sabato 3 novembre 2012

Lettera del 1979 di Massimo Teodori a Enzo Siciliano, autore di Vita di Pasolini



"ERETICO & CORSARO"
di BRUNO ESPOSITO
Lettera del 1979 di Massimo Teodori
a Enzo Siciliano, autore di Vita di Pasolini
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Massimo Teodori scrisse nel '79 a Enzo Siciliano, autore della Vita di Pasolini, esprimendo la sua sorpresa per la completa assenza nel libro di   ogni riferimento al rapporto tra Pasolini e i radicali, tra Pasolini e Pannella che pure furono fili ricorrenti e forti negli ultimi anni della vita dello scrittore.
Teodori ricorda, tra l'altro, la polemica aperta da Pasolini sulla prima pagina del "Corriere" per essere accanto a Marco Pannella che continuava il suo digiuno nell'indifferenza generalizzata, ed il suo intervento per il congresso radicale, che venne letto all'indomani del suo assassinio, il 4 novembre 1975.

Ecco il testo della lettera:

La "Vita di Pasolini", Pannella, i radicali...
di Massimo Teodori
"Caro Enzo Siciliano,
ho preso in mano Vita di Pasolini e l'ho letta d'un fiato. Non mi accadeva da tempo, essere così affascinato da un libro. Se fossi una buana penna tenterei di trasmetterti di quale intensità è stata la mia lettura: e credo - da profano - che sia un segno del rapporto che uno scritto riesce a instaurare tra scrittore e lettore.
Devo anche premettere che ho sempre cercato con attenzione le tue pagine tra le tante che mi capita di avere sul tavolo. Mi piace il tuo scrivere, mi son piaciute le tue polemiche anti-contenutistiche, anti-avanguardistiche, anti falso impegno. E sono cose, ormai, antiche. Pertanto ero anche positivamente prevenuto quando mi sono accostato al tuo lavoro, su e per Pasolini. Ti sapevo così intimo a Pier Paolo che non potevo che immaginare un risultato pieno di intelligenza e di amore.
E così - mi pare - è.
Tale premessa è necessaria per spiegare come mai mi sono deciso a scriverti pubblicamente, cimentandomi in un genere che non prediligo. Mi ha colpito la completa assenza dal tuo libro di ogni riferimento al rapporto tra Pasolini e i radicali, tra Pasolini e Pannella: una dei fili ricorrenti e "forti" nella vita dello scrittore degli ultimi anni. Ho cercato di spiegarmi questa omissione ma non ho trovato plausibile ragione. Ne ho chiesto a un comune amico che mi ha risposto: «Enzo ha una sensibilità letteraria e questa è forse la spiegazione». Eppure il tuo libro non è questo: a ragione si afferma «non è biografia, o un saggio psicologico e letterario, ma la riflessione di un narratore sugli anni italiani che vanno dal tempo della Resistenza al tempo del terrorismo. Quasi "un libro di storia italiana"». Ed è vero.
Quando metti in risalto il distacco di Pasolini dalla vita letteraria con una volontaria emarginazione e delinei quella svolta che fa di Pasolini un «ineliminabile interlocutore dell'intera società italiana», scrivi: «rifiutava il "riformismo" della nuova politica comunista ma rifiutava insieme l'"estremismo" piccolo borghese e "barbaro" dei contestatori ultrasinistri».
È il momento delle prime collaborazioni al "Corriere della Sera" e non è marginale notare che, di già, Pasolini intellettuale vuole fare i conti con il nuovo radicalismo: «La prefazione di Marco Pannella - scrive a proposito del libro di Andrea Valcarenghi Underground: a Pugno chiuso - dieci pagine, è finalmente il testo di un manifesto politico del radicalismo È un avvenimento nella cultura di un manifesto politico del radicalismo. È un avvenimento nella cultura italiana di questi anni. Non si può conoscerlo. La definizione che vi dà dei rivoluzionari della non violenza, del potere della sinistra tradizionale e della nuova sinistra,... sul fascismo e soprattutto in modo sublime sull'antifascismo... una esortazione al lettore a non lasciarsi sfuggire queste pagine di Pannella, che sono le uniche finora in Italia a definire dall'interno un periodo della contestazione e a delineare una possibile continuità» ("Tempo", 4 novembre 1973). Sottolinei giustamente a più riprese un aspetto del cambiamento pasoliniano quando lo scrittore vuole "gettare il proprio corpo nella lotta" e inventare i modi per rompere, polemicamente accentuandola, la propria solitudine: «la collocazione era difficile: - i bersagli erano il consumismo, l'esercizio democristiano del potere, il permissivismo nei giovani, la linea ufficiale dei comunisti. Una materia fluida. Si trattava di provocare, a sorpresa, una polemica o l'altra: ora mostrando di appoggiarsi a chi contestava da sinistra il Pci, ora assumendo ragioni che potevano finanche apparire gradite alla destra. Si trattava di rendere la polemica irriconoscibile nell'immediato: - renderla "corsara", cosicché fosse impossibile da chiunque assumerla in proprio». Tra i non molti di riferimento consonanti in queste incursioni che si susseguirono nel 1974-75, Pasolini incontra i radicali.
Li incrocia nella redifinizione di fascismo e antifascismo quel tema che accompagnerà la riflessione controversa sulla mutazione antropologica degli italiani per l'intera stagione: «In realtà tuttavia c'è stato, e c'è in Italia un nuovo Fascismo che fonda il suo potere proprio sulla promessa della "comodità e del benessere": ed è appunto quello che Marco Pannella chiama il nuovo Regime, un po' immaginosamente, ma giustamente» ("Il Mondo", 28 marzo 1974).
Poi, nel famoso articolo delle lucciole: «Il confronto reale tra "fascismo" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma fra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa» ("Corriere della Sera", 1 febbraio 1975).
Li incontra concretamente quando vuole riappropriarsi dei concetti di obbedienza e di disobbedienza, cioè allorché deve dare un nome a moduli di comportamento adeguati alla nuova situazione: «Sai quanto ti amo e quanto sono dalla tua parte - scrive a Pannella all'indomani del successo comunista nelle elezioni del maggio 1975 -, ...c'è gente come noi che continua ad agire sotto la spinta "inerte" di necessità civili di cui si è avuto coscienza una decina di anni fa: che lotta cioè per una sincera ansia democratica e in nome di una reale tolleranza... Tu devi aggiornarti semanticamente sul linguaggio che usi. Non devi più chiamare la tua "disobbedienza" ma "obbedienza" e di tale "nuova obbedienza" offrirti come modello... Fondare la possibilità di una simile "obbedienza" e di una simile "volontà di ricostruzione" è il vero nuovo grande ruolo storico del Pci. Ma anche tua: anche dei radicali; anche di ogni singolo intellettuale, di ogni uomo solo e mite" ("Corriere della Sera", 18 luglio 1975). Pasolini non esitò a scendere in campo per essere accanto a Marco Pannella che aveva varcato il limite dei settanta giorni di digiuno nell'indifferenza generalizzata, aprendo una polemica dalla prima pagina del "Corriere" che si protrasse per oltre un mese. E non si trattava soltanto di simpatia e di quell'amore pubblicamente dichiarato per il leader radicale nella cui persona trovava una profonda affinità per aver egli gettato il proprio corpo nella lotta. Si trattava oltre che di ciò del fatto, che «i loro principi per così dire "metapolitici" hanno condotto i radicali a una prassi politica di un assoluto realismo. E non è per tali principi "scandalosi" che il mondo del potere - governo e opposizione - ignora, reprime, esclude Pannella, fino al punto di fare, eventualmente del suo amore per la vita un assassinio: ma è appunto per la sua prassi politica realistica. Infatti è il Partito Radicale, la LID che sono i reali vincitori del referendum del 12 maggio. Ed è per l'appunto questo che non viene loro perdonato "da nessuno"» ("Corriere della Sera", 16 luglio 1974).
Ancora una volta, durante il periodo "luterano", sull'aborto e sul sesso Pasolini moralista paradossale ha come interlocutori privilegiati le azioni promosse dai radicali; così come, quando deve definire l'esperienza «esistenziale, diretta, concreta, drammatica", corporea» "da cui nascono i suoi discorsi ideologici fa ricorso al termine "gente" («Dico "gente" a ragion veduta»), non casualmente familiare nel lessico radicale in contrapposizione "classe" e "popolo".
Gli esempi potrebbero allungarsi: il "Palazzo", il "processo", il "fascismo di sinistra"... Ma non è necessario. Basterà ricordare quel che Pier Paolo scrisse per il congresso radicale e che altri per lui vollero leggere a Firenze all'indomani dell'assassinio, il 4 novembre 1975: «Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali...».
«Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. È ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti».
«Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti la lotta per i diritti civili, rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità...».
«Contro tutto questo voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa a essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare».
Caro Enzo,
questa lettera non vuole essere un" cahier des doléances. "È solo l'esplicitazione di un interrogativo che mi sono posto sui tuoi silenzi, sulle tue omissioni. Non sono tra coloro che - da questa parte della milizia politica - interpretano ogni cosa come il risultato di una congiura del silenzio. Ma questa volta non posso darmi una ragione del fatto che nel tuo lavoro, così documentato, così appassionato e attento si faccia riferimento solo di sfuggita alla certa, solida, continua "simpatetica" attenzione che Pier Paolo ci dedicò, in crescendo, proprio nel momento in cui - come tu scrivi - «l'intellettuale "non politico" si trovava coinvolto del "dovere" dell'intervento politico».
Ti conosco non settario, né conforme a lascarti andare nelle correnti prevalenti del momento: perciò sono sicuro che vorrai sciogliere questi interrogativi.
Con immutata stima,
tuo Massimo Teodori

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