giovedì 6 dicembre 2012

Lettera ad Alberto Moravia


"ERETICO & CORSARO"




Lettera ad Alberto Moravia

   Caro Alberto, ti mando questo manoscritto perchè tu mi dia un consiglio. E un romanzo, ma non e scritto come sono scritti i romanzi [veri] : la sua lingua e quella che si adopera per la saggistica, per certi arti coli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare [decisamente] narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente cosi scoperti (“ma ora passiamo ai fatti”, “Carlo camminava...” ecc., e del resto c’e anche una citazione simbolica in questo senso: “Il voyager...*) che ricordano piuttosto la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei romanzi classici: si tratta cioè di ‘passi narrativi veri e propri’ fatti ‘apposta’, per rievocare il romanzo.
   Nel romanzo di solito il narratore scompare, per lasciar posto a una figura convenzionale che e l’unica che possa avere un vero rapporto con il lettore. Vero appunto perchè convenzionale. Tanto e vero che fuori dal mondo della scrittura - o se vuoi della pagina e della sua struttura come si presenta a uno della partita - il vero protagonista della lettura di un romanzo e appunto il lettore.
   Ora in queste pagine io mi sono rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente. Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un ‘oggetto’, una ‘forma’, obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, <...> quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosa mente negassi me stesso assumendo umilmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori. No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come scrivo a te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie in italiano. Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me: ho messo tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come si può fare da soli, scrivendo).
   Ora, a questo punto (ecco la ragione di questa lettera) io potrei riscrivere daccapo completamente questo romanzo, oggettivandolo: cioè scomparendo in quanto autore reale, e assumendo le vesti del narratore convenzionale (che, <...>, e molto più reale di quello reale). Potrei farlo. Non sono privo di abilita, non sono digiuno di arte retorica, e non manco neanche di pazienza (non certo della sconfinata pazienza che si ha solo da giovani): potrei farlo, ripeto. Ma se lo facessi, avrei davanti a me una sola strada: quella della rievocazione del romanzo. Cioè non potrei far altro che andare fino in fondo a una strada per cui mi sono naturalmente incamminato. Tutto ciò che in questo romanzo e romanzesco lo e in quanto rievocazione del romanzo. Se io dessi corpo a ciò che qui e solo potenziale, e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola nell’immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che e in fondo gioco. Non ho voglia più di giocare (davvero, fino in fondo, cioè
applicandomi con la più totale serietà); e per questo mi sono accontentato di narrare come ho narrato. Ed ecco il consiglio che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente quello che volevo dire? Oppure sarebbe proprio necessario che io riscrivessi tutto su un altro registro, creando l’illusione meravigliosa di una storia che si svolge per conto proprio, in un tempo che, per ogni lettore, e il tempo della vita vissuta e restata intatta alle spalle, rivelando come vere realtà quelle cose che erano sembrate semplicemente naturali?
  Vorrei che tu tenessi conto, nel consigliarmi, che il protagonista di questo romanzo e quello che e, e, a parte le analogie della sua storia con la mia, o con la nostra - analogie ambientali o psicologiche che sono puri involucri esistenziali, utili a dare concretezza a ciò che accade nel loro interno - esso mi e ripugnante: ho passato un lungo periodo della mia vita in sua compagnia, e mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo per un periodo che sarebbe presumibilmente ancora più lungo.
   Certo lo farei, ma dovrebbe essere assolutamente necessario. Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non e un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed e completamente diverso da quello che egli si aspettava |immaginava!

tuo...
Pier Paolo

Da Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992






Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Blog creato da Bruno Esposito

Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

La Contestazione di Pasolini.

"ERETICO & CORSARO"


"I miei critici, addolorati o sprezzanti, [mentre tutto questo succedeva...]
non si sono accorti che la degenerazione è avvenuta proprio
attraverso una falsificazione dei loro valori.
Ed ora essi hanno l' aria di essere soddisfatti di trovare
che la società italiana è indubbiamente migliorata, cioè è divenuta
più democratica, più tollerante, più moderna, ecc. Non si accorgono
della valanga di delitti che sommerge l'Italia: relegano questo fenomeno
nella cronaca e ne rimuovono ogni valore.
Non si accorgono che non c'è alcuna soluzione di continuità
tra coloro che sono tecnicamente criminali e coloro che non lo sono".
Pier Paolo Pasolini
 

 

La rivolta del ’68 è stata una falsa rivoluzione, che si è presentata come marxista, ma in realtà non era altro che una forma di autocritica della borghesia, che si è servita dei giovani per distruggere i suoi vecchi miti divenuti obsoleti. La rivoluzione neocapitalistica era già avvenuta nella struttura; ora bisognava che fosse perfezionata la rivoluzione a livello sovrastrutturale-culturale: questa è la più feroce critica di Pasolini al ’68, secondo alcuni. Per rivoluzione neocapitalistica si intende il passaggio all’omologazione consumistica: non più le vecchie culture (contadina, borghese, proletaria ecc.), bensì un’unica cultura, quella del consumo ed anzi di identici consumi per tutti, così da produrre il livellamento e la fine della critica.

Ogni gioventù, ha diritto alla ribellione. Ma questi giovani contestatori hanno avuto solo l’illusione della ribellione, hanno già trovato la strada spianata da coloro (la vecchia borghesia che si stava riorganizzando per approdare al neocapitalismo) che volevano contestare la tradizione. Quindi la rivolta non fu provocata da questi giovani, ma fu instillata in loro dai padri, o meglio dalla nuova cultura neocapitalistica. Erano i padri che volevano farla finita col loro passato, con la loro storia. Il capitalismo aveva bisogno di mutare radicalmente, e strumentalizzò i suoi figli per raggiungere l’obiettivo. Fu una ribellione voluta dall’alto e i ribelli ingenui vi si buttarono furiosamente pensando di esserne i veri promotori.

Queste critiche alla contestazione studentesca non impedirono a Pasolini di scorgervi anche gli elementi di positiva novità. Egli volle sempre un confronto-scontro con gli studenti. Addirittura nel 1971 fu per tre mesi direttore responsabile di Lotta continua, quando questo giornale ne fu momentaneamente sprovvisto, a causa di condanne per reati d’opinione dei precedenti direttori. Nel 1972 Pasolini girò anche un film-documentario assieme a Lotta continua: "12 dicembre", un excursus sull’Italia di quel momento.

Sulla questione di Piazza Fontana, Pasolini si schiera coi gruppi extraparlamentari contro la tesi governativa degli "opposti estremismi" tendente a equiparare i gruppi di estrema destra e di estrema sinistra come responsabili di quell’attentato terroristico e di tanti altri. E’ anche dell’avviso che gli studenti hanno svegliato dal sonno i sindacati ed hanno aiutato le lotte operaie, pur con le limitazioni sopra osservate. Il Movimento studentesco ha anche riattualizzato la lotta di classe, riprendendone temi che andavano scolorendo. Insomma, se soggettivamente gli studenti potevano anche essere convinti di essere dei rivoltosi, oggettivamente erano incanalati nella trasformazione neocapitalistica.

Tratto da .....Il '68 di Pasolini di Roberto Carnero

Il primo contatto che Pasolini ebbe con la Contestazione fu a New York nell’autunno del 1966. L’esperienza fu esaltante perché in quella "città sublime, (…) il vero ombelico del mondo, dove il mondo mostra ciò che in realtà è" visse il clima di lotta per la democrazia reale che si respirava nella capitale dell’occidente civilizzato - definito in Empirismo Eretico come Guerra civile - e venne a conoscenza dei progetti e delle istanze della Nuova Sinistra americana, del sindacalismo radicale, dell’estremismo violento delle Black Panters e delle manifestazioni pacifiche contro la guerra del Vietnam; Pasolini, in questo modo, poté sperimentare, al di fuori delle pastoie del conformismo e dell’eversione puramente verbale di parte del marxismo europeo, la possibilità di poter "gettare il proprio corpo nella lotta" – così diceva il verso, che Pasolini fece suo, di un canto "innocente" della Resistenza negra - in maniera "assoluta" e con "una sincerità totale" ed essere in questo modo perennemente sulla "linea del fronte" ideale della dissidenza e del rifiuto. Inoltre fra i modelli di questo impegno c’erano anche alcuni esponenti della Beat Generation: Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouack ma anche, significativamente, Bob Dylan che, poeti della rivolta che esaltano la disperazione – L’urlo di Ginsberg - come mezzo espressivo, offrivano un nuovo esempio del rapporto tra artista e società.
Però, con l’incalzare degli eventi e con le prime avvisaglie di quella che sarebbe stata la deflagrazione della Contestazione Studentesca in Europa, il pensiero pasoliniano approfondì la sua ricerca attorno a questo fenomeno, maturando conclusioni che gli fecero assumere una posizione critica, o comunque non da fiancheggiatore incondizionato, nei confronti degli studenti.


"Avete le facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo-borghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano."

Con questi "brutti versi", pubblicati "proditoriamente" su «L’Espresso» in maniera integrale con il titolo di Cari studenti vi odio, Pasolini entrò clamorosamente al centro del dibattito che stava sorgendo attorno al Movimento Studentesco. I fatti di cui parlano i versi de Il Pci ai Giovani!!... lo scontro avvenuto il 1° Marzo 1968 tra studenti e polizia presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma...  erano i prodromi di quello che sarebbe stato, sull’onda del Maggio francese, il grande movimento europeo di contestazione del ’68. Già nell’Apologia, in prosa, che fu pubblicata assieme alla poesia, Pasolini dichiarava che quei versi, definiti da subito come "brutti", andavano letti tenendo conto del contesto poetico e del doppio registro ironico ed autoironico con cui erano stati scritti: ad esempio l’affermazione di "tifare per la polizia" andava letta fra le virgolette della provocazione e dell’espressionismo; ma, anche per essere stati pubblicati su un settimanale diffuso come «L’Espresso» e non solamente sulle pagine "per pochi" di «Nuovi Argomenti», quei versi destarono immediatamente un vasto scalpore e contribuirono a dipingere l’immagine di un Pasolini «reazionario». In realtà l’atteggiamento di Pasolini nei confronti del Movimento fu, anche negli anni seguenti, molto più complesso e non pregiudiziale.

" …Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
alla vecchia lotta intestina."

Però, dice anche:

"(Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?)".

Inoltre in alcune interviste rilasciate attorno al periodo sessantottesco Pasolini arrivò a negare il futuro apocalittico, che veniva prospettato dalla sociologia più aggiornata, di un’umanità irredimibilmente succube all’imperativo consumistico, per un futuro di lotta perenne, seppur all’interno dell’entropia borghese, tra la parte avanzata e quella regressiva della società. Quindi, rispetto alle previsioni "orrende" di un mondo appiattito su "l’inesausto ciclo di produzione e di consumo" e quindi della fine della storia, anche la profezia "terribile" di una perpetua Guerra Civile ma anche di perpetuazione dell’uomo in quanto soggetto storico rappresentava un certo attenuamento del pessimismo precedente.
"Dio, lasciano la casa agli uccelli, lasciano il campo ai vermi, lasciano seccare la vasca del letame, lasciano i tetti alla tempesta, lasciano l’acciottolato all’erba, e vanno via, e là dov’erano, non resta neanche il loro silenzio."

Questi versi appartengono a La nuova gioventù, un libro di poesie in cui Pasolini ripubblicò, dopo vent’anni, il friulano degli antichi versi de La meglio gioventù, affiancando alla prima stesura una nuova, una nuova forma in cui "i luoghi e i viventi" di Casarsa sono rivisti come dal fondo di una fossa serpenti, il presente allucinante di chi ormai vive, si direbbe per «sventura d’anagrafe», in piena Dopostoria.
Ancora una volta il luogo privilegiato dall’indagine antropologica pasoliniana, il laboratorio vivente e vissuto esistenzialmente, fu il sottoproletariato romano, o comunque il proletariato dell’Italia centro-meridionale, che agli occhi di Pasolini aveva subito, nel giro di cinque anni o forse meno, una traumatica ed inaudita trasformazione sociale, un cambiamento "millenario" paragonabile alla rivoluzione agricola dell’anno mille, avvertito con maggior dolore ed amarezza proprio laddove non erano avvenute, nell’Ottocento, le rivoluzioni borghesi e liberali che avrebbero reso meno distruttiva e lacerante la nuova.

Questa vera e propria "mutazione antropologica" consisteva nella scomparsa repentina e irrevocabile della cultura popolare in senso lato - cioè vista come insieme di lingua, storia, comportamento - che era stata progressivamente assimilata dalla subcultura della classe-massa neocapitalistica. Negli ultimi anni Sessanta, dunque, assieme a questa cultura era scomparso un intero mondo parallelo ma autonomo rispetto a quello borghese dominante, del quale aveva sempre costituito "l’alterità" critica e produttrice dialettica dell’evoluzione storica. La radice di questo cambiamento era da ricercasi in un'altra rivoluzione avvenuta nel campo della produzione industriale dei paesi capitalistici, mutata in senso quantitativo e qualitativo in modo tale che al vecchio potere paleocapitalista che tradizionalmente si appoggiava alle strutture repressive dei governi autoritari, l’esercito e la polizia fascistoidi, e alla gerarchia ecclesiastica per imbrigliare le spinte rivendicative dei lavoratori, si era sostituito il neocapitalismo che in virtù del rinnovato ciclo di produzione e consumo sostituiva ai vecchi pilastri per il mantenimento del potere delle nuove strutture più adatte alla nuova classe-massa consumatrice. Al nuovo potere non bastavano più i vecchi modelli di comportamento "dell’era del pane", dell’Italia fascista e degli anni Cinquanta, in cui beni erano solo necessari e in cui il risparmio era la dote paziente di chi si aspettava tempi peggiori, ma necessitava di una duratura "era del benessere diffuso" che inoculasse, nell’euforica ansia di consumo, nuovi bisogni e una fiducia acritica ne «le magnifiche sorti e 

progressive». Questo "sciocco benessere" era chiaramente "irreale", poiché non era frutto di una conquista "dal basso" ma era "concesso dall’alto" in maniera parziale e falsificante, cioè a questo benessere non corrispondeva un obiettivo progresso civile e sociale, ma un mero sviluppo dei sistemi di produzione e del prodotto interno lordo i cui benefici erano solo apparentemente ridistribuiti. Secondo Pasolini una delle caratteristiche del neocapitalismo era quella di "derealizzare" ogni cosa poiché è sull’irrealtà che si basano i regimi totalitari (in quanto "totalizzanti"); come era stato irreale il mito della «patria» o dell’«eroismo» durante il fascismo, così erano irreali ed alienanti i miti e gli eroi della dittatura consumistica che venivano vissuti in maniera nevrotica nell’impossibilità di essere raggiunti (dittatura "quindi molto più totalitaria, in realtà, dei vecchi fascismi che rendevano retorici e terroristici dei valori che tuttavia, in una società contadina e paleoindustriale, erano reali"). In altre parole il borgataro di Torpignattara che un tempo poteva "adempiersi" socialmente, per quanto fosse privo di una coscienza di classe, all’interno del proprio mondo vissuto e reale, ora assumeva come propri gli ideali e le istanze dell’indifferenziata piccola-borghesia del consumo, cui voleva ansiosamente conformarsi avvertendo la propria diversità come vergogna e menomazione. Questi ideali e istanze irrelati rispetto alla reale esistenza, secondo Pasolini, avevano trasformato i sottoproletari amati che lo avevano accettato, povero e disperato come loro, ai tempi di Piazza Costaguti (la prima residenza romana del regista), in piccolo-borghesi mostruosi e infelici che avevano assunto le caratteristiche che Pasolini aveva sempre odiato nella classe colpevole di averlo rifiutato in quanto artista e diverso.

Poiché il neocapitalismo "odia la realtà" volendosi porre al di fuori del divenire storico ed essere assoluto, la televisione,che fra gli strumenti del nuovo potere era quello più persuasivo e assoluto, è il tramite privilegiato dell’irrealtà sottoculturale e dell’alienazione del consumo derivando, come mezzo audiovisivo, la sua forza di espressione non dal linguaggio verbale, per quanto orrendo, ma dal "linguaggio delle cose" che per sua natura "è perfettamente pragmatico e non ammette repliche, alternative, resistenza" e quindi rende la televisione un’autorità indiscutibile.

Una delle caratteristiche che rendono vincente il Nuovo Potere rispetto a quello paleocapitalistico è la straordinaria capacità di assimilare i contrasti ed incorporare dentro di sé le opposizioni anche attraverso l’efficace arma della tolleranza, che è sempre falsa perché imposta dall’alto e perché obbliga a realizzare ciò – e solo ciò – che consente. Un esempio emblematico di questo era dato a Pasolini dalla fisionomia che stava assumendo in quegli anni la Contestazione:

"…l’umanità, considerata dall’alto, tende in modo uniforme a questa industrializzazione totale e al dominio universale della tecnologia sul pianeta. (…) A parole, sì, certo, i giovani in effetti rifiutano tale standardizzazione. Ma in sostanza,basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l’azione e l’utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo."

Il rifiuto della cultura umanistica in favore del pragma rivoluzionario, sulla falsariga di quello della neoavanguardia negli anni precedenti, portava i contestatori ad un'accettazione inconsapevole, e quindi sul piano esistenziale più che su quello ideologico, dei valori neocapitalistici; anche in virtù della sottocultura, caratteristica sia delle frange più violente sia della grande massa della Contestazione, che si opponeva alla sottocultura consumistica. Questo scontro tra due sottoculture ed il fatto che stesse scomparendo, assieme alla cultura popolare, l’esistenza di una "alterità" e quindi della possibilità di una critica alla borghesia che partisse dal di fuori di questa e che, in altre parole, permettesse una critica realmente rivoluzionaria perché implicante un modo "altro" di essere oltre a quello della classe egemone, fece sì che la protesta rientrasse nell’orbita dell’entropia borghese e che le istanze e le esigenze della contestazione venissero assorbite dal potere, e quindi tradite, perché "concesse" e non ottenute. Anche le conquiste civili degli anni seguenti – la liberazione sessuale, il divorzio, l’aborto – che testimoniavano ulteriormente ed in maniera "statistica", attraverso i vari referendum, il mutamento sociale, vennero assimilate e volte a proprio vantaggio da parte del potere che, in questo modo, "restaurava" e perpetuava se stesso. Alla famiglia tradizionale, risparmiatrice e prolifica favorita dai regimi autoritari tipici dei paesi poveri del paleocapitalismo, succedeva la coppia, vista come cellula minima del ciclo di produzione e consumo del nuovo capitale.

"Dopo un’improvvisa rivoluzione degli anni ’60 di tipo tecnologico e dopo la falsa rivoluzione del ’68 che si era presentata come marxista mentre, in realtà, non era altro che una forma di autocritica della borghesia (la borghesia si è servita dei giovani per distruggere i miti che le davano fastidio) la restaurazione recupera dal passato le parti più negative."



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

martedì 4 dicembre 2012

Il piombo e le rose, di Adriano Sofri, l'Unità 17 maggio 2004



Il piombo e le rose, di Adriano Sofri
l'Unità 17 maggio 2004

Benché ormai addestrato dalla lettura dei libri puntuali di Valeria Gandus e di Pier Mario Fasanotti, resto inadeguato come pochi a pronunciarmi sui delitti. Anche in questo lungo tramonto della mia esistenza, mi interessano molto i miei coinquilini, ma non per i loro delitti. Nonostante i loro delitti. Dopotutto, la casistica è diventata striminzita. Piccolo spaccio, per lo più, e furti, scippi, effrazioni e maldestre rapine, tutto ispirato dalla dannata droga, e poi assassinii di donne: mogli, fidanzate, sconosciute, prostitute. Gli uomini che ammazzano donne - la modalità più diffusa e rivelatrice del mondo d’oggi - sono spesso quelli di cui la cronaca riferisce che hanno poi rivolto l’arma contro se stessi, ma non sono morti: dettaglio seccante. A volte mi dico che avrei dovuto far miglior conto della mia reclusione e della confidenza di cui tanti carcerati mi onorano, e avviarmi al romanzo. Dopotutto i grandi romanzi classici, Dickens e Balzac e Dostoevskij, nascevano dalla frequentazione dei processi e dalla lettura metodica della Gazzetta dei Tribunali. Ma io sono un tipo comune. Venero la lettura dei romanzi, detesto la Gazzetta dei Tribunali. La forzata e prolissa esperienza di aule di giustizia e relativi verbali non ha fatto che confermarmi nella ripugnanza.

Tuttavia ci fu una congiuntura in cui la cronaca di delitti si intrecciò con la mia vita pubblica e privata - allora era quasi la stessa cosa - e ne influenzò decisivamente il corso. Furono due delitti, separati da meno di un mese, ottobre-novembre 1975. L’orrore del Circeo, l’assassinio di Pasolini. Hanno fra loro una assurda e fatidica relazione. Fin dalla scena materiale. Avvengono a Roma: almeno, a Roma cominciano. Con delle persone che salgono in macchina con altre persone. Due ragazze della periferia che salgono sull’auto di giovani uomini dei Parioli. Un ragazzo di periferia che sale sull’auto di Pier Paolo Pasolini. Si compiranno a una distanza suburbana, l’Idroscalo di Ostia, una villa del Circeo: luoghi pasoliniani ambedue. Pasolini interpretò con la sua lingua l’orrore del Circeo, e quando fu trucidato, di lì a poco, il suo discorso sul Circeo parve un’annunciazione dell’agguato che il destino riservava a lui. Dirò quali e quanti conti in sospeso conservo con quella sequenza di sciagure. Non ci sono mai tornato abbastanza. Si tratta di me, e di quel movimento, Lotta continua, cui allora per intero appartenevo. Ma non parlerò della storia di un gruppo estremista, argomento ormai quasi privato: piuttosto, di un modo di pensare e di un linguaggio che erano assai più vasti, e che toccarono in quel frangente il proprio scacco.
Si è fin troppo speculato - senz’altro troppo - su Pasolini che avrebbe preparato, inseguito e messo in scena la propria annunciatissima morte. Al contrario: Pasolini fu assassinato, e perse la vita che era sua, e che avrebbe vissuto. Se il Pasolini reso regista della propria morte è una facile e ingiusta figura letteraria, il legame fra il delitto del Circeo e l’uccisione del poeta omosessuale sulla spianata di Ostia era di quelli che sgomentano. Sembrava uscirne un ritratto fulmineo dell’Italia in due fotogrammi ravvicinati, e rovesciati. Rovesciati: perché qui è Pasolini il signore, e Pino Pelosi, «la rana», ragazzo di diciassette anni, ladruncolo e marchettaro, il torturatore e l’assassino.

Del delitto del Circeo, avevamo tenuto a dire che non era stato solo fascista, ma più universalmente «borghese». Pasolini aveva detto che i criminali non erano solo fascisti, e che lo erano allo stesso modo e con la stessa coscienza i proletari o i sottoproletari, quelli che magari avevano votato comunista il 15 giugno. «Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l’universo popolare romano è un universo odioso» scrisse nel suo ultimo articolo di fondo dopo il delitto del Circeo. «La mia esperienza privata quotidiana, esistenziale - che oppongo ancora una volta all’offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose - mi insegna che non c’è più alcuna differenza vera verso il reale e nel conseguente comportamento tra borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate». Erano le citazioni con le quali si apriva il primo articolo del nostro giornale dopo il delitto di Ostia. Conservano intera la loro forza sconvolgente. Soprattutto in quella orgogliosa sottolineatura: «che non vivono». Pasolini proclama di vivere ciò di cui gli altri tutt’al più parlano: getta sul terreno, coi propri pensieri, il proprio corpo - ed è infine il suo corpo martoriato che resta sul terreno. Sicché al dolore per la sua morte si confuse torvamente per noi il senso meschino di un’offesa, di dover reagire all’emozione «disfattista» che portava con sé. «Questa convinzione/l’assimilazione fra borghesi dei Parioli e sottoproletari delle borgate/Pasolini rovescia, con le circostanze della sua morte, su tutti noi come una prova definitiva, come una sfida».
 
Piangevamo Pasolini, ma non come avremmo voluto e dovuto, perché avevamo fretta di arginare l’invadente lezione della sua morte: «È contro questa visione della realtà che noi abbiamo molte volte polemizzato con Pasolini, senza alcun ottimismo pragmatico, senza alcun ottimismo “riformista”, ma guardando a ciò che avviene ogni giorno nel proletariato: al modo in cui i giovani e i vecchi delle borgate di Roma hanno accompagnato i funerali di Rosaria Lopez...». Protestavamo di nuovo, troppo ovviamente, contro il Pasolini che leggeva la mutazione del suo prossimo nelle fogge, nelle capigliature, nelle facce e nei pantaloni. «Pasolini aveva scritto una settimana fa su un quotidiano: “Guardate le facce dei giovani teppisti arrestati a Milano: vedrete dai loro tratti somatici che sono privi di pietà”. Noi non crediamo alla corrispondenza fra i tratti somatici e i sentimenti». Ma Pasolini era un esperto di facce, delle facce che la gente si merita. Continuavamo a replicare secondo un riflesso d’ordine e di ragionevolezza: senso di responsabilità, impegno comune a tenere in piedi la baracca politica che si andava sfasciando.
Avevamo fatto amicizia, noi e Pasolini, quando gli riconoscevamo un’extra-territorialità politica e civile, e lui riconosceva, e forse invidiava, la nostra seria irriverenza rivoluzionaria. Aveva trovato «adorabili» anche noi - quel suo fido aggettivo che Sciascia dichiarava per sé infrequentabile. Su quell’aggettivo costruì anche il suo involontario testamento, l’intervento per il Congresso radicale che fu letto postumo: «a) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. b) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono, e addirittura ci rinunciano».

Ora, anche nella sua morte di randagio, ci aggrappavamo alla ripetizione dei nostri miti collettivi, alla proclamazione del riscatto del mondo: «La sua offerta volontà di “guardare in faccia al mondo”, di restare senza riserve dentro la vita propria e altrui, lo aveva condotto in realtà a essere solo, a fabbricare miti, a estraniarsi e anche a contrapporsi a quella trasformazione reale del mondo e della gente attraverso quella “politica” di cui stentava sempre più a vedere altro se non la deformazione borghese».
Rileggendo le nostre pagine di allora - lo sto facendo - risento una vergogna per una rigidità quasi da realismo socialista, e per una polemica che ci sembrava doverosa, e tuttavia sentivamo già dentro di noi come una viltà e un rinnegamento. Quanto a me, fu allora, in quel tono improvvisamente irrigidito a coprire la frana interiore, che maturò la consumazione della speranza rivoluzionaria. Occorse ancora molta fatica: non tanto per rompere la crosta delle opinioni che erano state poco fa fresche ed erano ormai diventate abitudini, e dei pregiudizi, quanto per dimettersi dalla solidarietà collettiva e dal senso di responsabilità comune. Occorse una rottura vertiginosa, grazie al femminismo, suscitata anch’essa tuttavia dall’epilogo della sequenza dei delitti del Circeo e di Ostia - di lì a poco. Poi trascinammo un’esistenza politica grama e spaventata, ancora per un anno, quasi, come certi amori che si trascinano in convivenze tristi e ansiose. Fino al novembre del 1976: allora convocammo un Congresso a Rimini, non sapevamo neanche noi perché, forse illudendoci di ridar fiato alla nostra corsa. Ma non illudendoci tanto: e infatti cogliemmo l’occasione di una discussione nella quale una comunità che si era voluta infrangibile andava in mille pezzi, e chiudemmo la baracca.

Ho detto che ci sarebbe stato bisogno di un epilogo collettivo, che raccogliesse l’emozione intima e il disorientamento di quei mesi di fine ’75, e insieme mostrasse che i cocci non si sarebbero più messi assieme. Successe il 6 dicembre, due mesi dopo il Circeo, un mese dopo Ostia. La manifestazione ai Parioli, a piazza Euclide, c’era stata, l’11 ottobre, forte abbastanza, e aveva finito con l’essere soprattutto antifascista, nonostante le più vaste ambizioni. Il 6 dicembre, un sabato, era convocata una manifestazione nazionale sull’aborto da gruppi e comitati di donne, mentre era in discussione la legge nel governo e in Parlamento. Il corteo raccoglie venti o trentamila donne. Un gruppo di militanti romani di Lotta continua, in nome dell’unità del proletariato, insofferente di separatismi fra uomini e donne, rifiuta la decisione di escludere le bandiere e gli striscioni di gruppo e l’invito agli uomini ad accodarsi o restare ai bordi, e irrompe con la forza dentro il corteo. Un episodio increscioso di maschilismo che scatena l’orgoglio e l’intelligenza femminista anche in quelle organizzazioni che avevano finora subordinato la contraddizione di sesso a quella di classe. Fine del primato della politica, dell’antifascismo, della classe operaia che deve decidere tutto - e del resto. Fine, per molti di noi, di un’epoca. Bisognava ricominciare daccapo. Una fortuna insperata.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Blog creato da Bruno Esposito

Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

"Lettera luterana a Italo Calvino" di Pier Paolo Pasolini 30 ottobre 1975

"ERETICO & CORSARO"


"Lettera luterana a Italo Calvino"
di Pier Paolo Pasolini
30 ottobre 1975
.
Tu dici (“Corriere della Sera”, 8 ottobre 1975): "I responsabili della carneficina del Circeo sono in molti e si comportano come se quello che hanno fatto fosse perfettamente naturale, come se avessero dietro di loro un ambiente e una mentalità che li comprende e li ammira".
Ma perché questo?

Tu dici: " Nella Roma di oggi quello che sgomenta è che questi esercizi mostruosi avvengono nel clima della permissività assoluta, senza più l’ombra di una sfida alle costruzioni repressive...."
Ma perché questo?

Tu dici: "... il pericolo vero viene dall’estendersi nella nostra società di strati cancerosi..."
Ma perché questo?

Tu dici: "Non c’è che un passo dall’atonia morale e dalla irresponsabilità sociale (di una parte della borghesia italiana, tu dici) alla pratica di seviziare e massacrare..."
Ma perché questo?

Tu dici: " Viviamo in un mondo in cui l’escalation nel massacro e nella umiliazione della persona è uno dei segni più vistosi del divenire storico (onde criminalità politica e criminalità sessuale sembrano in questo caso definizioni riduttive e ottimistiche, tu dici)".
Ma perché questo?

Tu dici " I nazisti possono essere largamente superati in crudeltà in ogni momento"
Ma perché questo?

Tu dici " In altri paesi la crisi è la stessa, ma incide in uno spessore di società più solido"
Ma perché questo?

Io sono più di due anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono finalmente indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato. Si è fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti ed approfondire i miei tentativi di spiegazione. Ora, è il silenzio, che è cattolico. Per esempio il silenzio di Giuseppe Branca, di Livio Zanetti, di Giorgio Bocca, di Claudio Petruccioli, di Alberto Moravia, che avevo nominalmente invitato a intervenire in una mia proposta di processo contro i colpevoli di questa condizione italiana che tu descrivi con tanta ansia apocalittica: tu, così sobrio. E anche il tuo silenzio a tante mie lettere pubbliche è cattolico. E anche il silenzio dei cattolici di sinistra è cattolico (essi, dovrebbero avere finalmente il coraggio di definirsi riformisti, o con più coraggio ancora luterani. Dopo tre secoli sarebbe ora).
Lascia che ti dica che non è cattolico, invece, chi parla e tenta di dare spiegazioni magari dal vivo, e circondato dal profondo silenzio. Non sono stato capace di starmene zitto, come non sei capace di startene te zitto tu ora. "Bisogna aver molto parlato per poter tacere " (è uno storico cinese che, stupendamente, lo dice.) Dunque parla una buona volta. Perché?
Tu hai steso un cahier de doléance in cui sono allineati fatti e fenomeni a cui non dai spiegazioni, come farebbe Lietta Tornabuoni o un giornalista sia pure indignato della Tv.

 Perché?
 
Eppure io ho anche da ridire sul tuo cahier, al di fuori della mancanza dei perché.
Ho da ridire che tu crei dei capri espiatori, che sono: "parte della borghesia", "Roma", "i "neofascisti".
Risulta evidente da ciò che tu ti appoggi a certezze che valevano anche prima. Le certezze che ti dicevo in un’altra lettera che ci hanno confortato e anche gratificato in un contesto clerico-fascista. Le certezze laiche, razionali, democratiche, progressiste. Così come esse sono non valgono più. Il divenire storico è divenuto, e quelle certezze son rimaste com’erano.
Parlare ancora come colpevole di "parte della borghesia" è un discorso antico e meccanico perché la borghesia, oggi, è nel tempo stesso troppo peggiore che dieci anni fa, e troppo migliore. Tutta. Compresa quella dei Parioli o di San Babila. È inutile che ti dica perché è peggiore (violenza, aggressività, dissociazione dall’altro, razzismo, volgarità, brutale edonismo) ma è inutile che ti dica perché è migliore (un certo laicismo, una certa accettazione di valori che erano solo di cerchie ristrette, votazioni al referendum, votazioni al 15 giugno).
Parlare come colpevole della città di Roma, è ripiombare nei più puri anni cinquanta, quando torinesi, milanesi (friulani) consideravano Roma il centro di ogni corruzione: con aperte manifestazioni razzistiche. Roma con i suoi Parioli, non è affatto peggiore di Milano col suo San Babila, o di Torino.
Quanto ai neofascisti (giovani) tu stesso ti sei reso conto che la loro nozione va immensamente allargata: e la possibile crudeltà nazista di cui parli (e di cui da tanto vado parlando io) non riguarda solo loro.
Ho da ridire anche su un altro punto del “cahier senza perché”.
Tu hai privilegiato i neofasciti pariolini del tuo interesse e della tua indignazione, perché sono borghesi, La loro criminalità ti pare interessante perché riguarda i nuovi figli della borghesia. Li porti dal buio truculento della cronaca alla luce dell’interpretazione intellettuale, perché la loro classe sociale lo pretende. Ti sei comportato - mi sembra - come tutta la stampa italiana, che negli assassini del Circeo vede un caso che la riguarda, un caso, ripeto, privilegiato. Se a fare le stesse cose fossero stati dei "poveri" delle borgate romane, oppue dei “poveri” immigrati a Milano o a Torino, non se ne sarebbe parlato tanto in quel modo. Per razzismo. Perché i "poveri" delle borgate o i "poveri" immigrati sono considerato delinquenti a priori.
Ebbene i "poveri" delle borgate romane e i "poveri" immigrati, cioè i giovani del popolo, possono fare e fanno effettivamente (come dicono con spaventosa chiarezza le cronache) le stesse cose che hanno fatto i giovani dei Parioli: e con lo stesso identico spirito, quello che è oggetto della tua "descrittività".
I giovani delle borgate di Roma fanno tutte le sere centinaia di orge (le chiamano “batterie”) simili a quelle del Circeo; e inoltre, anch’essi drogati.
L’uccisione di Rosaria Lopez è stata molto probabilmente preterintenzionale (cosa che non considero affatto un’attenuante): tutte le sere, infatti, quelle centinaia di batterie implicano un rozzo cerimoniale sadico.
L’impunità di tutti questi anni per i delinquenti borghesi e in specie neofasciti non ha niente da invidiare all’impunità dei criminali di borgata. (I fratelli Carlino, di Torpignattara, godevano della stessa libertà condizionale dei pariolini.) Impunità miracolosamente conclusasi in parte con il 15 giugno.
Cosa dedurre da tutto questo? Che la "cancrena" non si diffonde da alcuni strati della borghesia (romana) (neofascista) contagiando il paese e quindi il popolo. Ma che c’è una fonte di corruzione ben più lontana e totale. Ed eccomi alla ripetizione della litania.
È cambiato il "modo di produzione" (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il "nuovo modo di produzione" ha prodotto quindi una nuova umanità, ossia una "nuova cultura" modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale "nuova cultura ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia. I figli della borghesia sono dunque privilegiati nel realizzarli, e, realizzandoli (con incertezza e quindi con aggressività), si pongono come esempi a coloro che economicamente sono impotenti a farlo, e vengono ridotti appunto a larvali e feroci imitatori. Di qui la loro natura sicaria, da SS. Il fenomeno riguarda così l’intero paese. E i perché sono ben chiari. Chiarezza che certo, lo ammetto, non risulta da questa tabella che ho qui stilato come un telegramma. Ma tu sai bene come documentarti, se vuoi rispondermi, discutere, replicare. Cosa che finalmente pretendo che tu faccia.
NB. I politici sono difficilmente recuperabili a una tale operazione. La loro è una lotta per la pura sopravvivenza. Devono trovare ogni giorno un aggancio per restare attaccati e inseriti là dove lottano (per sé o per gli altri, non importa). La stampa rispecchia fedelmente la quotidianità, il vortice in cui sono presi e travolti. E rispecchia anche fedelmente le parole magiche, o i puri verbalismi, cui sono attaccati riducendovi le prospettive politiche reali ("morotei", "dorotei", "alternativa", "compromesso", "giungla retributiva"). I giornalisti autori di tale rispecchiamento sembrano essere complici di tale pura quotidianità, mitizzata (come sempre la "pratica") in quanto "seria". Manovre, congiure, intrighi, intrallazzi di Palazzo passano per avvenimenti seri. Mentre per uno sguardo appena un po’ disinteressato non sono che contorcimenti tragicomici e, naturalmente, furbeschi e indegni.
I sindacalisti non possono essere di maggiore aiuto. Lama, sotto cui tutti i facitori di opinione hanno preso l’abitudine di accucciarsi come cagnette in fregola sotto il cane, non saprebbe dirci nulla. Egli è uguale e contrario, ossia contrario e uguale a Moro, con cui tratta. La realtà e le prospettive sono verbali: ciò che conta è un oggi arrangiato. Non importa se Lama è costretto a questo, mentre i democristiani vivono di questo. Oggi pare che solo platonici intellettuali (aggiungo: marxisti) - magari privi di informazione, ma certo privi di interesse e di complicità - abbiano qualche probabilità di intuire il senso di ciò che sta veramente succedendo: naturalmente però a patto che tale loro intuire venga tradotto - letteralmente tradotto - da scienziati anch’essi platonici, nei termini dell’unica scienza la cui realtà è oggettivamente certa come quella della Natura, cioè l’Economia politica.
Il Mondo, 30 ottobre 1975
 


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

lunedì 3 dicembre 2012

Pasolini esperto di facce, di Adriano Sofri



Pasolini esperto di facce
di Adriano Sofri

A distanza di trent’anni, di nuovo il crimine orrendo del Circeo e l’assassinio di Pier Paolo Pasolini si intrecciano, impedendo le commemorazioni anestetiche. Tutto si giocò in meno di un mese, tra ottobre e novembre 1975. Tutto comincia a Roma. Giovani farabutti «dorati» che caricano sulla loro auto due brave ragazze che vivono in periferia. Un adolescente di periferia che sale sull’auto di un regista e scrittore famoso. La tragedia di Pasolini si compirà all’Idroscalo di Ostia. Quella delle ragazze in una villa del Circeo. Uomini che torturano e ammazzano donne. Un ragazzo (solo o con altri: da questo punto di vista cambia poco) che ammazza un uomo cui piacciono i ragazzi. La notte buia dell’Idroscalo sembrò illuminata, spiegata e quasi resa necessaria agli occhi del pubblico dall’autopsia che Pasolini aveva appena eseguito sull’orrore del Circeo.
Quello scenario raccapricciante era parso quasi esemplare: figli viziati di padri benestanti e complici, autori di infinite bravate ignorate da polizia e giudici, fascisti, maschilisti; e di là ragazze fiduciose e ingannate, tormentate e umiliate a morte. Tutti videro lo scandalo ripugnante e chiesero giustizia: per le ragazze povere contro i bellimbusti ricchi, per le borgate rosse contro i quartieri alti neri. Pasolini ci vide altro, e sfidò l’evidenza apparente. La stessa violenza capricciosa e compiaciuta covava dentro quel popolo che fino ad allora si era tenuto illeso dalla corruzione del consumismo e dello sviluppo... Eravamo stati amici e compagni, di Pasolini. Ora eravamo distanti. Rileggo la nostra reazione, di «rivoluzionari classisti», al delitto del Circeo: «Questi giovani cercano due ragazze per violentarle e poi buttarle via, massacrate. Cercano due ragazze, perché sia soddisfatta la loro potenza di maschi. Le cercano povere, perché sia soddisfatta la loro potenza di padroni... Confinare questa infamia nel fascismo è un’operazione di comodo... L’esasperazione della violenza indiscriminata e l’ideologia della catastrofe sono i due strumenti opposti ma convergenti per contagiare il proletariato, per far passare la propria fine come la fine di tutto. La seminazione del tribalismo, del razzismo, della violenza sessuale, dell’aggressività quotidiana dalla civiltà automobilistica al tifo sportivo, allo stato d’assedio poliziesco, della costrizione alla delinquenza comune, della distruzione pianificata della droga (un’industria di stato negli Usa, un’industria marciante in Italia) e dell’alcolismo, della paura e del culto della forza, tutto questo è parte del tentativo di coprire la guerra di classe con la guerra di tutti contro tutti.

Non c’entrano le idiozie sull’ingresso del nostro Paese nel novero dei Paesi maturi dell’imperialismo, sulla fine di una cultura e di una morale contadina, come di una cultura e di una morale borghese umanistica, secondo i temi reazionari degli esibizionisti dell’ideologia piccolo-borghese e dei nostalgici revisionisti del cattolicesimo...».Dicevamo queste cose, con un tono insolitamente aspro, contro il Pasolini del Corriere della sera: «Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l’universo popolare romano è un universo odioso» scrisse nell’ultimo articolo dopo il delitto del Circeo. «La mia esperienza privata, quotidiana, esistenziale, che oppongo ancora una volta all’offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose, mi insegna che non c’è più alcuna differenza vera verso il reale e nel conseguente comportamento tra borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate». Vedete l’orgogliosa rivendicazione di sé, della propria differenza da quelli «che non vivono». Pasolini rivendica di vivere ciò di cui gli altri tutt’al più parlano: getta nella mischia, a testimoniare e certificare le parole, il proprio corpo, ed è infine il suo corpo martoriato che lascerà sul terreno.
Avvenne così che le circostanze e il modo della sua morte ci caddero addosso come una sfida non più riparabile, come la prova definitiva della sua ragione. Non che noi fossimo ottimisti e lui pessimista. Piuttosto, pessimisti lui e noi, leggevamo nella sua sentenza drastica una lucidità «disfattista», la rinuncia a battersi ancora in nome di una solidarietà comune. Eravamo sempre rivoluzionari, ma sull’orlo di una crisi di nervi. Scrivemmo dopo la sua morte: «È contro questa visione della realtà che noi abbiamo molte volte polemizzato con Pasolini, senza alcun ottimismo pragmatico, senza alcun ottimismo "riformista", ma guardando a ciò che avviene ogni giorno nel proletariato: al modo in cui i giovani e i vecchi delle borgate di Roma hanno accompagnato i funerali di Rosaria Lopez... Pasolini aveva scritto una settimana fa su un quotidiano: "Guardate le facce dei giovani teppisti arrestati a Milano: vedrete dai loro tratti somatici che sono privi di pietà". Noi non crediamo alla corrispondenza fra i tratti somatici e i sentimenti». Ma Pasolini era stato un vero esperto di facce. Aveva trovato «adorabili» anche noi; quel suo aggettivo che Leonardo Sciascia dichiarava impraticabile da sé, se non per la sua donna e per Stendhal... Su quell’aggettivo costruì anche il suo involontario testamento, il saluto al congresso radicale che fu letto postumo: «a) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. b) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono, e addirittura ci rinunciano».


Avevo riletto quel tremendo frangente della nostra vita pubblica e privata l’anno scorso, quando Valeria Gandus e Pier Mario Fasanotti, autori ben noti a lettrici e lettori di Panorama, pubblicarono un libro sui delitti degli anni 70 (Bang bang, Tropea), riservando due capitoli al Circeo e a Ostia. Né loro né io potevamo immaginare che i trent’anni da quella voragine sarebbero stati celebrati da uno degli assassini del Circeo torturando e assassinando due donne inermi, madre e figlia quattordicenne. Che cosa sia l’Italia di oggi, con che facce e che capigliature andiamo incontro al nostro prossimo in quest’altro novembre, non ci ricordiamo più di chiedercelo.

Adriano Sofri 15/11/2005

Fonte: Panorama




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Blog creato da Bruno Esposito

Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

"La storia incomincia là dove finisce". Fascinazione per l’antico e impegno nel presente


"ERETICO & CORSARO" 
 
La storia incomincia là dove finisce".
 Fascinazione per l’antico e impegno nel presente 
di Anna Beltrametti, Università di Pavia *


Non nascondo che l’invito dell’INDA a questo incontro mi ha causato qualche perplessità. Non credo di aver titolo per parlare di Pasolini poeta civile, per contribuire a un tema dibattuto in tutte le tonalità e in tutti i registri, sui giornali e nelle aule universitarie, talvolta anche ridotto a pettegolezzo, fin da quando Pasolini era in vita. Altri hanno la competenza e la memoria per riprendere con vigore quel dibattito e sottrarlo alle derive meno interessanti. E temo che anche l’argomento più circoscritto di Pasolini e l’Antico sia stato ormai esaurito dalle sistematiche trattazioni di Massimo Fusillo e di altri specialisti.
D’altra parte, l’occasione mi sembrava buona per rileggere un autore che avevo letto quando ero troppo giovane e con l’orecchio troppo teso alla poesia o agli echi dell’Antichità. E l’occasione mi ha regalato una riscoperta appassionante. Non si può non provare stupore oggi, un fecondo stupore, nel riattraversare pagine in cui la pratica intellettuale e la vita si fondono completamente, in cui l’esercizio del pensiero si realizza come impegno e l’impegno stimola il pensare. Siamo in tempo di decostruzionismo totalmente sbilanciato sulla ricezione che svuota le scritture riducendole a ironici giochi linguistici. Siamo in tempo di tecnicismi asettici che spaventano anche i più autorevoli maestri dello strutturalismo, Tzvetan Todorov e Cesare Segre che tracciò e difese sempre, con Maria Corti, la via italiana e storica dello strutturalismo. Siamo andati oltre le premesse di quell’attenzione ai testi su cui era fondata la buona critica scientifica, forse le abbiamo contraddette per eccesso di zelo formale. O per paura di affrontare le più delicate implicazioni, le questioni più brucianti della letteratura?
Leggere a più riprese e in diverse sfumature, in Pasolini, sia nelle pagine che riguardano l’Arialda di Testori e la censura (Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999, pp. 923-926) sia nei saggi letterari e sul teatro, che "la qualità della pagina fa la moralità della pagina" è sorprendente. E lo è ora più di allora, quando Pasolini scriveva, nei primi anni Sessanta e il tema dell’impegno attraversava l’Europa, con differenti esiti, sull’onda dell’engagement più teorico che creativo – così almeno pensava Pasolini (op. cit. p. 1065) - sostenuto a Parigi dalla saggistica di Sartre. Ora che abbiamo affrontato o subito tutti i discorsi dei metodi e sui metodi, che abbiamo dibattuto troppo a lungo sull’impegno o sull’autonomia della letteratura - scambiando talvolta l’impegno con la propaganda e l’autonomia con l’autoreferenzialità discorsiva totale - l’affermazione di Pasolini, formulata con estrema semplicità, e quasi en passant in un dialogo con i lettori di «Vie Nuove», ci porta immediatamente oltre l’aporia. Se la scrittura è di qualità e lo scrittore è consapevole dei codici di cui si avvale, essi sono per ciò stesso anche d’impegno. Quand’anche non sia "Poesia con la P maiuscola", più ha la forza di strutturare i suoi contenuti attraverso un serio impianto sintattico e un buon impasto linguistico che producono senso e spostano il livello dell’attenzione rispetto a quello della comunicazione ordinaria, più è arte e più, la scrittura, arriva a riscattare il ruolo dello scrittore e il mondo che egli esprime sottraendolo alla chiacchiera di consumo.
Quella che allora era una lucida intuizione tra le altre - non c’è ricerca artistica autentica che non si traduca in impegno e non c’è impegno autentico che non comporti anche ricerca di mezzi intellettuali e espressivi efficaci - ora potrebbe segnalarci una via d’uscita. Ora che la globalizzazione si è compiuta in molti ambiti al prezzo molto costoso dell’omologazione e della piatta orizzontalità in cui le differenze non si armonizzano, ma si cancellano progressivamente, ora che la dimensione della profondità si è assorbita in forme di acculturazione sempre più larghe e più povere, in un neo-alfabetismo di superficie (più lingue, ma malconosciute, più informatica, ma subita invece che governata, più matematica di base, ma senza il senso delle operazioni possibili), la rivendicazione della qualità della scrittura come forza d’impatto si traduce in un appello molto forte.
Riconsiderato a posteriori, anche alla luce di una produzione che in quegli anni di «Vie Nuove» ancora doveva arrivare, questo principio della qualità risulta del tutto coerente con il tema pasoliniano maggiore e più costante della "scandalosa forza rivoluzionaria del passato". Qualità e passato possono ora apparire come due facce dell’autentico o due vie privilegiate per raggiungere l’autenticità, e non solo nel senso antinovecentesco di «Officina».
Allora, negli anni Sessanta del neocapitalismo rampante, delle lotte di classe e della fede nel progresso, Asor Rosa commentava l’attaccamento di Pasolini al passato come regressione. Per Franco Fortini, nella sua più complessa riflessione, esso significava una sorta di tradimento della causa. Ora che la visionarietà apocalittica di Pasolini, con tutte le sue paure, si è inverata nel consumismo ottundente della fine del ventesimo secolo, il suo secolo, e nella povertà non solo materiale di questo inizio del nuovo millennio, il tema pasoliniano maturato per reazione alla modernità del Novecento, sembra invece aver colto il nucleo più stabile del tragico novecentesco e aver prefigurato il disagio che ci avrebbe travolti, tutti e qualunque fosse la nostra posizione sociale e ideologica, dopo l’euforia dei giochi postmoderni.
Quell’attaccamento alla civiltà contadina e ai dialetti e poi quell’attenzione per il sottoproletariato urbano non ancora addomesticato dal benessere né nei comportamenti né nella lingua, che allora apparivano la difesa disperata, se non patetica, di un mondo irrecuperabile e per molti aspetti da non recuperare, ora possono essere riletti come la potente versione personale, pasoliniana, della tragedia dello sradicamento fisico e dello straniamento intellettuale.
Vi si possono ancora percepire gli echi del dramma dell’inurbamento coatto del secondo dopoguerra, con le corollarie mutazioni antropologiche, e del successivo smarrimento delle coscienze, del perdere e del perdersi nella modernità. Dello speciale perdersi degli intellettuali che per il dono, o per la zavorra, del proprio sapere e della propria consapevolezza non potevano e non possono lasciarsi vivere e sono condannati a comprendere, spesso con la tentazione di non voler capire, quello che stanno vivendo.
E’ il dramma di cui Pasolini scrive vivendolo, in un continuum osmotico e prolungato di furia biografica che si traduce in scrittura e di scrittura che si moltiplica in poesia, traduzioni, sceneggiature, drammaturgie, saggistica, giornalismo nell’urgenza esasperata di voler esprimere appieno le passioni e le abiure della vita.
L’ossessione del passato che non passa e che Pasolini non vuole lasciare passare è il filo conduttore di Il sogno del Centauro, la raccolta in cui confluiscono le interviste con Jean Duflot, dal 1969 al 1975, di quegli ultimi anni in cui i progetti si intrecciavano con le retrospettive e la consapevolezza delle scelte era totale, alla luce implacabile degli esiti. Permanere e modificarsi, questo è il tema specificamente pasoliniano che nel 1969 aveva preso icasticamente corpo nei due centauri del finale della Medea, quando il più antico centauro sacro, maestro di Giasone bambino, ha generato un nuovo centauro che lo affianca, quello dell’adultezza di Giasone (di Pasolini ?), dei superamenti (scadimenti?) compiuti, delle dissacrazioni. Due centauri dunque e non lo sdoppiamento del primo e unico, come pensava Duflot, per alludere alla rottura tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta. Non dualismo, ma "l’incontro e la compresenza del vecchio e del nuovo – rimarca Pasolini (Il Centauro, op. cit., p. 1473) – a significare che la cosa sacra, una volta dissacrata, non viene meno".
Non solo la cosa sacra e antica non scompare dopo i superamenti e le dissacrazioni, ma si era da sempre imposta a Pasolini come nostalgia della terra, del mondo contadino, del mito fino a creargli imbarazzo, la bruciante consapevolezza di non poter tradurre ciò che sentiva poeticamente in linguaggio saggistico senza correre il rischio del tradizionalismo reazionario e dell’utopia. Sono la scoperta dell’antichità liberata dalle superfetazioni classicistiche e poi il ricorso alla barbarie, a un mondo più antico del proprio vissuto e poi assolutamente arcaico, a condurre Pasolini fuori dall’impasse, a riscattare la nostalgia sotto la specie di memoria culturale. Non doveva però esserci spazio di equivoco: la barbarie non doveva essere scambiata con la perversione nazista a cui il termine era comunemente riferito per traslato nel secondo dopoguerra. Con barbarie, "la parola che amo di più", Pasolini intendeva "lo stato che precede la civiltà, la nostra civiltà: quella del buon senso, della provvidenza, del senso del futuro", "qualcosa di puro, di buono, in cui la ferocia compare solo in casi eccezionali" , che "più primitiva è, meno è interessata, calcolatrice, aggressiva, terroristica" (Elogio della barbarie, nostalgia del sacro). Intendeva, senza mai dirselo né dirlo ai suoi lettori, una rappresentazione mentale complessa che era maturata nella sua poetica come esito estremo del primitivismo già affiorante in Canto popolare e nelle Ceneri di Gramsci e infine esplosa nella spettacolare ambientazione della Medea. Qualcosa che Pasolini collegava con i suoi viaggi africani, ma di cui l’Africa era una proiezione secondaria più che il referente reale. Un orizzonte nuovo, in cui dislocare urgenze e sogni di autenticità non compromessi dalle ingiustizie che impedivano di idealizzare a oltranza il passato prossimo dell’Italia contadina. Una costruzione, un sistema complesso di segni in cui la topografia scabra, inondata-bruciata dal sole, del Marocco o della Cappadocia e l’arcaico dei costumi - talvolta soltanto l’esotico evocativo dell’arcaico – interferiscono con la scadente modernità delle scene urbane, generando un non-tempo e un non-luogo, un quadro onirico, additivo e atemporale, in cui il Terzo Mondo preindustriale - Africa, barbarie, primordialità, mito - fluisce nel Primo, l’Occidente, di cui è contemporaneo, con la stessa forza con cui il passato e il rimosso irrompono talvolta nel presente turbandolo e imponendogli dinamiche inattese.
Si potrebbe ripercorrere le tappe più significative, poetiche e filmiche, di questo Leitmotivmeglio, di questo tema irriducibile della storia che incomincia là dove finisce. E’ il nocciolo di senso dal quale si svolge e intorno al quale si riavvolge la vicenda biografica e poetica di Pasolini, il centro di tutte le sue storie, narrate o filmate, l’innesto in cui gli sembra di poter riconoscere anche il principio della grande storia. Sicuramente esso trova nell’Edipo re del 1967 la sua resa più alta e intensa e di quel film descrive-riassume l’intenzione dominante. Di là infatti viene la citazione, dalla didascalia della sceneggiatura, quando sulla scena dell’antica Tebe che sfuma si imprime la contemporaneità del Portico della Morte, di Bologna e della periferia industriale in cui si aggira Edipo-Franco Citti con il suo volto-maschera, il suo flauto e la sua poesia.
E quel film, l’Edipo re, è la sublime espansione poetica di quella didascalia che ne contiene la chiave: un epilogo di erranza cieca, adulta, urbana e suburbana risponde, chiudendo circolarmente la vicenda, a un prologo georgico, girato nelle dolcissime, lattiginose campagne lodigiane-pavesi delle risaie, in cui nasce un bambino che il padre teme potrà rubargli l’amore della moglie; incastonato in questa cornice novecentesca, autobiografica e freudiana, l’intreccio antico di Sofocle come un sogno o come una gemma si rianima alla luce della memoria e illumina, a sua volta, i luoghi ciechi dell’inconscio. La costruzione a incastri è emblematica, in essa si realizza al meglio e si condensa il più tipico procedimento poetico pasoliniano.

"Volevo fare il film liberamente. Quando lo realizzai avevo in mente due obiettivi: primo, presentare una sorta di autobiografia, completamente metaforica e quindi mitizzata; secondo, affrontare sia il problema della psicanalisi sia quello del mito. Ma anziché proiettare il mito sulla psicanalisi, proiettai la psicanalisi sul mito… Misi in Edipo cose che non erano in Sofocle, ma che non credo siano al di fuori della psicanalisi" (Pasolini su Pasolini, Conversazioni con Jon Halliday 1968-1971, op. cit. p. 1363).

I brancolamenti del presente innescano il ricordo del passato più prossimo, della propria origine, e tutta la vicenda prende senso alla luce del passato più remoto, del mito senza tempo in cui si riflette. E’ tutto più chiaro se si legge il film come un’anamnesi psicanalitica, dalla fine: un uomo, Pasolini o un suo contemporaneo, si cerca attraverso Freud e riscopre il triangolo della propria infanzia attraverso Sofocle riletto da Freud, scorge Edipo incorporato nel proprio cuore mentre legge Sofocle introiettato nel pensiero di Freud. Nella propria vita scorge la replica quasi fedele del mito e al centro della grande avventura novecentesca della psicanalisi riconosce il nucleo della peripezia tragica antica. 
Tutto ricomincia e deve ricominciare là dove si credeva che finisse, dal ventre della madre evocato da Pilade per Oreste (Pilade, III episodio): 

E invece tutto torna indietro
la più grande attrazione di ognuno di noi
è il Passato, perché è l’unica cosa
che noi conosciamo veramente.
Tanto che confondiamo con esso la vita
E’ il ventre di nostra madre la mèta.

Impossibile non citare questo passaggio rileggendo Pasolini sul filo del nesso passato-presente. Tanto più che questa battuta risuona nella tragedia che, scritta negli stessi mesi di elaborazione dell’Edipo - la prima stesura è del 1966 e la prima pubblicazione in «Nuovi Argomenti» del 1967 - era la continuazione ideale della trilogia eschilea, di quell’Orestea che culmina nel matricidio compiuto da Oreste al centro del secondo dramma, le Coefore, e di tutta la composizione drammatica nel suo complesso. Una risposta al gesto di Oreste e al mondo della politica che sul quel gesto estremo sembrava essersi inaugurato. Una risposta per contraddire la ricostruzione di Eschilo? O per comprenderla più profondamente dei filologi? 
La traduzione dell’Orestea era stata commissionata a Pasolini da Gassman e da Lucignani nel 1959 per la compagnia del Teatro Popolare Italiano, in vista dello spettacolo che l’INDA avrebbe prodotto nella primavera 1960 al teatro greco di Siracusa. Era per lui la prima occasione di confronto non scolastico e non amatoriale con la drammaturgia attica e l’incontro fu subito passione. Nella Lettera del traduttore che accompagna l’edizione, Pasolini descrive un corpo a corpo famelico con il testo eschileo:

Mi sono gettato sul testo a divorarlo come una belva in pace: un cane sull’osso, uno stupendo osso carico di carne magra, stretto tra le zampe, a proteggerlo contro un infimo campo visivo". 

Sono parole e immagini che lasciano intendere qualcosa che va oltre la consonanza intellettuale di Pasolini con l’antico Eschilo. Pasolini si descrive come se in quella trilogia legata, l’unica che ci sia pervenuta dalla ricchissima produzione del V secolo attico, avesse trovato qualcosa che cercava da tempo, qualcosa che apparteneva anche a lui e che non voleva lasciarsi sottrarre, che lo riguardava o lo inquietava, e che mai era riuscito a esprimere con la stessa potente sintesi. 
Eschilo e in particolare l’Orestea avevano avuto un vero e proprio revival con il saggio di George Thompson, Aeschylus and Athens. A Study in the Social Origins of Greek Tragedy, uscito a Oxford nel 1941 e tradotto italiano per Einaudi nel 1949. Alle perplessità che lo studio andava suscitando nei filologi faceva da contrappeso l’interesse culturale più ampio, risvegliato da una lettura che sembrava scoprire il realismo del teatro antico e riscattarlo all’attenzione della critica marxista, zdanovista per essere più precisi. Erano infatti, quelli, gli anni di Andreij Zdanov presidente del Kominform e nume tutelare dell’ortodossia estetica e dunque etica della letteratura e dell’arte. L’ipotesi interpretativa di Thomson, influenzata da Engels di L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato e indirettamente, attraverso le critiche argomentate da Engels, anche da Bachofen di Il Matriarcato, batteva sulle valenze politiche della trilogia e in particolare sulla drammatizzazione del passaggio, sul progresso, dalla più arcaica società tribale alla più giusta società delle istituzioni democratiche. Pasolini la faceva propria nelle grandi linee e gli sembrava restituire a Eschilo - alla "sua allusività politica che era quanto di più suggestivo si potesse dare in un testo classico per un autore quale io vorrei essere" (Lettera del traduttore) - quella forza di impatto che riteneva attutita dal classicismo degli interpreti accademici più accreditati. Ma Pasolini andava oltre Thompson, oltre il suo ottimismo che sembrava non accorgersi delle insinuazioni eschilee, e oltre i filologi con il loro professionale attaccamento alla lettera del testo. 
Con un’intelligenza poetica e drammaturgica che segue altre strade, Pasolini intuisce quello che né l’intelligenza, la competenza, linguistica dei filologi né il realismo progressista di Thomson avevano colto appieno fino ad allora. Pasolini intuisce che il nucleo drammatico essenziale, verbalizzato nella trilogia e in apparente contraddizione con la direttrice narrativa dell’intreccio, non è il passaggio dal vecchio al nuovo ordine del mondo. Di questo passaggio si era incaricata e si incarica sempre la storia che procede implacabile anche ai prezzi altissimi della violenza e del crimine. Pasolini comprende per primo che il vero tema dell’Orestea coincide con il suo tema eccellente e primario della sopravvivenza irriducibile del passato negli individui e nelle società, della difficilissima, ma necessaria ritessitura del vecchio nel nuovo mondo che non voglia smarrire il sesto né il senso. E ritessere il passato nel presente e futuro vuol dire, per Pasolini , riprendere anche i fili delle credenze, delle superstizioni, dell’irrazionale, non permettere che i legami di sangue siano superati dai vincoli simbolici della politica o delle alleanze, che la ragione utilitaristica non azzeri gli affetti e le passioni.

La lettera del traduttore è molto esplicita: 


"certi elementi del mondo antico, appena superato, non andranno del tutto repressi, ignorati, andranno piuttosto acquisiti, riassimilati e, naturalmente, modificati; l’irrazionale, rappresentato dalle Erinni, non deve essere rimosso, ma semplicemente arginato… Le Maledizioni si trasformano in Benedizioni. L’incertezza esistenziale della società primitiva permane come categoria dell’angoscia esistenziale o della fantasia nella società evoluta". 

E’ indubbio che Pasolini stia proiettando le categorie e il malessere del suo tempo sulla scrittura di Eschilo. Ma è altrettanto certo che egli coglie perfettamente il centro del conflitto antico, il doppio vincolo in cui si dibattono coloro che vivono le grandi modernizzazioni epocali, gli eroi di Eschilo e quelli di Sofocle, questo Oreste in particolare, e soprattutto i suoi spettatori del 458, alla fine della democrazia areopagitica o dell’età cimoniana, comunque si voglia definire la violenta stagione di assestamento che segue le vittorie dei Greci sui Persiani e la costituzione dell’impero ateniese.
La predilezione di Pasolini per l’ultimo dramma, le Eumenidi, e per il suo finale in cui Atena accompagna con un commento didascalico il mutarsi delle dee della vendetta di sangue nelle dee della concordia politica è la premessa alla battuta di Pilade nella tragedia pasoliniana del 1967: "E invece tutto torna indietro… E’ il ventre di nostra madre la mèta". La premessa soltanto, perché la battuta di Pilade va oltre la mediazione imposta da Atena e ne sconfessa la tenuta. Il nuovo ordine che era stato inaugurato dal matricidio dell’Oreste eschileo non avrebbe potuto sussistere senza metabolizzare le dee della madre e tutto quello di cui la madre e le sue Erinni erano simbolo: la parentela, la legittimità, la tradizione con tutte le sue consolazioni e le sue trappole. Ma la modernità dell’Oreste pasoliniano, il suo progetto liberale, non può più contare su quella pacificazione e deve necessariamente fare i conti con il richiamo della madre, con il suo ritorno, avvertito da Pilade. Negli anni che intercorrono tra la traduzione dell’Orestea e la scrittura del Pilade, contemporanea alla regia dell’Edipo, Pasolini non si limita a coltivare quella lucida percezione del passato che urge nel presente, del vecchio annidato nel nuovo, che lo aveva folgorato traducendo Eschilo e aveva poi ritrovato in Sofocle. Quasi che la scoperta di Eschilo lo avesse portato a una più profonda coscienza - anche forse a un più motivato orgoglio - del suo specifico tema autoriale e, insieme, gli avesse suggerito buone strategie per esprimerlo, Pasolini incomincia a rivisitare gli intrecci antichi anche per le pieghe che avrebbero potuto prendere e non avevano preso, con la stessa aggressività dei drammaturghi attici, per riscriverli variandoli senza ritegno, per espanderli, per reinterpretarli. 
"Misi in Edipo cose che non erano in Sofocle". Mise anche in Pilade cose che non erano nel personaggio antico, non solo nel silenzioso Pilade delle Coefore o delle due Elettra, quella di Euripide e quella di Sofocle, ma neppure nel più attivo personaggio dell’Oreste euripideo. E mise in Teorema, del 1968, cose che non erano nelle Baccanti di Euripide. E ancora in Affabulazione, dell’estate 1969, cose che non erano nell’Edipo antico e neppure nel suo Edipo re di due anni prima e che lo rovesciavano. Negli Appunti per un’Orestiade africana, cose che non erano nell’Orestea. Complici la malattia e la convalescenza della primavera-estate 1966, in una stagione di letture intensive del teatro attico e dei dialoghi platonici, Pasolini riprende alcuni intrecci antichi modificandoli fino ai limiti della riconoscibilità, con la stessa irriverenza con cui i drammaturghi tragici avevano lavorato nei loro intrecci la malleabile materia mitica delle tradizioni, piegandola ai nuovi temi della polis, deattualizzando nel filtro dei miti i drammi sociali della contemporaneità politica. Ma anche con la stessa ostinazione con cui Euripide si era adoperato a smagliare gli intrecci degli altri poeti, specie quelli eschilei, svuotandoli di senso e ritramandoli secondo altri  disegni, talvolta anche in opposte direzioni di senso. 

E’ Euripide forse a segnare l’ultima svolta nel percorso intrapreso da Pasolini con la traduzione dell’Orestea, a fargli prendere le distanze dal teatro di Eschilo e di Sofocle che resta politicocentrico, malgrado l’acutissimo senso dei due drammaturghi per la tradizione che persiste dentro la modernità della polis e la inquieta, sempre sul punto di travolgerla. Dopo la lettura della Medea, in cui Euripide smaschera la retorica politica affidata a un Giasone post-eroe e cittadino di basso profilo - borghese piccolo piccolo, verrebbe da dire con un grave anacronismo - dopo la lettura delle Baccanti, in cui Euripide spettacolarizza la caduta di Penteo, fatto a pezzi come il suo logos arrogante sfibrato dalla follia dionisiaca, è il teatro della barbarie a prendere il sopravvento sul teatro della polis che si era imposto sulla poesia del popolo. E’ Euripide che restituisce ragioni e verità alla violenza barbara di Medea e di Dioniso, della Colchide e dell’Asia, a distogliere lo sguardo di Pasolini dalla Grecia del pragmatismo opportunistico di Giasone, del potere senza qualità di Penteo, del matricidio criminale di Oreste, a suscitare il miraggio barbaro. A sostituire il passato della Grecia, anch’esso troppo greco e gravido di ragione utilitaristica e di storia compromettente, con l’altrove barbaro in cui anche la forza è più ingenua che bruta, in cui la preistoria non è ancora finita e la storia non ancora cominciata, in cui si può riconoscere l’inizio più autentico da cui ripartire. 

Ma come avrebbe commentato, Pasolini, l’appena avvenuta pubblica esecuzione delle streghe in Kenya, dopo un processo sommario e una condanna esemplare? Come avrebbe reagito a questa nuova e maligna mescolanza di magia e tecnologia, di arcaico, barbaro, e globalizzato? 



Fonte:  INDAFONDAZIONE

* Testo dell’intervento di Anna Beltrametti al Convegno “Pasolini Poeta Civile”, promosso dalla Fondazione INDA e dalla Fondazione Banco di Sicilia. Siracusa,  Palazzo Greco, 26 maggio 2008
 


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.