martedì 30 ottobre 2012

Eretici o Corsari? Due accostamenti difficili, ma facili. Pasolini e Gaber





Eretici o Corsari?
Due accostamenti difficili, ma facili.
Pasolini e Gaber



“Io non sono mai stato un militante, mai tesserato, mai
propagandista. Questo essere un po’ dentro un po’ fuori, che mi è
stato anche imputato, per me è vitale.
Io credo invece nell’utopia della politica come indagine nella
realtà.”
Giorgio Gaber







“Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella
che mi proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla
voluta; dall’essermi messo in condizione di non avere niente da
perdere e quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia
quello con un lettore, che io considero del resto degno di ogni più
scandalosa ricerca.”
Pier Paolo Pasolini
da: Scritti Corsari (6/10/74)



Pur non frequentandosi, Gaber e Pasolini nella prima metà degli anni Settanta portavano avanti una missione comune: cantautore, commediografo ed attore l’uno; poeta, scrittore, regista e giornalista l’altro; con le armi delle loro arti, criticavano e scuotevano le coscienze della società italiana massivamente borghese e sempre più indirizzata ad un consumismo sfrenato.
Due artisti e intellettuali “non organici”, che non temono di compromettersi
e di risultare anche scomodi, poeti d’opposizione, diversi nella libertà, che con lucida preveggenza ci svelano che “il futuro è già finito” e che sarebbe ora di tornare a privilegiare il “crescere” rispetto al “consumare”.

Come si fa per una mosca che ci ronza attorno, i due sono stati scansati perché scomodi e d’intralcio, arrivando addirittura ad uccidere barbaramente Pasolini.
Queste “mosche ronzanti” però avevano la funzione di svegliare l’individuo che inconsapevolmente, quasi ipnotizzato, si inoltrava in paludi putride e melmose.
Oggi, dopo anni, questo loro soave ronzio torna a farsi sentire con immutato impeto, a scuotere coscienze ancora impantanate. Non attraverso un rivoluzionario esperimento o per una resurrezione miracolosa ma per effetto della loro Arte che li ha resi eterni.
Attraverso l’intreccio delle loro opere, le interviste e le dichiarazioni, Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber sono sopravvissuti all’assassinio e al cancro...
Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza
direi che non è più tempo di fare mischiamenti
che è il momento di prender le distanze, che non voglio inventarmi
più amori
che non voglio più avervi come amici, come interlocutori.
Sono diverso e certamente solo.
Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune
ma neanche la retorica del pazzo
non ho nessuna voglia di assurde compressioni
ma nemmeno di liberarmi a cazzo
non voglio velleitarie mescolanze con nessuno
nemmeno più con voi
ma non sopporto neanche la legge dilagante del “fatti i cazzi
tuoi!”
Sono diverso, sono polemico e violento
non ho nessun rispetto per la democrazia
e parlo molto male di prostitute e detenuti
da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti
di quelli che mi diranno che sono qualunquista, non me ne frega
niente
non sono più compagno, né femministaiolo militante
mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le
altre cazzate
e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate
con cui voi discutete democraticamente
sono diverso perché quando è merda è merda
non ha importanza la specificazione...
autisti di piazza, studenti, barbieri, santoni, artisti, operai, gramsciani
cattolici, nani, datori di luci, baristi, troie, ruffiani, paracadutisti,
ufologi...
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

Giorgio Gaber, “Polli d’allevamento”, 1978

L’italiano di allora, come quello di ora, è un essere confuso, che crede di contare per la propria società, ma in realtà è manipolato dal consumismo e dalla televisione: il popolo italiano è affetto da una forma cronica di “cancro sociale”; dove ogni uomo non è più uomo, ma il suo sfacelo.

Un accostamento ardito quello tra Gaber e Pasolini? Non più di tanto, perché i testi svelano inediti punti di connessione tra queste due ’menti’ superbe, che hanno esaltato l’analisi socio-culturale e politica del nostro Paese, trasformandola in lucida e schietta invettiva: Gaber negli anni ce le ha cantate in tutti i modi, Pasolini non è stato da meno, ed ha usato le ’armi’ dell’inchiostro e del video. Entrambi hanno fiutato il pericolo della deriva consumistica e della omologazione culturale che avrebbe modificato in modo irreversibile il dna degli italiani. A metà degli anni ’70 Pier Paolo Pasolini pubblica i leggendari Scritti corsari, una raccolta di articoli e riflessioni sulla trasformazione dell’Italia di quegli anni. In più di una intervista Gaber commenta “sviluppo senza progresso … mi sembra la sintesi più appropriata della nostra epoca”.
Paolo Di Stefano
(Corriere della Sera, dicembre 2010 )

E in fondo la «libertà obbligatoria» su cui scherza (ma sul serio) il duo Gaber-Luporini del ’76 è la stessa dell’editorialista che se la prende con il conformismo dei capelloni. L’obiettivo comune è il conformismo ideologico - e alla fine piccolo-borghese - scambiato per ribellione e persino per rivoluzione dei costumi. L’obiettivo comune sono i polli d’allevamento che danno il titolo a un album di Gaber datato 1978. Stessa formula presente in uno scritto uscito sul «Corriere» il 1° marzo 1975 in cui Pasolini rispondeva all’accusa di sentimentalismo irrazionalistico rivoltagli da Calvino: «L’omologazione culturale ha cancellato dall’orizzonte le “piccole patrie”, le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse. Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo: è questa la nuova società nella quale oggi ci muoviamo, testimoni e vittime dei lutti culturali». 
Gaber non fa nessun accenno di rimpianto per le piccole patrie, ma certo non ha simpatie per «la nuova sacralità» della merce. Si veda, nello stesso album, la parabola degli «Oggetti» che prendono possesso della nostra vita: «Nel frattempo gli oggetti erano andati al potere. La loro prima vittoria era stata il superamento del concetto di utilità. Piano piano avevano occupato anche gli spazi più nascosti delle nostre case e da lì ci spiavano».
Si potrebbe continuare con altre coincidenze lessicali, come la parallela metafora cancerogena (la «metastasi» in Pasolini, il «cancro» in Gaber) che divora le coscienze. Si potrebbe, come farà lo spettacolo di Gallione, mettere a contatto il «Voto comunista perché» dichiarato dal poeta dalle colonne dell’«Unità» nel ’75 con la litania anaforica di «Qualcuno era comunista», scritta quindici anni dopo da Gaber, quasi una valutazione postuma della speranza pasoliniana.
Si potrebbero evocare le simmetrie di un anticlericalismo mai celato nell’uno e nell’altro caso. Si potrebbe anche evocare la critica dell’uomo-massa, rispetto al quale Pasolini pronuncia i suoi violenti anatemi, mentre Gaber finge un’improbabile identificazione per riuscire meglio a metterne alla berlina alienazione e psicosi.
Si dovrebbe anche per contrapposizione, affiancare il corpo comicamente flessuoso e mobile con cui Gaber si propone sulla scena a quello statuario e tragico con cui Pasolini si propose al mondo.



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Calcio e letteratura: lo sport di Pasolini






Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri.

Enzo Biagi intervista Pier Paolo Pasolini,
«La Stampa», 4 gennaio 1973



Il calcio è una metafora della vita. 
Jean-Paul Sartre.

La vita è una metafora del calcio. 
Sergio Givone.

Per Thomas Stearnes Eliot "il calcio è un elemento fondamentale della cultura contemporanea". Per me, che arrivo dal Sudamerica, dal Brasile, il pallone rappresenta un'utopia, un riscatto, una opposizione al potere. Basta leggere Eduardo Galeano: "Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l'arte dell'imprevisto". 
Darwin Pastorin
A un vincitore nel pallone, datata 1821.In questa canzone in cinque strofe, Giacomo Leopardi  si riferisce a un ben preciso personaggio, il giovane Carlo Didini di Treia, e lo acclama come campione, elogiandolo per l'energia espressa nell'azione sportiva.

Garrincha, l'analfabeta soprannominato "allegria della gente", l'angelo dalle gambe storte, venne così descritto dal grande poeta Carlos Drummond De Andrade: "Fu un povero e semplice mortale che aiutò un paese intero a sublimare le sue tristezze.Edilberto Coutinho: "Perché lo scrittore scrive sempre delle sue passioni. E l'uso che in certi casi le dittature fanno del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione. Che continuano a prevalere. Perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno. Non lo dimentica nessuno"».

Se avessi il materiale disponibile, e mi sentissi all'altezza, proverei a scrivere una storia del mondo sotto la specie del pallonetto". Mi pare che questa idea del pallonetto sia la più promettente idea post-moderna, per tutte le strategie compresa la strategia politica.
Adriano Sofri



Marzo del 1975: la troupe di "Novecento", capitano Bernardo Bertolucci, sfida e batte quella di "Salò o le centoventi giornate di Sodoma". Scuro in volto, Pier Paolo Pasolini abbandona il campo.Perché l'intellettuale più discusso d'Italia al calcio ci tiene parecchio. Il ritratto di uno scrittore che giocava dovunque, sul set, per strada, in borgata. E la domenica allo stadio, in prima fila, a tifare Bologna.

di GIOVANNI SANTUCCI
16 marzo 1975: "Novecento" vs. "Centoventi"
Primavera 1975. Pasolini si è stabilito con la sua troupe all’albergo San Lorenzo di Mantova. In quella provincia, nella villa di Pontemerlano di Roncoferrato, si svolgono le riprese di "Salò o le centoventi giornate di Sodoma", il suo ultimo film. Un viaggio all’Inferno, al più basso fondo del male, che ogni spettatore si porterà dietro per sempre, niente a che fare con la normale visione di un film, un’esperienza invece tragica e irreversibile, tanto autentica da essere definitiva. Poco lontano, nei dintorni della sua città natale, Parma, Bernardo Bertolucci attende alla regia di "Novecento". Il 16 marzo, giorno del compleanno di Bertolucci, su entrambi i set le riprese sono sospese, per lasciare la possibilità, alle due compagnie, di allestire ciascuna la propria rappresentativa calcistica. "Novecento" contro "Centoventi", dunque. La sfida è l’atteso evento intorno al quale ruotano i festeggiamenti in onore del regista parmigiano. Qualcuno avanza l’ipotesi che, dietro l’organizzazione della gara, ci sia l’intento di ristabilire la pace dopo un’incomprensione, difficile a dirsi se vera o presunta, tra i due registi, a causa di alcune critiche mosse da Pasolini e male accolte dal suo vecchio assistente alla regia. Luogo deputato all’incontro è il campo della Cittadella, poco distante dal Tardini e ancor oggi sede degli allenamenti del Parma - all’epoca in serie B. Il festeggiato non scende in campo, si limita a parteggiare per i propri colleghi dalla tribuna; Pasolini, inutile dirlo, per nulla al mondo avrebbe perso l’occasione di prendere parte a quella partita; nel ruolo di ala, come di consueto. Si stringe al braccio la fascia di capitano, e con tutta probabilità è proprio lui ad imporre ai suoi le casacche rosso-blu del Bologna. La funzione dell’arbitro viene spartita e assolta, in ciascuno dei due tempi, da un direttore di gara differente: il primo, se così si può dire, di estrazione "Centoventi", l’altro "Novecento". "...quanto alla squadra di Bertolucci le divise erano opera fantastica della costumista di "Novecento" (un lavoretto in più, da aggiungere ai circa quattromila costumi già elaborati per il film) Gitte Magrini: maglie viola copiativo con le cifre 900 in giallo verticale, calzettoni a strisce multicolori destinati a sviluppare, per il gioco di gambe, un effetto caleidoscopico (e psichedelico) tale da rendere difficile l’individuazione del pallone ai rivali"(1). Così la cronaca apparsa su "La Gazzetta di Parma" qualche giorno dopo la partita, resoconto aperto da un titolo incentrato proprio sulle fogge inusuali delle uniformi sportive ideate dalla Magrini: "Bertolucci batte Pasolini (5-2) grazie ai calzettoni psichedelici". Il risultato parla chiaro sull’andamento dell’incontro, qualche equivoco nasce invece dalle ricostruzioni a posteriori, in particolare dalla memoria di Bertolucci che riferisce di un 19 a 13 e di un Pasolini che abbandona il campo stizzito per non essere stato coinvolto nel gioco dai compagni più bravi di lui. A portare un chiarimento è la testimonianza di Ugo Chessari, una delle vittime in "Salò", reduce, quanto a esperienza calcistica, da una militanza nel settore giovanile della Lazio non molto tempo addietro. Il suo ricordo travalica l’occasione singola e si diffonde sul ruolo egemonico del pallone come svago durante le pause di lavorazione del film, forse una sorta di esorcismo contro la martellante crudeltà delle scene che si rappresentavano: "Si arrabbiò: è vero. E lasciò il campo perché era fatto così, era una sua caratteristica diciamo negativa: ci teneva troppo. Lui non ci stava a perdere, era un intenditore di calcio: la prendeva con serietà, mentre Ninetto Davoli, per esempio, s’ammazzava dalle risate. Tra di noi c’erano cinque-sei giocatori buoni, il resto soltanto molta voglia. Fu un’esperienza bellissima quella di Salò, il pallone non mancava mai, a volte si saltava il pranzo per giocare".



Racconta Ninetto Davoli: "Ogni volta che sentivamo il rumore di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare".

Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente. È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dell’equilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco. Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il "gioco": sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale, in quella foto, la posa e lo sguardo, l’abito e la strada. È la fotografia più bella del Pasolini calciatore perché il calcio al pallone è in essa un gesto di libertà e di gioia. A indovinare dall’esterno, non si direbbe neppure una partita vera e propria, con tutta probabilità si trattava piuttosto di un incontro non prestabilito: una di quelle occasioni offerte dal caso in mezzo alla strada che lo scrittore aveva accolto di buon grado, unendosi, com’era solito fare, a quelle situazioni in cui non si contrasta e non si segnano dei goal, ma si fa semplicemente volare e correre il pallone, si prova qualche finezza, si urla e si ride mentre la palla l’hanno gli altri. Pasolini si prende la libertà di sporcarsi e di sudare quando non dovrebbe, di rovinare i suoi vestiti e magari di dimenticarsi di qualche appuntamento. Di sicuro quel mattino annodandosi la cravatta non prevedeva questa piccola occasione per scalmanarsi, ma quando essa si è presentata non ha avuto bisogno di prepararsi o cambiarsi, e neppure di togliersi la giacca. Ha chiamato, ha detto - passamela! - e via. È il modo di essere libero e tipico del bambino, che può correre senza remore dietro al pallone anche fuori della chiesa, dopo la prima comunione, con il vestito della festa e i mocassini, perché a vedere una palla che salta e rotola non si può star lì a guardare. Oltre i quindici o sedici anni, la vita attenta e pulita opprime, nega la possibilità di un simile divertimento, così estemporaneo e "anarchico", e vedere il poeta in cravatta che gioca per strada a trenta e a quaranta mette addosso una qualche malinconia. Altra foto. Lo scrittore col pallone tra i piedi sopra una pezza d’erba. Stavolta ha intorno parecchi ragazzi scamiciati. Ancora quella condizione libera, a profusione continua e quasi magmatica, del gioco del pallone, che nella periferia romana riempie le strade e i pomeriggi, tutti gli spiazzi i prati secchi e le comitive. Tra Pietralata e Monteverde imbattersi in una "partitella" doveva essere cosa abituale e Pasolini partecipava, secondo la testimonianza di Ninetto Davoli, sempre volentieri e con un’accensione di entusiasmo, una sorta di piacevole impellenza alla quale era ben facile arrendersi. In borgata il calcio è continua "improvvisazione", qualche passaggio e qualche corsa, strilli risate e parolacce. Chiunque arriva può aggregarsi. Schiamazzi e polverone sono un basso continuo, sonoro e figurativo; tra sterri e immondizie, nel paesaggio urbano in costruzione di "case non ancora finite e già in rovina" c’è sempre un circolo di giovani o uno sciame di ragazzini che si riversa negli spazi desolati rincorrendo una palla:

(...) quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare...

...Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. "Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!" gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. "‘E donne", disse poi, facendo una rovesciata. "Vaffan...", gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa,... Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza. Allora il roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti. (2)



Le lettere (3) e le corse di "Stukas": il calcio ufficiale
"Era instancabile e generoso... Diceva sempre che una partita di calcio era come un mese di vacanze."

Ne parlava Giovanni Giudici qualche mese fa, in un convegno sul tema della Malinconia in svolgimento al Teatro Argentina di Roma, dove nel pomeriggio avrebbe dovuto leggere una scelta di suoi versi. Si era presentato sul palco inaspettatamente a fine mattinata, aiutato dalla moglie e da qualche zelante spettatore per salire quei pochi scalini che separano il palco stesso dalla platea, e là sopra, con la noncuranza del vecchio simpatico al quale tutti ormai tributano l’autorità di maestro, e che perciò può infischiarsene del tono altero e un po’ trombonesco dei relatori, una voltà là sul palco ricordò, lui tifoso del Genoa, l’amico Vittorio Sereni, di nota fede interista. E di preciso raccontò una domenica di nebbia trascorsa assieme allo stadio Meazza, per assistere a una partita senza storia disputata appunto tra Inter e Genoa. Anni dopo quel campo avvolto di nebbia sarebbe entrato in alcuni versi di Giudici, per un malinconico ricordo dell’amico da poco scomparso.Tutti conoscevano la passione di Sereni per l’Inter, come del resto tutti erano al corrente dell’altrettanto coriacea fede di Pasolini nel suo Bologna. Di frequente considerazioni, chiacchiere e sfottò calcistici entravano nella corrispondenza tra i due, laddove i più ingenui immaginerebbero invece, in uno scambio epistolare tra due poeti, solamente discussioni letterarie o toni seriosi. Pasolini ormai stabilmente a Roma, Sereni come sempre a Milano, frequentano abitualmente gli stadi delle rispettive città: "Dunque... io sono tifoso e tutte le domeniche vado all’Olimpico di Roma; sono, naturalmente, tifoso del Bologna, essendo Bologna la mia città natale. Per quanto riguarda il tifo in genere, io penso che esso sia inscindibile dallo sport..."(4). La piacevole consuetudine di frequentare gli stadi Pasolini la condivide con Giorgio Bassani, ferrarese - seppur non di nascita - e tifoso della Spal, e con Mario Soldati, juventino. È del tutto ovvio che, laddove se ne offra l’occasione, Pasolini non disdegni di assistere a partite di calcio anche in altri stadi, al di fuori della sua città adottiva: L’ultima partita a cui ho assistito, è stata la partita tra il Torino e l’Inter, due o tre domeniche fa. Ci sono andato in una grigia giornata torinese con Mario Soldati. Ha vinto il Torino (per cui, in quell’occasione tenevo, pur con gran sforzo: perché la... classe - sì, lo ripeto, questa orrenda parola, la ‘classe’ - dell’Inter mi affascinava - anche se si è manifestata, e a frammenti, solo nel primo tempo: specie attraverso Corso (‘classe’ non vuol dire sempre simpatia: essa è come la grazia: crudele). Quella domenica, il Bologna ha perso (ho l’impressione, immeritatamente, con la Roma di Herrera) per due a uno. Che dolore! Che dolore! (5)



La passione di Pasolini per il Bologna non conoscerà mai alcun calo di intensità, quasi che la lontananza, la rarità di poter ammirare la propria squadra dal vivo, acuisse in lui l’attaccamento a quella maglia, anziché smorzarlo. Gioie e arrabbiature per i risultati dei rosso-blu sono ovviamente più vive o cocenti nelle ghiotte occasioni in cui il Bologna scende a Roma per disputare una gara in trasferta. In proposito si può leggere una testimonianza dell’amico romano Franco Citti: "Era un grande tifoso del Bologna. Una volta sola l’ho visto incazzato davvero. È stato quando andammo all’Olimpico a vedere Roma-Bologna e la sua squadra perse 4 a 1. La febbre del calcio, comunque, che forse non era riuscito a consumare al punto giusto quando da piccolo viveva in Friuli, non riusciva proprio a togliersela"(6). Nella condivisione di euforie e tristezze collegate alle vicende calcistiche bolognesi, Pasolini ha un fedele alleato in Paolo Volponi. La comune passione sportiva si insinua nella corrispondenza tra i due con accenti particolarmente divertenti, che vale la pena di ricordare da un paio di lettere scritte da Volponi, entrambe nel ‘57: "Ma sappi che tengo per te come per Coppi e per il Bologna"; e dopo la vittoria dell’amico al Premio Viareggio dello stesso anno, l’invito, affettuoso e ottimistico, fu quello di tenere "una parte del milione da spendere in partite, giacché quest’anno seguiremo felici i trionfi del Bologna: che belle domeniche pomeriggio con i risultati sicuri nei tabellini dei caffè, con la Roma travolta...". Lo stesso Volponi è di solito chiamato in causa al fianco di Pasolini quale accanito rappresentante del fronte del tifo bolognese, in particolare nelle poche righe che Pasolini stesso scambiò con Vittorio Sereni nel ‘54, a cavallo di un Inter-Bologna disputato una domenica di novembre di quell’anno:

Roma, 12 novembre 1954
Caro Sereni,
(...) Intanto ti avverto che domenica il mio cuore è a Milano, insieme a quello grassoccio di Volponi: tutti e due a palpitare fino sull’orlo della trombosi. E mi dispiace che la gioia nostra sarà la tua disfatta...
Pier Paolo Pasolini

Milano, 15 novembre 1954
(...) Tanti affettuosi saluti, Tuo Sereni che non sapeva, badate, dell’esistenza d’un formidabile alleato al vostro San Petronio, San Gregorio, il più formidabile di tutti. Comunque, come Teodorico morente vedeva Severino Boezio, ieri ho visto al 90° sul cielo di San Siro effondersi il tuo ghigno e il serafico sorriso di quel volpone di Volponi.
Vittorio Sereni



Soltanto un paio d’anni dopo Sereni avrà occasione per una vendetta, e non se la lascerà sfuggire, infierendo con ironia amichevole e pungente su un Bologna quindicesimo in classifica, dall’alto di un secondo posto dell’Inter inseguitore in vetta del Milan. La lettera è del 4 dicembre 1956: "Ho bisogno di riprendere in mano certe cose interrotte e il mio lavoro, in queste condizioni, sarà sempre precario. Sicché ci vorrà del tempo prima che io sia convinto di pubblicare qualcosa in modo non clandestino: almeno il tempo che occorrerà al Bologna per risalire dalle attuali bassure (e Campa cavallo, come vedi)". Le domeniche pomeriggio allo stadio resteranno sempre per Pasolini un patrimonio da difendere: "Ma, strano a dirsi, tutto è cambiato in questi trent’anni. Mi ricordo di quel tempo come se fosse il tempo di un morto; tutto è cambiato, ma le domeniche agli stadi, sono rimaste identiche. Me ne chiedo il perché..."7. La volontà tenace e ingenua di restare attaccato a quel nodo di vitalità autentica - a quel linguaggio fisico, muscolare e tecnico che, forse per esser tale, si era per miracolo conservato -, sta probabilmente al fondo della serietà e dell’impegno che, a giudicare dalle numerose e concordi testimonianze, Pasolini metteva sempre sul campo. Non era di certo nel suo costume lesinare sulla carica agonistica o sull’attenzione per la tattica; il fatto è che ci teneva fin troppo, e questo lo portava a volte fino alla rabbia. La rabbia triste di chi si accorge che, attorno al pallone che salta e rotola, si conserva quel poco di amicizia e di gioia concessi; il gioco, l’unico fantasma salterino al quale affidarsi ogni tanto, sebbene sperperato dimesso e umiliato dalla maturità. Era questa ultima rimanenza che il veloce Stukas inseguiva forse sulla fascia, e contro l’irritante inconsistenza del fantasma raddoppiava l’aggressività degli scatti, opponeva gli sguardi fissi, il sudore e la voglia, una concentrazione tanto seria da sembrare a qualcuno perfino eccessiva, a chi avesse dimenticato la cosa perduta:

(...) I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo "Stukas": ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. (8)

(...) Io, su questo, sono rimasto all’idealismo liceale, quando giocare al pallone era la cosa più bella del mondo. (9)

Note:
(1) "La Gazzetta di Parma", 20 marzo 1975. Questo, come la maggior parte degli altri articoli, le altre testimonianze e citazioni, contributi fotografici, dove non specificato, sono riportati dal libro complessivo sull’argomento: Valerio Piccioni, Quando giocava Pasolini. Calci, corse e parole di un poeta, Limina 1996
(2) Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, ora in: Romanzi e Racconti, Vol. I, 1946-1961, Mondadori 1998, pp. 528-529
(3) Tutti i riferimenti epistolari si trovano in: Pier Paolo Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di N. Naldini, Torino, Einaudi 1986 e Lettere 1955-1975, a cura di N. Naldini, Einaudi 1988
(4) "Paese Sera", 23 marzo 1956
(5) Pier Paolo Pasolini, Il Caos, a cura di G.C. Ferretti, Editori Riuniti 1979
(6) Franco Citti, Vita di un ragazzo di vita, Sugarco 1992, p. 120
(7) Pier Paolo Pasolini, Il Caos, op. cit.
(8) Ibid
(9) Pier Paolo Pasolini, Reportage sul Dio, "Il Giorno", 14 luglio 1963; ora in Romanzi e Racconti, Vol. II, 1962-1975, Mondadori 1998, pp. 1852-1863.

Fonte: LA RIVISTA



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