lunedì 29 ottobre 2012

Fabrizio De Andrè, per Pier Paolo Pasolini

ERETICO e CORSARO



«È una storia mica male insabbiata, è una storia sbagliata»

Una storia sbagliata
Testo e musica: Fabrizio De Andrè/Massimo Bubola

Il testo del brano è dedicato a Pier Paolo Pasolini e tratta
della tragica scomparsa del poeta, avvenuta nel 1975

«È una storia di periferia, è una storia da una botta e via, è una storia sconclusionata,
è una storia sbagliata. Una spiaggia ai piedi del letto, stazione Termini ai piedi del cuore,

è una notte un po' concitata, una notte sbagliata»


La canzone fu commissionata a De André per fare da sigla a due documentari Rai sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi. Il cantautore coinvolse nel progetto l'amico Massimo, suo sodale di quel periodo, e insieme decisero subito di concentrarsi su Pasolini, non perché ritenessero la modella meno importante, ma perché: «...a noi che scrivevamo canzoni, come credo d'altra parte a tutti coloro che si sentivano in qualche misura legati al mondo della letteratura e dello spettacolo, la morte di Pasolini ci aveva resi quasi come orfani. Ne avevamo vissuto la scomparsa come un grave lutto, quasi come se ci fosse mancato un parente stretto.» (Fabrizio De André)


Del brano fu girato anche un video sullo sfondo della cittadina di Calcata, dove De André e Bubola suonano la chitarra seduti sugli scalini di una chiesa.



«È una canzone su commissione, forse l'unica che mi è stata commissionata. Mi fu chiesta da Franco Biancacci, a quel tempo a Rai Due, come sigla di due documentari-inchiesta sulle morti di Pasolini e di Wilma Montesi. In quel tempo, se non ricordo male, stavo cominciando a scrivere con Massimo Bubola l'ellepì che fu fu chiamato L'indiano (quello per intenderci che ha come copertina quel quadro di Remington che rappresenta un indiano a cavallo). E così gli ho chiesto di collaborare anche a questo lavoro. Ricordo che decidemmo tout-court di fare la canzone su Pasolini, e non tanto perché non ci importasse niente della morte della povera Montesi, ma per il fatto che a noi che scrivevamo canzoni, come credo d'altra parte a tutti coloro che si sentivano in qualche misura legati al mondo della letteratura e dello spettacolo, la morte di Pasolini ci aveva resi quasi come orfani. Ne avevamo vissuto la scomparsa come un grave lutto, quasi come se ci fosse mancato un parente stretto. Nella canzone comunque esiste una traccia di questa ambivalenza, cioè del fatto che ci si riferisce a due decessi e non ad uno solo. E lo si capisce nell'inciso quando canto:

"Cos'altro vi serve da queste vita / ora che il cielo al centro le ha colpite".

Come nasce una canzone? Direi che buona parte del senso e del valore della canzone sta prima di tutto nel suo titolo, cioè Una storia sbagliata, vale a dire una storia che non sarebbe dovuta accadere. Nel senso che in un clima di normale civiltà una storia del genere non dovrebbe succedere. E poi mi pare ci siano altri due versi che a mio parere spiegano meglio di altri il senso della canzone:

"Storia diversa per gente normale / storia comune per gente speciale".

Laddove per "normale" si deve intendere mediocre e poco civilizzato e per "speciale" normalmente, civilmente abituato a convivere con la cosiddetta diversità. Mi spiego meglio: per una persona matura e civile direi che è assolutamente normale che un omosessuale faccia la corte ad un suo simile dello stesso sesso. E assolutamente normale anche che se ne innamori. Dovrebbe esserlo anche per il corteggiato eterosessuale che ha mille modi di difendersi senza ricorrere alla violenza. Purtroppo la cultura maschilista e intollerante di un passato ancora troppo recente, ed allora ancora più recente di quanto non lo sia adesso, e che definirei un passato ancora recidivo, ha fatto credere alla maggioranza che il termine normalità debba coincidere necessariamente con il termine intolleranza. 

Ecco, un altro aspetto tragico che abbiamo voluto sottolineare nella canzone per la morte di Pasolini è quello legato ad una moda purtroppo ancora adesso corrente, e che si ricollega anche lei al clima di ignoranza e di caccia al diverso. E cioè il fatto che della morte di un grande uomo di pensiero sia stata fatta praticamente carne di porco da sbattere sul banco di macelleria dei settimanali spazzatura e non solo di quelli. Il verso "È una storia per parrucchieri" vuol dire che è una storia che purtroppo la si leggeva allora e ogni tanto la si legge ancora oggi sulle riviste equivoche mentre si aspetta di farsi fare la barba oppure la permanente. Questo è un po' in generale il senso della canzone. »

(Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, pp. 61-63)




Una storia sbagliata


E' una storia da dimenticare
è una storia da non raccontare
è una storia un po' complicata
è una storia sbagliata.

Cominciò con la luna sul posto
e finì con un fiume d'inchiostro
è una storia un poco scontata
è una storia sbagliata.

Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

E' una storia di periferia
è una storia da una botta e via
è una storia sconclusionata
una storia sbagliata.

Una spiaggia ai piedi del letto
stazione Termini ai piedi del cuore
una notte un po' concitata
una notte sbagliata.

Notte diversa per gente normale
notte comune per gente speciale
cos'altro ti serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

E' una storia vestita di nero
è una storia da basso impero
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.

E' una storia da carabinieri
è una storia per parrucchieri
è una storia un po' sputtanata
o è una storia sbagliata.

Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

Per il segno che c'è rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere più come è andata
tanto lo sai che è una storia sbagliata
tanto lo sai che è una storia sbagliata.


Una storia da dimenticare? Da non raccontare?

Forse non è neanche così complicata, almeno se si ha ancora la capacità di uso della propria memoria. E, forse, neanche "sbagliata". E' solo una storia, e le storie non sono mai "sbagliate" o "giuste"; bisogna semplicemente pigliarle da ogni angolazione possibile, perché ogni storia è una serie di domande alle quali tocca rispondere. Domande a volte espresse per affermazione o come racconto, come una serie di immagini; domande che ne ingenerano altre, dalla più semplice alla più complessa.


Una storia politica o una storiaccia "da basso impero"?

Perche' c'e' di mezzo la morte di uomo, Pier Paolo Pasolini, che ha fatto politica e che ha dato il suo contributo a segnarla, in questo famoso "dopoguerra" che è sempre di più, oramai, un "anteguerra" o forse addirittura un tempo di guerra; il cannone nel cortile lo lucidiamo sempre, dev'essere pronto in ogni momento. Fabrizio de Andrè sa esprimersi per contrari. Una storia da dimenticare quando, con le sue parole, la fissa per sempre nella memoria; una storia da non raccontare quando, con le sue parole, la racconta come forse nessun altro ha saputo fare.
Una storia un poco scontata, come dicono anche le cronache giudiziarie; talmente scontata che la reazione generale fu quasi di logicità. Pasolini non poteva che finire così. Una botta e via. Una botta sulla testa e il "via" di pneumatici che sgommano, che passano sopra un cadavere, che lo sconciano. Processi, giudici, giurati, condanne, galere. Una panoplia di cose già "deandreiane" di per sé; una storia scontata (sbagliata, normale, diversa) e, al tempo stesso, un destino. 



Una storia sconclusionata.


Se fosse solo una storiaccia di cronaca nera, perché dovrebbe essere "insabbiata"? E quella "spiaggia ai piedi del letto" che riporta ad un'altra, antica storiaccia: il caso di Wilma Montesi. C'era di mezzo un politico democristiano. Flash che arrivano, flash contemporanei, flash di una Roma dove si moriva male, per mano poliziotta, per mano fascista, per mano ben protetta. Come quella degli stupratori del Circeo. Quelle facce di merda da "bravi ragazzi", Angelo Izzo, Andrea Ghira e compagnia. La faccia insanguinata di Donatella Colasanti. Fu lo stesso anno della morte di Pasolini, il 1975; solo qualche mese prima. Storie sbagliate? Storie ordinarie? Diverse? Storie che si  intrecciano, perché tutto questo riesce a riportare alla mente una canzone. In questi casi, spesso, si tira in ballo l'"affresco".

Notti concitate che hanno valicato gli anni; e tante altre che non lo hanno fatto. Che non sono state "risapute". Forse De Andrè ci ha voluto parlare anche di quelle, o soprattutto di quelle. Questa
vorrebbe essere una specie di risposta, anche se non so se lo può veramente essere.

Ora che il cielo ha colpito al centro quelle vite, ora che quelle vite pian piano si spengono definitivamente nella dimenticanza, ora che tornano i tamburi battenti dell'"arte per l'arte" è bene far vedere che De Andrè, con la sua "arte", poneva e causava soprattutto domande di varia natura. Era lui che scolpiva ai bordi, non il cielo. I carabinieri ci hanno lavorato sopra quanto dovevano farlo, e avranno fatto il loro solito lavoro. I rotocalchi dai parrucchieri sono da secoli finiti al macero; qualcuno à stato persino "riciclato". Per altre storie; perché mica sono finite quella notte di novembre. Non ci sono purtroppo più molte persone capaci di raccontarle, queste storie "sputtanate" di tutti i giorni, di tutti i minuti.


Fonte: http://www.viadelcampo.com/html/una_storia_sbagliata.html






Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Blog creato da Bruno Esposito

Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

Pier Paolo Pasolini e il cinema. Brevi note su alcuni registi.






Pier Paolo Pasolini e il cinema.
Brevi note su alcuni registi

Pasolini è stato un semiologo dilettante che si è occupato del linguaggio cinematografico, oltre ad essere un recensore di film propri e altrui.

Per lui il cinema riproduce la realtà, perché le sequenze cinematografiche scelgono alcuni tra gli infiniti oggetti della realtà, pure quando devono evocare situazioni del passato.

Il cinema è soggettivo quando l'autore sceglie le immagini secondo la sua personale visione ideologica e poetica della realtà, o oggettivo quando l'autore prende le immagini dalla realtà così come sono, senza l'intervento della propria ideologia, oppure si tratta di immagini divenute convenzionali perché rivestite di un determinato significato sulla base di una tradizione cinematografica precedente .

Il cinema è classico o narrativo, quando non si "sente" la macchina da presa , ed è cinema di poesia,  invece, quando i molteplici movimenti della macchina da presa indicano che il vero protagonista del film è lo stile.

La sua idea del cinema come lingua, non convince i semiologi di professione, come Umberto Eco. Quest'ultimo afferma che è ingenuo pensare che i segni elementari del linguaggio cinematografico siano gli oggetti reali riprodotti sullo schermo; aggiunge che la semiologia intende ridurre i fenomeni naturali a fenomeni di cultura, e non ricondurre i fatti di cultura a fenomeni di natura. Pasolini controbatte che una auspicabile "semiologia generale della Realtà" non porterebbe alla naturalizzazione dei codici della cultura ma, al contrario, avrebbe come fine quello di culturizzare la natura, facendo dell'intero vivere un parlare: la Realtà è Linguaggio. 

Il regista, come ogni autore o artista, è un martire che cerca con la sua opera di scandalizzare i destinatari, godendo del piacere/dolore del martirio  cui è sottoposto per aver violato il codice consolidato. Del resto, i cosiddetti "classici" (come Dante o Petrarca) sono stati al loro tempo degli innovatori che hanno sfidato il codice linguistico della società medievale, ponendo le basi per un nuovo codice .

Ma non bisogna trasgredire troppo il codice, come ad esempio fa la neoavanguardia. Ciò è controproducente, perché causa un rimpianto del codice attaccato. L'autore deve restare sempre "sulla linea del fuoco" e lì combattere per una innovazione che possa modificare il codice stesso.

Mentre sino all'inizio degli anni '70 il Potere era ancora legato alle istituzioni tradizionali come Chiesa, Patria, Famiglia, in seguito il nuovo Potere fondato sul consumo di beni superflui ha preteso di distruggere ogni tradizione ed ogni espressività, divenendo più tollerante anche per quanto concerne la moralità dei film. E' un Potere che vuole che i cittadini siano avidi consumatori e non lettori critici o spettatori dei film di registi liberi e impegnati. E' un Potere che guarda con occhio benevolo persino ai film pornografici e invece stigmatizza le opere d'arte in cui l'elemento erotico ha sempre un senso culturale e politico.

Questi i registi che ha recensito, dando i seguenti giudizi, che sintetizzo:


Michelangelo ANTONIONI: scrive Pasolini su «Vie Nuove» n. 1 a. XX, 7 gennaio 1965, nella rubrica «Dialoghi con Pasolini»: "Nel Deserto rosso Antonioni, non appiccica più, come aveva fatto nei film precedenti, la sua visione del mondo a un contenuto vagamente sociologico (la nevrosi da alienazione): ma guarda il mondo attraverso gli occhi di una malata (l'incidente automobilistico credo non sia stato casuale: ma è stato probabilmente un tentativo di suicidio della donna). Attraverso questo meccanismo stilistico, Antonioni ha liberato se stesso: ha potuto finalmente vedere il mondo coi suoi occhi, perché ha identificato la sua visione delirante di estetismo, con la visione di una nevrotica. Tale identificazione è in parte arbitraria, è vero, ma l'arbitrarietà in questo caso fa parte della libertà poetica: una volta trovato il meccanismo liberatorio, il poeta può inebbriarsi di libertà. Non importa se è illecito far coincidere i «quadri» con cui il mondo si presenta a una nevrotica reale, con i «quadri» con cui il mondo si presenta a un poeta nevrotico; quel tanto che in questa operazione c'è di illecito diventa il fondiglio, non poetico e non culturale del film; quel tanto che invece c'è di lecito è la sua «ebbrezza poetica». L'importante è che ci sia una sostanziale possibilità di analogia tra la visione nevrotica di un poeta e quella del suo personaggio nevrotico. Non c'è dubbio che tale possibilità di analogia c'è. E la sua contraddittorietà è poi un fatto culturale, che anziché oggettivizzarsi nel personaggio, si soggettivizza nell'autore. Sicché appunto per la straordinaria riuscita formalistica non è stavolta nemmeno illecita e inattendibile l'impostazione del tema sociologico dell'alienazione."


Marco BELLOCCHIO: giovane regista accomunato dal nostro a Bertolucci; tra Bellocchio e Pasolini vi fu una corrispondenza epistolare sul film I pugni in tasca del promettente regista. In questo film un adolescente in crisi uccide i familiari, per l’eredità ma anche perché li considera inferiori al suo ideale estetico, e pure perché cerca irrazionalmente emozioni forti. Pasolini gli scrive che se il suo fine era quello di scandalizzare la borghesia, deve però essere cosciente che essa è vaccinata contro ogni tipo di scandalo, e semmai lo scandalo dà piacere/dolore solo all’autore e ai suoi simili. Bellocchio gli risponde che il suo fine principale non era quello di scandalizzare, ma descrivere obiettivamente la realtà sociale che determina la scelta delinquenziale del protagonista.


Ingmar BERGMAN: un grande che manca di cultura vera e propria: la sua cultura infatti è specialistica cioè audiovisiva, e inoltre è teatrale (conosce soprattutto Strindberg, con i suoi influssi di teosofia ed esoterismo).





Bernardo BERTOLUCCI: di Ultimo tango a Parigi non gli piace il personaggio di Brando (retorico e irreale), mentre quello di Maria Schneider è vero e poetico, come poetici sono tutti i rapporti sessuali rappresentati.





Liliana CAVANI: di lei recensisce Milarepa, un film sulla iniziazione di un ragazzo che cerca un maestro che gli insegni a rinunciare al mondo per valorizzare misticamente il Sè. In verità il protagonista è già stato da un altro maestro, ma di magia nera, che gli ha insegnato a distruggere i parenti e paesani che hanno sfruttato la madre. Adesso vuole liberarsi del peso della sua colpa e grazie a un maestro di dottrina pura, impara le leggi della Realtà. Il San Francesco, invece, a Pasolini non piace, lo considera un prodotto tipicamente televisivo, adatto a un pubblico borghese conformista e volgare, che vuole restare sempre uguale a se stesso, incapace di riconoscere il vero "sacro".


Sergio CITTI: grande amico di Pasolini; era un filosofo proveniente da ambienti sottoproletari; aveva letto solo Epicuro.

Il suo assoluto pessimismo gli permetteva di godere ciò che di bello la vita gli offriva; in Ostia rappresenta la donna come essere demoniaco, non sulla base di una ideologia o una cultura misogina, ma per una sua personale ossessione; in Storie scellerate manifesta un senso della morte del tutto laico, al contrario di quello pasoliniano che si basa sul mistero anche religioso.


Sergej Michailovič EJZENŠTEIN: regista dal grande talento, non amato però da Pasolini a causa del suo servilismo propagandistico nei confronti del regime sovietico.






Federico FELLINI: il suo eccesso di amore per la realtà lo porta a trasfigurare la realtà stessa; i personaggi dei suoi film sono spesso degli stravaganti, che contraddicono l'apparente razionalità della realtà, che è insieme dolce e orribile. Il suo è un "realismo creaturale", non fondato cioè su un'unica assoluta ideologia. L'irrazionalismo cattolico lo rende barocco e decadente (Pasolini profetizza che il neodecadentismo felliniano avrebbe preceduto un periodo di neodecadentismo letterario): per lui la società è immodificabile, non si possono evitare le sue brutture, tuttavia ogni cosa o persona è come pervasa dalla Grazia. Come fa Fellini a vedere purezza e vitalismo anche nella massa piccolo-borghese, cioè nel ceto medio, che a Pasolini invece appare tremendamente conformista e razzista? Ciò può accadere proprio per quell'eccesso di amore irrazionale di cui sopra si è detto.


Marco FERRERI: de La grande abbuffata, film nel quale quattro uomini medio-borghesi intendono suicidarsi con una smisurata ingestione di cibi raffinati, si domanda se la finalità del regista è quella di denunciare l'assoluta mancanza di logica nella realtà, che sarebbe quindi del tutto arbitraria, non dialettica, tale da produrre ripetizioni e non evoluzioni: l'uomo di fronte all'assurdo quindi non può che attuare una contestazione assoluta.


Pietro GERMI: difendendo qualunquisticamente la morale corrente e avendo un atteggiamento vitalistico e privilegiando la salute sessuale, questo regista, agli occhi del nostro critico, rimuove nella zona dell'inconscio la propria omoerotia, perché chi enfatizza la virilità spesso cela pulsioni omosessuali.




Jean-Luc GODARD: è, inconsapevolmente, un codificatore di linguaggio cinematografico, perché metà mondo del cinema segue il suo stile, ma egli si difende da ciò, dall'inconsapevole moralismo tipicamente francese che lo contraddistingue, se ne difende appunto con rabbia ingenua, volendo essere rispetto agli altri uomini, fratello e non padre.




Alexander KLUGE: Gli artisti sotto la tenda del circo: perplessi, film che denuncia la tragedia della vita, che è nel farsi delle cose nella nostra testa senza che si giunga ad una conclusione.






Stanley KRAMER: L'ultima spiaggia, che descrive una fantastorica fine del mondo nel 1964, a causa di una guerra atomica, ammonisce gli uomini con la frase: "Fratelli, siete ancora in tempo." Ma giacché Kramer lascia intendere che l'autodistruzione avviene a causa della follia degli uomini, che senso ha, dice Pasolini, ammonire dei folli? Insomma, il film è illogico per questo. Inoltre dà un senso di angoscia il comprendere che l'umanità muore senza essere mai realmente vissuta: è la fine di una società già finita, quella che viene descritta in questo film, come se si passasse da un nulla all'altro, e ciò è terribile.


Roberto ROSSELLINI: grande neorealista, denuncia i mali della società, ma mancando di una cultura solida, dopo che è caduto l'impeto neorealista e ne sono venute meno le ragioni, si è espresso solo attraverso la sua sensualità, il talento e la magia, ma ciò non è servito a niente.




François TRUFFAUT: de La nuite amèricaine afferma che il vero protagonista è il ritmo voluto dall'autore, ritmo al quale si adeguano le stesse caratteristiche psicologiche dei personaggi (e non viceversa).






Paul VECCHIALI: le protagoniste di Femmes femmes sono due attrici di teatro che vorrebbero fare del cinema, ma finiscono per diventare delle fallite: la loro grandezza sta nel mantenere un contegno artistico anche nel proprio degrado sociale.





Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.

Le ceneri di Gramsci, dalla voce di Pier Paolo Pasolini.

ERETICO e CORSARO




Pier Paolo Pasolini
Le ceneri di Gramsci


I
Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l'abbaglia
con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio... Spande una mortale 
pace, disamorata come i nostri destini,
tra le vecchie muraglie l'autunnale 
maggio. In esso c'è il grigiore del mondo, 
la fine del decennio in cui ci appare 
tra le macerie finito il profondo 
e ingenuo sforzo di rifare la vita; 
il silenzio, fradicio e infecondo... 
Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore 
era ancora vita, in quel maggio italiano 
che alla vita aggiungeva almeno ardore, 
quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri - non padre, ma umile 
fratello - già con la tua magra mano 
delineavi l'ideale che illumina 
(ma non per noi: tu morto, e noi 
morti ugualmente, con te, nell'umido 
giardino) questo silenzio. Non puoi, 
lo vedi?, che riposare in questo sito 
estraneo, ancora confinato. Noia 

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d'incudine 
dalle officine di Testaccio, sopito
nel vespro: tra misere tettoie, nudi 
mucchi di latta, ferrivecchi, dove 
cantando vizioso un garzone già chiude 
la sua giornata, mentre intorno spiove.
II
Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.
Scelte, dedizioni... altro suono non hanno 
ormai che questo del giardino gramo 
e nobile, in cui caparbio l'inganno 
che attutiva la vita resta nella morte. 
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno 
che mostrare la superstite sorte 
di gente laica le laiche iscrizioni 
in queste grige pietre, corte 
e imponenti. Ancora di passioni 
sfrenate senza scandalo son arse 
le ossa dei miliardari di nazioni 
più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti, 
i cui corpi sono nell'urne sparse 
inceneriti e non ancora casti. 
Qui il silenzio della morte è fede 
di un civile silenzio di uomini rimasti 
uomini, di un tedio che nel tedio 
del Parco, discreto muta: e la città 
che, indifferente, lo confina in mezzo 
a tuguri e a chiese, empia nella pietà, 
vi perde il suo splendore. La sua terra 
grassa di ortiche e di legumi dà 
questi magri cipressi, questa nera 
umidità che chiazza i muri intorno 
a smorti ghirigori di bosso, che la sera 
rasserenando spegne in disadorni 
sentori d'alga... quest'erbetta stenta 
e inodora, dove violetta si sprofonda 
l'atmosfera, con un brivido di menta, 
o fieno marcio, e quieta vi prelude 
con diurna malinconia, la spenta 
trepidazione della notte. Rude 
di clima, dolcissimo di storia, è 
tra questi muri il suolo in cui trasuda 
altro suolo; questo umido che 
ricorda altro umido; e risuonano 
- familiari da latitudini e 
orizzonti dove inglesi selve coronano 
laghi spersi nel cielo, tra praterie 
verdi come fosforici biliardi o come 
smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie 
invocazioni...
III
Uno straccetto rosso, come quello 
arrotolato al collo ai partigiani 
e, presso l'urna, sul terreno cereo, 
diversamente rossi, due gerani. 
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza 
non cattolica, elencato tra estranei 
morti: Le ceneri di Gramsci... Tra speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato 
per caso in questa magra serra, innanzi 
alla tua tomba, al tuo spirito restato 
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa 
di diverso, forse, di più estasiato 
e anche di più umile, ebbra simbiosi 
d'adolescente di sesso con morte...) 
E, da questo paese in cui non ebbe posa 
la tua tensione, sento quale torto 
- qui nella quiete delle tombe - e insieme 
quale ragione - nell'inquieta sorte 
nostra - tu avessi stilando le supreme 
pagine nei giorni del tuo assassinio. 
Ecco qui ad attestare il seme 
non ancora disperso dell'antico dominio, 
questi morti attaccati a un possesso 
che affonda nei secoli il suo abominio 
e la sua grandezza: e insieme, ossesso, 
quel vibrare d'incudini, in sordina, 
soffocato e accorante - dal dimesso 
rione - ad attestarne la fine. 
Ed ecco qui me stesso... povero, vestito 
dei panni che i poveri adocchiano in vetrine
dal rozzo splendore, e che ha smarrito 
la sporcizia delle più sperdute strade, 
delle panche dei tram, da cui stranito 
è il mio giorno: mentre sempre più rade 
ho di queste vacanze, nel tormento 
del mantenermi in vita; e se mi accade 
di amare il mondo non è che per violento 
e ingenuo amore sensuale 
così come, confuso adolescente, un tempo 
l'odiai, se in esso mi feriva il male 
borghese di me borghese: e ora, scisso 
- con te - il mondo, oggetto non appare 
di rancore e quasi di mistico 
disprezzo, la parte che ne ha il potere? 
Eppure senza il tuo rigore, sussisto 
perché non scelgo. Vivo nel non volere 
del tramontato dopoguerra: amando 
il mondo che odio - nella sua miseria 
sprezzante e perso - per un oscuro scandalo
della coscienza...
IV
Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro te; con te nel cuore, 
in luce, contro te nelle buie viscere; 
del mio paterno stato traditore 
- nel pensiero, in un'ombra di azione - 
mi so ad esso attaccato nel calore 
degli istinti, dell'estetica passione; 
attratto da una vita proletaria 
a te anteriore, è per me religione 
la sua allegria, non la millenaria 
sua lotta: la sua natura, non la sua 
coscienza; è la forza originaria 
dell'uomo, che nell'atto s'è perduta, 
a darle l'ebbrezza della nostalgia, 
una luce poetica: ed altro più 
io non so dirne, che non sia 
giusto ma non sincero, astratto 
amore, non accorante simpatia... 
Come i poveri povero, mi attacco 
come loro a umilianti speranze, 
come loro per vivere mi batto 
ogni giorno. Ma nella desolante 
mia condizione di diseredato, 
io possiedo: ed è il più esaltante 
dei possessi borghesi, lo stato 
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato: 
ma a che serve la luce?
V
Non dico l'individuo, il fenomeno 
dell'ardore sensuale e sentimentale... 
altri vizi esso ha, altro è il nome 
e la fatalità del suo peccare... 
Ma in esso impastati quali comuni, 
prenatali vizi, e quale 
oggettivo peccato! Non sono immuni 
gli interni e esterni atti, che lo fanno 
incarnato alla vita, da nessuna 
delle religioni che nella vita stanno, 
ipoteca di morte, istituite 
a ingannare la luce, a dar luce all'inganno. 
Destinate a esser seppellite 
le sue spoglie al Verano, è cattolica 
la sua lotta con esse: gesuitiche 
le manie con cui dispone il cuore; 
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie 
la sua coscienza... e ironico ardore 
liberale... e rozza luce, tra i disgusti 
di dandy provinciale, di provinciale 
salute... Fino alle infime minuzie 
in cui sfumano, nel fondo animale, 
Autorità e Anarchia... Ben protetto 
dall'impura virtù e dall'ebbro peccare, 
difendendo una ingenuità di ossesso, 
e con quale coscienza!, vive l'io: io, 
vivo, eludendo la vita, con nel petto 
il senso di una vita che sia oblio 
accorante, violento... Ah come 
capisco, muto nel fradicio brusio 
del vento, qui dov'è muta Roma, 
tra i cipressi stancamente sconvolti, 
presso te, l'anima il cui graffito suona 
Shelley... Come capisco il vortice 
dei sentimenti, il capriccio (greco 
nel cuore del patrizio, nordico 
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco 
celeste del Tirreno; la carnale 
gioia dell'avventura, estetica 
e puerile: mentre prostrata l'Italia 
come dentro il ventre di un'enorme 
cicala, spalanca bianchi litorali, 
sparsi nel Lazio di velate torme 
di pini, barocchi, di giallognole 
radure di ruchetta, dove dorme 
col membro gonfio tra gli stracci un sogno 
goethiano, il giovincello ciociaro... 
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne 
d'erbasaetta in cui si stampa chiaro 
il nocciolo, pei viottoli che il buttero 
della sua gioventù ricolma ignaro. 
Ciecamente fragranti nelle asciutte 
curve della Versilia, che sul mare 
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi, 
le tarsie lievi della sua pasquale 
campagna interamente umana, 
espone, incupita sul Cinquale, 
dipanata sotto le torride Apuane, 
i blu vitrei sul rosa... Di scogli, 
frane, sconvolti, come per un panico 
di fragranza, nella Riviera, molle, 
erta, dove il sole lotta con la brezza 
a dar suprema soavità agli olii 
del mare... E intorno ronza di lietezza 
lo sterminato strumento a percussione 
del sesso e della luce: così avvezza 
ne è l'Italia che non ne trema, come 
morta nella sua vita: gridano caldi 
da centinaia di porti il nome 
del compagno i giovinetti madidi 
nel bruno della faccia, tra la gente 
rivierasca, presso orti di cardi, 
in luride spiaggette...
Mi chiederai tu, morto disadorno, 
d'abbandonare questa disperata 
passione di essere nel mondo?
      VI
Me ne vado, ti lascio nella sera 
che, benché triste, così dolce scende 
per noi viventi, con la luce cerea 
che al quartiere in penombra si rapprende. 
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto, 
intorno, e, più lontano, lo riaccende 
di una vita smaniosa che del roco 
rotolìo dei tram, dei gridi umani, 
dialettali, fa un concerto fioco 
e assoluto. E senti come in quei lontani 
esseri che, in vita, gridano, ridono, 
in quei loro veicoli, in quei grami 
caseggiati dove si consuma l'infido 
ed espansivo dono dell'esistenza - 
quella vita non è che un brivido; 
corporea, collettiva presenza; 
senti il mancare di ogni religione 
vera; non vita, ma sopravvivenza 
- forse più lieta della vita - come 
d'un popolo di animali, nel cui arcano 
orgasmo non ci sia altra passione 
che per l'operare quotidiano: 
umile fervore cui dà un senso di festa 
l'umile corruzione. Quanto più è vano 
- in questo vuoto della storia, in questa 
ronzante pausa in cui la vita tace - 
ogni ideale, meglio è manifesta 
la stupenda, adusta sensualità 
quasi alessandrina, che tutto minia 
e impuramente accende, quando qua 
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina 
il mondo, nella penombra, rientrando 
in vuote piazze, in scorate officine... 
Già si accendono i lumi, costellando 
Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero 
Testaccio, disadorno tra il suo grande 
lurido monte, i lungoteveri, il nero 
fondale, oltre il fiume, che Monteverde 
ammassa o sfuma invisibile sul cielo. 
Diademi di lumi che si perdono, 
smaglianti, e freddi di tristezza 
quasi marina... Manca poco alla cena; 
brillano i rari autobus del quartiere, 
con grappoli d'operai agli sportelli, 
e gruppi di militari vanno, senza fretta, 
verso il monte che cela in mezzo a sterri 
fradici e mucchi secchi d'immondizia 
nell'ombra, rintanate zoccolette 
che aspettano irose sopra la sporcizia 
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette 
abusive ai margini del monte, o in mezzo 
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi 
leggeri come stracci giocano alla brezza 
non più fredda, primaverile; ardenti 
di sventatezza giovanile la romanesca 
loro sera di maggio scuri adolescenti 
fischiano pei marciapiedi, nella festa 
vespertina; e scrosciano le saracinesche 
dei garages di schianto, gioiosamente, 
se il buio ha resa serena la sera, 
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio 
il vento che cade in tremiti di bufera, 
è ben dolce, benché radendo i capellacci 
e i tufi del Macello, vi si imbeva 
di sangue marcio, e per ogni dove 
agiti rifiuti e odore di miseria. 
È un brusio la vita, e questi persi 
in essa, la perdono serenamente, 
se il cuore ne hanno pieno: a godersi 
eccoli, miseri, la sera: e potente 
in essi, inermi, per essi, il mito 
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente 
di chi soltanto nella storia ha vita, 
potrò mai più con pura passione operare, 
se so che la nostra storia è finita? 
1954
Le ceneri di Gramsci è una raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini pubblicata da Garzanti nel 1957.
Il volume, che riporta il sottotitolo "Poemetti", raccoglie undici poesie già pubblicate su riviste o in plaquette tra il 1951 e il 1956.
il poemetto che dà il titolo alla raccolta, Le ceneri di Gramsci, datato 1954 e pubblicato sul n. 17-18 di "Nuovi Argomenti" del novembre- febbraio ''55-'56.



*  *  *
La voce di Pier Paolo Pasolini: Le ceneri di Gramsci








Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito



Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro


Grazie per aver visitato il mio blog.


Pasolini sulla questione linguistica.





Pier Paolo Pasolini,
sulla questione linguistica


Sulle questioni linguistiche Pier Paolo Pasolini scrive soprattutto in Empirismo eretico (1964-72), ma anche in saggi sparsi. La sua tesi è che sino all'avvento del neocapitalismo, cioè sino ai primi anni '60, in Italia non esisteva una lingua nazionale, unica per tutte le classi sociali, ma un "italiano medio" come lingua della sola classe dominante borghese, che si ispirava evidentemente alla lingua letteraria. Il popolo, da parte sua, aveva tanti linguaggi particolari, quante erano le realtà locali in cui si esprimeva. Dagli anni '60 in poi, come elemento unificatore di tutte le classi sociali, attraverso i mass-media, soprattutto la televisione, si fa strada una vera e propria lingua nazionale basata sul frasario tecnologico, anti-espressivo e quindi solo comunicativo cioè strumentale. Si tratta di una "comunicazione segnaletica" che trasforma antropologicamente gli uomini in automi, a causa di desideri inautentici inculcati loro dal potere consumistico ai fini della produzione.

Le realtà dialettali sono divenute delle "sopravvivenze" da tutelare come le opere d'arte in un museo. Non sono più il linguaggio vivo e colorito del popolo. La cultura tecnica ha inoltre soppiantato quella umanistica, non consona alla logica del consumo di beni superflui. Mentre in passato alla guida della lingua era la letteratura (sia pure fatta da borghesi), adesso sono le aziende. Tutto questo egli lo vede sul nascere, mentre noi ci siamo già dentro.

Cosa possono fare i letterati? Pasolini li invita a non rimuovere la questione, ad appropriarsi del nuovo linguaggio tecnologico per far valere, magari  attraverso un uso ironico-distorcente di esso, il fine dell'espressività cioè della libertà contro la meccanizzazione dell'uomo. Infatti il nuovo sistema sociale e linguistico è comunicativo sì, ma non razionale, quindi è pericolosamente irrazionale. Riporta gli individui a condizioni preistoriche, improntate a licenza e caos, in cui i rapporti umani diventano mercificati (ad esempio, si cambia partner come se fosse un'automobile).

E' il fallimento del sogno degli intellettuali marxisti che con e dopo la Resistenza hanno combattuto perché in Italia si potesse creare una lingua nazionale "attraverso un democratico arricchimento linguistico, ottenuto con contributi paritetici da tutti i livelli culturali, regionali e classisti."

Verrà criticato sia da sinistra che da destra. Da sinistra gli verrà detto (soprattutto da Moravia) che ha contrabbandato per analisi oggettive le sue nuove esigenze di poetica; la neoavanguardia rivendicherà di essere stata lei stessa la scopritrice della lingua nazionale tecnocratica; i linguisti lo accuseranno, al solito, di superficialità. I conservatori, dal canto loro, di aver trascurato la letteratura in nome della propria "infatuazione tecnocratica", cioè l'esatto contrario della verità: Pasolini non "amava" la lingua tecnocratica, si limitava a vederla nascere e anzi prevedeva che essa, attraverso l'industria culturale, avrebbe reso marginali la cultura umanistica e le tradizioni, che lui in realtà amava.


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Grazie per aver visitato il mio blog.