venerdì 2 novembre 2012

1975, l'omicidio Pasolini e la strage del Circeo



"ERETICO & CORSARO"

1975, l'omicidio Pasolini e la strage del Circeo

Sulla Gazzetta del Sud, il 3 novembre 1975, ovvero il giorno dopo l’uccisione di Pier Paolo Pasolini e un mese dopo il massacro del Circeo, compare sul giornale un singolare articolo che mette in relazione questi due fatti di cronaca nera:
La sua scontata morte violenta non ci turba, né ci commuove, né ci emoziona. Pasolini figlio dell’Italia del boom economico e dello sviluppo anomalo non cessò mai di rinunciare alla sua euforia vitale, espressa in autentiche notti di violenza psicologica e fisica, come era abbastanza noto a tutti e come è stato confermato dal fatto del suo ultimo incontro. A distanza di qualche settimana abbiamo in questo bel Paese, da parte degli stessi personaggi colti, la giusta condanna dei pariolini che affogarono Rosaria Lopez, ragazza di borgata, per punirla della volontà di disporre del suo corpo, e la grottesca esaltazione di un Pasolini; sfortunato però, perché a differenza dei pariolini lo scrittore ha fatto le spese di un’analoga ribellione, quella di un ragazzo pure di borgata che gli ha reso pan per focaccia affermando, se pur attraverso la controviolenza, come aveva fatto Rosaria Lopez, il diritto al suo corpo che era stato pagato anticipatamente con un pasto in trattoria.

È una vera e propria apologia di reato, una provocazione. Ma per uno dei tanti scherzi della storia molte cose iniziano a cambiare, nel modo di vedere i fatti della vita, proprio dall’intreccio di queste due storie.







Ogni epoca ha i suoi mostri, i ragazzi “normali” del Circeo

Roma, nella notte tra il 1 e il 2 ottobre del ‘75, in via Pola, una strada di un tranquillo ed elegante quartiere borghese, vengono ritrovate due ragazze nel bagagliaio di una Fiat 127, avvolte in dei sacchi di plastica: una morta, l’altra quasi. I carabinieri sono arrivati sul posto solo perché una donna che non riusciva a dormire ha sentito dei lamenti provenire da una macchina. Le due ragazze sono Rosaria Lopez, 18 anni e la sedicenne Donatella Colasanti. Arrivata all’ospedale, Donatella riuscirà a dare una prima testimonianza:
Mi avevano messo un laccio intorno al collo e tiravano, tiravano, e poi vedendo che non riuscivo a morire mi hanno presa a sprangate sulla testa e dicevano sempre: “Madonna, questa qui resiste troppo, quand’è che muore? Casomai dopo gli diamo una pistolettata.” Quando mi hanno messa nel portabagagli, hanno detto: “Finalmente è morta”.

Dopo poche ore Donatella riesce a fornire particolari sufficienti per individuare i responsabili: sono Gianni Guido, 20 anni, figlio di un dirigente bancario (la 127 era quella di suo padre), Angelo Izzo, 17 anni, figlio di un ingegnere costruttore, e Andrea Ghira, 22 anni, anch'egli figlio di un costruttore. I primi due vengono immediatamente arrestati, mentre Ghira riesce a fuggire. Nessuno lo prenderà mai più.

Il giornalista Giuseppe Colomba parla dei protagonisti:
Erano ragazzi di tutti i giorni, ragazzi in cui si poteva riconoscere una gran parte della città. Erano pariolini di Piazza Euclide, ragazzini per bene, di questi che giravano con le automobili, con le prime motociclette. E le ragazze, anche loro erano normali, comuni, non c’erano ambienti diversi, non c’era la politica. Si trattava di vita quotidiana e quindi la consapevolezza che tutto questo sarebbe potuto accadere a chiunque, ha provocato in quella circostanza uno shock nuovo. Questo disprezzo per la vita umana, questo sadismo nell’infliggere sofferenze gratuite, era un film dell’orrore, uno dei primi film dell’orrore.

Ma chi sono Guido, Izzo e Ghira? Loro stessi si definiscono fascisti. Ghira, in particolare, teorizza il crimine come mezzo legittimo di affermazione sociale. La sua camera è tappezzata di bandiere naziste, mezzibusti di Hitler e Mussolini, e libri del filosofo Julius Evola.

“Comincia l’inferno”: il racconto di Donatella Colasanti

Tutto è cominciato una settimana fa, con l’incontro con un ragazzo all’uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all’indomani insieme ad altri amici. Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni, chiacchieriamo un po’, poi si decide di fare qualcosa all’indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo, dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se avessimo voluto raggiungerlo…ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l’amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l’amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: “Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari”. Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l’inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un’altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all’improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. A me mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po’, e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: “Questa non vuole proprio morire”, e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l’ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c’era ancora, ma quando l’hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: “Guarda come dormono bene queste due”.

Ma qual è la vera natura di questa tragedia?

I cronisti fanno fatica a inquadrare questa terribile storia, lo stesso pubblico non riesce a cogliere nessuna traccia del movente passionale: non si tratta, infatti, solo di violenza sessuale, non è il solito delitto di qualche maniaco. Gli assassini sono ricchi e giovani, e seviziano le due ragazze perché “inferiori”, perché ragazze semplici del “popolo”, che vivono in periferia.
Prende piede un altro tipo di racconto, meno legato agli schemi classici della cronaca nera; un racconto più politico e sociologico: si sottolineano i quartieri di provenienza dei protagonisti, le loro famiglie, il loro background.

Il processo, finalmente in Italia si osa pronunciare la parola “stupro”

Nel luglio del ‘76 a Latina inizia il processo per i fatti del Circeo in Corte d’Assise. Il fatto clamoroso è che, per la prima volta, il movimento femminile chiede di potersi costituire come parte civile.

Edda Billi, Associazione Federale Femministe Italiane:
Questo processo ha dato una presa di coscienza a una nazione intera, ci sono stati uomini che si sono vergognati di essere uomini, questo vuol dire molto; è cambiato il costume. Fino ad allora lo stupro era considerato delitto contro la morale, da quel momento furono gettate le basi per la futura legge che all’Articolo 1 dice: La violenza sessuale è delitto contro la persona». Anita Pasquali, Associazione Federale Femministe Italiane: “Per esempio fare una ferita al braccio è un delitto contro la persona, lo stupro invece non era un reato contro la persona, ma contro la dignità che sappiamo che, come la morale, è un concetto astrattissimo che si può tirar di qui, tirar di là... .
Lo storico Giordano Bruno Guerri, a proposito della costituzione del movimento femminile al processo, afferma:
È evidentemente un assurdo giuridico perché le donne avevano comunque dignità pari agli uomini già dal ’46 quando si votava ecc…Quindi non ha senso; però ha un senso storico perché le donne erano oggettivamente in uno stato di inferiorità, nonostante le leggi, per tradizione e per abitudini, e il movimento femminista del ‘68 stava alzando il tiro pretendendo di più per una parità vera. Individuò quindi nella violenza del Circeo un punto di attacco per creare un problema.

La sentenza: ergastolo, ergastolo, ergastolo

Intanto durante il processo Angelo Izzo, unico imputato, è pallido e tremante e urla che Donatella mente sapendo di mentire. Questo il commento della vittima alle telecamere del Tg2: “È un vigliacco, è un vigliacco e basta. Hanno voluto fare i grandi con noi che eravamo delle ragazzine, però adesso tremano quando devono parlare…È una stupida farsa, se [sic] vede benissimo che recita, recita pure male”.

A Latina il processo di primo grado si avvia velocemente verso la fine. Il Pm Vito Giampietro: “Non vi è follia nel comportamento di Guido e di Izzo e di Ghira, non vi è la follia che ottunde il sentimento, che ottenebra la volontà, che obnubila il cervello. Il delitto è lucido, freddo, spietatamente voluto per il perseguimento di un fine ben determinato!” Così la fine della sua requisitoria: “Ergastolo per Izzo, ergastolo per Ghira, ergastolo per Guido!”.

Dopo il processo il giornalista Giuseppe Marrazzo intervista il Pm Giampietro: “Lei non ha avuto esitazioni a chiedere l’ergastolo?”, il Pm: “Assolutamente”, Marrazzo: “Non le è passato per la mente neanche per un momento il bisogno di una perizia psichiatrica di tre giovani che uccidono in quel modo?”, il Pm: “Assolutamente no”, Marrazzo: “Perché?”, il Pm: “Perché li ritengo del tutto sani di mente”.

La sentenza del 29 luglio del ’76 conferma la richiesta di ergastolo per tutti e tre. Intanto Ghira, che è latitante, pensa ai suoi amici e scrive loro: “Cari amici Giovanni e Paolo, non mi avranno mai. Vi assicuro che quella bastarda la faccio fuori, per voi non c’è pericolo, a fine anno ‘76 uscirete - tutti - per libertà provvisoria. Anche se sanno tutto questi bastardi faranno una - brutta fine - anche loro. Comunque non vi preoccupate per la mia latitanza ho circa 13 milioni di lire, forse andrò via da Roma. Per quanto riguarda quella stronzetta - farà la fine della Lopez - state calmi, a presto, Berenguer Ghira”.

Ma Ghira mancherà alla sua promessa di farli fuggire, e nel 1980 la Corte d’Appello conferma l’ergastolo per Izzo e per Ghira, portando la pena a 30 anni per Guido. Nell’81 la pena viene confermata anche dalla Corte di Cassazione.

Izzo e Guido continueranno a far palare di sé: nel gennaio ‘77 tentano di evadere prendendo in ostaggio una guardia carceraria, ma il piano fallisce. Successivamente Guido, trasferito nel carcere di San Gimignano, grazie a una condotta modello, riesce a ottenere un trattamento tanto privilegiato da avere libero accesso alla portineria del penitenziario dalla quale fugge il 25 gennaio ‘81. Ma due anni dopo viene arrestato sotto falso nome in Argentina dove vende automobili. Ricoverato perché ferito, in attesa di estradizione, riesce nuovamente a fuggire il 15 aprile ’85. Sarà intercettato quasi dieci anni dopo a Panama dove ha contatti con narcotrafficanti, venditori di armi e neofascisti. Nel ‘94 viene trasferito in Italia, nel carcere di Rebibbia.

Anche Izzo farà parlare ancora di sé: nell’85 fa sapere agli inquirenti che è deciso a collaborare, confessa altri sei omicidi e diventa un pentito “buono per tutte le stagioni”, dall’eversione di destra alla mafia. Nell'agosto del ‘93, approfittando di un permesso di uscita, non rientra nel carcere di Alessandria e fa perdere le sue tracce. Dopo quindici giorni viene arrestato a Parigi. Nel ‘95 ricomincia a fare rivelazioni. Nel 2004 gli viene concessa la semilibertà, ma il 30 aprile torna in carcere per duplice omicidio: le vittime sono Maria Carmela Linciano e sua figlia Valentina, trovate sepolte nel giardino di una villa a Mirabello Sannitico.

Il giornalista Enzo Rava riguardo il massacro del Circeo, mette in luce che “da questo tragico fatto siano nati altri fatti positivi: l’opinione pubblica, si è creata una nuova coscienza nei confronti dei diritti delle donne. Lo stupro non è più solo contro la morale, ma contro la persona. Sono delle contraddizioni della storia: come alle volte dal bene nasce il male, alle volte avviene il contrario”.

Pasolini, un genio morto da omosessuale

Il 2 novembre del ‘75 viene ritrovato presso l’Idroscalo di Ostia il corpo di Pier Paolo Pasolini.
La prima persona che ha scoperto il suo corpo è la signoria Maria Lollobrigida: “Sì, alle sei e mezza mentre scendevo dalla macchina ho detto: ma tu guarda gettano sempre i rifiuti in mezzo alla strada. Io gentilmente venivo a raccojerla per buttarla e so’ arrivata al punto lì e ho detto: non è immondizia è un cadavere”. Se l’assassino di Pasolini non avesse preso la sua automobile per fuggire, non sarebbe stato fermato dai carabinieri e il caso sarebbe stato archiviato come “compiuto da ignoti”. Lo scrittore, omosessuale dichiarato, “ha trovato la morte sua”, questo, più o meno, è quello che si ascolta spesso in quel novembre del ‘75.

Se seguiamo il ragionamento di Alberto Moravia, secondo il quale un eroe muore da eroe, uno scienziato da scienziato, e un esploratore da esploratore, Pasolini non ha avuto una morte intonata alla sua vita, non è morto da scrittore, giornalista, regista, comunista, politico, poeta e uomo di teatro, ma ha avuto una morte intonata ai pregiudizi. Moravia, infatti, al suo funerale dirà: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro a un secolo! Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeti!”.

Nell’articolo comparso su “il Manifesto”, il 4 novembre ’75, In morte di Pasolini Rossana Rossanda scrive: «Non piaceva a nessuno quel che negli ultimi tempi andava scrivendo. Non a noi, la sinistra, perché battagliava contro il 1968, le femministe, l'aborto e la disobbedienza. Non piaceva alla destra perché queste sue sortite si accompagnavano a un'argomentazione sconcertante, per la destra inutilizzabile, sospetta. Non piaceva soprattutto agli intellettuali; perché era il contrario di quel che in genere essi sono, cauti distillatori di parole e di posizioni, pacifici fruitori della separazione fra “letteratura” e “vita”, anche quelli cui il ‘68 aveva dato “cattiva coscienza”. Solo uno di essi, Sanguineti ha avuto, ieri, il coraggio di scrivere “finalmente ce lo siamo tolto dai piedi, questo confusionario, residuo degli anni Cinquanta”».

Pasolini infatti, era un uomo che cercava di guardare avanti, di capire dove si stava dirigendo il mondo, la nostra società, e lo faceva con grande onestà intellettuale, libero da pregiudizi. Pasolini: “Il regime è un regime democratico eccetera eccetera, però quell’acculturazione quell’omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della società dei consumi, invece riesce a ottenerlo facilmente, distruggendo le realtà particolari, e questa cosa avviene talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto”

Il colpevole o i colpevoli? Non si saprà mai...

Per i carabinieri è tutto chiaro: c’è il morto, l’assassino, Giuseppe Pelosi, e il movente. Il movente è torbido: lo scrittore ha rimorchiato un ragazzetto, si sono appartati al buio, hanno litigato, forse non si sono messi d’accordo sulla prestazione, e allora ecco le botte, la violenza. Ma allora perché transennare subito tutto? Perché allontanare i curiosi? Perché sequestrare immediatamente l’automobile? Perché usare la carta millimetrata e i numeri sul terreno per capire la dinamica dell’agguato? Cambia qualcosa se Pelosi era da solo o in compagnia, oppure “Tanto se lo era meritato”?

Queste e altre domande iniziano a influenzare la morale comune, a destare dei sospetti. Un omosessuale deve morire da omosessuale oppure è giusto indagare meglio e cercare di capire se si è trattato di un attentato premeditato? Quindi, come afferma lo psicologo Emanuele Nutile: “Questo fatto fu un detonatore perché si discutesse più approfonditamente del problema dell’omosessualità. Questo poi si verifica spesso: che dei fatti negativi, delittuosi, possano verificare dei percorsi virtuosi per cui poi si arriva a una discussione che poi potrà servire per superare delle situazioni negative, come ad esempio l’intolleranza verso l’omosessualità. Da allora, quindi, un movimento molto forte si sollevò a difesa della tolleranza verso l’omosessualità; ricordo che i Radicali erano in prima battuta in questo tipo di lotta”.

Il merito di questa spinta verso una sana discussione delle problematiche omosessuali, e verso una trasformazione, seppur lenta, dell’opinione pubblica, secondo Enzo Rava, lo si deve anche al “Corriere della Sera, diretto allora da Piero Ottone, che ebbe il coraggio di pubblicare un’inserzione in difesa dei diritti degli omosessuali. Denunciò la stampa, la tv e la radio di aver speculato sul caso Pasolini per costringere ancora di più nel ghetto la società omosessuale”.

Giuseppe (Pino) Pelosi verrà rilasciato nell’84 per poi tornare in carcere pochi anni dopo. Nei 20 anni successivi diversi libri, inchieste e film hanno cercato di riportare all’attenzione alcune implicazioni che non erano state mai chiarite. Ma non si è giunti mai a nulla di nuovo, finché il 7 maggio 2005, durante la trasmissione “Le ombre del giallo”, dopo aver scontato quasi 30 anni in carcere, Pino Pelosi, ha dichiarato di non essere stato lui l’autore dell’omicidio e di non avere avuto il coraggio di dire la verità fino a quel momento per paura delle conseguenze.

Pino Pelosi, nella sua nuova versione, non si limita ad accusare i tre sconosciuti, descrive un vero e proprio agguato che aveva come obiettivo Pier Paolo Pasolini in quanto intellettuale, in quanto “sporco comunista”. In seguito alle dichiarazioni di Pelosi, la Procura di Roma ha riaperto il fascicolo sul delitto Pasolini, fascicolo che però è stato subito richiuso, senza giungere a nessuna nuova conclusione.

La morte opera una rapida sintesi della vita passata e la luce retroattiva che essa rimanda su tale vita ne trasceglie i punti essenziali facendone degli atti mitici o morali fuori del tempo. Ecco, questo è il modo con cui una vita diventa una storia.
Pier Paolo Pasolini

fonte...La storia siamo noi.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

'na specie de cadavere lunghissimo, Pasolini e Gadda...


"ERETICO & CORSARO"




'na specie de cadavere lunghissimo,
Pasolini e Gadda, Gifuni e Giuseppe Bertolucci...

Il cofanetto Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione racchiude i due spettacoli che sono la summa del percorso teatrale di Fabrizio Gifuni: ’Na specie de cadavere lunghissimo (Premio Istryo 2006) e L’ingegner Gadda va alla guerra (Vincitore di due Premi Ubu nel 2010). Entrambi i lavori si avvalgono della collaborazione e della preziosa regia di un grande autore di cinema e teatro: Giuseppe Bertolucci. Il libro all’interno del cofanetto contiene un saggio di Giuseppe Genna.



«Il progetto Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione è nato dal desiderio di organizzare un grande racconto sulla trasformazione del nostro paese. Su ciò che eravamo, su ciò che siamo diventati o su ciò che in fondo siamo sempre stati. Per capire cosa è accaduto, come sia stato possibile arrivare a tutto questo. Quello che ne è venuto fuori, a distanza di anni, è un doppio sguardo sulla nostra storia del Novecento, feroce e inesorabile, dove al «teorema pasoliniano» sulla mutazione antropologica di un intero paese si aggiungono, come tessere di un unico mosaico, le note gaddiane sulla Grande Guerra e le sue annotazioni psico-letterarie sul ventennale flagello fascista.
Due sguardi incrociati sulle dinamiche della grande Storia, spesso sorprendenti, dove termini come progressista o conservatore, cedono il passo alla sola forza di due intelligenze in continuo movimento».


Una faccenda privata

In un gennaio particolarmente piovoso, nella città tossica di Milano, preoccupato dalla voce che gli sembra arrochita e che lo tormenta insieme ad alcuni problemi tecnici, siede tra i tavolini in palcoscenico attorno cui si sistemano spettatori di ’Na specie de cadavere lunghissimo l’attore Fabrizio Gifuni nel Teatro Franco Parenti. Ha creato, da un testo immenso che è l’opera di Pier Paolo Pasolini, un testo fantasma, sintetico e stranamente articolato al suo interno, commistionato inoltre con un poemetto di Giorgio Somalvico. Le due file di tavolini sono appendici della platea che invadono il palco, o viceversa. Fabrizio Gifuni squadra perplesso il suo pubblico, pur sapendo che nulla qui è suo e questo è il luogo della disappropriazione più radicale. In effetti, egli pare svuotarsi interiormente da contenuti mentali. Quando parte a monologare, vestito di una maglietta bianca e un paio di pantaloni da tuta, ha bisogno di un interlocutore: sta dopotutto incarnando Pasolini che scrive a Calvino. Sembrerebbe che sia per questo, dunque, che Gifuni incomincia a fare perno osservando uno spettatore preciso in prima fila in platea, agganciandone lo sguardo inerme come inerme è chiunque sia seduto, perfino i re o coloro che, come scrive Ponge, “non toccano le porte”. L’attore invece le spalanca, le porte – in questo caso violando costantemente l’inermità dello spettatore indifeso, che per quel primo dei tre “atti” della rappresentazione resterà infilzato dallo sguardo via via aggressivo, rabbioso, sprezzante, interrogativo, pietoso – comunque sempre empatico – di Fabrizio Gifuni o del personaggio che egli interpreta.




Quello spettatore ero io.

Restare sospesi nello sguardo persistente dell’altro significa rimanere nella più assoluta ambiguità: da un lato si è intercettati e visti e quindi si è riconosciuti esistere, ma d’altro canto accade quanto in Prufrock constata drammaticamente Thomas Stearns Eliot: “E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti – | Gli occhi che ti fissano in una frase formulata, | E quando sono formulato, appuntato a uno spillo, | Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro…”
Mentre si svolgeva l’azione (ma quale azione? Le parole sono un’azione? Eppure il corpo dell’attore agiva, si spogliava, si rivestiva, fingeva di stare male e per fingere al meglio probabilmente stava davvero male), io ero terrorizzato. Non riuscivo a sostenere quello sguardo. Sempre meno urbano il discorrere di quel Pasolini luterano, corsaro. Però sempre più preciso il bisturi dello sguardo con cui Gifuni inchiodava me alla poltroncina, che una volta era stata comoda, borghese: teatrale, appunto. Mi dibattevo come una farfalla trafitta da un spillo.
Tremavo. Aumentava lancinante il turbamento. Avevo paura di un danno. Comprendevo lo strazio dello stupro subìto. Avvertivo l’ansia ondulatoria che impone lo sciame sismico al suo rutilante riapparire. Quell’uomo stava violentandomi semplicemente con uno sguardo, cercando i miei occhi nelle traiettorie fulminee che partivano inaspettatamente da punti diversi dello spazio scenico. Ogni punto, un punto cardinale.
Ero terrorizzato. Non ne potevo più. Desideravo andarmene al più presto, fuggire da quello spettacolo che soltanto io e l’attore sapevamo esistere all’interno dello spettacolo più vasto e ufficiale. Mi sperperava una violenza muta, sottaciuta, la quale corrispondeva precisamente alla violenza che era la sostanza aggredita dall’urlo di Pasolini, il quale altro non era se non uno spettro che conclamava attraverso la voce di Gifuni, a quasi quarant’anni di distanza dalla sua morte fisica.
Un esercito fantasma mi premeva addosso, se ci si pensavo. Parole pensate erano state scritte quasi mezzo secolo prima di quel momento ed erano ora parole pulsanti, sottratte a una morte di carta e scagliate con violenza verso di me: lance non fisiche, però che mi trafiggevano. Io ero l’oggetto dell’invettiva di Pier Paolo Pasolini, un ultracorpo che prendeva le sembianze di un personaggio senza nome il quale a sua volta occupava il fisico e le movenze di Fabrizio Gifuni. E tutti i nemici evocati dall’ode civile che, estratta come un forcipe dall’opera totale di uno scrittore il quale grava come un fantasma sulla bilancia della cattiva coscienza italiana, erano legione: quei giovani privi di forma, quel potere dal volto bianco, quella chiesa imbelle e votata all’ultimo silenzioso colossale martirio che era la sua fine, quei politici che agivano un fascismo di tipo nuovo e tecnocratico, quei padri colpevolmente assenti, quei millenni cancellati da pochi decenni di società cibernetica, quei barbari incendiari che risalivano dall’inferno verso il centro abitativo borghese, quel malore inesistente ma che pressava il costato e lo stomaco dell’autore, del personaggio, dell’attore, della persona Fabrizio Gifuni.
Tutto ciò mi assediava e io coincidevo con quanto accadeva nello spazio scenico. Stavo male come il monologante: “io”, il monologante unico e continuo della mia esistenza, questo personaggio attoriale che in me non tace mai, stava molto male, si comprimeva zone doloranti come Fabrizio Gifuni, al ritmo medesimo del malore di lui.
Poi vennero i canti corali dell’“atto” secondo. Nel buio potevo nascondermi, mentre salivano alte arcaiche parole: erano greco tragico, era la tragedia greca.
E dunque eccomi pubblicare qui un rapporto sintetico, come se a stenderlo fosse una Stasi della mente, il resoconto che posso consegnare di quell’esperienza: “è stata vissuta una imitazione di un’azione nobile e compiuta la quale, per mezzo dell’empatia che diventa simpatia e del perturbamento che si esprime con terrore, provoca la presa di consapevolezza e il discioglimento del sentimento di tremore”. E’ una traduzione personale della formula con cui Aristotele definisce l’esperienza tragica, in cosa consiste fare l’esperienza della tragedia. Avevo, avevamo tutti, fatto l’esperienza di una tragedia, grazie a Fabrizio Gifuni.




Storia di uomini e paesi che sono fantasmi, che vivono tragedie

C’è differenza tra una leggenda e un’autobiografia: in quella differenza si situa un genere raro, carsico, però sconvolgente, che è l’antibiografia – cioè una variazione della tragedia.
Fare antibiografia significa premere sui tasti del mito e della storia, allo stesso tempo. Che l’antibiografia sia indifferentemente una rappresentazione agiografica o deprivativa, centrata sul racconto di se stessi o di altri o, se non di persone, allora di cose e di potenze – già questa indifferenza ai codici e alle discipline basterebbe a indicare che l’antibiografia si situa nel cerchio magico di una narrazione slogata, di una scena in cui si muovono spettri: scena e spettri che la comunità può comprendere e intorno a cui può radunarsi. Affermare che la tragedia è uno dei nuclei pulsanti del politico è altrettanto banale quanto sostenere che il tragico è uno dei tratti qualificanti della vita di qualunque vivente. Non sarà dunque accostando il Pasolini e il Gadda inscenati come fantasmi dal corpo e dalla voce di Fabrizio Gifuni che si potrà caratterizzare come teatro politico o civile quanto accade nelle sale in cui si tengono queste drammatiche variazioni rappresentative.
Che l’Italia stessa sia un fantasma, ovvero qualcosa che si vede ma non esiste del tutto, è una constatazione che costituisce il battesimo laico di chiunque appartenga a questo contesto nazionale divenuto incivile, arruffato fino alla demenza più che senile, preda di fascismi sempre nuovi e sempre i medesimi, poiché è dell’italiano un temperamento che si potrebbe definire “microfascismo antropologico” (la definizione è di Wu Ming 1). Questo, dunque, è il messaggio di superficie che viene pronunciato da Gifuni, e non soltanto da lui.
Il fatto specifico è che Gifuni pronuncia un simile messaggio in una forma fantasmatica, in una lingua fantasmatica, secondo ritmi che risorgono da tempi remoti e quasi obliati, attraverso l’attualità urgente di una realtà che tutti noi siamo e che, in quanto occidentali, dimentichiamo, essendone però ossessionati maniacalmente: cioè il corpo. E’ a questo livello corporeo che si pone, a detta di Gifuni stesso, l’origine biologica e biografica di un’invettiva contro il tempo e contro il mondo, scagliata tanto da Pasolini quanto da Gadda: “Sono due scrittori, due italiani che più lontani tra loro forse non potrebbero essere, per formazione, per lingua, per visione della storia e anche per visione politica. Che cosa unisce questi due autori? Una cosa abbastanza rara per l’Italia: un esercizio quotidiano, una pratica quotidiana di demolizione di se stessi, attraverso cui questi due autori si conquistano sul campo il diritto e lo statuto morale per esprimere un giudizio su quello che li circonda. Pasolini è molto vicino alle istanze della tragedia greca (…). In Gadda non c’è gusto per la tragedia: c’è una struttura ontologica profondamente tragica”1.
Non è dunque la presunta antitalianità dei due autori che diventano personaggi l’elemento su cui fa perno il lavoro teatrale di Gifuni. Il perno è invece l’istanza tragica. Ed è proprio ciò che si avverte – un teatro politico che è realizzato attraverso il movimento tragico stesso, cioè quella pratica continuativa della demolizione di se stessi, della demolizione dell’“io”2. Si tratta di vedere come riesce a Gifuni questo “esercizio quotidiano” di autodemolizione (“esercizio” peraltro in greco tragico si dice àskesis, etimo di “ascesi”), riversato nel qui e ora della scena assoluta.
Assistere a ’Na specie de cadavere lunghissimo o a L’ingegner Gadda va alla guerra lascia (ha lasciato) una profonda impressione. Quale? E’ più precisamente una serie di impressioni. Si tratta in pratica di un fantasma assoluto, che non concede riconoscimenti certificati, bensì soltanto accensioni di sensitività, bave di luce, confusione commista a certezze folgoranti, indistinzioni. ’Na specie de cadavere lunghissimo: abbiamo sulla scena Pasolini? Se sì, quale Pasolini? Siamo forse esposti all’urto dell’eresia stessa? Oppure ci assale un grande attore che si scortica e si spalanca il costato con le proprie mani, pur di farci osservare come sia possibile ciò che è viscerale? Quale succo ricaviamo, quale esito sortiamo, noi, il pubblico, scrutando ed essendo scrutati da Fabrizio Gifuni che è se stesso e Pasolini oppure quel fantasma di Pino Pelosi che è detto “Er Pecora” e non “Rana”? Quale efficacia o messaggio andiamo cercando in questo spettacolo? E alla fine otteniamo cosa?
L’ingegner Gadda va alla guerra (senza scordarsi il sottotitolo: o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro): stiamo entrando nelle latitudini del dolore da ferita, da irrimediabile lutto per una guerra, per un disordine del mondo, per la morte di un fratello, per un rapporto con la madre, per una neurosi sempiterna, per l’invenzione di una lingua che tenta di spostare un poco più in là i termini dell’agonia di quel linguaggio fantasma, l’italiano? E’ una tragedia, quella a cui assistiamo?





E’ intanto un’orgia di fantasmi. Canzonette farsesche e misteriose del Ventennio mussoliniano (c’è anche un ventennio berlusconiano, ça va sans dire) si sovrappongono agli impressionanti falsetti rituali di quelle musiche che accompagnavano le tragedie greche di periodo classico. Perfino i suoni giungono fantasmi da tempi distanti tra loro. I fantasmi sono analogici, nel senso che permettono connessioni e suggestioni. Storia e vita sono messe in discussione da azioni vive e al tempo stesso morte. La “farsa” che è “mistero”, il “mistero” che è “farsa”, l’identità di “farsa” e “mistero”, tutto ciò definisce in eguale misura un certo genere teatrale che è qui proposto e definisce anche, per la natura stessa di questo genere teatrale, un certo genere di conoscenza. Ciò avviene grazie a una forma artistica: antibiografia o complesso monologo teatrale, non si sa come definirla, è una forma che ha in Gifuni un interprete temibile, proprio perché sa farla emergere come elemento decisivo del discorso stesso. Noi non siamo più abituati ad avvertire con consapevolezza quanto magnetico sia il potere della forma del discorso, non siamo più abituati all’atletica della persuasione che la retorica ordina e dispone. Siamo infatti abituati soltanto a subire persuasione, talmente grossolana da non potere proprio essere definita “occulta”. La forma in cui si esprime Gifuni, con cui fa esprimere Gadda e Pasolini e noi tutti, è però una forma che non funziona come un fine in sé e nemmeno come un mezzo di “espressione” o per “illustrare” qualcosa. La forma – la sua struttura, la sua variabilità, il suo gioco di opposti (e cioè tutti gli aspetti tecnici e tangibili della teatralità) – è qui un particolare atto di conoscenza. Questo atto di conoscenza coincide con l’oggetto fantasmatico della conoscenza stessa: è il mistero.
E’ attraverso l’evocazione del fantasma che viene realizzata un’immersione nel mistero. E’ attraverso il discorso di un enorme leviatano di fantasmi che viene qui realizzandosi la disarticolazione dell’io. Il profluvio di discorsi, di taglia e incolla, di accostamenti inediti e di plenitudini con cui ci investe questo testo (autentica rete, lacera in più punti, che in altri punti invece tiene e dunque propriamente irretisce) conduce a una più superficiale disarticolazione: quella della memoria.
Letteralmente non si riesce a ricordare, pure ricordando: è Pasolini che parla ma non lo riconosco, mi pare di ricordare una “lettera luterana” ma non la riconosco, è Amleto che parla e il suo discorso è un fantasma di parole che dialoga con il fantasma del padre, è forse Gadda di Eros e Priapo che sta assaltando il disturbo narcisistico del potente e io non lo riconosco a pieno. In ogni momento delle tragedie inscenate da Gifuni avviene questo svuotamento di sé, avviene questo movimento: credo di sapere; mi accorgo di non sapere con precisione e inizio ad avvertire confusione; sento di non sapere e avverto il panico dello svuotamento, non posso appoggiarmi a nulla di saputo; al terrore di non appoggiarmi su nulla, subentra una calma trasparente e profonda.
Non saprei definire quanto accade in questi spettacoli se non nei termini in cui Jerzy Grotowski circoscriveva il teatro come “mistero”, distinguendolo da certe forme di iniziazione religiosa: “Il ‘segreto’ nel mistero moderno è qualcosa di inseparabile dai partecipanti stessi, per il fatto che non cerchiamo nulla al di fuori di loro, al di fuori dell’uomo. Ciò che costituisce il ‘segreto’ collettivo dei partecipanti al gioco teatrale, dunque il loro destino e la struttura della loro vita, appare qui come l’oggetto evidente, fondamentale del mistero”3.






Tutto un altro tipo di discorso

Quello che tiene Fabrizio Gifuni, in due sessioni (Pasolini | Gadda) che potrebbero non essere separate da alcuna cesura, è un discorso. Un discorso misterioso, il quale ha più a che fare, piuttosto che con un discorso ordinario, con la relazione che una ex scimmia tiene di fronte ad accademici in un racconto di Kafka: “Ripeto: non mi attirava imitare gli uomini; li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita, nient’altro” – il che costituisce una posizione esistenzialmente tragica, il punto in comune a cui Gifuni fa riferimento per toccare Gadda con Pasolini.
Privo di sviluppo (antibiografico…), il discorso di cui è protagonista il monologante è tale che, contando su una certa perfezione e un certo carisma interni, appare strutturato da un ordine e dissesta ogni ordine.
Una descrizione della forma e degli esiti di quanto a Gifuni riesce nella sua scena assoluta è rintracciabile in un desiderio, probabilmente esaudito, che espresse Michel Foucault il 2 dicembre 1970, tenendo una relazione davanti ad altro genere di accademici (quelli del Collège de France): “Nel discorso che devo oggi tenere, e in quelli che mi occorrerà tenere qui, forse per anni, avrei voluto poter insinuarmi surrettiziamente. Più che prendere la parola, avrei voluto essere avvolto, e portato ben oltre ogni inizio possibile. Mi sarebbe piaciuto accorgermi che al momento di parlare una voce senza nome mi precedeva da tempo: mi sarebbe allora bastato concatenare, proseguire la frase, ripormi, senza che vi si prestasse attenzione, nei suoi interstizi, come se mi avesse fatto segno, restando, per un attimo, sospesa. Inizi, non ce ne sarebbero dunque; e invece d’essere colui donde viene il discorso, secondo il capriccio del suo svolgimento, sarei piuttosto il punto della sua scomparsa possibile”4.
L’esito, anzi la sostanza stessa di questo desiderio avrebbe questa forma: “Vorrei che fosse tutt’intorno a me come una trasparenza calma, profonda, indefinitamente aperta, in cui gli altri rispondessero alla mia attesa e in cui le verità, a una a una, si alzassero”5.
Nessuno è escluso da questa forma di desiderio, da questo orizzonte di calma trasparente e profonda, che è la forma stessa raggiunta da Fabrizio Gifuni quando (e lo si nota acuendo l’attenzione nei momenti in cui meno essa è tesa a risultare intensa: cioè all’inizio, proprio in incipit, quasi in una sorta di prespettacolo, di fuori dello spettacolo) manifesta di sé un processo di svuotamento interiore e di coordinamento con la possibilità che ciascuno degli spettatori si svuoti interiormente. Il che avviene, decretando il riconoscimento che si tributa a un artista e alla sua opera d’arte.

Note

  1. Da un’intervista rilasciata da Fabrizio Gifuni a Marco Belpoliti per Doppiozero 
  2. La demolizione di sé, fisica e mentale, come elemento qualificante della tragedia è il cosiddetto “smembramento” (sparagmòs) dionisiaco. E’ una tesi dalla ormai più che consistente tradizione, bene sintetizzata da William Storm (in After Dionysus. A theory of the Tragic, Cornell University Press, 1998): “Dopo avere subìto una simile ‘invasione’ di personalità, il personaggio intriso di potenza dionisiaca è fatto a pezzi – non semplicemente ucciso o distrutto in ogni senso, ma propriamente e aggressivamente frammentato e lasciato in pezzi. E ulteriormente, è evidente che ci troviamo davanti a un processo non esclusivamente corporeo. C’è uno sparagmòs della mente e del senso di sé nella tragedia, il che è una specifica funzione dell’impulso di Dioniso sul personaggio”.
  3. Jerzy Grotowski, “Farsa-Misterium”, in Il Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski. 1959-1969, Fondazione Pontedera Teatro.
  4. Michel Foucault, L’ordine del discorso, Einaudi.
  5. Ibid.



La tragedia nella scena assoluta di Fabrizio Gifuni
di GIUSEPPE GENNA

fonte....Giuseppe Genna


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

Pier Paolo Pasolini, Veltroni scrive ad Alfano: «Oggi la scienza può dirci la verità su quel delitto»



"ERETICO & CORSARO"

Tutti i post su Omicidio Pasolini


Pier Paolo Pasolini, Veltroni scrive ad Alfano:
«Oggi la scienza può dirci la verità su quel delitto»
Gentile Ministro Alfano, vorrei cominciare questa lettera aperta con parole che vengono da lontano nel tempo: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». È così che il presidente del Tribunale dei minorenni Alfredo Carlo Moro fissò il suo giudizio e il senso della sentenza con la quale il Pelosi fu condannato a quasi dieci anni di reclusione per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, intellettuale italiano. Le sentenze successive hanno confermato la responsabilità del ragazzo ma hanno sostenuto che lui fosse solo, quella notte. La verità processuale è fissata in quel giudizio della sentenza di secondo grado: «È estremamente improbabile che Pelosi abbia potuto avere uno o più complici». «Estremamente improbabile» non significa «assolutamente impossibile». D'altra parte quel ragazzo, uno che sembrava sociologicamente e fisicamente l'incarnazione di un personaggio pasoliniano, aveva fornito una confessione piena che escludeva il concorso di altri. Dunque perché cercare ancora?

Ma l’inchiesta, come hanno documentato in modo inappuntabile su «Micromega» Gianni Borgna e Carlo Lucarelli, fece acqua da tutte le parti. Come molte indagini di quegli anni. Ho rivisto in tv, in questi giorni, le immagini girate da quel grande giornalista che si chiamava Paolo Frajese a via Fani il sedici marzo del 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, presidente della Dc e fratello del giudice Alfredo Carlo. Frajese faceva il suo dovere indugiando con il suo cameraman in mezzo ai corpi riversi a terra, ai berretti delle false divise, ai bossoli dei colpi sparati da terroristi e dai poveri agenti della scorta. C’erano decine di persone che passeggiavano sulla scena del più clamoroso attacco alla Repubblica. Qualcuno calpestava i proiettili, qualcun altro armeggiava con le portiere delle auto. Una follia. E non credo che ci appaia così solo perché ora tutti hanno imparato dall’America che la prima cosa da fare è isolare la scena del delitto. Era una follia, e peggio, anche allora. Era successa la stessa cosa nelle ore immediatamente successive all’omicidio di Pasolini nel buio desolato dell’Idroscalo di Ostia. Quando la polizia si era portata lì, nelle prime ore del mattino, c’erano dei curiosi attorno al corpo e di lì a poco, nel campetto attiguo, si sarebbe giocata una partita di calcio con tanto di pallone che cadeva nella zona del delitto e veniva rinviata da poliziotti gentili. Spariscono tracce, specie quelle degli pneumatici e dei passi. Indizi che credo sarebbero stati utili per accertare quante persone si fossero trovate lì e la dinamica dei fatti. L'automobile, la «stanza» fondamentale delle prove, viene consegnata alla scientifica solo quattro giorni dopo il delitto. In quella Alfa 2000 ci sono un maglione e un plantare per scarpe che non appartengono né a Pasolini né a Pelosi. C'è sulla portiera del passeggero, non quella del guidatore nella quale il ragazzo dice di essersi infilato di corsa per fuggire, una macchia di sangue, come l'impronta di una mano appoggiata. Ma l’auto, nel deposito della polizia, era rimasta aperta e sotto la pioggia.
Poi c’è un altro particolare. Pelosi ha solo un graffio sulla testa e una macchia di sangue sul polsino. È assai strano che sia così se le cose sono andate come lui ha raccontato, se c’è stata la feroce colluttazione che il ragazzo descrive nel suo volume «Io, angelo nero»: «Lui si trasformò in una belva. I suoi occhi erano rossi rossi e i tratti del viso si erano contratti fino ad assumere una smorfia disumana... Lo stesso bastone me lo tirò in testa, io mi sentii spaccare in due, il cuore mi batteva fortissimo. Lui si fermava poi ribatteva ancora... Fatto qualche metro mi afferrò e mi tirò un cazzotto sul naso...», poi il racconto di una rissa selvaggia. Pasolini verrà ritrovato pressoché irriconoscibile, un «grumo di sangue». Ma a Pelosi basta, come raccontò, fermarsi ad una fontanella. Potrei continuare. Ma vorrei tornare alle parole del giudice Moro. Non credo che fosse un «complottista». Credo avesse osservato dati di fatto e incongruenze. Chi poteva avere interesse ad uccidere Pasolini? Sulle colonne di questo giornale aveva scritto meno di un anno prima il famoso articolo «Il romanzo delle stragi », quello in cui diceva di sapere «i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer o sicari... Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che... coordina anche fatti lontani, che mette insieme pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero».





Non so se queste parole abbiano preoccupato qualcuno, se abbia preoccupato il lavoro che conduceva per la scrittura di «Petrolio». Ma erano anni bastardi, non dimentichiamoli. Anni in cui da destra e da sinistra venivano compiuti, come fossero normali, atti inauditi. Ai quali spesso seguivano appelli ben firmati per la libertà dei responsabili. Come accade per gli assassini dei fratelli Mattei che ora sono liberi in Sudamerica. Anni bastardi, nei quali poteva bastare essere una donna e civilmente impegnata per essere sequestrata e violata, come accadde a Franca Rame. Anni nei quali si facevano stragi e si ordivano trame. Non bisogna essere «complottisti» per domandarsi cosa diavolo c'entrasse la banda della Magliana con la scomparsa di una giovane cittadina vaticana o con l'intricata vicenda del Banco Ambrosiano o con il rapimento di Moro. Ma al di là delle convinzioni personali e persino al di là della ricerca di una matrice politica del delitto Pasolini esistono una serie di evidenze sulle quali oggi forse si può fare chiarezza. E non solo perché nel 2005 Pelosi ha ritrattato tutto dichiarando che ad uccidere Pasolini erano stati tre uomini che lui non conosceva. Ha detto molte verità il ragazzo e, dunque, forse nessuna verità. Mi domando che interesse avesse, in quel momento, a riaprire una vicenda per la quale aveva già scontato la pena. Mi domando se forse il tempo passato non avesse rimosso ciò che, negli anni del delitto, gli faceva paura.
Ma non conta. Stiamo ai dati di fatto: il paletto insanguinato, i vestiti, il plantare. Oggi le nuove tecnologie investigative consentono, come è avvenuto per via Poma, di riaprire casi del passato. Anche qui voglio usare parole non mie ma quelle che nascono dall’esperienza di Luciano Garofano, che ha diretto il Reparto Investigazioni scientifiche di Parma. Garofano è coautore con il biologo Gruppioni e lo scrittore Vinceti di un libro che si è occupato del caso Pasolini. «Oltre alle analisi del Dna che si potrebbero effettuare su molti reperti (alcuni dei quali mai sufficientemente presi in considerazione: il plantare, il bastone, la tavoletta...), attraverso lo studio delle tracce di sangue e di sudore, le scienze forensi vantano oggi un nuovo, importante alleato... La disponibilità degli abiti di Pasolini ma soprattutto quelli di Pelosi, ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulla modalità dell’aggressione. Dallo studio delle macchie di sangue ancora presenti, si potrebbe infatti stabilire (e magari confermare) la tipologia di armi usate per colpire, le posizioni reciproche dell’omicida e della vittima e riscontrare quindi l’attendibilità della versione fornita allora da Pelosi... Un caso che, come tanti altri enigmi del passato, non possiamo considerare chiuso».
Ecco, signor Ministro, è questo che voglio chiederle. Per questo, come per altri fatti della orribile stagione del terrore (come il caso di Valerio Verbano o gli altri che con il sindaco Alemanno abbiamo proposto alla sua attenzione) ora si può, si deve continuare a cercare la verità. Forse saranno smentite le convinzioni del giudice Moro, forse ci sarà una nuova ricostruzione. I magistrati a Roma hanno lavorato con dedizione e scrupolo alla soluzione del delitto di uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo. Ora la scienza e le tecnologie possono aiutarci a dire una parola definitiva. E lei, fornendo un impulso all’iniziativa della giustizia potrà assolvere ad una funzione assai rilevante. Conviviamo da anni con un numero di ombre insopportabile. Più ne dissiperemo e meglio sarà per tutti noi, per il nostro meraviglioso Paese. E più ancora della verità giudiziaria credo ci debba oggi interessare la verità storica. Grazie, Signor Ministro, della sua attenzione.
Walter Veltroni
22 marzo 2010

fonte....Corriere.it

 


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

Non ho paura. Ora so! Pensando a Pasolini



"ERETICO & CORSARO"

 

Non ho paura. Ora so! Pensando a Pasolini
di Pasquale Sacchinelli

Non ho paura, almeno ora non più, perché la riflessione, chiodo fisso di questi miei trent’anni, mi offre tutte le risposte. La consapevolezza che la zona d’ombra della realtà quotidiana insidiosa e meschina, ti manipola e t’illude mentre ti riduce in catene, ora ha un perché. Rifletto.
C'è da chiedersi perché e come mai siamo giunti al termine del mondo, così come lo abbiamo conosciuto in quest’ultimo secolo. Perché continuiamo ad assistere passivi e attoniti al lento smorzarsi del cuore pulsante di una Nazione così giovane e bella ma tanto debole, malata, sfasata dai continui cambi di stagione e di bandiera. Povera Patria, anche lei al capolinea. Per trovare una risposta a queste domande, dobbiamo spostarci nel tempo e arrivare a un decennio lontano, oggi tanto ricordato e rimpianto. A un decennio mai vissuto da tanti di noi perché non ancora nati. Gli anni ‘60 così esaltati dai nostalgici protagonisti di quel movimento che avrebbe dovuto cambiare il mondo. Gli anni "migliori" ricordati con enfasi nei tanti "noi che…" da quegli stessi protagonisti che poi hanno messo al mondo dei figli acritici tenuti al guinzaglio dalla nuova società del consumo. A leggere e ascoltare i loro racconti di lotta pare che la loro generazione abbia conquistato qualcosa di speciale, di unico, di nuovo. A tratti ci credo, mi entusiasmo, convinto che il tutto si possa ripetere ancora oggi. Ma qualcosa non torna. Dal 1968 a oggi sono trascorsi solo quarantaquattro anni. Troppo pochi! Nemmeno il tempo di annusare lo Stato di diritto (ove mai ne fosse mai nato uno perché il triste momento storico che viviamo fa sorgere seri dubbi in merito) che ci si ritrova al punto di partenza. E torna in mente sempre lui: Pier Paolo Pasolini. Dichiaratamente di sinistra, Pasolini fu molto critico nei riguardi del movimento studentesco e, per coerenza, molto critico nei confronti dei giovani del suo tempo.
A riguardo sembra che nulla sia cambiato, anzi si è rafforzata l’incapacità a reagire, ciò dovuto al disinteresse totale di quanto accade loro attorno e le modalità di protesta trovano molto similitudini con quelle del 68. E non finisce qui. Mentre il disordine imperava, in quegli anni Pasolini andò ben oltre denunciando la corruzione dei politici, i poteri forti che attuarono la politica del terrore per arginare in qualche modo l’ondata del 68 e ristabilire o innovare l’egemonia di pochi su un intero popolo. Basta ricordare le stragi, Milano 12 Novembre del 1969, Brescia e Bologna del 1974. Veri e propri colpi di Stato che hanno tentato di minare il movimento screditandolo agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla manipolazione dei mezzi d’informazione. E in tutta franchezza, prima o poi, bisognerà ammettere che siano riusciti nel loro intento.
Nel 1974 Pier Paolo Pasolini fece dichiarazioni shock, scomode, imbarazzanti per la classe politica dell’epoca, facendo i nomi delle alte cariche dello Stato responsabili, a suo dire, di almeno una delle stragi sopra menzionate, Milano 1969, dichiarazioni che pagò con la vita.

Per questo non è sbagliato dire che quel 2 novembre 1975 si consumò un efferato assassinio di Stato. L'ennesimo. La sua morte segnò la fine dell’informazione, dell’impegno sociale intellettuale. Non gli fu concesso il tempo di vedere la nascita e lo sviluppo del nuovo impero, del nuovo mostro che ha ridotto la società odierna a una larva insensibile, abietta, sempre più acritica. Non ha assistito alla morte delle ideologie, non ha visto ogni corrente di pensiero, abdicare in nome del dio denaro. Non a caso, a soli tre anni dalla sua morte, dall’ombra esce la figura di Silvio Berlusconi che con il suo impero economico-mediatico, inaugura una stagione di cambiamento culturale e sociale: le pratiche di liberazione diventano l'apologia del liberismo e l'immaginario di rivolta si riduce alla trasgressione addomesticata dei palinsesti televisivi Fininvest.


Dagli anni della "discesa in campo" di Silvio Berlusconi alla medicina "amara" ma necessaria di Mario Monti. Come e, soprattutto, quando, è successo tutto questo?
Silvio Berlusconi, apparso dal nulla per volere divino, con un po' di aiuti terreni e qualche miracolo, fondò il colosso Fininvest. Nel 1980 ebbe la geniale idea di trasformare Telemilano in Canale 5, subito dopo arrivarono Italia 1 e Rete 4. Erano i primi vagiti di Mediaset, la società destinata a mutare radiclamnte il palinsesto TV. I “consigli per gli acquisti” si moltiplicarono diventando sempre più invasivi. Il loro continuo bombardamento spalancò le porte al decennio delle vacche grasse e del consumo sfrenato. Erano gli anni 80. Gli anni del drive-in televisivo, delle super tettone, delle soap, della perfezione, delle famiglie tanto perfette quanto irreali del “Mulino bianco”.


Imperversava un modello sociale fatto di apparenze e finzioni e si faceva incetta di video musicali sempre più hot studiati all’uopo per intrattenere noi giovani paninari sempre più disinteressati alla cultura col chiodo fisso per la patata e le feste con le diecimila lire di papà in tasca. E mentre le masse si distraevano, lo Stato veniva a patti con la mafia che dai Comuni, in men che non si dica, in pompa magna approdava in Parlamento.

Un bel piano quello architettato dalla vecchia guardia parlamentare: sedici anni di feste, ebbrezza fino all’ingresso in politica del magnate della TV preceduto un anno prima 1993, dal caso Tangentopoli con la scena emblematica del lancio delle monetine a Bettino Craxi in stretti rapporti di affari proprio con il suo successore, Silvio Berlusconi ovviamente, che nel 1994 “scese in campo per noi”.

E una marea d’italiani in questa “investitura divina” ci crede davvero, perché Berlusconi piace. Piace perché rimanda l’immagine di "uomo di successo"; che "ha fatto i soldi”; “che ci ha saputo fare”. Incarna in Italia “il sogno americano” di persona “arrivata” solo grazie a una forte "volontà", con idee e progetti da "realizzare" a ogni costo. Un uomo che trasforma il "volere" in "potere"e che vuole "fare" anziché "dire". E delle "chiacchiere" in Italia “non se ne può più”. Insomma, la folla lo acclama come “salvatore” della Patria. E nessuno all’epoca, nemmeno Silvio stesso, avrebbe potuto immaginare che, per quegli strani meccanismi che sapientemente costruisce il destino, vent’anni dopo all’“imprenditore operaio” sarebbe toccata la stessa sorte di Bettino Craxi e che, quella stessa folla che lo aveva tanto osannato, avrebbe poi esultato alla fine del suo impero politico e festeggiato alla grande alla sua fuoriuscita dalla scena politica. E pensare che solo agli inizi anni novanta, il “santo” Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo. Prometteva milioni di posti di lavoro, tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il Paese. Invece a novembre 2011 il si dimette sotto il peso degli interessi da pagare, conti pubblici che non quadreranno forse mai più e nubi sempre più minacciose di possibili default. La pressione fiscale aumenta, a partire dall’Iva, si tagliano tutte le spese pubbliche. E mentre i soldi per gli investimenti e lo “sviluppo” da miraggio si trasformano in utopia, il Bel Paese diventa uno dei principali problemi dell’Unione Europea.

E così mentre l’Italia festeggia la fine di un lungo, triste e vergognoso periodo in cui a creare danni politico-economico e sociali è stato più il “berlusconismo” che Berlusconi stesso, Giorgio Napolitano consegna la Nazione a una oligarchia finanziaria, meglio conosciuta con il nome di “Governo Tecnico”, capeggiata da Mario Monti. Un estremo rimedio per un male estremo. Così almeno ci raccontano. Riuscirà “San Monti” a trovare una cura miracolosa per questo male così incancrenito da essere ritenuto quasi incurabile? Non possiamo dirlo. Di sicuro possiamo dire solo che alcune ricette mediche del suo governo, al momento, sono incomprensibili e che le medicine che ci costringono a bere, oltre a essere amare, hanno pericolosi effetti collaterali. 



Ipotesi B come Berlusconi. Che cosa ha a che fare Silvio Berlusconi con le stragi del 1992 e con quelle del 1993 a Firenze, Roma e Milano? Molto, almeno a sentire Gaspare Spatuzza.
"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola". Giovanni Falcone
1992-1994, senza tema di smentita è stato il momento più drammatico della nostra storia, almeno dal dopoguerra a oggi. In quegli anni il mondo politico si è sgretolato trascinando i partiti che, nella caduta rovinosa di calcinacci e mura fracide, si sono polverizzati lasciando un vuoto presto colmato da faccendieri senza scrupolo che hanno imposto una nuova scuola di pensiero la quale immediatamente e senza fatica alcuna ha trovato molti fedeli seguaci. Tale scuola partiva da un assunto destinato a cambiare per sempre “l’arte di governare la società”, snaturando il significato stesso della parola “politica” che da “amministrazione della polis per il bene di tutti" si trasforma in “gestione del potere per il bene di uno solo”. In breve, l’indicazione che da questa nuova scuola arriva è che non bisogna “fare politica”, ma semplicemente “usarla”.
E così accadde che dopo il 1992 le inchieste di Mani pulite provocano un terremoto che porta alla dissoluzione dei partiti che avevano permesso a Berlusconi di diventare “il grande imprenditore” che tutti conosciamo. La Fininvest, senza “santi protettori”, presto si ritrovò sommersa da debiti e le banche creditrici pretesero una specie di commissariamento che portò ai vertici dell'azienda il manager Franco Tatò. Allora, Berlusconi, spinto da Marcello Dell'Utri, pensò bene di creare un suo partito: Forza Italia. Da quel momento Silvio si libera dei tanti poco affidabili “santi” dalla vita fugace e, spdestando tutti, va a sedersi direttamente sul trono di dio. Da questo momento in poi, il resto del mondo dovrà pregare lui!
Caso strano, però, proprio in quegli anni cominciano a scoppiare una serie di bombe che: causano stragi, eliminano due tra i magistrati più famosi d’Italia, uccidono complessivamente ventuno persone, provocano un’ottantina di feriti, mettono in pericolo il patrimonio artistico del Paese, tengono a lungo sotto ricatto le istituzioni. Che cosa è davvero successo in quel passaggio d’epoca? Chi si è attivato? Quali sono stati i protagonisti che si sono mossi nell’ombra? Che ricatti sono scattati? Nella ricostruzione storica di quegli anni rimangono ancora molti buchi neri. Stando a quanto dichiarato dal pentito Gaspare Spatuzza, proprio Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri erano i due componenti dell’entità esterna a Cosa Nostra che insieme all’organizzazione criminale sarebbe responsabile delle stragi del ’93 ai danni patrimonio artistico italiano. Per Spatuzza, dunque, erano i due uomini Fininvest a sedere in cabina di regia: "C’erano loro dietro le bombe", ha affermato davanti ai giudici.

Come dimenticare quell’evento che, di fatto, mise fine alla lotta contro la mafia? 1992 Giovanni Falcone fu fatto saltare in aria perché troppo scomodo. Aveva scoperto e messo alla luce i rapporti tra mafia e politica e il nome di Silvio Berlusconi legato ai fondi neri Fininvest, aleggiava su quell’inchiesta che gli costò la vita. Stessa sorte toccò a Paolo Borsellino amico, collega di Giovanni Falcone. Morti entrambi per cercare quelle verità che non potevano essere svelate.
Ma come siamo passati da quegli anni 60 che portarono a quello ”autunno caldo” del 1969 che segnò in Italia uno dei punti più alti della contestazione, agli anni delle stragi? Come siamo arrivati dagli anni caratterizzati dalle lotte operaie per il rinnovo d’importanti contratti nazionali di lavoro (primo fra tutti quello dei metalmeccanici) e da grandi scioperi generali agli anni di Berlusconi? Se è vero che "c’è sempre una relazione tra gli eventi", come scrisse Isabelle Allende, allora bisogna ammettere che quel movimento così "rimpianto" del 68 italiano forse è stato troppo mitizzato. Infatti, col senno di poi, ci accorgiamo che esso fu un movimento sterile, discontinuo, poco unitario nei fatti. La successiva istituzionalizzazione dei movimenti impedì al Sud Italia il coinvolgimento pieno nell’ondata “rivoluzionaria”, perciò rimase arretrato a tal punto da conoscere una seconda fase migratoria. La prima fase aveva visto l’esodo in massa verso il Continente, questa seconda degli anni 70 portava i migranti verso l’Italia Settentrionale. Si abbandonavano i campi da coltivare per andare lavorare nelle fabbriche. E mentre i movimenti di lotta viaggiavano “scollati” se seminavano i germi della gramigna che avrebbe portato, negli anni a seguire, alla devastazione, il governo architettava piani unitari, in cui un altro germe, quello del fascismo, mai eliminato, era gelosamente custodito e curato in attesa di tempi migliori per rispuntare più forte e rigoglioso che pria. Per questo, pur riconoscendone alcuni aspetti positivi, gli anni del 68 italiano furono un totale fallimento perché, alla fine, non hanno portato a niente: il Paese è rimasto spaccato in due mentre era necessario (e i presupposti c'erano tutti) tenerlo unito sotto gli stessi principi costituzionali e lo stesso pensiero.
Oggi 2012 viviamo la stessa identica situazione con l’aggravante che siamo diventati ancora più imbecilli perché in sessanta anni ci siamo divorati la Costituzione, diventata ormai meno utile della carta igienica. E questo solo perché siamo stati così bravi da affidare per anni i nostri destini a delinquenti incalliti. In più si assiste a un reset generazionale iniziato negli anni 60 sotto i fumi di un'illusione che ha stordito molti. Non c'è stata una continuazione di ciò che è stato faticosamente ottenuto con il sangue nel 1948, la nuova leva di giovani è figlia diretta e di discendenza di una generazione fallimentare sotto ogni punto di vista. Come popolo abbiamo migliorato e perfezionato l’ignoranza pensante. Quindi, che cos’è cambiato oggi? Niente. Non è mai cambiato niente, siamo rimasti sempre fermi a vegetare, sempre divisi, sfaldati, sempre a delegare qualcuno al posto nostro. Viviamo di speranza, con l’assenza totale di prospettive. Inoltre, siamo sempre più soli. Isolati l’uno dall’altro, scegliamo come compagna la disperazione e con lei è facile commettere atti incosulti che rendono la protesta inconcludente e suicidaria.

La triste verità è che questo nostro Bel Paese ha il "meritato" bisogno di sprofondare negli abissi per ricominciare a risalire la china. Chissà, se è rimasto intatto almeno lo spirito di sopravvivenza, forse solo toccando il fondo potrebbe scrollarsi di dosso apatia e torpore e darsi una mossa per iniziare a ricostruire. Serve una rivoluzione alla Zapata, Che Guevara et similia? No. Viene in mente la scena di un film stupendo: “Giù la Testa” di Sergio Leone che è molto chiaro circa questo tipo di rivoluzione. Oppure Mario Monicelli che in una intervista delineò in sintesi questa nuova e marcia società italiana. Purtroppo non si ha voglia di cambiare, perché culturalmente dilaniati privi di qualsiasi ragionamento rivolto al bene comune: siamo diventati schifosamente abitudinari. Forse un giorno tutto cambierà in meglio. Forse qualcuno inizierà a tracciare un nuovo cammino da seguire. Forse si avvererà il sogno di un altro mondo possibile. Forse chissà, domani...ma non oggi e, soprattutto, non con noi...


"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini". Giovanni Falcone


Fonte: Comunicare Pensando.

 
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.