mercoledì 31 ottobre 2012

Pasolini ed Ezra Pound: un incontro di poesia e di amicizia

Eretico e Corsaro


A trentasette anni dalla morte il segno che Pier Paolo Pasolini ha impresso nella cultura e nella società è ancora vivo e bruciante, così come la brutalità dell'omicidio che all'alba del 2 novembre 1975 lo strappò alla vita – in circostanze mai del tutto chiarite fino in fondo – nello squallido scenario dell'Idroscalo di Ostia.

La ricorrenza non può passare inosservata, men che meno se ci si chiede quanto altro avrebbe avuto da raccontare e da dire, con la versatilità artistica e umana che lo ha reso una delle figure più incisive del panorama della cultura internazionale. Non etichettabile, in nessun modo inquadrabile, Pasolini è stato poeta, romanziere, drammaturgo, linguista, giornalista e cineasta, ma soprattutto finissimo e originale osservatore, narratore e testimone della società italiana, delle sue trasformazioni e dei suoi mutamenti.
Oggi avrebbe novant'anni, eppure il peso della sua assenza non si è mai alleggerito.
Il ricordo che oggi scegliamo di proporre, dagli archivi delle Teche Rai, per celebrarne l'immagine e la figura è legato a un evento che precede di quasi un decennio la sua tragica scomparsa.
E' infatti un Pier Paolo Pasolini ancora giovane e visibilmente emozionato quello che nell'autunno del 1968 incontra per la prima volta, a Venezia, il poeta americano Ezra Pound.
L'occasione è molto più che una semplice intervista, ma un evento di portata storica: non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali.
Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall'esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l'America, per appoggiare il regime fascista. Dall'altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un'Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca epressiva e stilistica di narratore.

Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l'incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche. E' il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità.  



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Pier Paolo Pasolini - Neropetrolio: una tenebrosa storia, tutta italiana


  


Pier Paolo Pasolini - Neropetrolio:
una tenebrosa storia, tutta italiana


Quella del petrolio italiano è una linea nera che attraversa tutto il Novecento e risale al 1923 quando il principe Gelasio Caetani, nuovo ambasciatore fascista a Washington, ritorna in Italia con un filmato molto convincente: si tratta di “The history of petroleum”, una pellicola che spiega la potenzialità dell’oro nero.

L'Italia ha la prima occasione di affrancarsi dalla "servitù petrolifera" in Libia, quando con le sue ricerche Ardito Desio scopre il petrolio. La morte di Italo Balbo e la guerra annulleranno però questa ipotesi. Sorprendendo tutti, Mattei, uno dei leader della Resistenza, nel dopoguerra si fa assegnare l'Agip, considerato un ente decotto e da liquidare. La sua politica industriale in favore dei paesi mediorientali produttori, i suoi rapporti con l'Unione Sovietica, l'intelligenza e la velocità nell'aprire rapporti commerciali, il credito personale di cui gode nel cosiddetto "Terzo mondo", mettono in allarme il mercato petrolifero mondiale. L'attentato in cui viene ucciso, come accertato dalla sentenza dei giudici di Pavia, ferma la sua battaglia contro le "sette sorelle": di nuovo per il Paese niente più autonomia petrolifera, niente più libera competizione nel rifornimento di petrolio.



 Eugenio Cefis riporterà poi l'Italia sotto l'ombrello delle "sette sorelle".Questa lunga, tenebrosa storia, è stata ricostruita con grande precisione e visioni a dir poco inquietanti, nel documentario di Roberto Olla, Nero Petrolio, andato in onda domenica 19 settembre nello Speciale Tg1 alle ore 23.30, a chiudere il primo ciclo di “Il documentario”, prodotto dalla Bibi Film per Rai Cinema e Speciale Tg1. Una storia che unisce Enrico Mattei a Pier Paolo Pasolini e al suo romanzo incompiuto ‘Petrolio’, la “summa” di tutti i romanzi, secondo le sue intenzioni, un libro per il quale prevedeva almeno 2000 pagine e a cui stava lavorando quando è stato ucciso.
Si ricorderà che a marzo scorso, Marcello Dell'Utri, presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato, in occasione della conferenza stampa che si tenne a Milano per presentare la XXI mostra del Libro Antico, dichiarò di essere entrato in possesso di un capitolo mai stampato di quel libro, in cui si parlava di ENI e Cefis ai tempi del delitto Mattei. E sempre a marzo di quest’anno, per i tipi Chiarelettere, è uscito un saggio di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, intitolato “Profondo nero”, in cui si parla del fato che sia Mauro De Mauro che Pasolini erano stati uccisi perché avevano avuto l'ardire di non accontentarsi della versione ufficiale, quella che voleva Mattei vittima di un banale incidente, ma erano andati ad indagare, a ricostruire, a ficcare il naso là dove la storia non convinceva. De Mauro per il regista Rosi, che preparava Il caso Mattei, Pasolini per il suo ultimo romanzo: appunto Petrolio. Poco prima di essere ucciso all’idroscalo di Ostia, sul 'Corriere della Sera aveva dichiarato': "Io so. Ma non ho le prove". Pasolini disse della sua ultima opera di narrativa: "Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie". Così scriveva il 10 gennaio 1975. Tutto quanto lo scrittore era riuscito a comporre è stato pubblicato, all'inizio, nel 1992, da Einaudi: un libro dalla copertina bianca, tutta bianca; con il sil volume pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. Copertina bianca conl titolo in rosso, colore archetipico, il "primario" di tutti i colori. In verità ciò che fu pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. Paolo Volponi, nel 1976, riferendosi all'ultimo colloquio avuto con Pier Paolo Pasolini, suo grande amico, racconta che Pasolini gli disse: “Io adesso, finito Salò, non farò più cinema, almeno per molti anni. Ho scritto apposta l'Abiura della Trilogia della vita e non farò più cinema.

Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho ricominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S'intitolerà Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sarà un dirigente industriale in crisi". La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso (quello di Dell’Utri) già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia. Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica? Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire. Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro.

Vi leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”. Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori. 

Il capitolo, scrive il 4 aprile scorso Luigi De Luca, passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri, un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Si dice che Edward Bernays, il nipote americano di Sigmund Freud, abbia inventato la moderna propaganda. Durante la Prima Guerra Mondiale era membro di un gruppo di influenti liberali che montarono una segreta campagna governativa per persuadere gli Americani riluttanti all’idea di inviare l’esercito al massacro in Europa. Nel suo libro “Propaganda”, pubblicato nel 1928, Bernays scrive che una “manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica” e che i manipolatori “costituiscono un governo invisibile che è il vero potere esecutivo nel nostro paese”. Invece del termine propaganda egli coniò l’eufemismo “pubbliche relazioni”.

Tutto questo Pasolini lo sapeva e voleva denunciarlo. Tutto questo è visibile, non solo in tralice, nel documentario di Roberto Olla, che speriamo non abbia a sparire nelle teche Rai. Interessante è ciò che Olla, giornalista di Rai Storia, di origine algherese, ha dichiarato. “Da noi anche il petrolio è più nero che altrove. Abbiamo cominciato presto: l’era dell’oro nero era appena agli albori, Mussolini prendeva il potere, il suo nuovo ambasciatore a Washington, il principe e ingegnere minerario Gelasio Caetani apriva la strada del mercato nazionale alla Sinclair, l’ultima arrivata tra quelle che Mattei chiamerà “le sette sorelle”, le compagnie petrolifere che dominavano il mercato mondiale. Giacomo Matteotti. Una squadra di assassini, la cosiddetta “Ceka” fascista, guidata dal killer italo- mericano Amerigo Dumini (scuola gangsteristica di Chicago) lo eliminò prima che potesse parlare. Il giornalista Mauro De Mauro indagò sulla fine di Mattei e anche lui venne eliminato. Pierpaolo Pasolini, affascinato e inquietato ad un tempo da questo intrigo di potere e affari, cominciò un indagine con i suoi strumenti: un nuovo romanzo intitolato “Petrolio”. Lo assassinarono all’idroscalo di Ostia e sulla sua fine lavora la magistratura per riaprire l’inchiesta. È questa non è che una parte, piccola, della catena di delitti legata al nostro nero petrolio”.


fonte: 5 aprile 2012, http://www.ilcapoluogo.com/

Nero Petrolio , l'intera puntata in 7 video .



NERO PETROLIO

di Roberto Olla

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:::->Trama<-:::

Quella del petrolio italiano è una linea nera che attraversa tutto il Novecento e risale al 1923 quando il principe Gelasio Caetani, nuovo ambasciatore fascista a Washington, ritorna in Italia con un filmato molto convincente: si tratta di “The history of petroleum”, una pellicola che spiega la potenzialità dell’oro nero. L'Italia ha la prima occasione di affrancarsi dalla "servitù petrolifera" in Libia, quando con le sue ricerche Ardito Desio scopre il petrolio. La morte di Italo Balbo e la guerra annulleranno però questa ipotesi. Sorprendendo tutti, Mattei, uno dei leader della Resistenza, nel dopoguerra si fa assegnare l'Agip, considerato un ente decotto e da liquidare.
 La sua politica industriale in favore dei paesi mediorientali produttori, i suoi rapporti con l'Unione Sovietica, l'intelligenza e la velocità nell'aprire rapporti commerciali, il credito personale di cui gode nel cosiddetto "Terzo mondo", mettono in allarme il mercato petrolifero mondiale. L'attentato in cui viene ucciso, come accertato dalla sentenza dei giudici di Pavia, ferma la sua battaglia contro le "sette sorelle": di nuovo per il Paese niente più autonomia petrolifera, niente più libera competizione nel rifornimento di petrolio. Eugenio Cefis riporterà poi l'Italia sotto l'ombrello delle "sette sorelle".Questa lunga, tenebrosa storia, è stata ricostruita con grande precisione e visioni a dir poco inquietanti, nel documentario di Roberto Olla, Nero Petrolio, andato in onda domenica 19 settembre nello Speciale Tg1 alle ore 23.30, a chiudere il primo ciclo di “Il documentario”, prodotto dalla Bibi Film per Rai Cinema e Speciale Tg1. Una storia che unisce Enrico Mattei a Pier Paolo Pasolini e al suo romanzo incompiuto

 ‘Petrolio’, la “summa” di tutti i romanzi, secondo le sue intenzioni, un libro per il quale prevedeva almeno 2000 pagine e a cui stava lavorando quando è stato ucciso. Si ricorderà che a marzo scorso, Marcello Dell'Utri, presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato, in occasione della conferenza stampa che si tenne a Milano per presentare la XXI mostra del Libro Antico, dichiarò di essere entrato in possesso di un capitolo mai stampato di quel libro, in cui si parlava di ENI e Cefis ai tempi del delitto Mattei. E sempre a marzo di quest’anno, per i tipi Chiarelettere, è uscito un saggio di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, intitolato “Profondo nero”, in cui si parla del fato che sia Mauro dei Mauri che Pasolini erano stati uccisi perché avevano avuto l'ardire di non accontentarsi della versione ufficiale, quella che voleva Mattei vittima di un banale incidente, ma erano andati ad indagare, a ricostruire, a ficcare il naso là dove la storia non convinceva. De Mauro per il regista Rosi, che preparava Il caso Mattei, Pasolini per il suo ultimo romanzo: appunto Petrolio. Poco prima di essere ucciso all’idroscalo di Ostia, sul 'Corriere della Sera aveva dichiarato': "Io so. Ma non ho le prove". Pasolini disse della sua ultima opera di narrativa:

 "Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie". Così scriveva il 10 gennaio 1975. Tutto quanto lo scrittore era riuscito a comporre è stato pubblicato, all'inizio, nel 1992, da Einaudi: un libro dalla copertina bianca, tutta bianca; con il sil volume pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. Copertina bianca conl titolo in rosso, colore archetipico, il "primario" di tutti i colori. In verità ciò che fu pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. . Paolo Volponi, nel 1976, riferendosi all'ultimo colloquio avuto con Pier Paolo Pasolini, suo grande amico, racconta che Pasolini gli disse:

“Io adesso, finito Salò, non farò più cinema, almeno per molti anni. Ho scritto apposta l'Abiura della Trilogia della vita e non farò più cinema. Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho ricominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S'intitolerà Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sarà un dirigente industriale in crisi". La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso (quello di Dell’Utri) già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia. Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica?

 Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire. Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro. Vi leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”. Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori. Il capitolo, scrive il 4 aprile scorso Luigi De Luca, passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri, un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Si dice che Edward Bernays, il nipote americano di Sigmund Freud, abbia inventato la moderna propaganda. Durante la Prima Guerra Mondiale era membro di un gruppo di influenti liberali che montarono una segreta campagna governativa per persuadere gli Americani riluttanti all’idea di inviare l’esercito al massacro in Europa.

 Nel suo libro “Propaganda”, pubblicato nel 1928, Bernays scrive che una “manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica” e che i manipolatori “costituiscono un governo invisibile che è il vero potere esecutivo nel nostro paese”. Invece del termine propaganda egli coniò l’eufemismo “pubbliche relazioni”. Tutto questo Pasolini lo sapeva e voleva denunciarlo. Tutto questo è visibile, non solo in tralice, nel documentario di Roberto Olla, che speriamo non abbia a sparire nelle teche Rai. Interessante è ciò che Olla, giornalista di Rai Storia, di origine algherese, ha dichiarato.

 “Da noi anche il petrolio è più nero che altrove. Abbiamo cominciato presto: l’era dell’oro nero era appena agli albori, Mussolini prendeva il potere, il suo nuovo ambasciatore a Washington, il principe e ingegnere minerario Gelasio Caetani apriva la strada del mercato nazionale alla Sinclair, l’ultima arrivata tra quelle che Mattei chiamerà “le sette sorelle”, le compagnie petrolifere che dominavano il mercato mondiale. Giacomo Matteotti. Una squadra di assassini, la cosiddetta “Ceka” fascista, guidata dal killer italo- mericano Amerigo Dumini (scuola gangsteristica di Chicago) lo eliminò prima che potesse parlare. Il giornalista Mauro De Mauro indagò sulla fine di Mattei e anche lui venne eliminato. Pierpaolo Pasolini, affascinato e inquietato ad un tempo da questo intrigo di potere e affari, cominciò un indagine con i suoi strumenti: un nuovo romanzo intitolato “Petrolio”. Lo assassinarono all’idroscalo di Ostia e sulla sua fine lavora la magistratura per riaprire l’inchiesta. È questa non è che una parte, piccola, della catena di delitti legata al nostro nero petrolio”.

IO SO , in tre  video .




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Enzo Siciliano: ho fatto l'attore per Pasolini

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In fondo si vive così, 
attraversando tanti incidenti della vita.


Enzo Siciliano: ho fatto l`attore per Pasolini


Lo scrittore e critico letterario Enzo Siciliano (1934-2006), spiega la complessità dell'essenza di scrittore anche attraverso l'esperienza diretta di altre arti, come per esempio la sua parte come attore nel film di Pier Paolo Pasolini "Il vangelo secondo Matteo" del 1964: "In fondo si vive così, attraversando tanti incidenti della vita".


IL VIDEO: http://www.letteratura.rai.it/articoli-programma-puntate/enzo-siciliano-ho-fatto-lattore-per-pasolini/268/default.aspx


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L`India degli Scrittori: Moravia e Pasolini

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Il documentario è introdotto dalle riflessioni di Giorgio Montefoschi e Dacia Maraini, che ricordano i loro viaggi in questo paese ricco di contraddizioni e raccontano aneddoti del viaggio fatto nel 1961 da Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.

Un viaggio che diede vita a due libri che tradiscono i diversi approcci dei due scrittori: quello più razionale e freddo di Moravia con Un’idea dell’India, e quello invece più viscerale di Pasolini con L’odore dell’India.

IL VIDEO: http://www.letteratura.rai.it/articoli/lindia-degli-scrittori-moravia-e-pasolini/16714/default.aspx

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Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale


Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale


Il compito dell’intellettuale è capire il mondo. Né più né meno. Il suo mestiere, se qualcuno lo paga, è spiegarlo a un pubblico. Il pubblico c’è, chi è disposto a pagare anche. Mancano gli intellettuali. Esistono scrittori, giornalisti, filosofi, scienziati ma sono tutti opinionisti. Con modestia riconoscono di non avere la verità in tasca, e il frammento di certezza che si sono conquistati devono centellinarlo per vivere.
Pasolini era un intellettuale e il mondo lo aveva capito, come anche altri suoi contemporanei amici e nemici, ma lui fu diverso nel raccontarlo. A cominciare dal pubblico che si era scelto: la gente che lavorava dalla mattina alla sera e stava ricostruendo l’Italia. Questa gente nei momenti di svago ballava il twist, leggeva rotocalchi e fotoromanzi, andava allo stadio, giocava al calcio, alle carte, correva in bicicletta oppure andava al cinema. E Pasolini scelse il cinema per parlare a questo pubblico.



I film di Pasolini sono piaciuti a tanti critici, studiosi e scrittori ma non alla gente a cui Pasolini voleva parlare. Fu questa la sua tristezza, che divenne feroce a poco a poco. La gente che lavorava li conosceva fin troppo bene i "ragazzi di vita": erano quelli che li rapinavano, i prepotenti che non stavano alle regole, questa era la loro quotidiana e diretta esperienza: prenderli e riempirli di mazzate, altro che capire le ragioni della loro esistenza.
Pasolini era perfettamente cosciente di questo ma fece lo stesso i suoi film sui disperati della società, sulla spazzatura e i rifiuti, su quello che la gente non ama e non vuole vedere. Era il suo compito e il suo mestiere di intellettuale. Lui la verità la conosceva e la diceva. E che fosse la verità intorno a quel mondo e a quella storia non è da dubitarne: una cosa è vera quando ne sai l’orrore e la grazia.
Pasolini sapeva la verità e la diceva con l’arroganza di chi non può essere smentito, come nella famosa dichiarazione del 14 novembre 1974 ("Io so..."). In un famoso film del 1999, Matrix dei fratelli Wachowski, c’è un dialogo che avrebbe potuto scrivere lui: "Matrix è ovunque. E’ intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. E’ quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. E’ il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità" (Morpheus a Neo).



A una realtà che continuamente si sdoppia, a una dimensione sociale in cui i dominati sono i primi sostenitori dei loro dominatori, a una cultura sempre più estranea alla vita e al pensiero e sempre più omologata all’efficienza e allo sviluppo tecnologico, Pasolini a un certo punto oppone la realtà irriducibile del corpo. Nel corpo si mantiene in vita la contraddizione, dal corpo l’umanità non può essere bandita. Per quanto ottuso, alienato, disperato, il corpo grida la verità.
Il film Salò o le Centoventi giornate di Sodoma fu l’ultima provocazione e il tema era l’avvilimento dei corpi. Avvilimento perpetrato nel solenne rispetto dei regolamenti e nella affermazione della superiorità dell’intelletto. Forse mai in un film la finzione e la vita furono tanto vicine, al punto che gli attori si rifiutavano di eseguire certe scene. Pasolini voleva fare del male a quel pubblico che si ostinava a non capire, che viveva come se la morte e il dolore non esistessero. Quel pubblico che non si accorgeva, stordito dalla possibilità di consumare, che a poco a poco in cambio di una subcultura gli si voleva portare via il pensiero.




Oggi noi vediamo la realtà della scuola. L’esclusione delle classi popolari e medie dalla cultura, dalla consapevolezza della propria storia, sta avvenendo in Italia con la progressiva trasformazione della scuola pubblica in area di parcheggio per i futuri lavoratori e disoccupati. L’intellettuale del futuro sarà il prodotto confezionato di pochissime scuole private, come è già avvenuto, per esempio, in America e in Inghilterra. Come Pasolini aveva previsto, le subculture hanno preso il posto lasciato vuoto dalla scuola, non sappiamo se migliori o peggiori. Pasolini si sentiva "una forza del passato" perché nel passato, nella cultura che vi si esprime, sono conservate tutta la complessità e le contraddizioni della vita contro ogni semplificazione e riduzione a formula. La grande e terribile "mutazione antropologica" comincia proprio dalla sottrazione di questa ricchezza.
Pasolini è stato ucciso da un ragazzo. Si vuol vedere in questo una rappresaglia del potere con la p maiuscola o l’effetto di un destino tragico. Della morte si fece e si fa un teatrino dove si dibatte e si scontrano tesi. Nell’opinare, nei servizi esclusivi, nelle clamorose rivelazioni, nella spartizione di ogni capello emerge l’orrenda irrealtà. Però la morte che è toccata a Pasolini sta nella possibilità stessa di odiare la vita, nel fatto che una vita possa essere invivibile, che non sia più degna e importante di tutti i valori, le morali e le religioni del mondo.

Paolo Tonini

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