giovedì 8 novembre 2012

"Io sono una forza del passato". Officine di traduzione su Pasolini alla Humboldt Universität di Berlino



"ERETICO & CORSARO"
 

“Io sono una forza del Passato”. Pasolini a Berlino

“Smetto di essere poeta originale, che costa mancanza / di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo. / Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero” scrive Pasolini in Comunicato all’ANSA (1). In Pasolini gli schemi della tradizione letteraria non sono gabbie per «bestie da stile» bensì materia viva, oggetto di scrittura e di riscrittura. L’originalità del poeta intesa solo come creazione ex nihilo è un falso ideale, scrive provocatoriamente; la libertà vera risiede nell’«adottare» le strutture della tradizione, in una Aneignung (nel senso di proprium facere, alla fin fine Schlegel non è poi così lontano). Il dialogo dell’opera di Pasolini con la tradizione avviene attraverso le forme più varie: traduzione interlinguistica e intermediale, uso della citazione, rifacimento/riscrittura, travestimento, tendenza alla contaminazione tra media, lingue, generi e stili. Persino l’ironia in Pasolini è spesso una forma di riscrittura, in quanto produttiva distanza dal testo (all’opposto dell’ironia del citazionismo quasi “necrofilo” delle avanguardie (2), e all’opposto anche dell’ironia in guanti bianchi di Montale, che Pasolini attacca nella sua recensione a Satura definendola l’«armamentario di difesa» del poeta laureato che intende rimanere tale).
Né questo processo di riappropriazione della tradizione trascura i personaggi, persino quelli dei grandi classici della letteratura. Così Edipo o Dante diventano mises en scène di Pasolini stesso, e a partire da questo congiungimento di figure avviene lo shift di tutta l’opera. La libertà pasoliniana di riscrittura dei classici abbraccia forme sempre diverse, e non ha mai la pretesa di costruire un percorso lineare: come ha notato giustamente Bazzocchi (3), «il passato rimane, ma diventa il carico di un io diverso» (4). Il processo di riscrittura di Pasolini è una sorta di triangolazione di un soggetto in movimento sotto un cielo di stelle fisse. La visione di ciò che esiste “da prima” e “al di sopra” è soggettiva e allo stesso tempo utile a determinare il posto del soggetto nel mondo.
Gli ultimi sviluppi degli studi sulla traduzione, che tra le altre cose due decenni fa hanno accolto molte istanze provenienti dagli studi culturali, hanno permesso un ampliamento del concetto di traduzione. Lungi dal limitarsi a coincidere col passaggio di un testo da una lingua all’altra, la traduzione include processi di negoziazione e di riscrittura che dipendono da fattori culturali e socio-politici oltre che linguistici. L’approccio critico che misurava il valore di una traduzione a seconda dell’"equivalenza" con l’originale ha lasciato spazio all’analisi descrittiva e target-oriented del complesso processo linguistico-culturale che sta alla base di ogni traduzione.
Sulla variegata rete di rapporti intertestuali che fanno capo all’opera di Pasolini si è concentrato il corso “Kulturelle Übersetzung im Werk Pier Paolo Pasolinis”, che intendeva incrociare l’analisi critica delle riscritture pasoliniane con l’approccio e i risultati di discipline come la Translatorik o i cultural studies. Si è partiti dall’idea che queste riscritture si possano considerare delle “manipolazioni” nel senso di Hermans o Lefevère, e dall’idea “culturale” di traduzione promossa, tra gli altri, da due esponenti della Translatorik tedesca, Reiß e Vermeer: «Den Translator (als Translator) interessieren weder objektive Realität noch Wahrheitswerte. Den Translator interessiert der Wert eines historischen Ereignisses, wie es sich in einem Text manifestiert, bezogen auf die geltende Norm (Kultur) und aktuelle Situation des Textes (und/oder seines Produzenten) und die Wertänderung bei einer Translation des Textes in einen Zieltext» (5).
Abbiamo analizzato interlingual translations come le traduzioni pasoliniane di Ungaretti, Pascoli o altri poeti italiani in dialetto friulano, e le “traduzioni di traduzioni”, come ad esempio quelle dal giapponese o dal tedesco (lingue che Pasolini non conosceva) fatte a partire da versioni precedenti. Questi testi hanno aperto interrogativi sul valore letterario e politico del tradurre da/verso un dialetto che per Pasolini comunque non è lingua madre e sulle implicazioni del tradurre a partire da una lingua che è già di per sé lingua di traduzione. Abbiamo poi visto come questi temi tornino nella versione in dialetto romanesco del Miles gloriosus fatta da Pasolini d’après Plauto (Er vantone). Traduzioni intermediali come la Verfilmung del Decamerone di Boccaccio, dell’Edipo re di Sofocle e della Medea di Euripide hanno offerto lo spunto per parlare del rapporto tra cinema e letteratura in Pasolini. Analizzando Il Vangelo secondo Matteo ci si è confrontati con una traduzione intermediale apparentemente “letterale” in quanto cita il testo parola per parola, e che però, a ben guardare, attraverso il cambiamento della prospettiva autoriale modifica il senso generale della narrazione. Inoltre sono state prese in esame riscritture in senso stretto come La Divina Mimesis e si è discusso del modo in cui la pittura italiana del Cinquecento viene trasposta nei film e nelle sceneggiature pasoliniane. Gli studenti alla fine hanno avuto la possibilità di tradurre un testo finora mai volto in tedesco, la celebre poesia Io sono una forza del passato che senza dubbio offre materiale di riflessione sul tema del rapporto tra Pasolini e la tradizione. Si è data piena libertà nello scegliere l’approccio con cui tradurre il testo, a patto che alla traduzione facessero seguire una spiegazione circostanziata dei loro criteri. Ne sono venute fuori alcune versioni più attente alla letteralità del testo; altre invece lo “adottano” e lo “manipolano”, trasportandolo nel proprio paese d’origine (la Germania, la Bulgaria, il Belgio) e nel proprio contesto personale e culturale. I versi di Pasolini diventano così di volta in volta strumento di memoria privata o di lotta politica e vengono riletti con la stessa libertà con la quale Pasolini rileggeva i classici della letteratura, al fine di – per così dire – “tradurre Pasolini pasolinianamente”.
Irene Fantappiè
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1 Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar, Milano: Garzanti, 1971.
2 «L’uguaglianza di valore che viene instaurata per tutti i tipi di parole – la “democraticità verbale”, per dir così, che toglie le punte espressive e livella il grafico delle oscillazioni linguistiche […] – fa sì, in conclusione, che ci troviamo di fronte a dei “sèguiti” ritmici di parole livellate, allineate tutte su uno stesso piano, isocefale, isofone, frontali». La fine dell’avanguardia, in Empirismo eretico. Milano: Garzanti, 1972, 128.
3 Marco Antonio Bazzocchi, Pasolini: figure del destino, in «Studi pasoliniani», 4, 2010. Cfr. anche Id., I burattini filosofi. Pasolini dalla letteratura al cinema, Milano: Bruno Mondadori, 2007.
4 Ibidem.
5 Reiß/Vermeer 1984, 26. Cfr. anche il seguente passaggio: «Das wortgetreue Übersetzen ist wegen der verschiedenen Kulturen nicht möglich. Eine äquivalente Wiedergabe der Botschaft in der Zielkultur führt zu Ausdrucksveränderungen. […] Eine Translation ist nicht eine Transkodierung von Wörter oder Sätzen aus einer Sprache in eine andere, sondern eine komplexe Handlung, in der jemand unter neuen funktionalen und kulturellen und sprachlichen Bedingungen in einer neuen Situation über einen Text berichtet, indem er ihn nachahmt».

Io sono una forza del Passato. 
Solo nella tradizione è il mio amore. 
Vengo dai ruderi, dalle chiese, 
dalle pale d'altare, dai borghi 
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, 
dove sono vissuti i fratelli. 
Giro per la Tuscolana come un pazzo, 
per l'Appia come un cane senza padrone. 
O guardo i crepuscoli, le mattine 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, 
come i primi atti della Dopostoria, 
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, 
dall'orlo estremo di qualche età 
sepolta. Mostruoso è chi è nato 
dalle viscere di una donna morta. 
E io, feto adulto, mi aggiro 
più moderno di ogni moderno 
a cercare fratelli che non sono più.



1. Ana Jurado-Schrotz 


Ich bin eine Kraft der Vergangenheit. 
Nur der Überlieferung gilt meine Liebe. 
Ich komme von den Ruinen, von den Kirchen, 
von den Altarbildern, den verlassenen Dörfern 
der Apenninen oder Prealpen, 
wo die Brüder gelebt haben. 
Ich fahre auf der Tuscolana wie ein Irrer, 
die Appia entlang wie ein herrenloser Hund. 
Oder schaue mir die Abenddämmerungen, die Sonnenaufgänge 
über Rom, über der Ciociaria, über der Welt, an, 
die wie die ersten Berichte der Nachkriegszeit anmuten, 
der ich angehöre, des Privilegs des Gemeldeten wegen, 
vom äußersten Rand einer begrabenen Zeit aus. Scheußlich ist derjenige, 
der aus dem Schoß einer toten Frau geboren wurde. 
Und ich, erwachsener Phötus, verhalte mich moderner als jeder Moderner, 
um Brüder zu suchen, die längst nicht mehr sind. 


Ich habe mich für eine dem Text nahe stehende Übersetzung entschieden, um die kulturellen Bezüge Pasolinis möglichst getreu zu erhalten. Es entsteht dadurch für den deutschen Leser ein Gewinn, insofern er sich mit dem Unbekannten im Text auseinander setzt (z.B. Ciociaria) und sich von der Magie des Fremden anstecken lässt, die Pasolini selbst zwar alles andere als fremd war, aber dafür mit großer Bedeutung besetzt war.

[Ho deciso di fare una traduzione vicina al testo originale per poter rendere i riferimenti culturali di Pasolini in modo fedele, per quanto possibile. Il lettore tedesco ha così la possibilità di venire a contatto con gli elementi del testo che gli sono sconosciuti (come ad esempio potrebbe essere la Ciociaria) e di essere contagiato dalla magia dell’estraneo, che per Pasolini è tutt’altro che tale e diventa piuttosto depositario di grande significato.]
2. Kristina Hammer 


Ich bin eine Kraft der Vergangenheit. 
Allein aus der Erinnerung heraus, wächst meine Liebe. 
Ich lebte inmitten der Mauern und Fassaden 
der Kirchen und Gehöfte 
alt und erhaben in den Gegenden der Toskana, 
aus der meine Vorfahren nie kamen. 
Ich bewege mich zwischen zwei Welten wie ein Schatten, 
einsam in der winterlichen Kälte des Nordens 
oder in der warmen Dämmerung, die Morgende 
in Florenz, hoch zu Fiesole, die Welt. 
Nachhallende Schritte jener, der der Geschichte folgen, 
wie auch ich jenen folge, die in diese Erde geboren wurden, 
in die Wiege, am Rande längst vergessener Zeiten. 
Selig ist, wer das Licht der Welt in der Vertrautheit erblickt. 
Und ich, unfertiger Mensch 
hier mehr Zuhause, als jeder Italiener, 
immer auf der Suche nach Verwandten, die es nie gab. 

Ich durfte frei wählen, in welcher Form ich das Gedicht übersetze. Diese Übersetzung für mich ist eine doppelte und sehr persönlich. Zum einen in meine Muttersprache, zum anderen in mein Leben und meine Gefühle darüber. Ich bin nicht in Italien aufgewachsen und doch fühle ich mich hier wohler, als in meinem Heimatland Deutschland. Ich mag Deutschland, aber mein Temperament entspricht nicht dem der Deutschen und zu oft muss ich mich dafür entschuldigen. In Italien und insbesondere in Florenz habe ich ein Zuhause gefunden. Menschen, die mich verstehen und mich immer wieder erwarten und zu denen zurückzukehren, wie nach Hause kommen ist. Ich befinde mich daher oft in einem Zwiespalt zwischen dem Land welches meine Heimat sein sollte und dem Land welches meine Heimat in meinem Herzen tatsächlich ist, obwohl ich dort keinerlei Verwandten habe. Die Sehnsucht wird oft so groß, dass ich es kaum aushalte und ich beneide jene, die dort leben, wo ich so gern wieder leben möchte.

[Potendo scegliere liberamente i modi e i criteri di traduzione della poesia, ho deciso di fare una traduzione molto personale e dal significato doppio. Da una parte è una traduzione nella mia madrelingua, dall'altra parte è una traduzione nella mia vita e nelle mie sensazioni. Non sono cresciuta in Italia, ma ciononostante lì mi sento più a mio agio che nel mio paese, la Germania. Mi piace la Germania ma il mio temperamento non corrisponde a quello dei tedeschi, e troppe volte ho dovuto chiedere scusa per questo. In Italia e particolarmente a Firenze ho trovato una patria. Persone che mi comprendono e che mi aspettano: tornare da loro è sempre come arrivare a casa. Per questo spesso mi trovo in un conflitto interiore fra il paese che dovrebbe essere la mia patria e il paese che è la mia patria elettiva, nonostante io non abbia parenti in Italia. Il desiderio spesso diventa così grande che quasi non resisto e sento una grande invidia per le persone che vivono lì dove io avrei tanta voglia di vivere.]


3. Caroline Lambrechts 

Ik ben een kracht uit het Verleden. 
Alleen in de traditie is mijn liefde. 
Ik kom uit het puin, uit de kathedralen, 
uit de kelders, uit de verlaten dorpen, 
van mijn vlakke land, 
waar mijn broeders onderdoken. 
Ik verdwaal door de straten als een dwaas, 
over de Kapellekensbaan als een verloren hond 
Oh ik kijk naar de avondgloed en het zotte morgenrood 
over Brussel, over Brabant, over de wereld, 
zoals in de eerste aktes van de Nageschiedenis, 
die ik bijwoon, als geprivilegieerd inwoner, 
vanuit de extreme rand van een begraven 
tijdperk. Monstrueus is hij, 
geboren uit de schoot van een dode vrouw. 
En ik, volwassen foetus, 
zwerf moderner dan modern, 
op zoek naar broeders die niet meer zijn. 

Als ich Pasolinis “Io sono una forza del passato“ das erste Mal las, war ich von dessen Tragweite und Aktualität überrascht, denn obwohl es bereits zwischen 1961 und 1964 geschrieben wurde, ist es auch heute auf mein Heimatland Belgien in den Jahren 2010/11 anwendbar.
In meiner „kulturellen Übersetzung“ habe ich versucht, mein emotionales Empfinden widerzuspiegeln. Pasolinis Gedicht wurde auf meine Heimat im Jahr 2010 übertragen, einem Land, gespalten in zwei Lager, Flamen und Wallonen, einem Land, welches droht auseinanderzufallen.
Diese Interpretation ist keine Anklage, so wie auch Pasolinis Original in meinen Augen keine Anklage ist. Vielmehr soll das Wort den Leser mit der subjektiv empfundenen Realität des Schreibers konfrontieren.
Sehnsucht nach der Heimat, Liebe für sein Vaterland, Sorge um die Zukunft – dies sind die Topoi dieses Gedichtes.
Obwohl uns die Zugehörigkeit zu einem Land und einer Kultur mit der Geburt ohne eigenes Zutun oder Wahlmöglichkeit zugeteilt wird, sind die für unsere Heimat empfundenen Gefühle aufrecht und lauter.
Längst und quer durch Italien verlaufen die Höhenzuge des Apenin und der Voralpen, quer durch Belgien verläuft die Grenze der Sprache. Denn während man im Norden, in Flandern, flämisch spricht, sprechen die Menschen in Wallonien, im Süden Belgiens, französisch.
Aus Pasolinis Kirchen wurden Jacques Brels Kathedralen, die, wie zum Beispiel in „Le plat pays“ besungen, hoch über das flache Land hinausragen.
Die Brüder, die Kämpfer der Widerstandsbewegung, wohnen in meiner Version nicht in den Bergen, sondern tauchen in den verlassenen Dörfern und Kellern des flachen Landes unter.
„Ich verlaufe mich in den Straßen“, wie der Antwerpener Chansonnier Wannes Van de Velde es gesungen hat; wie ein verloreren Hund auf der Via Appia, die in dieser Version zur „Kapellekensbaan“ wird, dem Titel des Romans von Louis Paul Boon entnommen; Ein Werk, welches bei seiner Veröffentlichung großen Aufruhr verursacht hat. Dieser Roman, der häufig als die „Bibel des Anarchisten“ tituliert wird, ist ein Höhepunkt der niederländischsprachigen Literatur.
Dem Morgenrot ist das Adjektiv „zot“ (verrückt) vorgesetzt worden; ein Titel und Zitat eines Chansons des Flämischen Kleinkünstlers Zjef Vanuytsel. Dieser Klassiker erzählt von der Alltäglichkeit und der Gleichgültigkeit der Gesellschaft, vom Menschen, der zur Maschine wird, ohne Individualität und Ambitionen. In jenem Lied wird „der wilde Tanz der Narren“ besungen; und so wurde in der Übersetzung dementsprechend aus pazzo Narr.
Aus Rom wurde Brüssel und aus Ciociaria die Brabanter Provinz.
Der Neologismus Dopostoria wird auch in meiner Version mit einem neuen Begriff übersetzt, nämlich der Nachgeschichte.
Die politische Entwicklung Belgiens scheint ein Theater in mehreren Akten, ein Stück dass für die priviligierten Einwohner aufgeführt wird und das ich mir mit Bestürzung anschaue. Man hat das Gefühl, mit seiner Interpretation der Geschehnisse und mit seiner Denkweise alleine dazustehen und wie im Theater zum passiven Zuschauen verdammt zu sein - auch in der Übersetzung befindet sich das Ich am extremen Rand einer beerdigten Ära, nicht wissend, wohin man gehört.
Belgien könnte die tote Frau sein, die mich geboren hat; ein Land ohne Zukunft, welches schon bei seiner Gründung zum Untergang verurteilt war.
Die Brüder, die nicht mehr sind, sind diejenigen, welche in den beiden großen Kriegen des zwanzigsten Jahrhunderts für ihr Heimatland Belgien gekämpft haben - nicht nur für die Teilregion Flandern. Dies ist die Kraft der Vergangenheit.

[Quando ho letto per la prima volta "Io sono una Forza del Passato" di Pasolini, sono rimasta sorpresa dal grande valore e dall'attualità di questa poesia. Nonostante sia stata scritta fra il 1961 ed il 1964 essa può essere applicabile agli eventi attuali del mio paese natale, il Belgio. 
Nella mia “traduzione culturale“ ho cercato di trasmettere i miei sentimenti e le mie emozioni. La poesia di Pasolini riflette la situazione della mia patria nel 2010, un paese diviso in due parti, fiamminga e vallona; un paese che rischia di andare in frantumi. 
La mia interpretazione non vuole essere un atto d'accusa, così come non lo è l’originale di Pasolini, secondo la mia opinione. Piuttosto, il lettore si trova a confrontarsi con la realtà percepita dallo scrittore. 
Nostalgia di casa, l'amore per il proprio paese, la preoccupazione per il futuro - questi sono i temi della poesia. 
Sebbene l’appartenenza ad un paese ed alla sua cultura sia determinata dal solo fatto di esserci nati, e pertanto non legata alla propria volontà e alle proprie azioni, i sentimenti per la propria terra restano comunque sinceri e puri. 
Mentre gli Appennini e le Prealpi si estendono lungo il territorio italiano, come spina dorsale del paese, il Belgio è attraversato solamente da una frontiera linguistica; perché se al nord, nelle Fiandre, le persone parlano fiammingo, in Vallonia, nel sud del Belgio, si parla francese. 
Le chiese di Pasolini sono ora le cattedrali di Jacques Brel, che si innalzano, come canta in "Le plat pays", sopra la campagna. 
I fratelli, i combattenti della Resistenza, vivono nella mia versione non in montagna, ma nascosti nei villaggi abbandonati e nei sottosuoli delle pianure contadine. 
"Mi perdo per le strade" come narrava il cantautore di Anversa Wannes Van de Velde, ed il cane senza padrone sulla Via Appia diventa nella mia versione un cane smarrito sulla "Kapellekensbaan", tratto dal titolo del romanzo di Louis Paul Boon, un'opera letteraria che ha causato scalpore alla sua pubblicazione. Questo romanzo, spesso considerato la "Bibbia dell'anarchico" è un capolavoro significativo della letteratura in lingua olandese. 
Le mattine sono precedute dall’aggettivo "zot" (pazzo), che è una citazione ad un titolo di un cantautore fiammingo Zjef Vanuytsel. Questo classico racconta la mediocrità e l'indifferenza della società, l’uomo che diventa una macchina, senza individualità ed aspirazioni. In questa canzone si balla "la danza selvaggia degli stolti” e pertanto il “pazzo” corrisponde nella traduzione allo “stolto”. 
Roma diventa Bruxelles e la Ciociaria la provincia di Brabante. 
Il neologismo Dopostoria viene tradotto anche nella mia versione con un termine nuovo. 
Gli sviluppi politici in Belgio sono paragonabili ad un'opera teatrale in diversi atti, un'opera che viene rappresentata per gli abitanti privilegiati alla quale io – spettatrice – assisto con sgomento. Si ha la sensazione di essere soli sia con il proprio modo di pensare che con la propria interpretazione degli eventi, e, proprio come ad una rappresentazione, condannati ad essere spettatori passivi. Anche nella traduzione l’io viene emarginato, gettato sull'orlo estremo di un'era ormai sepolta, non sapendo più a chi appartiene. 
Il Belgio potrebbe essere la donna morta dalla quale io sono nata, un paese senza futuro, che già nella sua fondazione è stato condannato alla distruzione. 
I fratelli che non sono più sono coloro che hanno combattuto nelle due grandi guerre del ventesimo secolo per la patria, il Belgio – e non solo per la regione delle Fiandre. Questa è la vera forza del passato.]
4. Ani Stoyanova

Аз идвам от миналото, предан на традицията.
Възкръстнах от руините, от разрушените черкви и олтари,
от села и паланки, от покрайнините на Витоша и Стара планина-
там където живяха моите братя.
Лутам се, вървя по друмове като куче без стопанин.
Гледам залеза, а после и изгрева над София, над покрайнините, над света-
първите стъпки на Следисторията, на които съм свидетел,бъдейки жив тук.
Урод е роденият от утробата на мъртва жена.
И аз, възръстен нероден плод, скитам, по-настоящ от всеки настоящ,
за да намеря братя, които вече не са.

Ich hab das Gedicht für das bulgarisches Publikum übersetzt. Indem ich so nah wie möglich an der wörtlichen Übersetzung geblieben bin, habe ich den Sinn des Gedichts nicht großartig verändert, sondern an dem bulgarischen Publikum angepasst. Die geographischen Namen habe ich durch Namen, die in Bulgarien bekannt sind, ersetzt und somit ein Bild von der Hauptstadt und der Vorstädte Bulgariens erschafft. Typische Lyrikwörter und veraltete Formen und Zeiten, die man heutzutage wenig benutzt, aber trotzdem die bulgarische Sprache vorstellen, benutze ich, um die Authentizität des Gedichts zu vermitteln.

[Ho tradotto la poesia per il pubblico bulgaro. Dato che intendevo rimanere il più vicino possibile a una traduzione letterale non ho cambiato molto il senso della poesia, tentando solo di adattarla al pubblico bulgaro. Ho sostituito i toponimi della poesia con nomi geografici conosciuti in Bulgaria, costruendo così un’immagine della capitale bulgara e delle sue periferie. Per rendere l’autenticità della poesia ho utilizzato termini della lingua poetica bulgara, oltre a tempi e forme antichi che oggi sono poco usati ma che sono rappresentativi della lingua bulgara.]

Fonte:  LE ROTTE
 
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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