sabato 3 novembre 2012

Io So, che cos'è questo golpe - di Pier Paolo Pasolini


"ERETICO & CORSARO"









Pasolini, attacco al potere

Ovvero, processo alla DC.
I post che formeranno quella che è un' analisi di quanto è accaduto tra il 1974 e la notte tra il l'1 e il 2 novembre del 1975, sono un lavoro collettivo fatto dagli editori della pagina facebook 


Indice del lavoro > Qui


( Man mano che i post si aggiungeranno a formare l'insieme di questo lavoro, verranno aggiunti qui - probabilmente alla fine del lavoro sarà necessario creare una pagina indice.)



IO SO

dal "Corriere della sera" del 14 novembre 1974 col titolo "Che cos'è questo golpe?"



da "Scritti Corsari", Garzanti 1975 col titolo "Il romanzo delle stragi"






Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpes" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una

verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che  stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.

Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.

Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.

Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.

È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico.

In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratro: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità.

È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.

Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.

Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.

Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.

Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.

Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.

L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.

Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.

E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. 











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Moravia e Pasolini in India




"ERETICO & CORSARO"


 
Moravia e Pasolini in India


Nel Gennaio del 1961, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini visitano l’India. Moravia c’è già stato: il primo impatto indiretto avviene nel ’31, quando è invitato a partecipare ad una cena a Londra con ambasciatori e politici della Panindiana (la delegazione lo incuriosisce, nonostante il suo sguardo si mantenga sempre esterno); nel ’37 passa per l’India, ma è diretto in Cina. Nel 1961 ha l’opportunità di starci più tempo e di esplorarla con più profondità; ci tornerà poi nel 1964, durante un viaggio intorno al mondo con Dacia Maraini. Per Pasolini, invece, è la prima volta, e non può esistere allo shock provocato dalla tanta miseria. Moravia scrive per il “Corriere della Sera”, mentre Pasolini per “il Giorno”; entrambi successivamente pubblicheranno i loro pezzi in volume: Moravia in “Un’idea dell’India”; Pasolini in “L’odore dell’India”.
La simmetria dei due titoli viene notata subito dalla critica, che sottolinea i due differenti ma complementari punti di vista assunti dai due scrittori: Moravia è razionale, argomentativo, mentale, intellettuale: tra le tante idee che si possono avere o su cui si può discutere, si è obbligati a sceglierne una, perché l’India è un universo a sé che è impossibile esaurire in poco tempo e poche pagine. Pasolini, invece, fa riferimento nel suo titolo ad un’esperienza più sensoriale, personale, sentimentale: e l’articolo determinativo vuole indicare quell’odore specifico dell’India, quell’odore di incenso, miseria e sporcizia che solo in India si può trovare.
Vengono mandati dalle due testate giornalistiche in occasione di due date importanti: il centenario dalla nascita del poeta Tagore (che aveva ricevuto il premio Nobel nel 1913) a cui viene dedicato un convegno a Bombay, e il decimo anniversario dell’Indipendenza indiana.
Non bisogna farsi ingannare dai titoli: è lo stesso Moravia che, nell’intervista di Renzo Paris inserita nel volume edito da Bompiani, afferma che ciò che l’ha più colpito dell’India è il suo odore; d’altro canto, il volume di Pasolini non è ricco in odori quanto lo è in immagini. O ancora: Moravia descrive i due incontri con Nerhu, addirittura riportandone un dialogo (è il racconto, quindi, di un’esperienza sensoriale); Pasolini, invece, fa di Nerhu un personaggio argomentativo, su cui ragiona ma di cui non narra.
E’ vero però che la scrittura di Pasolini risulta essere più autobiografica e personale di quella dell’amico – e che egli non resiste ad essere coinvolto emotivamente nella miseria indiana, quando decide di fare qualcosa per il ragazzino Revi, sicuramente il personaggio più importante del suo viaggio. Insieme ad Elsa Morante (al tempo compagna di Moravia, la quale si è unita ai due uomini nel viaggio) ha successo nel far accettare il ragazzo presso un orfanotrofio gestito da un sacerdote olandese. Revi simboleggia l’India: da lontano è esotico, attraente, candido – ma quando si avvicina si rivela sporco ed emana un cattivo odore. Questo afferma anche la necessità di avvicinarsi, di guardare, per conoscere davvero. Dall’altra parte, la storia di Revi (questo è il titolo dell’unico capitolo narrativo per eccellenza del libro di Pasolini) simbolizza anche l’impossibilità di cambiare o di dare aiuto al popolo indiano: puoi salvare una goccia, ma non tutto l’oceano di mendicanti che ad ogni ora del giorno e della notte affollano le strade delle città in cerca di qualche monetina.
Entrambi gli scrittori mettono l’accento sull’atteggiamento che è necessario assumere viaggiando nel continente indiano: la consapevolezza che è impossibile conoscerla tutta, penetrarla tutta, comprenderla tutta; ed è necessario spogliarsi delle proprie sicurezze, persino del proprio linguaggio, delle proprie concezioni mentali, per riuscire a vedere con autenticità (questo è visibile in Pasolini, il quale utilizza spesso locuzioni dubitative quali “mi pare”, “mi sembra”).

di Elena Refraschini

*  *  *

Compagni di viaggio: l'India di Moravia e Pasolini

“I miei compagni di viaggio: Disponibili, allegri, curiosi come scimmie, con tutti
gli strumenti dell’intelligenza pronti all’uso, voraci, goderecci, spietati”
(Pier Paolo Pasolini)

Luglio, mese di viaggi e di fughe, per chi può. Mese di fantasticherie per chi resta a casa sognando orizzonti lontani. Ma che importa? Anche per chi resta, in un modo o nell’altro, si apre la dimensione del viaggio, e d’estate la città si dà in un modo nuovo, pur restando sempre la stessa. E’ a Luglio che entrando nel solito bar di paese trovi il tuo tavolo occupato da una coppia di svedesi in amore e allora anche a te, malinconico essere sedentario, sembra di essere approdato in un posto nuovo, e capita anche che rimastichi quelle quattro parole di inglese che ancora non hai dimenticato. Componenti per un viaggio: uno spazio da percorrere, un tempo per perdersi, un compagno di viaggio. Non serve altro. Non serve certo andare in India. Eppure, a volte, qualcuno ci va.
E’ il 1961. Un aereoporto trafficato e all’orizzonte il miraggio di Bombay. In mezzo, una strada incandescente che si snoda tra l’umanità brulicante delle periferie. Su questa strada incomincia il suo viaggio una vecchia Uno Bianca. Seduti sui sedili di pelle rossa ci sono due amici. Uno ha gli occhiali neri, l’altro non si è fatto la barba. Dietro di loro c’è una donna che dorme. Davanti a loro c’è una strada su cui si affastellano cartelli dalle diciture enigmatiche: Aurangabad, Ellora, Delhi, Agra, Gwalior, Orchha, Khajuraho, Varanasi. Sulla giacca di pelle di quello con gli occhiali neri c’è una bruciatura di sigaretta e quello coi capelli bianchi si strofina la mano sui pantaloni. Sono pensierosi, viaggiano senza guardarsi in faccia, rigidi e silenziosi. Uno è Pier Paolo Pasolini, l’altro è Alberto Moravia. Dietro di loro, la donna che dorme è Elsa Morante. Tre scrittori in viaggio, ognuno con il suo sguardo sul mondo.
Alberto Moravia ha 54 anni, i capelli bianchi, la stazza del pugile e la testa fine di chi ha fatto dell’esistenzialismo un arte. Ha pubblicato Gli Indifferenti, La Ciociara e soprattutto La Noia. Cammina per le strade tenendo le mani giunte dietro la schiena, guarda, analizza, vede. La sera, prima di andare a dormire, programma metodicamente il programma per il giorno successivo. Conosce l’Induismo e il Buddismo, parla l’inglese, il tedesco e il francese. Studia, osserva, parla con la gente, con Maria Teresa di Calcutta, con il Pandit Nehru e piano, piano, lentamente si forma nella sua testa Un’idea dell’India che sarà poi il libro in cui raccoglierà le note scritte in quelle settimane di viaggio. Moravia non si lascia mai coinvolgere, guarda l’India da fuori e ne riporta, pagina dopo pagina, l’invincibile alterità, l’impossibilità di ridurre il caos a ragione: “L’India è il Paese delle cose incredibili che si guardano tre volte stropicciandosi gli occhi e credendo di avere avuto le traveggole”. Moravia non capisce, ma si sforza. E così macina nelle sue note una quantità enorme di dati, statistiche, riflessioni sui Vedanta, e conversazioni con le più disparate personalità indiane.
Affianco a Moravia così preso nell’alto delle sue riflessioni Pasolini sembra un nano. Aderente al suolo. Ha 39 anni e il fisico troppo atletico per un’intellettuale. Non ha letto molto dell’Asia e si aggira tra i banchi di verdura di Benares tastando i pomodori, come fosse al Testaccio. Più che accumulare elementi per un libro, scodinzola, annusa gli angoli delle strade, si fa distrarre da un gruppo di ragazzini che gioca a pallone. E’ irrequieto come un cane, sopraffatto dalla mareggiata di odori di quelle strade, che però potrebbero essere qualsiasi strada, perché gli odori, dopotutto, sono gli stessi in tutto il mondo. “Sono le prime ore della mia presenza in India” scrive, “e non so dominare la bestia assettata chiusa dentro di me, come in una gabbia”. E anche se dietro gli odori di quelle strade gli sembra sempre di risentire, quasi uguale, simile ma ora sfuggente, l’odore di casa, egli non si dà tregua. “Torniamo a Chattarpur che annotta. Io spero in una di quelle mie belle serate, in cui, mentre Moravia se ne va a dormire, io vado in giro, perdutamente solo, come un segugio dietro le peste dell’odore dell’India”. L’odore dell’India, è il risultato di quelle scorribande, fatto di anedotti, di puzze e di storpi, di particolari sui vestiti di Moravia e sul modo di mangiare dei bambini indiani. Non ci troverete praticamente nulla sulla situazione politica Indiana, sulla storia dei Vedanta e sulla loro distanza dalla tradizione filosofica occidentale. Per quello rivolgetevi a Moravia.
Con Moravia si ha sempre la sensazione di guardare il mondo con il telescopio, e il dettaglio, l’aneddoto è sempre il tassello o il microcosmo di un panorama; con Pasolini guardiamo al microscopio, e si avverte, dietro all’osservatore che descrive, l’uomo che sente e che riconduce tutto un universo a un particolare minuto e soggettivo. Moravia vede il tutto: l’India come un’unità con un’essenza da scoprire e fissare sulla carta; per Pasolini c’è soltanto il piano d’immanenza della strada, quell’odore, quel viso, quella parola. Una serie di frammenti, di immagini, impermanenti e indimenticabili come l’odore. Ed è per questo che, per uno come me che in India non c’è mai stato, Un’idea dell’India e L’odore dell’India parlano più di come si vive il tempo e lo spazio, quel viaggio quotidiano che ci è dato di fare: l’occhio e l’olfatto, la mente e le viscere, la ragione e il fiuto istintivo, la parola e il corpo. E Elsa in tutto questo? Sparisce tra le pieghe dei due libri, appare a tratti – ma molto di più nelle pagine dell’amico Pasolini, che in quelle del marito Alberto – la aspetti e non arriva mai. Eppure un amico mi assicurava che anche lei di quel viaggio ha scritto. Non ho mai trovato il libro. Se esiste. Chissà quale India, chissà quale occhio.

Amedeo Policante

*  *  *

Pasolini in India (1961). La religione



Pier Paolo Pasolini tra gli ultimi giorni del 1960 e i primi giorni del 1961 era in India con Alberto Moravia ed Elsa Morante. Raccolse le sue impressioni e ne ricavò alcuni articoli che pubblicò su “Il giorno” tra il marzo e l’aprile del 1961. Essi furono ristampati l’anno successivo da Longanesi in un volume dal titolo L’odore dell’India. Più d’uno sostiene che venisse dal quel viaggio e dal segno profondo che impresse nella memoria e nella fantasia di Pasolini quell’amore per i paesi riarsi e per le loro culture arcaiche che avrebbe impregnato diversi e importanti capitoli della sua ricerca di scrittore e cineasta. Il libro, insomma, più che un aiuto alla conoscenza dell’India, risulta un documento essenziale della vicenda umana e intellettuale del poeta friulano. Non so quasi nulla dell’India e non sono in grado di confermare o confutare codesto giudizio. Mi pare tuttavia che nel libretto, poi più volte ristampato (da Guanda oltre che da Longanesi), Ppp più che farci da guida non tanto su luoghi, genti e costumi del favoloso Oriente possa insegnarci a guardare, ad ascoltare, o odorare, a sentire insomma con tutti i sensi il mondo e, dentro il mondo, l’uomo. Posto qui sotto alcuni brani tratti dal secondo capitolo, che tratta di religioni e religiosità, come invito a leggere l’intero libro. (S.L.L.).

Una specie di vuoto

A Nuova Delhi sono andato con Moravia a un ricevimento all’ambasciata di Cuba, in occasione del secondo anniversario della rivoluzione di quell’isola: davanti a una villetta dell’immensa città-giardino, che, proprio come dev’essere Washington è Delhi, era stato alzato un grande padiglione rosso e blu, col pavimento di tappeti rossi. Lì si accalcavano tutti i corpi diplomatici della capitale, dall’ambasciatore di Jugoslavia a quello del Belgio, dall’addetto culturale cubano a quello russo: tutti col loro bicchiere di whisky in mano, schierati come in una stampa, in un affabile cicaleccio, nell’aria di primavera un po’ gelida.
In mezzo alle sagome eleganti dei diplomatici e delle loro signore, mi è sembrato una specie di miraggio assurdo (erano solo una decina di giorni che ero via dall’Italia, ma mi parevano dieci anni)due prelati cattolici, sottili come spade, coi fianchi stretti da una cintura rossa, e la scoppoletta rossa sulla nuca. Dovevano essere spagnoli: l’aria era quella degli spadaccini.
Per me erano emblemi, cocenti emblemi di tutto un mondo.
Ma per quanti milioni di persone, nel mondo indiano, non erano altro che un vivace ghirigoro di rosso e di nero? Messi di un potentato tanto lontano da sembrare quasi inesistente?
Per la prima volta, potrà sembrare assurdo, ho avuto l’impressione che il cattolicesimo non coincida col mondo: ma la separazione delle due entità è stata così inaspettata e violenta, da costituire una specie di trauma… Mi sono chiesto allora, per la prima volta in maniera urgente, da che cosa fose riempito questo immenso mondo, questo subcontinente da quattrocento milioni di anime. Era troppo poco tempo che mi trovavo in India, per trovare qualcosa da sostituire alla mia abitudine della religione di stato: la libertà religiosa era una specie di vuoto a cui mi affacciavo con le vertigini. Solo un po’ alla volta mi sarei abituato a questa condizione di libera scelta religiosa, che da una parte dà un senso come di gratuità di ogni religione, dall’altra è così ricca di spirito religioso puro.


Quando dicono sì
Io non so bene cosa sia la religione indiana: leggete gli articoli del mio meraviglioso compagno di viaggio, di Moravia, che si è documentato alla perfezione, e, dotato di una maggiore capacità di sintesi di me, ha sull’argomento idee molto chiare e fondate. So che in sostanza il Bramanesimo parla di una forza originaria vitale, un “soffio”, che poi si manifesta e concreta nella infinita plasticità delle cose: un po’ insomma la teoria della scienza atomica come, appunto, rileva Moravia.Io ho cercato di parlare di questo con molti indù: ma nessuno ha neanche la più pallida idea di quanto sopra. Ognuno ha un suo culto, Visnu, Siva o Calì, e ne segue fedelmente i riti. Però posso dire una cosa: che gli indù sono il popolo più caro, più dolce, più mite che sia possibile conoscere. La non violenza è nelle sue radici, nella ragione stessa della sua vita. Magari qualche volta difende la sua debolezza con un po’ di istrionismo e di insincerità: ma sono piccole ombre ai margini di tanta luce, di tanta trasparenza.
Basta guardare come dicono di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia enorme. Il loro no che significa sì consiste in un fare ondeggiare il capo (il loro capo bruno e ondulato con quella povera pelle nera, che è il colore più bello che possa avere una pelle) teneramente: in un gesto insieme dolce: “Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare, e insieme sbarazzino: “Perché no?” impaurito:“E’ cosa difficile”, e insieme vezzoso “Sono tutto per te”. La testa va su e giù, come leggermente staccata dal collo, e le spalle ondeggiano un po’ anch’esse, con un gesto di giovinetta che vince il pudore, che si erige affettuosa. Viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occgi che l’accompagna. La loro religione è in quel gesto.



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Lettera del 1979 di Massimo Teodori a Enzo Siciliano, autore di Vita di Pasolini



"ERETICO & CORSARO"
di BRUNO ESPOSITO
Lettera del 1979 di Massimo Teodori
a Enzo Siciliano, autore di Vita di Pasolini
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Massimo Teodori scrisse nel '79 a Enzo Siciliano, autore della Vita di Pasolini, esprimendo la sua sorpresa per la completa assenza nel libro di   ogni riferimento al rapporto tra Pasolini e i radicali, tra Pasolini e Pannella che pure furono fili ricorrenti e forti negli ultimi anni della vita dello scrittore.
Teodori ricorda, tra l'altro, la polemica aperta da Pasolini sulla prima pagina del "Corriere" per essere accanto a Marco Pannella che continuava il suo digiuno nell'indifferenza generalizzata, ed il suo intervento per il congresso radicale, che venne letto all'indomani del suo assassinio, il 4 novembre 1975.

Ecco il testo della lettera:

La "Vita di Pasolini", Pannella, i radicali...
di Massimo Teodori
"Caro Enzo Siciliano,
ho preso in mano Vita di Pasolini e l'ho letta d'un fiato. Non mi accadeva da tempo, essere così affascinato da un libro. Se fossi una buana penna tenterei di trasmetterti di quale intensità è stata la mia lettura: e credo - da profano - che sia un segno del rapporto che uno scritto riesce a instaurare tra scrittore e lettore.
Devo anche premettere che ho sempre cercato con attenzione le tue pagine tra le tante che mi capita di avere sul tavolo. Mi piace il tuo scrivere, mi son piaciute le tue polemiche anti-contenutistiche, anti-avanguardistiche, anti falso impegno. E sono cose, ormai, antiche. Pertanto ero anche positivamente prevenuto quando mi sono accostato al tuo lavoro, su e per Pasolini. Ti sapevo così intimo a Pier Paolo che non potevo che immaginare un risultato pieno di intelligenza e di amore.
E così - mi pare - è.
Tale premessa è necessaria per spiegare come mai mi sono deciso a scriverti pubblicamente, cimentandomi in un genere che non prediligo. Mi ha colpito la completa assenza dal tuo libro di ogni riferimento al rapporto tra Pasolini e i radicali, tra Pasolini e Pannella: una dei fili ricorrenti e "forti" nella vita dello scrittore degli ultimi anni. Ho cercato di spiegarmi questa omissione ma non ho trovato plausibile ragione. Ne ho chiesto a un comune amico che mi ha risposto: «Enzo ha una sensibilità letteraria e questa è forse la spiegazione». Eppure il tuo libro non è questo: a ragione si afferma «non è biografia, o un saggio psicologico e letterario, ma la riflessione di un narratore sugli anni italiani che vanno dal tempo della Resistenza al tempo del terrorismo. Quasi "un libro di storia italiana"». Ed è vero.
Quando metti in risalto il distacco di Pasolini dalla vita letteraria con una volontaria emarginazione e delinei quella svolta che fa di Pasolini un «ineliminabile interlocutore dell'intera società italiana», scrivi: «rifiutava il "riformismo" della nuova politica comunista ma rifiutava insieme l'"estremismo" piccolo borghese e "barbaro" dei contestatori ultrasinistri».
È il momento delle prime collaborazioni al "Corriere della Sera" e non è marginale notare che, di già, Pasolini intellettuale vuole fare i conti con il nuovo radicalismo: «La prefazione di Marco Pannella - scrive a proposito del libro di Andrea Valcarenghi Underground: a Pugno chiuso - dieci pagine, è finalmente il testo di un manifesto politico del radicalismo È un avvenimento nella cultura di un manifesto politico del radicalismo. È un avvenimento nella cultura italiana di questi anni. Non si può conoscerlo. La definizione che vi dà dei rivoluzionari della non violenza, del potere della sinistra tradizionale e della nuova sinistra,... sul fascismo e soprattutto in modo sublime sull'antifascismo... una esortazione al lettore a non lasciarsi sfuggire queste pagine di Pannella, che sono le uniche finora in Italia a definire dall'interno un periodo della contestazione e a delineare una possibile continuità» ("Tempo", 4 novembre 1973). Sottolinei giustamente a più riprese un aspetto del cambiamento pasoliniano quando lo scrittore vuole "gettare il proprio corpo nella lotta" e inventare i modi per rompere, polemicamente accentuandola, la propria solitudine: «la collocazione era difficile: - i bersagli erano il consumismo, l'esercizio democristiano del potere, il permissivismo nei giovani, la linea ufficiale dei comunisti. Una materia fluida. Si trattava di provocare, a sorpresa, una polemica o l'altra: ora mostrando di appoggiarsi a chi contestava da sinistra il Pci, ora assumendo ragioni che potevano finanche apparire gradite alla destra. Si trattava di rendere la polemica irriconoscibile nell'immediato: - renderla "corsara", cosicché fosse impossibile da chiunque assumerla in proprio». Tra i non molti di riferimento consonanti in queste incursioni che si susseguirono nel 1974-75, Pasolini incontra i radicali.
Li incrocia nella redifinizione di fascismo e antifascismo quel tema che accompagnerà la riflessione controversa sulla mutazione antropologica degli italiani per l'intera stagione: «In realtà tuttavia c'è stato, e c'è in Italia un nuovo Fascismo che fonda il suo potere proprio sulla promessa della "comodità e del benessere": ed è appunto quello che Marco Pannella chiama il nuovo Regime, un po' immaginosamente, ma giustamente» ("Il Mondo", 28 marzo 1974).
Poi, nel famoso articolo delle lucciole: «Il confronto reale tra "fascismo" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma fra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa» ("Corriere della Sera", 1 febbraio 1975).
Li incontra concretamente quando vuole riappropriarsi dei concetti di obbedienza e di disobbedienza, cioè allorché deve dare un nome a moduli di comportamento adeguati alla nuova situazione: «Sai quanto ti amo e quanto sono dalla tua parte - scrive a Pannella all'indomani del successo comunista nelle elezioni del maggio 1975 -, ...c'è gente come noi che continua ad agire sotto la spinta "inerte" di necessità civili di cui si è avuto coscienza una decina di anni fa: che lotta cioè per una sincera ansia democratica e in nome di una reale tolleranza... Tu devi aggiornarti semanticamente sul linguaggio che usi. Non devi più chiamare la tua "disobbedienza" ma "obbedienza" e di tale "nuova obbedienza" offrirti come modello... Fondare la possibilità di una simile "obbedienza" e di una simile "volontà di ricostruzione" è il vero nuovo grande ruolo storico del Pci. Ma anche tua: anche dei radicali; anche di ogni singolo intellettuale, di ogni uomo solo e mite" ("Corriere della Sera", 18 luglio 1975). Pasolini non esitò a scendere in campo per essere accanto a Marco Pannella che aveva varcato il limite dei settanta giorni di digiuno nell'indifferenza generalizzata, aprendo una polemica dalla prima pagina del "Corriere" che si protrasse per oltre un mese. E non si trattava soltanto di simpatia e di quell'amore pubblicamente dichiarato per il leader radicale nella cui persona trovava una profonda affinità per aver egli gettato il proprio corpo nella lotta. Si trattava oltre che di ciò del fatto, che «i loro principi per così dire "metapolitici" hanno condotto i radicali a una prassi politica di un assoluto realismo. E non è per tali principi "scandalosi" che il mondo del potere - governo e opposizione - ignora, reprime, esclude Pannella, fino al punto di fare, eventualmente del suo amore per la vita un assassinio: ma è appunto per la sua prassi politica realistica. Infatti è il Partito Radicale, la LID che sono i reali vincitori del referendum del 12 maggio. Ed è per l'appunto questo che non viene loro perdonato "da nessuno"» ("Corriere della Sera", 16 luglio 1974).
Ancora una volta, durante il periodo "luterano", sull'aborto e sul sesso Pasolini moralista paradossale ha come interlocutori privilegiati le azioni promosse dai radicali; così come, quando deve definire l'esperienza «esistenziale, diretta, concreta, drammatica", corporea» "da cui nascono i suoi discorsi ideologici fa ricorso al termine "gente" («Dico "gente" a ragion veduta»), non casualmente familiare nel lessico radicale in contrapposizione "classe" e "popolo".
Gli esempi potrebbero allungarsi: il "Palazzo", il "processo", il "fascismo di sinistra"... Ma non è necessario. Basterà ricordare quel che Pier Paolo scrisse per il congresso radicale e che altri per lui vollero leggere a Firenze all'indomani dell'assassinio, il 4 novembre 1975: «Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali...».
«Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. È ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti».
«Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti la lotta per i diritti civili, rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità...».
«Contro tutto questo voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa a essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare».
Caro Enzo,
questa lettera non vuole essere un" cahier des doléances. "È solo l'esplicitazione di un interrogativo che mi sono posto sui tuoi silenzi, sulle tue omissioni. Non sono tra coloro che - da questa parte della milizia politica - interpretano ogni cosa come il risultato di una congiura del silenzio. Ma questa volta non posso darmi una ragione del fatto che nel tuo lavoro, così documentato, così appassionato e attento si faccia riferimento solo di sfuggita alla certa, solida, continua "simpatetica" attenzione che Pier Paolo ci dedicò, in crescendo, proprio nel momento in cui - come tu scrivi - «l'intellettuale "non politico" si trovava coinvolto del "dovere" dell'intervento politico».
Ti conosco non settario, né conforme a lascarti andare nelle correnti prevalenti del momento: perciò sono sicuro che vorrai sciogliere questi interrogativi.
Con immutata stima,
tuo Massimo Teodori

Pier Paolo Pasolini: solitudine, vita, cinema, morte




"ERETICO & CORSARO"
 


Pier Paolo Pasolini: solitudine, vita, cinema, morte
di Francesco Pala



«... scavando il caldo regno notturno del tuo cuore,
ne estraesti i semi ancora verdi dai quali
doveva germogliare la tua morte, la tua
propria morte nutrita dalla tua propria vita»
(R.M.Rilke, Per un'amica)

Ostia, lungomare, un cadavere nel fango e l'alba a scoprirlo lentamente, affiora la solitudine notturna di un corpo orfano di Pier Paolo Pasolini, il celebre P.P.P., poeta, scrittore, regista e polemista. La notte di Novembre vede svanire la parabola intellettuale ed umana di un uomo solo. La solitudine è per Pasolini non semplicemente un dato politico, legato alla militanza civile che gli valse antipatie a vari livelli, né solo il frutto dell'esibita diversità sessuale, ma un carattere profondo, "ontologico": Dicevi di voler ritornare al tuo paese./Ma quello non era il tuo paese./Così l'inganno Di oggi ti rivelava quello di allora,o infelice/ nulla ti fu mai vero./Non sei mai stato. /I tuoi versi stanno.Tu mostruoso gridi. /così le membra dello squartato sul palco.[1]
L'amico-nemico Fortini ad un mese dalla scomparsa del poeta coglie perfettamente, in questi versi, il quid in grado di rendere tragicamente compiuta la parabola pasoliniana. Pasolini non ebbe mai diritto di cittadinanza alcuno, non appartenne mai, mai trovò la riposante quiete dell'essere, la stabile identità che deriva dal riconoscersi parte di un'epoca, di una civiltà, di una classe sociale.
Casarsa, il friulano << lingua della memoria e dell'assenza; ogni sua parola non definisce un oggetto, ma delimita una perdita, non nomina una persona ma ne ricorda l'addio>> [2], lo sconfinato dolore per l'impossibile ritorno nell'alveo materno, raggiungibile solo con la tensione poetica volta a mimare un'appartenenza mai realmente vissuta.
Gli anni romani, impregnati di marxismo contraddetto dal mito sensuale della primordiale vitalità di un popolo, intangibile nella sua incontaminata purezza e orribilmente lontano per chi porti il marchio dell'ascendenza borghese.
Gli ultimi tempi, sconvolti dal tramonto della civiltà contadina, dall'incedere di un'epoca che avrebbe fatto strame di ogni passata sembianza antropologica, imponendo il regime della "Nuova Preistoria", segnando l'ennesima ed ultima estraneità del poeta alla cultura del proprio tempo.
Epoche differenti, l'Italia del dopoguerra, l'ascesa economica e la caduta nel capitalismo plumbeo e venato di violenza degli anni settanta, scenari che Pasolini, esiliato dal proprio tempo, vive prigioniero del divorante desiderio di raggiungere, toccare la Vita nella sua dimensione astorica e preculturale, cogliere ciò che di puro, violento e immediato ribolle sotto le trame dei percorsi razionali, culturali che compongono il divenire storico. L'intellettuale marxista e storicista, il poeta e lo studioso del divenire della lingua italiana, proteso verso l'eretica vitalità di un mondo che lo respinge perché non ha storia, ma pare incarnare una natura non forgiata dal tempo, vive lo strazio dialettico di una doppia non appartenenza. La parabola pasoliniana fibrilla nel continuo bisogno di colmare l'ombra che cade tra Natura e Cultura, Pensiero e Vita, e l'espressione artistica è tentativo di creare figure nel buio, volti che traggano vita dal pensiero, alla ricerca di una conciliazione che offra finalmente un approdo, una zona franca in cui ordire una trama comune per realtà inconciliabili, accomunate solo dal non offrire asilo generando una lacerante privazione d'Essere.
A partire dalle opere giovanili, Pasolini innesca un meccanismo che dispiega i suoi effetti nel tempo, e che lo vede scegliere mezzi creativi sempre meno gravati dal peso della Tradizione, dalla poesia al romanzo, per raggiungere il cinema, ultima possibile rete in cui catturare l'attimo in cui la Vita si offre ad uno sguardo che si presenti alleggerito da Tempo e Cultura.
Il cinema offre a Pasolini la possibilità di elaborare immagini estratte << idealmente un attimo prima da nessun altro che da lui dal sordo caos delle cose>> [3] , libero dai vincoli di una cogente storia grammaticale, valorizzando una storia pre-grammaticale degli oggetti che si radica nell'osservazione abituale, inconscia, dell'ambiente, nella mimica dei volti, nella memoria volontaria e involontaria e nell'inconscio.
Narrare cinematograficamente significa allora, attingere dal deposito involontario di immagini che alligna in ogni esistenza, un potenziale in grado di rendere l'uomo un paziente che subisce l'effrazione di un segno che mette in pericolo la coerenza o il relativo orizzonte di pensiero in cui finora si muoveva. Favorire lo scacco nei confronti della coscienza, della consapevolezza, del pensiero razionale volontario, evocando le forze inconscie, le traiettorie che il vivere assume, non-visto, ecco l'unico omaggio possibile da offrire alla Vita, per chi viva la colpa e la condanna di appartenere al mondo della Cultura storica. Ecco allora <<denti di caffè, mandibole affilate e cataratte, facce di pane secco, lavorate da un cucchiaio>> [4], periferie di fango, <<una clinica con imposte verdi, il vuoto/ d'uno sterro, con canne di torrenti, la Parrocchietta sola contro il fuoco, il Trullo, un detrito di facciate identiche,/ colore dello sterco, una fiumana/ di macchine di ritorno da torbidi frangenti/ Roma spalmata come fango sulla lama/ infiammata del cielo>> [5], violente istantanee contro ogni possibilità narrativa, tuffi nel visibile che non accetta tempo né logica, ma impone la forza dell'immedicabile.
Le potenti narrazioni, le rielaborazioni della vicenda di Cristo, di Medea, di Edipo, ospitano le dirompenti sembianze di mondi che il racconto non può tollerare, di visi che sovrastano ogni tessuto linguistico, e mentre la parola si fa pretesto, si spalanca il vuoto tra la Storia e l'istante fisico.
Fuggire ogni narrazione compiuta, per poter cogliere il respiro del reale, ma allo stesso tempo scansare ogni narcisismo soggettivistico, ogni espressionismo che, mimando la fine del racconto, ritrova il racconto, obliando con altri mezzi ma medesimi risultati la Vita. Cosi <<si tratta di superare il soggettivo e l'oggettivo verso una Forma pura che si erge come visione autonoma del contenuto.Non ci troviamo più davanti ad immagini soggettive o oggettive; siamo presi in una correlazione tra un'immagine-percezione e una coscienza-cinepresa che la trasforma>> [6]. La soggettiva indiretta libera è, nei piani pasoliniani, lo strumento in grado di consentire che lo sguardo si posi sul mondo senza violarne i profili. La cinepresa da un lato, assumendo lo sguardo del personaggio, vedendo con gli occhi del contadino, del borghese, dell'operaio, occhi che non possono che osservare realtà differenti, tende a scomparire, dissolvendosi nella percezione altrui, d'altro lato il gioco mimetico è reso attraverso inquadrature fisse in cui il montaggio si risolve in una serie di quadri, o da inquadrature che riprendono lo stesso tipo di realtà ora da vicino ora da lontano, rivelando il profilo ossessivo di chi guarda e la sostanziale dirompenza di ciò che è visto.
La soggettiva indiretta libera consente a Pasolini di sfibrare la narrazione, in virtù di un dispositivo che ha la capacità di mimare il reale attraverso uno sguardo pudico, velato dalla nevrosi e dalla follia, che soffermandosi ossessivamente su persone ed oggetti si offre ad essi creando un circuito virtuoso tra il mondo della Vita nella sua purezza e l'inconscio, ottenendo immagini che traggono forza dalla doppia appartenenza a territori su cui la Volontà razionale e ordinatrice non può nulla. Da un lato la realtà è colta nel suo autonomo divenire, d'altro lato il regista è presente assumendo la prospettiva, unica utile ad una mimesi adeguata, dell'inconscio. In tale prospettiva l'uso molto frequente del montaggio, consente al regista di isolare le azioni e le cose, accentuando la loro solitudine , ottenendo immagini che offrono il carattere onirico-sacrale della Vita.
L'esperienza cinematografica rappresenta dunque il momento in cui la coazione pasoliniana verso il reale immediato, sensuale, puro e vitale, ottiene il risultato più alto. Esempio massimo di ciò sono i tre film che compongono la Trilogia della vita, nei quali il regista affronta celebri opere letterarie spezzando l'impianto narrativo, completamente sovrastato dal susseguirsi di impasti visivi, colori, volti, colti attraverso l'immediatezza della soggettiva indiretta libera, che impedisce ogni compiuta elaborazione razionale del contenuto visivo da parte dello spettatore, trascinato in un rincorrersi di immagini traumatiche e reali, reali in quanto traumatiche e traumatiche in quanto reali: << non faccio niente di consolatorio, non cerco di abbellire la realtà , scelgo attori reali per cui basta la loro stessa presenza fisica a dare questo sentimento di realtà…la caratteristica principale dei film che faccio è quella di far passare dinanzi allo schermo qualcosa di reale a cui lo spettatore è ormai disabituato>> [7]. Attraverso la creazione cinematografica, Pasolini trova, combinando inconscio e realtà, l'unica via possibile per avvicinarsi all'immediatezza del vivere, senza violare i contorni e la purezza di un mondo che solo uno sguardo passivo, arreso, destituito di volontà, può cogliere nella sua interezza e sacralità.
A tale vetta espressiva, Pasolini giunse nell'ultima parte della vita, radicalizzando a tal puntol' annichilimento di ogni forma di possibile mediazione del rapporto con il mondo che << nessuna corrisponenza io-mondo è più possibile, perché il mondo non è più interpretabile come unità, né l'io è più in grado di percepire se stesso come unità, accettando o riassorbendo la propria ombra >> [8]. Punto di non ritorno quindi, al di là di ogni possibile identità, mediazione, coordinazione culturale e personale. Tuttavia l'esperienza artistica pasoliniana non si chiude all'insegna del vitalismo realizzato.
L'ultimo film, Salò e le 120 giornate di Sodoma, girato nel 1975, subito dopo Il fiore delle Mille e una notte (1974), capitolo conclusivo della Trilogia della vita, non reca tracce della soggettiva indiretta libera, la vita e il sesso hanno assunto tratti funebri, violenti, non compare Ninetto Davoli, attore che ha sempre incarnato il vitalismo pasoliniano, ritorna l'ideologica denuncia della ritualità del potere. Protagonista del film è la Morte, che, incarnata da attori professionisti, corrompe ogni vitalità sessuale e ogni spontaneità , interpretate, non a caso, dagli stessi attori che vivificavano la Trilogia della vita. Come spiegare una svolta apparentemente cosi repentina?
Pasolini capì, alla fine, come la Vita nella leggera immediatezza del suo darsi disti un passo dalla Morte, e in quei momenti << la vita è aperta come un ventaglio, ci si vede tutto, allora è fragile, insicura e troppo vasta>> [9] per non compiere quel passo.
Fu l'ultima dolorosa scoperta: << hic desinit cantus…un vecchio ha rispetto del giudizio del mondo anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere i suoi nervi indeboliti e stare al gioco a cui non è mai stato…e io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita, la gioventù >> [10].


[1] Franco Fortini, Attraverso Pasolini, Einaudi,Torino 1993, pag.145.

[2] Massimo Cacciari, Pasolini provenzale?, in MicroMega, n.4/95 ottobre-novembre,pag.194.

[3] Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, in Pasolini saggi sulla letteratura e sull'arte, I Meridiani, Milano,1999, p.1466.

[4] Erri De Luca, In memoria di un estraneo, in MicroMega, n.4/95 ottobre-novembre, pag.202.

[5] Pier Paolo Pasolini, La persecuzione, in Bestemmia, Garzanti, Milano, 1995, vol.II, p.686.
[6] Gilles Deleuze, Cinema 2.L'immagine-tempo, Ubulibri, 1985, p.94.
[7] Pier Paolo Pasolini, Ideologia e poetica, in Filmcritica, n.232, marzo, 1973, ora in Pasolini per il cinema, I Meridiani, Mondadori, Milano, 2001, vol.II, p.2994.
[8] Walter Siti, Descrivere, narrare, esporsi , in Pasolini Romanzi e racconti, vol.I, Meridiani, Mondadori, Milano, 1998, p.90.
[9] Pier Paolo Pasolini, Vita attraverso le lettere, Einaudi, Torino 1994, p.158.
[10] Pier Paolo Pasolini, Saluto e augurio, da la Seconda forma de <<la meglio goventù>> in Bestemmia, vol.II, Garzanti, Milano,1993, p.1199.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
- Cacciari Massimo, Pasolini provenzale?,in MicroMega, n.4/95, Ottobre-Novembre.
- Deleuze Gilles, Cinema 2 l'immagine-tempo, Ubulibri, Milano, 1985.
- De Luca Erri, In memoria di un estraneo, in MicroMega, n.4/95, Ottobre-Novembre.
- Fortini Franco, Attraverso Pasolini, Einaudi, Torino 1993.
- Pasolini Pier Paolo, Bestemmia,vol.II, Garzanti, Milano, 1993.
- Pasolini Pier Paolo, Empirismo eretico, in Pasolini saggi sulla letteratura e sull'arte, I Meridiani,vol.II, Milano, 1999.
- Pasolini Pier Paolo, Pasolini per il cinema, vol.II, Meridiani, Mondadori, Milano 2001.
- Pasolini Pier Paolo, Vita attraverso le lettere, Einaudi, Torino, 1993.
- Siti Walter, Narrare, descrivere, esporsi, in Pasolini romanzi e racconti, vol.I, Meridiani, Mondadori, Milano, 1998.

Fonte: Francesco Pala, Pier Paolo Pasolini: solitudine, vita, cinema e mortein "XÁOS. Giornale di confine", Anno II, N.1 Marzo-Giugno 2003, URL: http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_1/10.htm
 

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Pier Paolo Pasolini e lo sperimentalismo



"ERETICO & CORSARO"
di BRUNO ESPOSITO


Pier Paolo Pasolini e lo sperimentalismo

Il problema dell'esaurimento del realismo era effettivo ma bisognava affrontarlo per trovare vie nuove. La generica unità antifascista è spezzata a metà degli anni Cinquanta: svolta moderato-clericale del 1948, rifiuto politico di affrontare il problema meridionale e scelta politico-economica in favore della grande industria settentrionale la quale favorisce l'emigrazione della forza-lavoro meridionale nel Nord per competere con l'industria straniera, guerra fredda internazionale, economia multinazionale creano trasformazioni sociali ed economiche profonde e una società di massa che a metà degli anni Cinquanta manifesta nuove esigenze e dirompe in modi nuovi di vita.
Affermare - in tale rottura dei vecchi stampi, nella nuova imponente e cogente pedagogia dei consumi e del cosiddetto "boom economico" - le posizioni antifasciste e fare il pianto greco sulla realtà del Mezzogiorno abbandonato non era ormai che un alibi da logori umanisti di fronte ai problemi presentati dal diluvio industriale dalla configurazione di una società di massa in cui i singoli avevano perduto la vecchia identità e acquistavano i segni anonimi dell'individuo alienato e sonnambolico. La cultura attestata ottimisticamente sulla difesa di valori rapidamente consumati, come così rapidamente mai era avvenuto nella storia, diventava francamente arretrata e passatista.
In questa situazione la più bruciante testimonianza dei tempi, proprio per le sue contraddizioni, è offerta da Pier Paolo Pasolini (1922-75). Nato a Bologna e vissuto dopo la laurea a Casarsa, nel 1949 si trasferisce a Roma, nel 1955 fonda a Bologna "Officina" (1955-59) con Francesco Leonetti e Roberto Roversi (nella seconda serie della rivista si aggiungono Angelo Romanò, Franco Fortini, Gianni Scalia).
Lacerazione tra natura e storia resa profonda dall'inferno di un mondo borghese industriale che non ha mutamento, antitesi dialettica attiva di un mondo evangelico-contadino preindustriale sono i termini costanti della drammatica realtà contemporanea di Pasolini. Da essi si irradiano la demistificazione che lo scrittore fa del non-civile neocapitalismo, l'ipotesi sempre più ostinata di rapporti umani nel quadro di una natura pur essa immutabile, la ricerca delle ragioni essenziali di vita al di fuori dell'ambito letterario, la negazione attiva come vitalità, l'impossibilità di mutare il sistema, una sorta di fatalismo astorico, le regressioni e il ritorno alle mitologie etc.
Nessuno scrittore del dopoguerra (molti, abbiamo visto, coltivavano il loro giovanile decadentismo) è stato inserito autenticamente come Pasolini nelle tensioni del mondo contemporaneo con le denunce delle devastazioni compiute nell'animo popolare e nel sottoproletariato dal sistema industriale aberrante. Per l'autenticità della ricerca, per la volontà di testimoniare l'emarginazione, per le sue posizioni pedagogicamente impopolari è stato oggetto di campagne e di linciaggi da parte di avversari dichiarati e, soprattutto, di avversari silenziosi, offesi dal suo desiderio di dare scandalo e cercare la verità contro i conformismi.
Le scelte istintive — quando nessuno conosceva le idee di Gramsci — furono nella prima giovinezza il dialetto come modo di aderire alla realtà (contrapposto alla lingua aulica e letteraria) e il mondo contadino di un Friuli scenario di una fanciullezza innocente. Queste scelte (Poesie a Casarsa, 1942; La poesia dialettale del '900, 1952; Tal cour di un frut, 1953 e altri versi raccolti in La meglio gioventù, 1954) risentono di elementi decadenti vivi nella formazione culturale del poeta il quale si sente tragico protagonista-vittima della fine dell'innocenza e dell'avvento della morte.
Ma l'irrazionale rivolgersi verso il mondo preistorico della natura (mai abbandonato e sempre uno dei poli del suo conflitto) esige una chiarificazione intellettuale, una spiegazione razionale della crisi, e Pasolini con La scoperta di Marx (sezione delle poesie in lingua L'usignolo della chiesa cattolica, 1943-49, edite nel 1958) entra nella storia: marxismo, comunismo, Gramsci entrano nel magma soggettivo di Pasolini (che dopo la sconfitta elettorale dei lavoratori nel 1948 era stato segretario della sezione comunista di S. Giovanni di Casarsa dove affiggeva come manifesti murali suoi apologhi in friulano) in un coinvolgimento ambiguo ma carico di potenzialità rinnovatrice. L'impasto di storia e mito, politica e moralità, sottoproletariato e capacità di lotta antiborghese e anticapitalistica sono connotati dell'istanza sociale e religiosa di quegli anni e portano a galla i fermenti oscuri della società italiana urbana e contadina.
Nei poemetti delle Ceneri di Gramsci (1954, editi nel 1957) la tradizione poetica e linguistica è modificata, la tensione espressiva è in funzione della comunicazione, la poesia civile è guidata dalla ragione che illumina il poeta sulla sua condizione di intellettuale borghese che prende coscienza della realtà. L'equilibrio di questi poemetti si sposta, nel romanzo Ragazzi di vita (1955), verso un elemento del conflitto, il sottoproletariato delle borgate romane cresciute dagli ultimi anni del fascismo con le emigrazioni del dopoguerra.
L'immersione nel populismo naturalistico è desiderio di ricreazione di un mondo vergine, testimonianza viva di contestazione contro il sistema. Ai contadini del Friuli Pasolini sostituisce la nuova realtà presociale del sottoproletariato, del dialetto-difesa della sua naturalezza contro l'avanzata corruttrice della borghesia.
In un altro romanzo (Una vita violenta, 1959) Pasolini si propone di avvicinare il sottoproletariato alla storia attraverso il cammino politico e la lotta. Questo proletariato è per Pasolini società rivoluzionaria, asceticamente umile e non edonistica; da esso sarebbero usciti i nuovi apostoli che avrebbero attuato la palingenesi come gli schiavi di duemila anni prima (così li vedrà ancora nel film Il Vangelo secondo Matteo del 1964).
Il piccolo imborghesimento del sottoproletariato farà cadere tutte le speranze di Pasolini che proseguirà, come vedremo, da solo la lotta contro l'universo consumistico. Ma tra il 1955 e il '60 con "Officina" fa i conti con la situazione culturale e individua come sopravvivenze: l'ermetismo (fiancheggiatore dell'irrazionalità fascista), il neorealismo (nuova arcadia dialettale dotata di scarso apparato letterario e formale). Il primo era un novecentismo aggiornato, il secondo era tradizione ottocentesca in cerca di nuovi supporti ideologici: Pasolini problematizza il rapporto tra interiorità singola e oggettività sociale e vede come via d'uscita lo sperimentalismo sprofondato in un'esperienza interiore come lotta innovatrice non nello stile ma nella cultura, in una visione politica in cui domina lo spirito di Gramsci [...] tanto più libero quanto più segregato dal mondo, fuori dal mondo, in una situazione suo malgrado leopardiana, ridotto a puro ed eroico pensiero.