mercoledì 31 ottobre 2012

Pasolini ed Ezra Pound: un incontro di poesia e di amicizia

Eretico e Corsaro


A trentasette anni dalla morte il segno che Pier Paolo Pasolini ha impresso nella cultura e nella società è ancora vivo e bruciante, così come la brutalità dell'omicidio che all'alba del 2 novembre 1975 lo strappò alla vita – in circostanze mai del tutto chiarite fino in fondo – nello squallido scenario dell'Idroscalo di Ostia.

La ricorrenza non può passare inosservata, men che meno se ci si chiede quanto altro avrebbe avuto da raccontare e da dire, con la versatilità artistica e umana che lo ha reso una delle figure più incisive del panorama della cultura internazionale. Non etichettabile, in nessun modo inquadrabile, Pasolini è stato poeta, romanziere, drammaturgo, linguista, giornalista e cineasta, ma soprattutto finissimo e originale osservatore, narratore e testimone della società italiana, delle sue trasformazioni e dei suoi mutamenti.
Oggi avrebbe novant'anni, eppure il peso della sua assenza non si è mai alleggerito.
Il ricordo che oggi scegliamo di proporre, dagli archivi delle Teche Rai, per celebrarne l'immagine e la figura è legato a un evento che precede di quasi un decennio la sua tragica scomparsa.
E' infatti un Pier Paolo Pasolini ancora giovane e visibilmente emozionato quello che nell'autunno del 1968 incontra per la prima volta, a Venezia, il poeta americano Ezra Pound.
L'occasione è molto più che una semplice intervista, ma un evento di portata storica: non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali.
Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall'esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l'America, per appoggiare il regime fascista. Dall'altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un'Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca epressiva e stilistica di narratore.

Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l'incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche. E' il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità.  



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito

Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

Pier Paolo Pasolini - Neropetrolio: una tenebrosa storia, tutta italiana


  


Pier Paolo Pasolini - Neropetrolio:
una tenebrosa storia, tutta italiana


Quella del petrolio italiano è una linea nera che attraversa tutto il Novecento e risale al 1923 quando il principe Gelasio Caetani, nuovo ambasciatore fascista a Washington, ritorna in Italia con un filmato molto convincente: si tratta di “The history of petroleum”, una pellicola che spiega la potenzialità dell’oro nero.

L'Italia ha la prima occasione di affrancarsi dalla "servitù petrolifera" in Libia, quando con le sue ricerche Ardito Desio scopre il petrolio. La morte di Italo Balbo e la guerra annulleranno però questa ipotesi. Sorprendendo tutti, Mattei, uno dei leader della Resistenza, nel dopoguerra si fa assegnare l'Agip, considerato un ente decotto e da liquidare. La sua politica industriale in favore dei paesi mediorientali produttori, i suoi rapporti con l'Unione Sovietica, l'intelligenza e la velocità nell'aprire rapporti commerciali, il credito personale di cui gode nel cosiddetto "Terzo mondo", mettono in allarme il mercato petrolifero mondiale. L'attentato in cui viene ucciso, come accertato dalla sentenza dei giudici di Pavia, ferma la sua battaglia contro le "sette sorelle": di nuovo per il Paese niente più autonomia petrolifera, niente più libera competizione nel rifornimento di petrolio.



 Eugenio Cefis riporterà poi l'Italia sotto l'ombrello delle "sette sorelle".Questa lunga, tenebrosa storia, è stata ricostruita con grande precisione e visioni a dir poco inquietanti, nel documentario di Roberto Olla, Nero Petrolio, andato in onda domenica 19 settembre nello Speciale Tg1 alle ore 23.30, a chiudere il primo ciclo di “Il documentario”, prodotto dalla Bibi Film per Rai Cinema e Speciale Tg1. Una storia che unisce Enrico Mattei a Pier Paolo Pasolini e al suo romanzo incompiuto ‘Petrolio’, la “summa” di tutti i romanzi, secondo le sue intenzioni, un libro per il quale prevedeva almeno 2000 pagine e a cui stava lavorando quando è stato ucciso.
Si ricorderà che a marzo scorso, Marcello Dell'Utri, presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato, in occasione della conferenza stampa che si tenne a Milano per presentare la XXI mostra del Libro Antico, dichiarò di essere entrato in possesso di un capitolo mai stampato di quel libro, in cui si parlava di ENI e Cefis ai tempi del delitto Mattei. E sempre a marzo di quest’anno, per i tipi Chiarelettere, è uscito un saggio di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, intitolato “Profondo nero”, in cui si parla del fato che sia Mauro De Mauro che Pasolini erano stati uccisi perché avevano avuto l'ardire di non accontentarsi della versione ufficiale, quella che voleva Mattei vittima di un banale incidente, ma erano andati ad indagare, a ricostruire, a ficcare il naso là dove la storia non convinceva. De Mauro per il regista Rosi, che preparava Il caso Mattei, Pasolini per il suo ultimo romanzo: appunto Petrolio. Poco prima di essere ucciso all’idroscalo di Ostia, sul 'Corriere della Sera aveva dichiarato': "Io so. Ma non ho le prove". Pasolini disse della sua ultima opera di narrativa: "Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie". Così scriveva il 10 gennaio 1975. Tutto quanto lo scrittore era riuscito a comporre è stato pubblicato, all'inizio, nel 1992, da Einaudi: un libro dalla copertina bianca, tutta bianca; con il sil volume pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. Copertina bianca conl titolo in rosso, colore archetipico, il "primario" di tutti i colori. In verità ciò che fu pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. Paolo Volponi, nel 1976, riferendosi all'ultimo colloquio avuto con Pier Paolo Pasolini, suo grande amico, racconta che Pasolini gli disse: “Io adesso, finito Salò, non farò più cinema, almeno per molti anni. Ho scritto apposta l'Abiura della Trilogia della vita e non farò più cinema.

Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho ricominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S'intitolerà Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sarà un dirigente industriale in crisi". La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso (quello di Dell’Utri) già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia. Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica? Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire. Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro.

Vi leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”. Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori. 

Il capitolo, scrive il 4 aprile scorso Luigi De Luca, passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri, un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Si dice che Edward Bernays, il nipote americano di Sigmund Freud, abbia inventato la moderna propaganda. Durante la Prima Guerra Mondiale era membro di un gruppo di influenti liberali che montarono una segreta campagna governativa per persuadere gli Americani riluttanti all’idea di inviare l’esercito al massacro in Europa. Nel suo libro “Propaganda”, pubblicato nel 1928, Bernays scrive che una “manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica” e che i manipolatori “costituiscono un governo invisibile che è il vero potere esecutivo nel nostro paese”. Invece del termine propaganda egli coniò l’eufemismo “pubbliche relazioni”.

Tutto questo Pasolini lo sapeva e voleva denunciarlo. Tutto questo è visibile, non solo in tralice, nel documentario di Roberto Olla, che speriamo non abbia a sparire nelle teche Rai. Interessante è ciò che Olla, giornalista di Rai Storia, di origine algherese, ha dichiarato. “Da noi anche il petrolio è più nero che altrove. Abbiamo cominciato presto: l’era dell’oro nero era appena agli albori, Mussolini prendeva il potere, il suo nuovo ambasciatore a Washington, il principe e ingegnere minerario Gelasio Caetani apriva la strada del mercato nazionale alla Sinclair, l’ultima arrivata tra quelle che Mattei chiamerà “le sette sorelle”, le compagnie petrolifere che dominavano il mercato mondiale. Giacomo Matteotti. Una squadra di assassini, la cosiddetta “Ceka” fascista, guidata dal killer italo- mericano Amerigo Dumini (scuola gangsteristica di Chicago) lo eliminò prima che potesse parlare. Il giornalista Mauro De Mauro indagò sulla fine di Mattei e anche lui venne eliminato. Pierpaolo Pasolini, affascinato e inquietato ad un tempo da questo intrigo di potere e affari, cominciò un indagine con i suoi strumenti: un nuovo romanzo intitolato “Petrolio”. Lo assassinarono all’idroscalo di Ostia e sulla sua fine lavora la magistratura per riaprire l’inchiesta. È questa non è che una parte, piccola, della catena di delitti legata al nostro nero petrolio”.


fonte: 5 aprile 2012, http://www.ilcapoluogo.com/

Nero Petrolio , l'intera puntata in 7 video .



NERO PETROLIO

di Roberto Olla

user posted image

user posted image





:::->Trama<-:::

Quella del petrolio italiano è una linea nera che attraversa tutto il Novecento e risale al 1923 quando il principe Gelasio Caetani, nuovo ambasciatore fascista a Washington, ritorna in Italia con un filmato molto convincente: si tratta di “The history of petroleum”, una pellicola che spiega la potenzialità dell’oro nero. L'Italia ha la prima occasione di affrancarsi dalla "servitù petrolifera" in Libia, quando con le sue ricerche Ardito Desio scopre il petrolio. La morte di Italo Balbo e la guerra annulleranno però questa ipotesi. Sorprendendo tutti, Mattei, uno dei leader della Resistenza, nel dopoguerra si fa assegnare l'Agip, considerato un ente decotto e da liquidare.
 La sua politica industriale in favore dei paesi mediorientali produttori, i suoi rapporti con l'Unione Sovietica, l'intelligenza e la velocità nell'aprire rapporti commerciali, il credito personale di cui gode nel cosiddetto "Terzo mondo", mettono in allarme il mercato petrolifero mondiale. L'attentato in cui viene ucciso, come accertato dalla sentenza dei giudici di Pavia, ferma la sua battaglia contro le "sette sorelle": di nuovo per il Paese niente più autonomia petrolifera, niente più libera competizione nel rifornimento di petrolio. Eugenio Cefis riporterà poi l'Italia sotto l'ombrello delle "sette sorelle".Questa lunga, tenebrosa storia, è stata ricostruita con grande precisione e visioni a dir poco inquietanti, nel documentario di Roberto Olla, Nero Petrolio, andato in onda domenica 19 settembre nello Speciale Tg1 alle ore 23.30, a chiudere il primo ciclo di “Il documentario”, prodotto dalla Bibi Film per Rai Cinema e Speciale Tg1. Una storia che unisce Enrico Mattei a Pier Paolo Pasolini e al suo romanzo incompiuto

 ‘Petrolio’, la “summa” di tutti i romanzi, secondo le sue intenzioni, un libro per il quale prevedeva almeno 2000 pagine e a cui stava lavorando quando è stato ucciso. Si ricorderà che a marzo scorso, Marcello Dell'Utri, presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato, in occasione della conferenza stampa che si tenne a Milano per presentare la XXI mostra del Libro Antico, dichiarò di essere entrato in possesso di un capitolo mai stampato di quel libro, in cui si parlava di ENI e Cefis ai tempi del delitto Mattei. E sempre a marzo di quest’anno, per i tipi Chiarelettere, è uscito un saggio di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, intitolato “Profondo nero”, in cui si parla del fato che sia Mauro dei Mauri che Pasolini erano stati uccisi perché avevano avuto l'ardire di non accontentarsi della versione ufficiale, quella che voleva Mattei vittima di un banale incidente, ma erano andati ad indagare, a ricostruire, a ficcare il naso là dove la storia non convinceva. De Mauro per il regista Rosi, che preparava Il caso Mattei, Pasolini per il suo ultimo romanzo: appunto Petrolio. Poco prima di essere ucciso all’idroscalo di Ostia, sul 'Corriere della Sera aveva dichiarato': "Io so. Ma non ho le prove". Pasolini disse della sua ultima opera di narrativa:

 "Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie". Così scriveva il 10 gennaio 1975. Tutto quanto lo scrittore era riuscito a comporre è stato pubblicato, all'inizio, nel 1992, da Einaudi: un libro dalla copertina bianca, tutta bianca; con il sil volume pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. Copertina bianca conl titolo in rosso, colore archetipico, il "primario" di tutti i colori. In verità ciò che fu pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. . Paolo Volponi, nel 1976, riferendosi all'ultimo colloquio avuto con Pier Paolo Pasolini, suo grande amico, racconta che Pasolini gli disse:

“Io adesso, finito Salò, non farò più cinema, almeno per molti anni. Ho scritto apposta l'Abiura della Trilogia della vita e non farò più cinema. Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho ricominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S'intitolerà Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sarà un dirigente industriale in crisi". La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso (quello di Dell’Utri) già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia. Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica?

 Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire. Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro. Vi leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”. Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori. Il capitolo, scrive il 4 aprile scorso Luigi De Luca, passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri, un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Si dice che Edward Bernays, il nipote americano di Sigmund Freud, abbia inventato la moderna propaganda. Durante la Prima Guerra Mondiale era membro di un gruppo di influenti liberali che montarono una segreta campagna governativa per persuadere gli Americani riluttanti all’idea di inviare l’esercito al massacro in Europa.

 Nel suo libro “Propaganda”, pubblicato nel 1928, Bernays scrive che una “manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica” e che i manipolatori “costituiscono un governo invisibile che è il vero potere esecutivo nel nostro paese”. Invece del termine propaganda egli coniò l’eufemismo “pubbliche relazioni”. Tutto questo Pasolini lo sapeva e voleva denunciarlo. Tutto questo è visibile, non solo in tralice, nel documentario di Roberto Olla, che speriamo non abbia a sparire nelle teche Rai. Interessante è ciò che Olla, giornalista di Rai Storia, di origine algherese, ha dichiarato.

 “Da noi anche il petrolio è più nero che altrove. Abbiamo cominciato presto: l’era dell’oro nero era appena agli albori, Mussolini prendeva il potere, il suo nuovo ambasciatore a Washington, il principe e ingegnere minerario Gelasio Caetani apriva la strada del mercato nazionale alla Sinclair, l’ultima arrivata tra quelle che Mattei chiamerà “le sette sorelle”, le compagnie petrolifere che dominavano il mercato mondiale. Giacomo Matteotti. Una squadra di assassini, la cosiddetta “Ceka” fascista, guidata dal killer italo- mericano Amerigo Dumini (scuola gangsteristica di Chicago) lo eliminò prima che potesse parlare. Il giornalista Mauro De Mauro indagò sulla fine di Mattei e anche lui venne eliminato. Pierpaolo Pasolini, affascinato e inquietato ad un tempo da questo intrigo di potere e affari, cominciò un indagine con i suoi strumenti: un nuovo romanzo intitolato “Petrolio”. Lo assassinarono all’idroscalo di Ostia e sulla sua fine lavora la magistratura per riaprire l’inchiesta. È questa non è che una parte, piccola, della catena di delitti legata al nostro nero petrolio”.

IO SO , in tre  video .




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

Enzo Siciliano: ho fatto l'attore per Pasolini

Eretico e Corsaro


In fondo si vive così, 
attraversando tanti incidenti della vita.


Enzo Siciliano: ho fatto l`attore per Pasolini


Lo scrittore e critico letterario Enzo Siciliano (1934-2006), spiega la complessità dell'essenza di scrittore anche attraverso l'esperienza diretta di altre arti, come per esempio la sua parte come attore nel film di Pier Paolo Pasolini "Il vangelo secondo Matteo" del 1964: "In fondo si vive così, attraversando tanti incidenti della vita".


IL VIDEO: http://www.letteratura.rai.it/articoli-programma-puntate/enzo-siciliano-ho-fatto-lattore-per-pasolini/268/default.aspx


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito

Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

L`India degli Scrittori: Moravia e Pasolini

Eretico e Corsaro



Il documentario è introdotto dalle riflessioni di Giorgio Montefoschi e Dacia Maraini, che ricordano i loro viaggi in questo paese ricco di contraddizioni e raccontano aneddoti del viaggio fatto nel 1961 da Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.

Un viaggio che diede vita a due libri che tradiscono i diversi approcci dei due scrittori: quello più razionale e freddo di Moravia con Un’idea dell’India, e quello invece più viscerale di Pasolini con L’odore dell’India.

IL VIDEO: http://www.letteratura.rai.it/articoli/lindia-degli-scrittori-moravia-e-pasolini/16714/default.aspx

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito

Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale


Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale


Il compito dell’intellettuale è capire il mondo. Né più né meno. Il suo mestiere, se qualcuno lo paga, è spiegarlo a un pubblico. Il pubblico c’è, chi è disposto a pagare anche. Mancano gli intellettuali. Esistono scrittori, giornalisti, filosofi, scienziati ma sono tutti opinionisti. Con modestia riconoscono di non avere la verità in tasca, e il frammento di certezza che si sono conquistati devono centellinarlo per vivere.
Pasolini era un intellettuale e il mondo lo aveva capito, come anche altri suoi contemporanei amici e nemici, ma lui fu diverso nel raccontarlo. A cominciare dal pubblico che si era scelto: la gente che lavorava dalla mattina alla sera e stava ricostruendo l’Italia. Questa gente nei momenti di svago ballava il twist, leggeva rotocalchi e fotoromanzi, andava allo stadio, giocava al calcio, alle carte, correva in bicicletta oppure andava al cinema. E Pasolini scelse il cinema per parlare a questo pubblico.



I film di Pasolini sono piaciuti a tanti critici, studiosi e scrittori ma non alla gente a cui Pasolini voleva parlare. Fu questa la sua tristezza, che divenne feroce a poco a poco. La gente che lavorava li conosceva fin troppo bene i "ragazzi di vita": erano quelli che li rapinavano, i prepotenti che non stavano alle regole, questa era la loro quotidiana e diretta esperienza: prenderli e riempirli di mazzate, altro che capire le ragioni della loro esistenza.
Pasolini era perfettamente cosciente di questo ma fece lo stesso i suoi film sui disperati della società, sulla spazzatura e i rifiuti, su quello che la gente non ama e non vuole vedere. Era il suo compito e il suo mestiere di intellettuale. Lui la verità la conosceva e la diceva. E che fosse la verità intorno a quel mondo e a quella storia non è da dubitarne: una cosa è vera quando ne sai l’orrore e la grazia.
Pasolini sapeva la verità e la diceva con l’arroganza di chi non può essere smentito, come nella famosa dichiarazione del 14 novembre 1974 ("Io so..."). In un famoso film del 1999, Matrix dei fratelli Wachowski, c’è un dialogo che avrebbe potuto scrivere lui: "Matrix è ovunque. E’ intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. E’ quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. E’ il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità" (Morpheus a Neo).



A una realtà che continuamente si sdoppia, a una dimensione sociale in cui i dominati sono i primi sostenitori dei loro dominatori, a una cultura sempre più estranea alla vita e al pensiero e sempre più omologata all’efficienza e allo sviluppo tecnologico, Pasolini a un certo punto oppone la realtà irriducibile del corpo. Nel corpo si mantiene in vita la contraddizione, dal corpo l’umanità non può essere bandita. Per quanto ottuso, alienato, disperato, il corpo grida la verità.
Il film Salò o le Centoventi giornate di Sodoma fu l’ultima provocazione e il tema era l’avvilimento dei corpi. Avvilimento perpetrato nel solenne rispetto dei regolamenti e nella affermazione della superiorità dell’intelletto. Forse mai in un film la finzione e la vita furono tanto vicine, al punto che gli attori si rifiutavano di eseguire certe scene. Pasolini voleva fare del male a quel pubblico che si ostinava a non capire, che viveva come se la morte e il dolore non esistessero. Quel pubblico che non si accorgeva, stordito dalla possibilità di consumare, che a poco a poco in cambio di una subcultura gli si voleva portare via il pensiero.




Oggi noi vediamo la realtà della scuola. L’esclusione delle classi popolari e medie dalla cultura, dalla consapevolezza della propria storia, sta avvenendo in Italia con la progressiva trasformazione della scuola pubblica in area di parcheggio per i futuri lavoratori e disoccupati. L’intellettuale del futuro sarà il prodotto confezionato di pochissime scuole private, come è già avvenuto, per esempio, in America e in Inghilterra. Come Pasolini aveva previsto, le subculture hanno preso il posto lasciato vuoto dalla scuola, non sappiamo se migliori o peggiori. Pasolini si sentiva "una forza del passato" perché nel passato, nella cultura che vi si esprime, sono conservate tutta la complessità e le contraddizioni della vita contro ogni semplificazione e riduzione a formula. La grande e terribile "mutazione antropologica" comincia proprio dalla sottrazione di questa ricchezza.
Pasolini è stato ucciso da un ragazzo. Si vuol vedere in questo una rappresaglia del potere con la p maiuscola o l’effetto di un destino tragico. Della morte si fece e si fa un teatrino dove si dibatte e si scontrano tesi. Nell’opinare, nei servizi esclusivi, nelle clamorose rivelazioni, nella spartizione di ogni capello emerge l’orrenda irrealtà. Però la morte che è toccata a Pasolini sta nella possibilità stessa di odiare la vita, nel fatto che una vita possa essere invivibile, che non sia più degna e importante di tutti i valori, le morali e le religioni del mondo.

Paolo Tonini

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

martedì 30 ottobre 2012

Eretici o Corsari? Due accostamenti difficili, ma facili. Pasolini e Gaber





Eretici o Corsari?
Due accostamenti difficili, ma facili.
Pasolini e Gaber



“Io non sono mai stato un militante, mai tesserato, mai
propagandista. Questo essere un po’ dentro un po’ fuori, che mi è
stato anche imputato, per me è vitale.
Io credo invece nell’utopia della politica come indagine nella
realtà.”
Giorgio Gaber







“Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella
che mi proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla
voluta; dall’essermi messo in condizione di non avere niente da
perdere e quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia
quello con un lettore, che io considero del resto degno di ogni più
scandalosa ricerca.”
Pier Paolo Pasolini
da: Scritti Corsari (6/10/74)



Pur non frequentandosi, Gaber e Pasolini nella prima metà degli anni Settanta portavano avanti una missione comune: cantautore, commediografo ed attore l’uno; poeta, scrittore, regista e giornalista l’altro; con le armi delle loro arti, criticavano e scuotevano le coscienze della società italiana massivamente borghese e sempre più indirizzata ad un consumismo sfrenato.
Due artisti e intellettuali “non organici”, che non temono di compromettersi
e di risultare anche scomodi, poeti d’opposizione, diversi nella libertà, che con lucida preveggenza ci svelano che “il futuro è già finito” e che sarebbe ora di tornare a privilegiare il “crescere” rispetto al “consumare”.

Come si fa per una mosca che ci ronza attorno, i due sono stati scansati perché scomodi e d’intralcio, arrivando addirittura ad uccidere barbaramente Pasolini.
Queste “mosche ronzanti” però avevano la funzione di svegliare l’individuo che inconsapevolmente, quasi ipnotizzato, si inoltrava in paludi putride e melmose.
Oggi, dopo anni, questo loro soave ronzio torna a farsi sentire con immutato impeto, a scuotere coscienze ancora impantanate. Non attraverso un rivoluzionario esperimento o per una resurrezione miracolosa ma per effetto della loro Arte che li ha resi eterni.
Attraverso l’intreccio delle loro opere, le interviste e le dichiarazioni, Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber sono sopravvissuti all’assassinio e al cancro...
Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza
direi che non è più tempo di fare mischiamenti
che è il momento di prender le distanze, che non voglio inventarmi
più amori
che non voglio più avervi come amici, come interlocutori.
Sono diverso e certamente solo.
Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune
ma neanche la retorica del pazzo
non ho nessuna voglia di assurde compressioni
ma nemmeno di liberarmi a cazzo
non voglio velleitarie mescolanze con nessuno
nemmeno più con voi
ma non sopporto neanche la legge dilagante del “fatti i cazzi
tuoi!”
Sono diverso, sono polemico e violento
non ho nessun rispetto per la democrazia
e parlo molto male di prostitute e detenuti
da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti
di quelli che mi diranno che sono qualunquista, non me ne frega
niente
non sono più compagno, né femministaiolo militante
mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le
altre cazzate
e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate
con cui voi discutete democraticamente
sono diverso perché quando è merda è merda
non ha importanza la specificazione...
autisti di piazza, studenti, barbieri, santoni, artisti, operai, gramsciani
cattolici, nani, datori di luci, baristi, troie, ruffiani, paracadutisti,
ufologi...
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

Giorgio Gaber, “Polli d’allevamento”, 1978

L’italiano di allora, come quello di ora, è un essere confuso, che crede di contare per la propria società, ma in realtà è manipolato dal consumismo e dalla televisione: il popolo italiano è affetto da una forma cronica di “cancro sociale”; dove ogni uomo non è più uomo, ma il suo sfacelo.

Un accostamento ardito quello tra Gaber e Pasolini? Non più di tanto, perché i testi svelano inediti punti di connessione tra queste due ’menti’ superbe, che hanno esaltato l’analisi socio-culturale e politica del nostro Paese, trasformandola in lucida e schietta invettiva: Gaber negli anni ce le ha cantate in tutti i modi, Pasolini non è stato da meno, ed ha usato le ’armi’ dell’inchiostro e del video. Entrambi hanno fiutato il pericolo della deriva consumistica e della omologazione culturale che avrebbe modificato in modo irreversibile il dna degli italiani. A metà degli anni ’70 Pier Paolo Pasolini pubblica i leggendari Scritti corsari, una raccolta di articoli e riflessioni sulla trasformazione dell’Italia di quegli anni. In più di una intervista Gaber commenta “sviluppo senza progresso … mi sembra la sintesi più appropriata della nostra epoca”.
Paolo Di Stefano
(Corriere della Sera, dicembre 2010 )

E in fondo la «libertà obbligatoria» su cui scherza (ma sul serio) il duo Gaber-Luporini del ’76 è la stessa dell’editorialista che se la prende con il conformismo dei capelloni. L’obiettivo comune è il conformismo ideologico - e alla fine piccolo-borghese - scambiato per ribellione e persino per rivoluzione dei costumi. L’obiettivo comune sono i polli d’allevamento che danno il titolo a un album di Gaber datato 1978. Stessa formula presente in uno scritto uscito sul «Corriere» il 1° marzo 1975 in cui Pasolini rispondeva all’accusa di sentimentalismo irrazionalistico rivoltagli da Calvino: «L’omologazione culturale ha cancellato dall’orizzonte le “piccole patrie”, le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse. Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo: è questa la nuova società nella quale oggi ci muoviamo, testimoni e vittime dei lutti culturali». 
Gaber non fa nessun accenno di rimpianto per le piccole patrie, ma certo non ha simpatie per «la nuova sacralità» della merce. Si veda, nello stesso album, la parabola degli «Oggetti» che prendono possesso della nostra vita: «Nel frattempo gli oggetti erano andati al potere. La loro prima vittoria era stata il superamento del concetto di utilità. Piano piano avevano occupato anche gli spazi più nascosti delle nostre case e da lì ci spiavano».
Si potrebbe continuare con altre coincidenze lessicali, come la parallela metafora cancerogena (la «metastasi» in Pasolini, il «cancro» in Gaber) che divora le coscienze. Si potrebbe, come farà lo spettacolo di Gallione, mettere a contatto il «Voto comunista perché» dichiarato dal poeta dalle colonne dell’«Unità» nel ’75 con la litania anaforica di «Qualcuno era comunista», scritta quindici anni dopo da Gaber, quasi una valutazione postuma della speranza pasoliniana.
Si potrebbero evocare le simmetrie di un anticlericalismo mai celato nell’uno e nell’altro caso. Si potrebbe anche evocare la critica dell’uomo-massa, rispetto al quale Pasolini pronuncia i suoi violenti anatemi, mentre Gaber finge un’improbabile identificazione per riuscire meglio a metterne alla berlina alienazione e psicosi.
Si dovrebbe anche per contrapposizione, affiancare il corpo comicamente flessuoso e mobile con cui Gaber si propone sulla scena a quello statuario e tragico con cui Pasolini si propose al mondo.



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

Calcio e letteratura: lo sport di Pasolini






Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri.

Enzo Biagi intervista Pier Paolo Pasolini,
«La Stampa», 4 gennaio 1973



Il calcio è una metafora della vita. 
Jean-Paul Sartre.

La vita è una metafora del calcio. 
Sergio Givone.

Per Thomas Stearnes Eliot "il calcio è un elemento fondamentale della cultura contemporanea". Per me, che arrivo dal Sudamerica, dal Brasile, il pallone rappresenta un'utopia, un riscatto, una opposizione al potere. Basta leggere Eduardo Galeano: "Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l'arte dell'imprevisto". 
Darwin Pastorin
A un vincitore nel pallone, datata 1821.In questa canzone in cinque strofe, Giacomo Leopardi  si riferisce a un ben preciso personaggio, il giovane Carlo Didini di Treia, e lo acclama come campione, elogiandolo per l'energia espressa nell'azione sportiva.

Garrincha, l'analfabeta soprannominato "allegria della gente", l'angelo dalle gambe storte, venne così descritto dal grande poeta Carlos Drummond De Andrade: "Fu un povero e semplice mortale che aiutò un paese intero a sublimare le sue tristezze.Edilberto Coutinho: "Perché lo scrittore scrive sempre delle sue passioni. E l'uso che in certi casi le dittature fanno del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione. Che continuano a prevalere. Perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno. Non lo dimentica nessuno"».

Se avessi il materiale disponibile, e mi sentissi all'altezza, proverei a scrivere una storia del mondo sotto la specie del pallonetto". Mi pare che questa idea del pallonetto sia la più promettente idea post-moderna, per tutte le strategie compresa la strategia politica.
Adriano Sofri



Marzo del 1975: la troupe di "Novecento", capitano Bernardo Bertolucci, sfida e batte quella di "Salò o le centoventi giornate di Sodoma". Scuro in volto, Pier Paolo Pasolini abbandona il campo.Perché l'intellettuale più discusso d'Italia al calcio ci tiene parecchio. Il ritratto di uno scrittore che giocava dovunque, sul set, per strada, in borgata. E la domenica allo stadio, in prima fila, a tifare Bologna.

di GIOVANNI SANTUCCI
16 marzo 1975: "Novecento" vs. "Centoventi"
Primavera 1975. Pasolini si è stabilito con la sua troupe all’albergo San Lorenzo di Mantova. In quella provincia, nella villa di Pontemerlano di Roncoferrato, si svolgono le riprese di "Salò o le centoventi giornate di Sodoma", il suo ultimo film. Un viaggio all’Inferno, al più basso fondo del male, che ogni spettatore si porterà dietro per sempre, niente a che fare con la normale visione di un film, un’esperienza invece tragica e irreversibile, tanto autentica da essere definitiva. Poco lontano, nei dintorni della sua città natale, Parma, Bernardo Bertolucci attende alla regia di "Novecento". Il 16 marzo, giorno del compleanno di Bertolucci, su entrambi i set le riprese sono sospese, per lasciare la possibilità, alle due compagnie, di allestire ciascuna la propria rappresentativa calcistica. "Novecento" contro "Centoventi", dunque. La sfida è l’atteso evento intorno al quale ruotano i festeggiamenti in onore del regista parmigiano. Qualcuno avanza l’ipotesi che, dietro l’organizzazione della gara, ci sia l’intento di ristabilire la pace dopo un’incomprensione, difficile a dirsi se vera o presunta, tra i due registi, a causa di alcune critiche mosse da Pasolini e male accolte dal suo vecchio assistente alla regia. Luogo deputato all’incontro è il campo della Cittadella, poco distante dal Tardini e ancor oggi sede degli allenamenti del Parma - all’epoca in serie B. Il festeggiato non scende in campo, si limita a parteggiare per i propri colleghi dalla tribuna; Pasolini, inutile dirlo, per nulla al mondo avrebbe perso l’occasione di prendere parte a quella partita; nel ruolo di ala, come di consueto. Si stringe al braccio la fascia di capitano, e con tutta probabilità è proprio lui ad imporre ai suoi le casacche rosso-blu del Bologna. La funzione dell’arbitro viene spartita e assolta, in ciascuno dei due tempi, da un direttore di gara differente: il primo, se così si può dire, di estrazione "Centoventi", l’altro "Novecento". "...quanto alla squadra di Bertolucci le divise erano opera fantastica della costumista di "Novecento" (un lavoretto in più, da aggiungere ai circa quattromila costumi già elaborati per il film) Gitte Magrini: maglie viola copiativo con le cifre 900 in giallo verticale, calzettoni a strisce multicolori destinati a sviluppare, per il gioco di gambe, un effetto caleidoscopico (e psichedelico) tale da rendere difficile l’individuazione del pallone ai rivali"(1). Così la cronaca apparsa su "La Gazzetta di Parma" qualche giorno dopo la partita, resoconto aperto da un titolo incentrato proprio sulle fogge inusuali delle uniformi sportive ideate dalla Magrini: "Bertolucci batte Pasolini (5-2) grazie ai calzettoni psichedelici". Il risultato parla chiaro sull’andamento dell’incontro, qualche equivoco nasce invece dalle ricostruzioni a posteriori, in particolare dalla memoria di Bertolucci che riferisce di un 19 a 13 e di un Pasolini che abbandona il campo stizzito per non essere stato coinvolto nel gioco dai compagni più bravi di lui. A portare un chiarimento è la testimonianza di Ugo Chessari, una delle vittime in "Salò", reduce, quanto a esperienza calcistica, da una militanza nel settore giovanile della Lazio non molto tempo addietro. Il suo ricordo travalica l’occasione singola e si diffonde sul ruolo egemonico del pallone come svago durante le pause di lavorazione del film, forse una sorta di esorcismo contro la martellante crudeltà delle scene che si rappresentavano: "Si arrabbiò: è vero. E lasciò il campo perché era fatto così, era una sua caratteristica diciamo negativa: ci teneva troppo. Lui non ci stava a perdere, era un intenditore di calcio: la prendeva con serietà, mentre Ninetto Davoli, per esempio, s’ammazzava dalle risate. Tra di noi c’erano cinque-sei giocatori buoni, il resto soltanto molta voglia. Fu un’esperienza bellissima quella di Salò, il pallone non mancava mai, a volte si saltava il pranzo per giocare".



Racconta Ninetto Davoli: "Ogni volta che sentivamo il rumore di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare".

Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente. È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dell’equilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco. Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il "gioco": sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale, in quella foto, la posa e lo sguardo, l’abito e la strada. È la fotografia più bella del Pasolini calciatore perché il calcio al pallone è in essa un gesto di libertà e di gioia. A indovinare dall’esterno, non si direbbe neppure una partita vera e propria, con tutta probabilità si trattava piuttosto di un incontro non prestabilito: una di quelle occasioni offerte dal caso in mezzo alla strada che lo scrittore aveva accolto di buon grado, unendosi, com’era solito fare, a quelle situazioni in cui non si contrasta e non si segnano dei goal, ma si fa semplicemente volare e correre il pallone, si prova qualche finezza, si urla e si ride mentre la palla l’hanno gli altri. Pasolini si prende la libertà di sporcarsi e di sudare quando non dovrebbe, di rovinare i suoi vestiti e magari di dimenticarsi di qualche appuntamento. Di sicuro quel mattino annodandosi la cravatta non prevedeva questa piccola occasione per scalmanarsi, ma quando essa si è presentata non ha avuto bisogno di prepararsi o cambiarsi, e neppure di togliersi la giacca. Ha chiamato, ha detto - passamela! - e via. È il modo di essere libero e tipico del bambino, che può correre senza remore dietro al pallone anche fuori della chiesa, dopo la prima comunione, con il vestito della festa e i mocassini, perché a vedere una palla che salta e rotola non si può star lì a guardare. Oltre i quindici o sedici anni, la vita attenta e pulita opprime, nega la possibilità di un simile divertimento, così estemporaneo e "anarchico", e vedere il poeta in cravatta che gioca per strada a trenta e a quaranta mette addosso una qualche malinconia. Altra foto. Lo scrittore col pallone tra i piedi sopra una pezza d’erba. Stavolta ha intorno parecchi ragazzi scamiciati. Ancora quella condizione libera, a profusione continua e quasi magmatica, del gioco del pallone, che nella periferia romana riempie le strade e i pomeriggi, tutti gli spiazzi i prati secchi e le comitive. Tra Pietralata e Monteverde imbattersi in una "partitella" doveva essere cosa abituale e Pasolini partecipava, secondo la testimonianza di Ninetto Davoli, sempre volentieri e con un’accensione di entusiasmo, una sorta di piacevole impellenza alla quale era ben facile arrendersi. In borgata il calcio è continua "improvvisazione", qualche passaggio e qualche corsa, strilli risate e parolacce. Chiunque arriva può aggregarsi. Schiamazzi e polverone sono un basso continuo, sonoro e figurativo; tra sterri e immondizie, nel paesaggio urbano in costruzione di "case non ancora finite e già in rovina" c’è sempre un circolo di giovani o uno sciame di ragazzini che si riversa negli spazi desolati rincorrendo una palla:

(...) quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare...

...Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. "Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!" gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. "‘E donne", disse poi, facendo una rovesciata. "Vaffan...", gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa,... Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza. Allora il roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti. (2)



Le lettere (3) e le corse di "Stukas": il calcio ufficiale
"Era instancabile e generoso... Diceva sempre che una partita di calcio era come un mese di vacanze."

Ne parlava Giovanni Giudici qualche mese fa, in un convegno sul tema della Malinconia in svolgimento al Teatro Argentina di Roma, dove nel pomeriggio avrebbe dovuto leggere una scelta di suoi versi. Si era presentato sul palco inaspettatamente a fine mattinata, aiutato dalla moglie e da qualche zelante spettatore per salire quei pochi scalini che separano il palco stesso dalla platea, e là sopra, con la noncuranza del vecchio simpatico al quale tutti ormai tributano l’autorità di maestro, e che perciò può infischiarsene del tono altero e un po’ trombonesco dei relatori, una voltà là sul palco ricordò, lui tifoso del Genoa, l’amico Vittorio Sereni, di nota fede interista. E di preciso raccontò una domenica di nebbia trascorsa assieme allo stadio Meazza, per assistere a una partita senza storia disputata appunto tra Inter e Genoa. Anni dopo quel campo avvolto di nebbia sarebbe entrato in alcuni versi di Giudici, per un malinconico ricordo dell’amico da poco scomparso.Tutti conoscevano la passione di Sereni per l’Inter, come del resto tutti erano al corrente dell’altrettanto coriacea fede di Pasolini nel suo Bologna. Di frequente considerazioni, chiacchiere e sfottò calcistici entravano nella corrispondenza tra i due, laddove i più ingenui immaginerebbero invece, in uno scambio epistolare tra due poeti, solamente discussioni letterarie o toni seriosi. Pasolini ormai stabilmente a Roma, Sereni come sempre a Milano, frequentano abitualmente gli stadi delle rispettive città: "Dunque... io sono tifoso e tutte le domeniche vado all’Olimpico di Roma; sono, naturalmente, tifoso del Bologna, essendo Bologna la mia città natale. Per quanto riguarda il tifo in genere, io penso che esso sia inscindibile dallo sport..."(4). La piacevole consuetudine di frequentare gli stadi Pasolini la condivide con Giorgio Bassani, ferrarese - seppur non di nascita - e tifoso della Spal, e con Mario Soldati, juventino. È del tutto ovvio che, laddove se ne offra l’occasione, Pasolini non disdegni di assistere a partite di calcio anche in altri stadi, al di fuori della sua città adottiva: L’ultima partita a cui ho assistito, è stata la partita tra il Torino e l’Inter, due o tre domeniche fa. Ci sono andato in una grigia giornata torinese con Mario Soldati. Ha vinto il Torino (per cui, in quell’occasione tenevo, pur con gran sforzo: perché la... classe - sì, lo ripeto, questa orrenda parola, la ‘classe’ - dell’Inter mi affascinava - anche se si è manifestata, e a frammenti, solo nel primo tempo: specie attraverso Corso (‘classe’ non vuol dire sempre simpatia: essa è come la grazia: crudele). Quella domenica, il Bologna ha perso (ho l’impressione, immeritatamente, con la Roma di Herrera) per due a uno. Che dolore! Che dolore! (5)



La passione di Pasolini per il Bologna non conoscerà mai alcun calo di intensità, quasi che la lontananza, la rarità di poter ammirare la propria squadra dal vivo, acuisse in lui l’attaccamento a quella maglia, anziché smorzarlo. Gioie e arrabbiature per i risultati dei rosso-blu sono ovviamente più vive o cocenti nelle ghiotte occasioni in cui il Bologna scende a Roma per disputare una gara in trasferta. In proposito si può leggere una testimonianza dell’amico romano Franco Citti: "Era un grande tifoso del Bologna. Una volta sola l’ho visto incazzato davvero. È stato quando andammo all’Olimpico a vedere Roma-Bologna e la sua squadra perse 4 a 1. La febbre del calcio, comunque, che forse non era riuscito a consumare al punto giusto quando da piccolo viveva in Friuli, non riusciva proprio a togliersela"(6). Nella condivisione di euforie e tristezze collegate alle vicende calcistiche bolognesi, Pasolini ha un fedele alleato in Paolo Volponi. La comune passione sportiva si insinua nella corrispondenza tra i due con accenti particolarmente divertenti, che vale la pena di ricordare da un paio di lettere scritte da Volponi, entrambe nel ‘57: "Ma sappi che tengo per te come per Coppi e per il Bologna"; e dopo la vittoria dell’amico al Premio Viareggio dello stesso anno, l’invito, affettuoso e ottimistico, fu quello di tenere "una parte del milione da spendere in partite, giacché quest’anno seguiremo felici i trionfi del Bologna: che belle domeniche pomeriggio con i risultati sicuri nei tabellini dei caffè, con la Roma travolta...". Lo stesso Volponi è di solito chiamato in causa al fianco di Pasolini quale accanito rappresentante del fronte del tifo bolognese, in particolare nelle poche righe che Pasolini stesso scambiò con Vittorio Sereni nel ‘54, a cavallo di un Inter-Bologna disputato una domenica di novembre di quell’anno:

Roma, 12 novembre 1954
Caro Sereni,
(...) Intanto ti avverto che domenica il mio cuore è a Milano, insieme a quello grassoccio di Volponi: tutti e due a palpitare fino sull’orlo della trombosi. E mi dispiace che la gioia nostra sarà la tua disfatta...
Pier Paolo Pasolini

Milano, 15 novembre 1954
(...) Tanti affettuosi saluti, Tuo Sereni che non sapeva, badate, dell’esistenza d’un formidabile alleato al vostro San Petronio, San Gregorio, il più formidabile di tutti. Comunque, come Teodorico morente vedeva Severino Boezio, ieri ho visto al 90° sul cielo di San Siro effondersi il tuo ghigno e il serafico sorriso di quel volpone di Volponi.
Vittorio Sereni



Soltanto un paio d’anni dopo Sereni avrà occasione per una vendetta, e non se la lascerà sfuggire, infierendo con ironia amichevole e pungente su un Bologna quindicesimo in classifica, dall’alto di un secondo posto dell’Inter inseguitore in vetta del Milan. La lettera è del 4 dicembre 1956: "Ho bisogno di riprendere in mano certe cose interrotte e il mio lavoro, in queste condizioni, sarà sempre precario. Sicché ci vorrà del tempo prima che io sia convinto di pubblicare qualcosa in modo non clandestino: almeno il tempo che occorrerà al Bologna per risalire dalle attuali bassure (e Campa cavallo, come vedi)". Le domeniche pomeriggio allo stadio resteranno sempre per Pasolini un patrimonio da difendere: "Ma, strano a dirsi, tutto è cambiato in questi trent’anni. Mi ricordo di quel tempo come se fosse il tempo di un morto; tutto è cambiato, ma le domeniche agli stadi, sono rimaste identiche. Me ne chiedo il perché..."7. La volontà tenace e ingenua di restare attaccato a quel nodo di vitalità autentica - a quel linguaggio fisico, muscolare e tecnico che, forse per esser tale, si era per miracolo conservato -, sta probabilmente al fondo della serietà e dell’impegno che, a giudicare dalle numerose e concordi testimonianze, Pasolini metteva sempre sul campo. Non era di certo nel suo costume lesinare sulla carica agonistica o sull’attenzione per la tattica; il fatto è che ci teneva fin troppo, e questo lo portava a volte fino alla rabbia. La rabbia triste di chi si accorge che, attorno al pallone che salta e rotola, si conserva quel poco di amicizia e di gioia concessi; il gioco, l’unico fantasma salterino al quale affidarsi ogni tanto, sebbene sperperato dimesso e umiliato dalla maturità. Era questa ultima rimanenza che il veloce Stukas inseguiva forse sulla fascia, e contro l’irritante inconsistenza del fantasma raddoppiava l’aggressività degli scatti, opponeva gli sguardi fissi, il sudore e la voglia, una concentrazione tanto seria da sembrare a qualcuno perfino eccessiva, a chi avesse dimenticato la cosa perduta:

(...) I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo "Stukas": ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. (8)

(...) Io, su questo, sono rimasto all’idealismo liceale, quando giocare al pallone era la cosa più bella del mondo. (9)

Note:
(1) "La Gazzetta di Parma", 20 marzo 1975. Questo, come la maggior parte degli altri articoli, le altre testimonianze e citazioni, contributi fotografici, dove non specificato, sono riportati dal libro complessivo sull’argomento: Valerio Piccioni, Quando giocava Pasolini. Calci, corse e parole di un poeta, Limina 1996
(2) Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, ora in: Romanzi e Racconti, Vol. I, 1946-1961, Mondadori 1998, pp. 528-529
(3) Tutti i riferimenti epistolari si trovano in: Pier Paolo Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di N. Naldini, Torino, Einaudi 1986 e Lettere 1955-1975, a cura di N. Naldini, Einaudi 1988
(4) "Paese Sera", 23 marzo 1956
(5) Pier Paolo Pasolini, Il Caos, a cura di G.C. Ferretti, Editori Riuniti 1979
(6) Franco Citti, Vita di un ragazzo di vita, Sugarco 1992, p. 120
(7) Pier Paolo Pasolini, Il Caos, op. cit.
(8) Ibid
(9) Pier Paolo Pasolini, Reportage sul Dio, "Il Giorno", 14 luglio 1963; ora in Romanzi e Racconti, Vol. II, 1962-1975, Mondadori 1998, pp. 1852-1863.

Fonte: LA RIVISTA



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.