martedì 4 dicembre 2012

Il piombo e le rose, di Adriano Sofri, l'Unità 17 maggio 2004



Il piombo e le rose, di Adriano Sofri
l'Unità 17 maggio 2004

Benché ormai addestrato dalla lettura dei libri puntuali di Valeria Gandus e di Pier Mario Fasanotti, resto inadeguato come pochi a pronunciarmi sui delitti. Anche in questo lungo tramonto della mia esistenza, mi interessano molto i miei coinquilini, ma non per i loro delitti. Nonostante i loro delitti. Dopotutto, la casistica è diventata striminzita. Piccolo spaccio, per lo più, e furti, scippi, effrazioni e maldestre rapine, tutto ispirato dalla dannata droga, e poi assassinii di donne: mogli, fidanzate, sconosciute, prostitute. Gli uomini che ammazzano donne - la modalità più diffusa e rivelatrice del mondo d’oggi - sono spesso quelli di cui la cronaca riferisce che hanno poi rivolto l’arma contro se stessi, ma non sono morti: dettaglio seccante. A volte mi dico che avrei dovuto far miglior conto della mia reclusione e della confidenza di cui tanti carcerati mi onorano, e avviarmi al romanzo. Dopotutto i grandi romanzi classici, Dickens e Balzac e Dostoevskij, nascevano dalla frequentazione dei processi e dalla lettura metodica della Gazzetta dei Tribunali. Ma io sono un tipo comune. Venero la lettura dei romanzi, detesto la Gazzetta dei Tribunali. La forzata e prolissa esperienza di aule di giustizia e relativi verbali non ha fatto che confermarmi nella ripugnanza.

Tuttavia ci fu una congiuntura in cui la cronaca di delitti si intrecciò con la mia vita pubblica e privata - allora era quasi la stessa cosa - e ne influenzò decisivamente il corso. Furono due delitti, separati da meno di un mese, ottobre-novembre 1975. L’orrore del Circeo, l’assassinio di Pasolini. Hanno fra loro una assurda e fatidica relazione. Fin dalla scena materiale. Avvengono a Roma: almeno, a Roma cominciano. Con delle persone che salgono in macchina con altre persone. Due ragazze della periferia che salgono sull’auto di giovani uomini dei Parioli. Un ragazzo di periferia che sale sull’auto di Pier Paolo Pasolini. Si compiranno a una distanza suburbana, l’Idroscalo di Ostia, una villa del Circeo: luoghi pasoliniani ambedue. Pasolini interpretò con la sua lingua l’orrore del Circeo, e quando fu trucidato, di lì a poco, il suo discorso sul Circeo parve un’annunciazione dell’agguato che il destino riservava a lui. Dirò quali e quanti conti in sospeso conservo con quella sequenza di sciagure. Non ci sono mai tornato abbastanza. Si tratta di me, e di quel movimento, Lotta continua, cui allora per intero appartenevo. Ma non parlerò della storia di un gruppo estremista, argomento ormai quasi privato: piuttosto, di un modo di pensare e di un linguaggio che erano assai più vasti, e che toccarono in quel frangente il proprio scacco.
Si è fin troppo speculato - senz’altro troppo - su Pasolini che avrebbe preparato, inseguito e messo in scena la propria annunciatissima morte. Al contrario: Pasolini fu assassinato, e perse la vita che era sua, e che avrebbe vissuto. Se il Pasolini reso regista della propria morte è una facile e ingiusta figura letteraria, il legame fra il delitto del Circeo e l’uccisione del poeta omosessuale sulla spianata di Ostia era di quelli che sgomentano. Sembrava uscirne un ritratto fulmineo dell’Italia in due fotogrammi ravvicinati, e rovesciati. Rovesciati: perché qui è Pasolini il signore, e Pino Pelosi, «la rana», ragazzo di diciassette anni, ladruncolo e marchettaro, il torturatore e l’assassino.

Del delitto del Circeo, avevamo tenuto a dire che non era stato solo fascista, ma più universalmente «borghese». Pasolini aveva detto che i criminali non erano solo fascisti, e che lo erano allo stesso modo e con la stessa coscienza i proletari o i sottoproletari, quelli che magari avevano votato comunista il 15 giugno. «Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l’universo popolare romano è un universo odioso» scrisse nel suo ultimo articolo di fondo dopo il delitto del Circeo. «La mia esperienza privata quotidiana, esistenziale - che oppongo ancora una volta all’offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose - mi insegna che non c’è più alcuna differenza vera verso il reale e nel conseguente comportamento tra borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate». Erano le citazioni con le quali si apriva il primo articolo del nostro giornale dopo il delitto di Ostia. Conservano intera la loro forza sconvolgente. Soprattutto in quella orgogliosa sottolineatura: «che non vivono». Pasolini proclama di vivere ciò di cui gli altri tutt’al più parlano: getta sul terreno, coi propri pensieri, il proprio corpo - ed è infine il suo corpo martoriato che resta sul terreno. Sicché al dolore per la sua morte si confuse torvamente per noi il senso meschino di un’offesa, di dover reagire all’emozione «disfattista» che portava con sé. «Questa convinzione/l’assimilazione fra borghesi dei Parioli e sottoproletari delle borgate/Pasolini rovescia, con le circostanze della sua morte, su tutti noi come una prova definitiva, come una sfida».
 
Piangevamo Pasolini, ma non come avremmo voluto e dovuto, perché avevamo fretta di arginare l’invadente lezione della sua morte: «È contro questa visione della realtà che noi abbiamo molte volte polemizzato con Pasolini, senza alcun ottimismo pragmatico, senza alcun ottimismo “riformista”, ma guardando a ciò che avviene ogni giorno nel proletariato: al modo in cui i giovani e i vecchi delle borgate di Roma hanno accompagnato i funerali di Rosaria Lopez...». Protestavamo di nuovo, troppo ovviamente, contro il Pasolini che leggeva la mutazione del suo prossimo nelle fogge, nelle capigliature, nelle facce e nei pantaloni. «Pasolini aveva scritto una settimana fa su un quotidiano: “Guardate le facce dei giovani teppisti arrestati a Milano: vedrete dai loro tratti somatici che sono privi di pietà”. Noi non crediamo alla corrispondenza fra i tratti somatici e i sentimenti». Ma Pasolini era un esperto di facce, delle facce che la gente si merita. Continuavamo a replicare secondo un riflesso d’ordine e di ragionevolezza: senso di responsabilità, impegno comune a tenere in piedi la baracca politica che si andava sfasciando.
Avevamo fatto amicizia, noi e Pasolini, quando gli riconoscevamo un’extra-territorialità politica e civile, e lui riconosceva, e forse invidiava, la nostra seria irriverenza rivoluzionaria. Aveva trovato «adorabili» anche noi - quel suo fido aggettivo che Sciascia dichiarava per sé infrequentabile. Su quell’aggettivo costruì anche il suo involontario testamento, l’intervento per il Congresso radicale che fu letto postumo: «a) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. b) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono, e addirittura ci rinunciano».

Ora, anche nella sua morte di randagio, ci aggrappavamo alla ripetizione dei nostri miti collettivi, alla proclamazione del riscatto del mondo: «La sua offerta volontà di “guardare in faccia al mondo”, di restare senza riserve dentro la vita propria e altrui, lo aveva condotto in realtà a essere solo, a fabbricare miti, a estraniarsi e anche a contrapporsi a quella trasformazione reale del mondo e della gente attraverso quella “politica” di cui stentava sempre più a vedere altro se non la deformazione borghese».
Rileggendo le nostre pagine di allora - lo sto facendo - risento una vergogna per una rigidità quasi da realismo socialista, e per una polemica che ci sembrava doverosa, e tuttavia sentivamo già dentro di noi come una viltà e un rinnegamento. Quanto a me, fu allora, in quel tono improvvisamente irrigidito a coprire la frana interiore, che maturò la consumazione della speranza rivoluzionaria. Occorse ancora molta fatica: non tanto per rompere la crosta delle opinioni che erano state poco fa fresche ed erano ormai diventate abitudini, e dei pregiudizi, quanto per dimettersi dalla solidarietà collettiva e dal senso di responsabilità comune. Occorse una rottura vertiginosa, grazie al femminismo, suscitata anch’essa tuttavia dall’epilogo della sequenza dei delitti del Circeo e di Ostia - di lì a poco. Poi trascinammo un’esistenza politica grama e spaventata, ancora per un anno, quasi, come certi amori che si trascinano in convivenze tristi e ansiose. Fino al novembre del 1976: allora convocammo un Congresso a Rimini, non sapevamo neanche noi perché, forse illudendoci di ridar fiato alla nostra corsa. Ma non illudendoci tanto: e infatti cogliemmo l’occasione di una discussione nella quale una comunità che si era voluta infrangibile andava in mille pezzi, e chiudemmo la baracca.

Ho detto che ci sarebbe stato bisogno di un epilogo collettivo, che raccogliesse l’emozione intima e il disorientamento di quei mesi di fine ’75, e insieme mostrasse che i cocci non si sarebbero più messi assieme. Successe il 6 dicembre, due mesi dopo il Circeo, un mese dopo Ostia. La manifestazione ai Parioli, a piazza Euclide, c’era stata, l’11 ottobre, forte abbastanza, e aveva finito con l’essere soprattutto antifascista, nonostante le più vaste ambizioni. Il 6 dicembre, un sabato, era convocata una manifestazione nazionale sull’aborto da gruppi e comitati di donne, mentre era in discussione la legge nel governo e in Parlamento. Il corteo raccoglie venti o trentamila donne. Un gruppo di militanti romani di Lotta continua, in nome dell’unità del proletariato, insofferente di separatismi fra uomini e donne, rifiuta la decisione di escludere le bandiere e gli striscioni di gruppo e l’invito agli uomini ad accodarsi o restare ai bordi, e irrompe con la forza dentro il corteo. Un episodio increscioso di maschilismo che scatena l’orgoglio e l’intelligenza femminista anche in quelle organizzazioni che avevano finora subordinato la contraddizione di sesso a quella di classe. Fine del primato della politica, dell’antifascismo, della classe operaia che deve decidere tutto - e del resto. Fine, per molti di noi, di un’epoca. Bisognava ricominciare daccapo. Una fortuna insperata.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Blog creato da Bruno Esposito

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