fondamentali della fede, attraverso la rappresentazione della Deposizione , mettendo alla ben meglio insieme una "troupe di generici cialtroni e divi pretenziosi". Il racconto di Stracci, un sottoproletario interprete del personaggio del buon ladrone, afflitto da una fame antica, è la "passione" sotterranea alla storia, quella che è invisibile, che non ha coscienza che può rendersi visibile. Sullo sfondo di una superficie mondana e volgare, distratta ed indifferente, l'azione di Stracci, che con il pasto distribuito alla troupe deve sfamare la famiglia, le vicissitudini con il cagnolino della diva che gli ruba una seconda razione, la vendita dello stesso cagnolino catturato per mille lire, con le quali può comprarsi una ricotta intera, rappresenta la realtà infima, ultima, umile, stracciona ed accattona, quella da cui il borghese distoglie lo sguardo. Stracci che ha fame viene dileggiato, perché è divertente vederlo divorare il cibo in enormi quantità, come è divertente vederlo eccitato quando, legato alla croce, ad aspettare il turno delle riprese , una ballerina in costumi succinti, si muove davanti a lui. Ci si accorge davvero di lui solo quando muore sulla croce per indigestione. "Povero Stracci! Crepare, non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo!", constata amaramente il regista Welles, lo stesso che si fa portavoce del pensiero di Pasolini sull'ignoranza del popolo italiano, sulla borghesia più ignorante d'Europa, sull'amore per la tradizione in "Io sono una forza del passato", sull'uomo medio che è un mostro,un pericoloso delinquente,conformista qualunquista, razzista , colonialista, schiavista, sul capitalismo che ci rende inesistenti, utili solo per la produzione ( "il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale" ).

Di Gennaro incarna proprio quel rappresentante della borghesia media, detentrice di un patrimonio culturale conservatore: si fregia di comprendere il linguaggio cinematografico, in quanto autore di sceneggiature e documentari televisivi, vuole introdurre la moviola in aula ed usarla lui stesso: il perfetto tipo umano e sociale che il film pone in contrasto con la parte invisibile della storia, quella del sottoproletariato. Quindi Di Gennaro è proprio il rappresentante della borghesia media che possiede tutti i requisiti elencati da Pasolini, attraverso la voce di Orson Welles.
Come poteva reagire ad una sorta di controprocesso che Pasolini, attraverso il suo film, aveva intentato nei confronti della classe sociale di potere a cui lui si sentiva di appartenere? Solo con una serie di giudizi censori, mascherati da valutazioni di carattere estetico, ma soprattutto moralistico che miravano a mettere in cattiva luce il regista. Pertanto forte di una cultura generica, i giudici della corte del processo di primo grado, puntano sugli equivoci ( ecco la malafede) per isolare qualche scena o battuta ,al fine di processare le intenzioni e le idee dell'Autore. Non si distigue la finzione dalla realtà, si scambia per colpa la descrizione della colpa , come del resto era avvenuto durante il processo a "Ragazzi di vita".

Nella requisitoria vengono sottoposte a giudizio tutti i particolari delle scene ritenute a priori blasfeme, isolate dal contesto e dalla visione complessiva dalla quale, invece, emergeva il vero significato del film. Le accuse sono le più assurde: la mancanza di rispetto per la corona di spine, Cristo che ride ai lamenti della madre, quando invece il giovane interprete sghignazza nel sentire la lauda antica di Iacopone da Todi, i ripetuti gridi "via i crocifissi", "portate su le croci", "lasciateli inchiodati", "silenzio"; la Maddalena spogliarellista che balla il cha-cha-cha...
Pasolini, quindi, approfittando della finzione scenica, avrebbe vilipeso la Passione di Cristo! Troppo facile e comodo attribuire il dileggio alla più alta figura della religione cattolica alla troupe del "film nel film". Poi la battuta di Orson Welles all'intervistatore, "Lei non ha capito niente, perché è un uomo medio!", deve essere stata assunta da Di Gennaro come un'offesa personale, perché non si è sentito considerato al medesimo livello dell'intellettuale. I chiarimenti di Pasolini vengono tacciati di essere dei "tentativi per confondere con la superbia chi deve giudicarlo"; il regista viene condannato senza mezzi termini come un "superuomo dai gusti e sentimenti eccentrici" e vorrebbe che si qualificasse : " Io vorrei chiedere a Pasolini, se ha veramente tutte le carte in regola per atteggiarsi a paladino di un sottoproletariato che la nostra società sta cancellando".

Pasolini anni dopo parlò di "genocidio culturale" , forse ricordando quelle parole livide e rancorose del PM Giuseppe Di Gennaro.

Durante le udienze della fase dibattimentale, Pasolini stesso prepara, in un dattiliscritto, punto per punto, le risposte ai capi d'accusa, che verranno contenute nella Memoria presentata per la difesa dagli avvocati Giovannini e Berlingieri:




1) Il grido di "Corona, corona" è la prima avvisaglia della superficialità incredula, scettica, plebea, del mondo che circonda Stracci e sarà testimone del suo martirio. Il tono noncurante, o poco inerente, non si riferisce però, qui, tanto alla "corona", quanto all'andamento tipico del lavoro del set; e, se vuole sfottere qualcuno, sfotte la spocchia del regista, monosillabico, paratattico e annoiato, nella sua veste impopolare di "superuomo" decadente, che tratta i subalterni dall'alto della sua coscienza di artista (il "gusto" con cui sceglie le squisitezze cromatiche del Pontormo, o quelle musicali del Biscogli) e di cui la troupe non sa e non vuole sapere nulla. La troupe considera infatti la "corona" un capriccio del regista, e col tipico tono ambiguo dell'ironia popolare romanesca, un po' gli tiene bordone, un po' lo prende in giro.
Io, direttamente, come autore, intervengo, quando - spente le irriverenti grida - la corona viene alzata da due mani di operai, contro il biancheggiante panorama della città, dominandolo.

2) Non è Cristo che sbotta a ridere - è l'umile attore che interpreta il Cristo, che non è poi neanche Cristo, ma il Cristo profanamente raffigurato dal Pontormo. L'idea di far sbottare a ridere quell'attore, è' stata suggerita da un fatto reale. Un giovane della troupe, sentendo leggere il Lamento della Vergine di Jacopone, evidentemente colpito dal linguaggio arcaico e per lui incomprensibile, che veniva a formare una specie di lagna rimata, si è messo a ridere, candidamente.

3) Il canto del Dies Irae che echeggia sulla famigliola affamata che mangia, vuole essere semplicemente un presentimento stilistico di morte: la quale morte è poeticamente legata al digiuno, alla fame, al pasto.

4) Sia ben chiaro che "comparsata" vuol dire lavorare come comparsa. E' una pura illazione pensare che significhi, in gergo, qualcosa altro, a smontare cioè il mito del Poeta con la p maiuscola, misticheggiante, irrazionale, ispirato, intoccabile, e a ridare al Poeta dignità di cittadino.

5) Bivacco sulla croce: cialtroneria picara della troupe in ozio, ancora. Ossia descrizione, oggettiva, di come la religione è sentita dal mondo moderno, rappresentato, ai suoi vari livelli, nel mio film, appunto dalla troupe.

6) Dies irae sul cagnolino che mangia il pasto di stracci, cfr. n. 3: è lo stesso motivo stilistico, che ritorna nella identificazione fantastica dell'appetito e della morte (il film finirà infatti con la morte per digiuno e indigestione).

7) L'espressione ironica che fa Welles alla fine della sua frase sul proprio cattolicesimo, è rivolta al giornalista (contro cui subito dopo l'ironia eromperà) quasi gli dicesse: "è inutile che faccia a te queste delicate confessioni, tanto tu non capisci nulla".

8) L'espressione "uomo medio" è usata dal regista Orson Welles nel senso che le danno i sociologi nei loro testi, ossia uomo condizionato, uomo massa (tutto il discorso di Welles, sia pure divertito ed ironico è infatti di tipo sociologico). Non "medio" nel senso umano psicologico della parola. In tal senso tutti siamo uomini medi. I superuomini sono degli imbecilli: e tutta la polemica letteraria del Pasolini si è svolta negli ultimi dieci anni in questa direzione: Pasolini ha, per l'uomo medio cittadino, suo contemporaneo, suo collega, intellettuale o operaio, il massimo rispetto. E' per questo che Pasolini, per esempio, è contrario alla censura: essa sì presuntuosa e paternalista, presuppone cioè una inferiorità del pubblico rispetto all'artista o alla classe colta o dirigente.

9) L'incontro con i due agenti è una pura e semplice gag. Uno degli elementi stilistici del film, sono le citazioni charlottiane. Questa è una di quelle, una innocente allegria di comica.


10) Il rutto sulla croce non è un rutto, ma un singhiozzo. Il singhiozzo di chi, morto di fame come il buon Stracci, si è finalmente rimpinzato.

11) Nessun secondo fine su Stracci che i compagni di lavoro rendono vittima di scherzi crudeli. Questa crudeltà è un aspetto della vita, della semplice vita di tutti i giorni, nei sobborghi delle grandi citta. Vivere, lì, è spesso una scommessa difficile, e fa parte dell'onore saper fare gli scherzi o saperci stare. Quanto al racconto, i traumi patiti da Stracci, degni di quelli di Tantalo, hanno la funzione di preparare e giustificare, naturalisticamente oltre che poeticamente, il suo malore finale, che, prima digiuno, e poi bestialmente saziato, lo conduce alla morte.

12) L'introduzione delle scene a colori, è una arbitrarietà poetica, un movimento di libertà stilistica, determinata da esigenze estetiche, se volete estetizzanti, nel senso di spettacolari. Si separa, così, il mondo del film da quello del film girato dal regista, quasi che non ci fosse possibile comunicazione tra i due, quasi fossero due realtà giustapposte ma estranee: con una frizione, appunto, di stupore spettacolare.

13) Il "cornuti" è gridato dall'aiuto regista (doppiato dallo stesso giovane che l'ha interpretato, cioè Paolo Meloni) ai personaggi di una doppia finzione: non a Cristo e alle Persone della Passione, ma al Cristo e alle persone della Passione di Pontormo; non a Cristo e alle Persone della Passione, ma al Cristo e alle persone della Passione di Pontormo che diventa un film. Il "cornuti" è gridato ai personaggi di una finzione nella finzione.

14) Il Dies irae su Stracci che mangia; vedi paragrafo 3 e 6.

15) E' difficile rendersi conto di ciò che si può vedere di male nel fatto che Stracci vada a nascondersi per mangiare in pace, dentro una grotta.


L'accusa afferma, infine, di aver voluto sostituire il simbolo del Sottoproletariato a quello di Cristo. Sarebbe stata una pura idiozia che nulla potrebbe mai giustificare.
Al Pasolini interessa soltanto mettere a fuoco il problema del sottoproletariato, senza falsi misticismi: quel sottoproletariato che, come ha ben dimostrato di capire il PM, sta morendo - storicamente - senza che nessuno sappia che farsene, se non forse come ha scritto altrove, in prosa e in versi, Giovanni XXIII e i cattolici che sono con lui.
Anche nelle poesie allegate ai verbali, ( citate nel dibattimento per chiarire la posizione del regista rispetto al Cristianesimo e alla Chiesa ) Pasolini ci racconta il mistero splendente della vita originaria di quella parte d'Italia umile in tutto il suo assolato calore. Anche qui ribadisce di venire dai "ruderi, dalle Chiese e dalle pale d'altare, dai borghi dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli...":


"Un solo rudere, sogno di un arco,
di una volta romana o romanica,
in un prato dove schiumeggia un sole
il cui calore è calmo come un mare,
e, del mare, ha il sapore di sale,
il mistero splendente: lì ridotto,
sulla schiuma, del mare della luce,
il rudere è solo: liturgia
e uso, ora profondamente estinti,
vivono nel suo stile - e nel sole -
per chi ne comprenda presenza e poesia.
Fai pochi passi, e sei sull'Appia
o sulla Tuscolana: lì tutto è vita,
per tutti. Anzi, meglio è complice
di quella vita chi non ne sa stile
e storia. I suoi significati
si scambiano nella sordida pace
indifferenza e violenza. Migliaia,
migliaia di persone, pulcinella
di una modernità di fuoco, nel sole
il cui significato è anch'esso in atto,
si incrociano pullulando scure
sugli accecanti marciapiedi, contro
l'Ina-Casa sprofondate nel cielo.
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi e' nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più."
Auguri al Papa
Va la littorina,
verso Ravenna, inter pages:
e alla vista di siepi di duro materiale comacino
armate di brina, ho nelle gengive
il sapore di un bicchiere di vino invernale
pieno di cinguettii di uccelli.
Sapere posseduto
per via di padre - venuto da adriatiche
dinastie di padroni - e di madri,
prole di proprietari
di sacri pezzetti di fFriuli
nel quieto odore del fumo cristiano.
Tu, monumento
assurdamente trapiantato in Roma,
di quelle parentele restate cattoliche,
inter pages, lungo il mare e ai piedi dei monti,
il Segretariato per l'unità dei critstiani,
è il prodotto del tuo humour cittadino
acquisito,
ma nato in una nobiltà che ha, in pagis,
padri gonfi come pagnotte, nani mastini,
nello sgomento odore di fuoco nella brina,
"Sii Pastore dei Bianchi Barbarici,
dei Gialli sanguinari,
dei Negri antropofagi:
tu regnerai
perché sono miliardi i Sottoproletari della Terra".
E col dolce spirito dei borghesi nuovi
tu lo sai: ne fai una saggezza da buttar via,
umile.
Alta, sublime, millenaria saggezza:
che riapre la storia
agli abitanti della Subtopia!
"Sarai papa figlio di pastori del deserto,
nipote di kikuyu,
pronipote di cacciatori di teste,
fratello di maomettani, cugino
di pagani calabresi e indiani:
regnerai
perché sono miliardi
i Sottoproletari della Terra".
Va la littorina
verso Ravenna, inter pages.
Contro schienali di duro materiale comacino
padri tracagnotti con le cadoppe romaniche
- le tue parentele comuniste -
stanno in ansia per la salute di chi ha in mano
i nuovi natali del mondo contadino.
Salute! Lunga vita,
Pastor Paganus! La Rivelazione
che occupò i Centri
e lasciò le campagne
al cinguettio degli dei,
occupa col tuo sorriso campagne fatte
[di continenti,
per sopravvivere in una storia nuova.
Va la littorina,
verso Ravenna: e io alla tua fortuna
alzo l'ideale bicchiere, ex pagis,
di questo vinello
pieno del canto dei più umili degli umili".



La macchina persecutoria messa in atto dal PM Di Gennaro non si ferma davanti ad alcuna argomentazione logica e comprovata dalle scelte ideologiche, linguistiche e stilistiche di Pasolini che viene etichettato come un astuto organizzatore di malizie pretestuose perfino nella scelta dei cognomi dei personaggi del film: infatti, Pedoti, l'intervistatore del regista...Pedote, un magistrato della Procura di Roma.

Neppure il Codice Rocco è sufficiente per Pasolini, il suo reato supera il massimo della pena comminata per il vilipendio della religione , dal momento che nel 1930 ,non si poteva immaginare l'impiego dei moderni mezzi di comunicazione. Di Gennaro chiedendo il massimo della pena ne fa una questione personale, pone un inquietante aut-aut: "Se voi condannerete Pasolini, approverete me, ma se voi lo assolverete allora, ineluttabilmente, condannerete il mio operato". La sua richiesta di condanna fu di un anno di reclusione senza il beneficio della condizionale.


Il 7 marzo 1963 , il tribunale dichiara Pier Paolo Pasolini "colpevole del delitto ascrittogli" , condannandolo a quattro mesi di reclusione.


Il 6 maggio 1964, la corte d'appello, cui Pasolini era ricorso, finalmente lo assolve "perché il fatto non costituisce reato".

Il 24 febbraio 1967 la corte di cassazione , cui il sostituto procuratore della Repubblica Giuseppe Battiati è ricorso, "udita la relazione del consigliere Giovanni Leone", annulla la seconda sentenza senza rinvio, "perché il reato è estinto per amnistia".


Pasolini era un intellettuale profondamente convinto delle scelte di pensiero razionale compiute attraverso il marxismo e il gramscismo, sui quali ha riversato la sua personale visione del mondo, quella che si alimenta della ricchezza umanistica delle sopravvivenze, con tutto il loro carico di istinti primordiali e di passione, di arte e odori di "terra di lavoro", di strade polverose e di pendii scoscesi che abbracciano borghi e campi.

Queste sopravvivenze garantiscono l'eternità della vita.

" Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive . Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo esaminando, ciò che sopravvive sono quei famosi duemila anni di <<imitatio Christi>>, quell'irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono ad un altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi storicamente morti, ma umanamente vivi che ci compongono. Mi sembra che sia ingenuo, superficiale, fazioso negarne o ignorarne l'esistenza...".
Tra questi elementi umanamente vivi c'era anche Stracci...e Pasolini, marxista cristiano, ha saputo scorgerlo "girando per la Tuscolana come un pazzo", e ha detto che lui è il germe nuovo della storia, quello che nasce morendo sulla croce, come Cristo, ma da "buon ladrone"...

La società borghese non poteva accettarlo. Per questo ha condannato Pasolini.


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:


Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice
Daniele Cenci