domenica 4 novembre 2012

Pasolini e Michelangelo

"ERETICO & CORSARO"
di BRUNO ESPOSITO
Pasolini e Michelangelo dagli antipodi
Marlene Dumas  A Milano                       

Alla Fondazione Stelline, una mostra ha celebrato la famosa pittrice sudafricana, con opere inedite che meditano sulla vita e la morte, e su grandi opere e artisti del nostro Paese

di LAURA LARCAN

MILANO - Il trucco pesante sugli occhi di un primo piano tinteggiato di rosa della tragica rockstar Amy Winehouse, il volto liquido dai colori innaturali di Pier Paolo Pasolini, l'abbraccio serrato, quasi in una sorta di osmosi delle carni, della Madonna al corpo molle di Cristo nella "Pietà Rondanini", i Crocifissi filamentosi ed esangui. Sono le icone della devozione laica tutta personale di Marlene Dumas, che dalla rivisitazione di soggetti religiosi come temi universali, approda all'indagine intima e inedita di personalità famose, fino all'audace prova di reinterpretare capolavori sommi di maestri della storia dell'arte. Il tutto, inanellato sul filo rosso della tragedia e del dolore.


Passioni-ossessioni dell'artista sudafricana, nata a Città del Capo nel 1953, ma olandese d'adozione dal '76, tra le più apprezzate sulla scena internazionale, con mostre nelle sedi più prestigiose dell'arte contemporanea, che sfilano nella piccola grande retrospettiva dedicatale dalla Fondazione Stelline dal 13 marzo al 17 giugno, sotto la cura di Giorgio Verzotti. "Per questo spazio la Dumas ha pensato di riunire due distinte serie di lavori, uno, dal titolo Forsaken, proveniente dalla sua più recente mostra personale presso la Frith Street Gallery di Londra, e un gruppo di opere indite realizzate per lo spazio che le ospita", racconta Verzotti. "In quella mostra - continua il curatore - una selezione di dipinti metteva a confronto il tema sacro della crocifissione con il ritratto di persone famose, e unfamous come tiene a sottolineare l'artista, perché legate a vicende tragiche".

Amy Winehouse, scomparsa recentemente che assurge a esempio di tragico "fall from grace". E per la Crocifissione, "Tree of Life" e "The Crucifix" che reiterano la figura della croce in forma di Y, come appunto un albero che invece della vita porta qui il suo opposto. "Le opere espressamente realizzate per la mostra milanese - continua Verzotti - vertono su due temi distinti: la storia del luogo stesso dell'esposizione, l'ex-collegio delle Stelline, e la figura di Pier Paolo Pasolini". Il poeta-scrittore di Casarsa diventa nelle mani della Dumas un parata di ritratti "carichi di colore innaturale, o slavati, o resi in stringate sintesi di pennellate di acquarello, o ancora quasi liquefatti".

Ma ecco il gioco mirabile di associazione che compie la Dumas. Pasolini, figura tragica a causa della sua morte violenta, appare accanto alla madre Susanna. In un'affinità elettiva con la "Pietà Rondanini" conservata al Castello Sforzesco, ultima, estrema, opera incompiuta di Michelangelo che lascia emergere dalla materia la Madonna che abbraccia il cadavere del figlio da dietro le spalle come a riassorbirlo in sé. "Nel pensiero laico di Marlene Dumas - commenta Verzotti - vediamo emergere una sorta di Pietà contemporanea nelle immagini di Pasolini e di sua madre, anch'essa sopravvissuta al figlio assassinato, come Mamma Roma sopravvive al figlio morto in carcere...".


Accanto a questa meditazione sulla vita e la morte, la Dumas stupisce quando riporta alla luce la storia passata del palazzo della Fondazione, quando già dai tempi di San Carlo Borromeo all'inizio del XVII secolo si dedicava all'assistenza ai bisognosi della città, divenendo prima ospedale dei poveri e poi orfanotrofio femminile. "Dumas ha consultato l'archivio fotografico e ha scelto tre immagini risalenti agli inizi del Novecento per trarne altrettanti dipinti - racconta Verzotti - Nel primo vediamo una classe di ragazzine riunita intorno alla loro insegnate: vestite coi grembiuli chiari, sedute o in piedi, attorniano la maestra in abito scuro e guardano verso di noi, cioè verso l'obiettivo della macchina fotografica. Le altre due immagini ritraggono due bambine con la divisa con la quale usavano uscire all'esterno nelle loro viste ufficiali, per esempio per accompagnare un funerale, o anche per le loro passeggiate ovviamente in gruppo e sotto controllo".



Fonte: http://www.repubblica.it/


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Adriano Sofri, Pasolini era specialista dei corpi


Eretico e Corsaro


Pasolini era specialista dei corpi
di Adriano Sofri

Pasolini conosceva, di più, ne era specialista (...) un segreto che noi intravedemmo solo grazie al femminismo: il segreto dei corpi. Che noi non abbiamo, ma siamo un corpo. Che quando facciamo l'amore, mangiamo, giochiamo a pallone, pensiamo pensieri e scriviamo poesie e articoli di giornale, è il nostro corpo che lo fa. Pasolini riconosceva il proprio corpo, e dunque quelli degli altri. Sapeva che esistono i popoli, le nazioni, le classi, le generazioni, e una quantità di altri vasti ingredienti della vicenda sociale, ma li guardava al dettaglio nel modo di camminare e di pettinarsi, di urtarsi per gioco o di ghignare per minaccia. Si sentiva in dovere di essere marxista, ma il suo era un marxismo delle fisionomie, dei gesti, dei comportamenti e dei dialetti. "È da questa esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici". Il sentimento così forte del proprio corpo e di quello degli altri, tenerezza e colluttazione, seduzione e ripudio, "amore a sputi in faccia", passa nel corpo della sua prosa, ma controllato e quasi raziocinante.
Più direttamente passa nelle immagini, negli autoritratti e le interviste e i documentari con la sua voce, o nelle fotografie da uomo nudo o da calciatore, e nel suo cinema. Là le descrizioni di cose viste e rivelate al suo occhio di iniziato diventavano le cose stesse. Gli articoli degli ultimi anni, articoli di moda, per così dire, erano spesso didascalie di immagini, di facce e gesti e fogge. Le fotografie di Pasolini, in questo quarto di secolo, sono state la sua commemorazione più frequente. Succede così a chi, avendo qualcosa da dire, sente di doverlo dire col proprio corpo. A chi sente che, per lui, vivere significa mettere in vista e a repentaglio il proprio corpo.
Farò qualche nome proverbiale: il mahatma Gandhi, il Che Guevara, e anche don Milani. Perfino lady Diana e madre Teresa di Calcutta, per quella volta in cui furono filmate insieme mentre passavano tra i giacigli dei lebbrosi, la vecchia infima e curva che trascinava per mano la giovane dalle gambe lunghe, e per quell'altra volta che morirono pressoché insieme, la vecchia e la giovane, come due candele nella stessa ventata. Corpi, persone. I digiuni, la malattia, la disgrazia, il martirio, fanno di persone simili dei predestinati. I loro tavoli di obitorio sono deposizioni sacre, le loro passioni sono imitazioni di Cristo. I loro visi sono fatti per andare sulle magliette dei ragazzi. Non è detto che siano poeti più grandi di altri poeti, o santi più santi, o combattenti eroici più eroici, o principesse sventate più belle di altre belle: sono persone che hanno seguito il destino del proprio corpo - fino in fondo. Meno vicine ai propri concorrenti di professione - altri poeti, altri santi, altri combattenti, altre principesse - che alle dive e ai semidei dello spettacolo, a Jimmy Dean o a Marilyn Monroe o a John Lennon.

La stessa canzone - la stessa candela - può trasferirsi dall'una all'altra. Per questo Pasolini non ha avuto eredi, benché in tanti si fossero messi in coda. Non bastava avere idee scandalose - che già non riesce così bene, e tanto meno agli imitatori - bisognava essere scandalosi. E gli epigoni erano senza corpo, e non lo sapevano: e quando se ne accorgevano, facevano troppo chiasso per attirare l'attenzione. Il corpo di Pasolini era fatto dall'inizio per fare alla lotta e all'amore. Quando il suo fratello minore Guido - che aveva fatto a pugni per lui, per ricacciare in gola ai ragazzi l'insulto fatto a Pier Paolo, "è una femminella" combatteva da partigiano in montagna e veniva ammazzato a tradimento da altri partigiani, il corpo di Pier Paolo inaugurava i turbamenti dell'amore nella piana friulana. Si addestrava a dare e ricevere, a darle e riceverle.
L'omosessualità non è il punto, benché sia la principale delle condizioni. C'è l'esperienza dell'aggressione e della ferita, dell'esibizione e dell'abbandono: e poi, bisogna avere delle cose da dire. Pasolini è stato un dilettante, si dice: è vero. Purché nel nome di dilettante entri la sofferenza; e anche la competenza. Il dilettante Pasolini non era un autodidatta. Aveva fatto buoni studi, i migliori. Sapeva, se non scoprire ciò che solo la ricerca specialistica consente di scoprire, dove e come trovare le buone scoperte, e tradurle nella propria prima persona. Conosceva il giorno e batteva la notte. Presentiva la propria ultima notte: purché non si ripeta la bestemmia che l'aveva voluta. Solo in questo senso la sua morte fu il punto d'arrivo di una congiura.
Ci avevano messo mano colposamente burocrati scolastici e genitori perbene, agenti dell'ordine e giudici dell'ordine, preti di destra e di centro e di sinistra. Naturalmente, questo non vuol dire meno che si trattò di un orrendo assassinio. Lo si voleva buffone di lusso e capro espiatorio: "Questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni" lo scriveva a Calvino. Mi sono chiesto quanti personaggi così abbia avuto l'Italia. Pochissimi.
Chi può paragonarsi alla sua presa sui sentimenti vivi delle persone? Altri letterati, forse? Italo Calvino è stato un grande scrittore - algido, si dice di lui non so perché, non è affatto algido - e leader culturale, e ha anche raggiunto una gran popolarità, addirittura nel santuario dell'incoronazione umanistica, la scuola. Forse ha avuto più potere di Pasolini, che a suo modo ne ebbe parecchio: tuttavia Calvino non è stato un eccitatore di passioni. Al contrario. Quanto al corpo, se lo è tenuto per sé e i suoi. Alcuni suoi ritratti fotografici sono bellissimi, ma non vanno sulle magliette. Qualcosa di simile vale per altre e altri.
Un posto a parte ce l'ha Dario Fo. Metterei a confronto con Pasolini solo don Milani, per strano che possa sembrarvi. Dalla scuola di Barbiana Pasolini era stato subito attratto, e del resto non gli sfuggiva niente di ciò che di nuovo e periferico spiazzasse le cronache (come il ' 68, per entrare nel quale scrisse la mediocre poesia su Valle Giulia, come un provocante biglietto di presentazione: il testo più citato, meno letto, e più equivocato dei nostri tempi). Anche a Barbiana aveva avuto un incontro malriuscito, e poi la cosa non andò avanti.
Don Milani era a sua volta uno fuori gioco, prete dall'obbedienza scandalosa, perseguitato da cappellani militari vescovi giudici e giornalisti, messo per giunta al bando dalle città e dalla pianura, e fieramente deciso a fare di quell'esilio la sua evangelica trincea. Una tonaca da curato di montagna segnala un corpo d'uomo almeno quanto lo nasconde e umilia. "Un po' femmineo", secondo Pasolini, e, nella Lettera, di un "puritanesimo sessuale degno delle più castigate edizioni paoline". Quel prete - maestro maschio di ragazzi maschi quasi tutti, e vendicatore di loro su una malcapitata professoressa donna - era anche lui, nella veste e nell'esilio, e poi nella malattia portata eroicamente e nella morte precoce, un corpo che si era messo in gioco, che aveva trovato un linguaggio suo e sicuro: di buoni studi e di esperienza vissuta intransigente e originale. Quando la Lettera a una professoressa arrivò ai suoi destinatari del '68, col breve ritardo di un anno, don Milani era morto giovane, e seppellito nel più minuscolo e fuori mano dei cimiteri, e quella morte sembrò un sacrificio; la morte illustrò la Lettera, e viceversa.
Anche don Milani ebbe aspiranti imitatori, meno golosi dei pasolinisti, perché il suo vuoto non era sulla prima del Corriere: anche loro fallimentari. Perché alle persone, ma specialmente a queste, che sanno di avere e essere un corpo, magari per infagottarlo e sottrarlo, non si può credere di somigliare imitandone le idee, né imitandone la vita. (Figurarsi la vita e le idee insieme).
Bisogna che se ne ricordi chi costruisce genealogie alla propria parte, o le riaggiusta: che le idee si misurano sulla vita dei loro autori, e viceversa. Fatto sta che don Milani può andare sulle magliette dei ragazzi. (Come, agli antipodi della canonica di Barbiana, il papa Wojtyla: il quale, idee a parte, ha un corpo, è un corpo, gran novità nel suo mestiere, e due volte scandaloso, nel vigore sportivo e nella malattia e vecchiaia). C'era stato Pannella, e Pasolini se ne riconobbe debitore. Pannella è più parlatore che scrittore. Nel 1974 l'immagine del processo penale al potere, al Palazzo, Pasolini la prese da Pannella. Pannella aveva avuto la temerarietà di far testimoniare dal proprio corpo digiuno la fame del mondo. Ci fu un tempo in cui la gente aveva di Pannella, più ancora che di Pasolini, la sensazione che sarebbe finito male: forse lo pensava anche lui.
Pasolini non ha avuto eredi, dunque. Successe però dopo la sua morte qualcosa che sembra contraddire quello che ho detto finora sui personaggi trascinatori di passioni, e forse lo conferma a contrario. Parlo del rilievo pubblico e politico che si guadagnò, quasi di malavoglia, Leonardo Sciascia. Sciascia aveva avuto da tempo il successo, e già Pasolini gli aveva riconosciuto "una certa forma di autorità", un'autorità "solamente personale: legata cioè a quel qualcosa di debole e di fragile che è un uomo solo".

Sciascia era laconico fino al silenzio e fisicamente restio fino a passar inosservato, e la sua stessa scrittura era frenata e discreta. Era, nello stesso modo del suo successo, un anti-Pasolini. Perciò il cambiamento fu ancora più singolare. Esso venne dopo la morte di Pasolini, e anzi come una specie di conseguenza di quella. Come se nel vuoto di quella Sciascia non avesse premeditato di avanzarsi, ma vi fosse stato attratto, e una volta là accettasse fino all'oltranza la sfida polemica e la recisione delle opinioni. Lo dichiarò così, nel 1981: "Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c'è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte".


Lo Sciascia polemista diventò drastico fino alla rottura dei legami personali, e si indusse all'impegno politico diretto e scorbutico, in Sicilia prima poi nel Parlamento: e quando, prima di tornare da quella escursione estroversa alla sua timidezza scettica, ne trasse il risultato più impegnato, il libro sull'Affaire Moro (1978), lo aprì con le pagine indirizzate al morto Pasolini, con un rimpianto struggente e una complicità fraterna. Così l'intellettuale più lontano dall'azione e dalla corporeità diventò, quasi per contrasto, sulle stesse colonne del più ufficiale quotidiano italiano, un popolare eccitatore e divisore di coscienze.
Dopo, non c'è stato molto altro. La correttezza politica è necessaria, finchè non diventi stucchevole e perbenista, ma non suscita sfidanti all' ordine mentale costituito. D'altra parte i suoi trasgressori per partito preso hanno spesso cura di tener distinte le loro enormità verbose dall'assicurazione sulla vita. La televisione, quando è troppo frequentata, annulla la distanza e con essa il carisma. Regala il successo colossale ma facile: quello di "uno qualunque del pubblico".
I corpi, nel frattempo, hanno trionfato, come in un carnevale. C'è stata la resurrezione, nel mondo di qua. Pasolini rivendicava per sé una vissuta "competenza in facce" (e in maschere senza facce dietro, come quelle dei capi democristiani), e gliela ributtavano addosso con l'insulto di "esteta": ora la competenza in ogni centimetro cubo di corpo è diplomata, e la parola è degli estetisti. Le facce non occorre andare a guardarle nelle strade del mondo, a Torvajanica o a Praga o a Isfahan, per misurare quanto siano diventate uguali e quanto resistano differenti. Basta guardarle in televisione - lo si può fare perfino da una galera, e poi scriverne sulla prima pagina di un grande quotidiano.


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Adriano Sofri e Pier Paolo Pasolini. L'italia che aveva smesso di amare


Eretico e Corsaro





L'Italia che aveva smesso di amare
ADRIANO SOFRI

C'era stata, fino agli anni '60, un'Italia ufficiale bigotta, ottusa e ancora intimamente fascista della quale Pasolini era stato lo scandalo: "Un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni". Poi venne l'Italia del potere consumista ed edonista, "il più violento e totalitario che ci sia mai stato", della cui sventura Pasolini si fece il profeta ascoltato, pieno di rimpianto per l'Italia perduta. Primo paradosso, ma solo apparente. Perché il dopoguerra preservava, secondo Pasolini, l'antica dissociazione fra l'avvicendarsi di regimi e governi, e la forma immutata della vita del popolo. "Che paese meraviglioso era l'Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent'anni non è più cambiata". S'incaricarono i suoi assassini - uno o tanti che fossero - di dar ragione al rimpianto. Pasolini aveva allora 53 anni: dieci di meno dei miei che oggi ne scrivo, e mi fa impressione, perché dei miei rapporti con lui decisero sempre i suoi vent'anni in più. Il '68 fu una data epocale per Pasolini. Se ne sentì spiazzato e cacciato, e cercò ogni via per rimontare: la provocazione di Valle Giulia e l'accredito a una rinata gioventù. Riprese presto la sua personale extraterritorialità politica e civile, in nome di una irriducibile diversità. Non l'omosessualità, che poteva già allora accordarsi con un conformismo, ma la sua vita. "Io, come il dottor Hyde, ho un'altra vita". Gli ultimi anni scandiscono una rivendicazione sempre più aperta e orgogliosa: lui guarda in faccia il mondo, lui vive quello di cui altri si limitano a parlare. Sentite come lo dice all'indomani dello strazio del Circeo - e alla vigilia del proprio. "La mia esperienza privata, quotidiana, esistenziale - che oppongo ancora una volta all'offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose - mi insegna che non c'è più alcuna differenza vera verso il reale e nel conseguente comportamento tra borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate".


Contro gli altri, "che non vivono queste cose", Pasolini getta sul terreno, coi pensieri, il proprio corpo - ed è infine il suo corpo martoriato che resta sul terreno. è la prima essenziale qualità del Pasolini ultimo, in cui poesie, testi letterari, film, cedono senz'altro al pronto intervento giornalistico, fino alla tribuna del Corriere; e tutti, poesie e saggi e film e articoli di giornale, cedono alla sua presenza fisica, esposta nella scena pubblica diurna, a testimoniare, ma ancora col filtro di una discrezione residua, della lezione delle sue notti di gatto randagio. "Perché lo vivo. Nel mio corpo. E non gioco su due tavoli (quello della vita e quello della sociologia)...". A leggere i più famosi scritti corsari, sembra che un oltranzismo di sincerità ed esibizione di sé abbia cancellato ogni remora di pudore o convenienza. Ma poi si legge il brogliaccio di Petrolio e si misura, con una stupefazione turbata, quanto fosse ancora distante il Pasolini notturno da quello dei giorni e dei giornali. Perché ciascuno di noi, più o meno, vive le sue cose, e perfino gli intellettuali più avari di sé: ma non così a corpo morto, e non queste cose. è la conoscenza che Pasolini premette alla coscienza, e lo separa dai repertori di tanta anche buona sociologia. Basta confrontare la sua attenzione alle facce e alle cerniere dei calzoni e al linguaggio dei capelli con l'odierno specialismo del look. "Guardate le facce dei giovani teppisti arrestati a Milano: vedrete dai loro tratti somatici che sono privi di pietà" (1975). L'esperto in facce di allora sarebbe oggi, di fronte a lifting e tatuaggi e rinascimenti di capelli e viagra ed etologia umana, come un vecchio mezzadro di fronte a un meteorologo del weekend.


La metamorfosi dei tempi evoca un'altra qualità essenziale: una sensibilità rabdomante per l'influenza fatale delle date. Più facilmente negli interventi giornalistici, e ancora di più nell'ambizioso progetto di Petrolio, Pasolini è un annalista. Le fisionomie delle persone, e le loro anime, e i viali di città e le campagne e i loro odori, durano e cambiano secondo un calendario lento e d'improvviso brusco, fino a segnare un passaggio di civiltà nel giro di una stagione, di una mattina. La pagina più famosa è anche la più esemplare - l'Articolo delle lucciole. Ci sono le lucciole, poi la rarefazione, e poi d'un tratto non ci sono più, e chi deve governare la terra non se ne è nemmeno accorto. Le date, dunque. A Isfahan, nel 1972, si vedono "i ragazzi che si vedevano in Italia una diecina di anni fa". "Fino a pochi anni fa... gli analfabeti erano però in possesso del mistero della realtà". "Si può parlare per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Solo fino a dieci anni fa bastava uno sguardo...". "In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa che era ancora possibile nel 1968". "In pochi mesi, i potenti democristiani sono diventati delle maschere funebri". O, in Petrolio: "Ma in quel maggio del 1960 il Neo-capitalismo era ancora una novità troppo nuova...". In questi due connotati, il vivere queste cose, e un legame spasmodico e autistico con il tempo, sta l'enormità mai cicatrizzata della morte di Pasolini. Perché in nessuno vita e linguaggio erano stati così trasfusi, opera e corpo, il corpo vestito di abiti "forse un po' troppo giovanili", "un po' troppo vistosi", e il corpo straziato che le televisioni di questi giorni si sono compiaciute di mostrarci. E perché c'è un crescendo dello sbaraglio di Pasolini, dal 1972 a quel novembre 1975, che ne fa insopportabilmente un culmine fatale. Ho detto del divario fra gli scritti pubblici e quello destinato bensì alla pubblicazione, anzi con l'impegno di una summa definitiva, ma così parziale e informe, che è Petrolio (1972-75). In quella farragine il competente in facce e capelli degli scritti corsari diventa senz'altro l'esperto in grembi: in una devozione esclusiva al sesso, una sottomissione sacra al cazzo. ("La purezza della sua guancia giovanile... La perfezione del suo corpo era quella di chi possiede un gran cazzo". "Lo scopo altro non è che il piacere dei sensi, del corpo, anzi, per essere precisi e inequivocabili, del cazzo". O, nella più svelata delle immagini, l'apparizione dei giovani operai sui camion che cantano una canzone partigiana. "Era la fine di novembre del 1969. Tutti quei giovani parevano rinati in una nuova forma... Vestivano di poveri abiti da lavoro, ma di una foggia nuova; i calzoni erano più stretti del solito. Tutti avevano un fazzoletto rosso al collo... Una novità che gettava chi non era più un giovane uomo nel panico... / Un camion si ferma così vicino che il protagonista non può vedere le facce, ma solo una fila di gambe e grembi/. L'umido rendeva anche più grigi e poveri i panni che coprivano quelle gambe e quei sessi in fila: le sdruciture, le abbottonature dei calzoni allentate, oppure suggellate da povere cerniere, i punti della stoffa lisa, consunta o livida sui ginocchi o sui grembi, dove sporgeva il gonfiore del membro..."). L'anello di congiunzione fra i due generi, gli editoriali e il romanzo "di duemila pagine", sta nel paio di articoli in cui, "contro una lotta trionfalistica per la legalizzazione dell'aborto", Pasolini mise esplicitamente in causa "il coito" e la sua conformistica necessità.


Con un argomento d'occasione e dunque debole (di fronte alla tragedia demografica, è il rapporto eterosessuale a mettere in pericolo la specie, mentre quello omosessuale la assicura). Ma con un fondo meno esplicito e più radicale: il rifiuto di associare la sessualità con l'amore e la maternità, come qualcosa che ne riduca la potenza tirannica e autonoma. In questo Pasolini, così adolescentemente serio e permaloso, l'eros e la morte sono padroni gelosi ed esclusivi. Non sono affatto un ammiratore della caricatura cui oggi eros è avvilito, da gente che muore dal ridere. Ma mi turba la sensazione di un legame indicibile fra il Pasolini che spiegò il Circeo (gridando che i criminali non erano solo fascisti, e che lo erano allo stesso modo e con la stessa coscienza i proletari o i sottoproletari: "Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l'universo popolare romano è un universo odioso... non c'è più alcuna differenza vera verso il reale e nel conseguente comportamento tra borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate") e la ripetizione a trent'anni dell'assassinio di donne, corredato da memorie abiette, di uno di quei bravi. In Salò, o le 120 giornate di Sodoma, 1975, che fu proiettato postumo, si trattava di giovani sequestrati in una villa e torturati e degradati e costretti a una infame complicità. In un appunto di Petrolio c'è la schiavizzazione sessuale e sadica di una bambina, con una evocazione impietosa dei Demoni. è il legame, s'intende, che non unisce ma oppone il carnefice alla vittima. Non è vero però - qui Pasolini sbagliava gravemente - che "non c'è disegno di carnefice che non sia suggerito dallo sguardo della vittima": ci sono vittime infinite che non riconoscono il loro carnefice e non gli concedono niente di sé. Pasolini gli fissava un appuntamento: ogni notte, ogni giorno. Per l'autore della sua opera incompiuta, "il preambolo di un testamento", aveva immaginato che fosse "morto ucciso a colpi di bastone, a Palermo, l'anno scorso". Un piccolo errore di luogo, e di data.

fonte: Diario di Repubblica


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Lettera ai miei fratelli



"ERETICO & CORSARO"
 

Lettera ai miei fratelli 
Lorenzo e Stefano e ad alcuni amiche ed amici, stimolato dalla rassegna su Pasolini, per il trentennale della sua tragica esecuzione, e dalla lettura dell'articolo riportato.
 


Entrano e si conoscono e riconoscono l'un l'altro: mai, credo, ci fu altra epoca storica nella quale le classi sociali più disparate ed opposte e le individualità più improbabili si incontrarono e decisero che era il caso, perché così era bello e si stava più vivi, di mettersi assieme, di mischiarsi, di, coscientemente e rischiosamente, contaminarsi… Un'umana ibridazione, clamorosa! Individuale e collettiva!

Pier Paolo Pasolini, come tutti noi, poeti come lui che sapevamo, in questa variopinta umanità maoisticamente ci sguazzava come un pesce nell' acqua! A M A V A… Con compassione (alla lettera), con la passione per la verità. E da noi, da questa umanità dolente e gaudente, era ampiamente ricambiato.

Un aspetto di quei tempi, che mi è risalito al ricordo... Caro Stefano, caro Lorenzo, e care amiche ed amici,  questi documenti per ricordare… Anche se nell'articolo dell'Unità, oltre che varie inesattezze, svarioni tipografici e fraintendimenti dovuti probabilmente ad ignoranza (comunque colpevole perché indice di sciatteria professionale, sempre riprovevole ma, su un soggetto come questo, veramente imperdonabile), ho riscontrato un certo nonsoché, che mi pare di ricordare anch'esso assai bene dai tempi che furono, ormai lontani, della mia adolescenza, di malevole invidia e maldicenza… Sotterranee… Pier Paolo Pasolini è stato uno dei migliori amici di Lotta Continua, ancor prima della sua nascita e, purtroppo, non ne conobbe la stupenda fine, l'autoscioglimento al congresso di Rimini del 1976; fu, oltre che amico e maestro per tanti di noi, soprattutto amico personale e vero, cioè fraternamente conflittuale e dialettico del caro Adriano Sofri.
Per aneddotica non posso fare a meno di raccontare, a te Stefano che mi hai fotocopiato il ricordo di Fabio Capello del “Pasolini calciatore”, che Pier Paolo fu, anche negli anni dopo che non era più direttore responsabile di Lotta Continua quotidiano, una delle ali destre più veloci e tignose, “alla Domenghini”, della squadra del giornale che, per varie stagioni, fu una delle più forti dei campionati fra le formazioni della stampa romana… Adriano, mi sembra di ricordare, giocava da libero metodista “alla Agostino Di Bartolomei” (buonanima di grand'uomo e che giocatore… io e te e Phillips ne sappiamo qualcosa, chissà se gli altri miei interlocutori se lo ricordano?!!). 
Il merito maggiore di Pasolini nell'amicizia con Adriano Sofri e Lotta Continua fu, oltre quello pratico/militante e profondamente etico di aver permesso e garantito con la sua firma da direttore ed anche un bel po' di soldi l'uscita del giornale, oltre quello cristiano/stoico di essersi accollato e sopportato vari processi per reati d'opinione vari, vilipendi, oltraggi e querele, non gli fossero dovuti bastare già i suoi, di processi, per i tanti reati, anche comuni ed infamanti per un intellettuale, da cui fu per tutta la vita perseguitato, il merito più grande, dicevo, fu quello di averci insegnato marxianamente che i veri RIFORMISTI in quegli anni eravamo noi che ci spendevamo per la rivoluzione… Eh si!… Noi in quegli anni volevamo fare la rivoluzione comunista (e veramente io la voglio fare ancora ora!) ma, per come intendevamo il comunismo, il movimento reale che cambia lo stato di cose presenti, per come lo prefiguravamo, la lotta continua, e per lo studio, la pratica militante e lo stile con cui operavamo, avanguardie per l'autonomia di massa, per l'autodeterminazione e l'organizzazione dal basso del popolo, proletario e sottoproletario e borghese-illuminato-disperato (eh si, pasoliniani anche in ciò!), eravamo i primi ad essere coscienti del nostro essere veri riformisti…


Mi rendo conto che per l'accezione che ha oggi questo termine nelle diatribe da satrapi/entertainemer dei contemporanei nostri post-politici può sembrare paradossale ma, in quella fase storica nella quale tu bambino piccolo, Lorenzo bambino, io ragazzino e poi adolescente abbiamo vissuto si sono avute le maggiori riforme sociali, economiche, civili che gli ultimi 20 anni hanno visto aborrite, svuotate e vilipese. Non ci fu una sola grande riforma venuta fuori da quegl'anni che non sia scaturita da lotte durissime, radicali, violente ed, allo stesso modo e tempo, dolci e gentili, vitali nel loro essere gioiose all'allegra ricerca del piacere, per il godere del tempo della vita quotidiana, nella scoperta continua di conoscenza vera, quella che interseca incessantemente il sapere sedimentato con la vita reale, con gli esseri umani che si incontrano e nitido grazie ad un qualche intervento in una conferenza di questi giorni su di lui, e che quei tempi illumina definitivamente rispetto a qualsiasi prezzolato revisionismo dell'oggi, è stato ricordarmi personalmente di quanto viva e considerata e nobilmente dibattuta fosse stata la sua arte totale, la sua figura umana ed intellettuale, tra il popolo… E per popolo intendo proprio il popolino, la plebe, i più umili, poveri, ignoranti oltre che tra gli operai e gli studenti e gli intellettuali. Pasolini in quegli anni era famosissimo, era una sorta di pop-star proprio tra la plebe, non solo per i provocatori capolavori cinematografici che allora quando uscivano tutti andavano a vedere, ed anche ciò mi da una vertigine rispetto all'oggi.
Non solo tra il suo popolo delle borgate romane ma anche qui a Pescara, allora all'apoteosi del sacco edilizio e dell'inurbamento coatto di contadini analfabeti, degli zingari stanziati/straziati a Rancitelli con i cavalli staccati ai carri e portati ai quarti piani delle case dello IACP. Mi è ritornato in mente Pasolini con in braccio il mitra, preso da una scena di quando non ancora regista si era inventato attore in un film di Carlo Lizzani, "Il gobbo del quarticciolo", dove sgarupato e con la faccia disperata interpretò la figura di un gangster, per iniziare ad impratichirsi del mestiere del cinema, prima di iniziare la lavorazione di "Accattone"; ebbene, quella foto io la vidi per la prima volta che ero bambino, sarà stato il 1966, avevo nove anni, me lo ricordo perché era appena morto papà, me la fece vedere Nicola, il portiere del palazzo, contadino analfabeta non più giovane, aveva moglie e due bambini, arrivato da poco in città, che stava andando ad imparare a leggere e scrivere alle serali, e, per quel poco che ci riusciva, sillabava su qualche rivista popolare tipo "Stop", "Eva express" o il famigerato fogliaccio clerico-fascista che era “Il Borghese”, ché proprio quello doveva essere con Pier Paolo Pasolini in copertina additato di chissà quale rapina o sodomia… - Però i' a 'ste fregnacce gna cred'!
Cussù è nu' brave cristiane! E' 'na persona ca' je danne in coccia peccà dich' la verità in faccia a li purk!- Pasolini lo conoscevo già, avevo visto “Accattone”, “Mamma Roma”, avevo letto “Una vita violenta” e qualche poesia sparsa fra le sue raccolte che io avevo preso come eredità più preziosa assieme a tutta la biblioteca da mio padre… Lui, papà, non ricordo in quale occasione, probabilmente quando mi aveva portato al cinema a vedere un suo film, oppure leggendo a voce alta, con me che lo seguivo fra le righe, un qualche articolo su di lui, Pasolini, su “L'Unità” o “Paese sera” per farmi imparare a leggere anche prima che andassi in prima elementare, una volta mi disse di questo genio illuminato odiato dal potere ed anche dal suo partito per l'asprezza delle sue contraddizioni, ma che lui, capostazione ferroviere comunista di antica genia anarchica non si sentiva di giudicarlo, lo apprezzava, e che in casi di personalità e menti così particolari e brillanti è la storia a fare giustizia… Erano i primi anni'60… Chissà?… E qual è il padre che oggi non ha paura che il proprio pargolo sia esposto alle cose vere della vita, pavidi padri per cinici bambocci cresciuti per il crimine a festicciole, playstation e merendine ?… Ma quelli erano altri tempi, certo anche noi amavamo vedere e rivedere “Bambi” e “Cenerentola”, però ci insegnavano pure a giocare a scacchi e ci portavano a vedere “Per chi suona la campana”. E ci parlavano di fascisti e guerra di liberazione. 
Così le “favole” di nonna Gisa, staffetta della Brigata Maiella, madrina di Renato Berardinucci, e ci piangeva ancora straziata quando me ne parlava, a distanza di venti/trentanni, tanto che mi preoccupavo per lei del suo cuore e la stingevo forte, e le era appena morto giovane per un incidente il figlio primogenito, mio padre, il nostro papà. Intanto nella portineria di Nicola avevano cominciato ad essere riciclati dai “dottori” del condominio anche le vecchie copie del “Corriere della sera”: di tutta “la banda degli evasi”, la nostra banda di strada, e c'erano pure ancora le bande di strada, di quartiere, di gruppi di palazzi che giocavano alla guerra fra di loro e poi la guerra la facevano seria da partigiani alleati contro gli sbirri, io ero quello decisamente più colto, educato e dialettico, anche se i miei “manuali” all'epoca erano non ancora Marx, Che Guevara e Giovanni Pesce ma “Huckleberry Finn” e “L'isola del tesoro”, però diciamo ero parecchio “letterato” in un ambiente di “letterati”, insomma ero chiamato a leggere ad alta voce a Nicola il portiere, alla lattaia ed a sua figlia, a Duilio il fruttivendolo, a Getto il fabbro o, se avevano fatto già un certo giro, non c'erano ancora le fotocopiatrici, mannaggia!, li recapitavo, i corsivi di Pasolini, così allora si chiamavano quei suoi editoriali che poi sarebbero diventati “Lettere luterane” e “Scritti corsari”.
E come erano morbosamente ricercati, voluti, collettivamente espropriati, che discussioni infinite e spesso litigate che scatenavano fra quella gente semplice eppure di civiltà così genuina, atavica! Penso non potrei dare testimonianza più bella di quanto fosse amato, considerato e rispettato Pier Paolo Pasolini dal popolo italiano e dato che lui lo sapeva, perché era un vero poeta della vita e cioè sciamano, veggente e profeta laico e profondamente politico, tutto quello che ha fatto si può riassumere nel suo riflettere e restituire amore, a chi di meno e a chi ne aveva più bisogno e diritto di più…  Del resto in quegli anni il mondo reale dei diseredati lo incalzava ben bene e di spunti e visioni gliene dava a iosa… La stessa Pescara in quegli anni, ai ragazzi di oggi non potrà sembrare vero ma è così, era teatro tragico e cosmicomico di lotte e rivolte e azione politica quotidiana, realmente quotidiana, fra le più significative ed eclatanti, anche di rilevanza e risalto nazionali ed in qualche caso internazionali, tipo la rivolta dei “Dannati della terra” del carcere di San Donato, violenta e sanguinosa ma profondamente umana e politicamente acuta ed il relativo maxiprocesso kafkiano clamorosamente vinto dai rivoltosi assieme a tutti noi di Lotta Continua ed agli avvocati del “Soccorso Rosso” che finì, grazie al tam-tam che facemmo tuonare, sulle prime pagine della “grande stampa” mondiale e fu la causa che obbligò la politica italiana ed il Parlamento a mettere mano alla prima grande e vera riforma delle pene e dell'ordinamento carcerario, tanto che oggi si studia come fatto epocale nei manuali universitari.
Questa, del resto, era una città dove ad un pischello come me poteva capitare di mettere per la prima volta le labbra su di un bocchino di tromba la notte al Lido Beach, per noi all'epoca Laido's by night, seme nù…, in una pagana session free e tribale con l'Art Ensemble di Chicago dopo il loro fantasmagorico concerto alle Naiadi per il festival internazionale del jazz che, in quegli anni, per quanto era interessante e per quanto era bello stare con noi a Pescara, attirava umanità a frotte, giovane e anziana, da ogni parte del mondo, veramente, letteralmente e che poi si poteva ritrovare a soffrire i barriti emessi da un disgraziato come me con la tromba del divino Lester Bowie che me l'aveva passata in cambio della mia piccola “Blues Harp”…. Del resto a me medesimo pischello, qualche anno prima, ancora bambino, capitava di trasecolare, affascinato e sgomento, al veder apparire all'imbrunire in riva al mare, arrembante verso di me al galoppo su di un cavallo bianco un bel giovane uomo completamente nudo che poi, più in là, verso la madonnina veniva accolto da una stramba e sparuta folla plaudente. Oggi che avrebbero fatto, avrebbero chiamato mica il “Telefono Azzurro” ché c'erano dei minori?!! 

Aaaah! Caaaarmeeelo!! Aaaah… papà!… Aaaaah… Pier Paolo!
… Aaaaah… Edoardo! Aaaaah… nonna Gisa! 
Come son io disperato, come mi sento solo, come mi mancate! 
Ma non siete voi che mancate, voi ci siete e ci sarete per sempre! 
Purtroppo son io che manco a voi!


Pescara, Domenica 13 Novembre 2005, ore 07:21:29
(Post scriptum, anzi a questo punto gli do un titolo postumo
a questa mia piccola memoria:)
"Pier Paolo, io e la mia città stupita" 

fonte: Rifondazione Comunista Pescara

Sito della Federazione di Pescara

 

"Qui finisce l'Italia": Gilles Coton sulle tracce di Pasolini cinquant'anni dopo.



"ERETICO & CORSARO"
 


"Qui finisce l’Italia"
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"Qui Finisce l’Italia" di Gilles Coton, documentarista belga, ripercorre il viaggio intrapreso da Pier Paolo Pasolini nel 1959 lungo le coste italiane, raccontato nel diario di viaggio "La Lunga Strada di Sabbia". Un road-movie da Ventimiglia a Trieste sull’Italia contemporanea, sulle sue contraddizioni e sui suoi cambiamenti sociali, una fotografia attenta ed imparziale senza emettere nessuna sentenza morale o possibili formule politiche.



Nell'estate 1959, per la rivista “Successo”, Pier Paolo Pasolini percorse a bordo della sua Fiat Millecento l’intera costa della penisola, da Ventimiglia a Trieste. Da quella esperienza nacque "La Lunga Strada di Sabbia", un diario di un viaggio nell’Italia sospesa tra i cambiamenti del boom economico ed i ricordi di un passato recente ma sempre più distante. A cinquant'anni di distanza il regista belga Gilles Coton ripercorre le tappe del viaggio di Pasolini nella sua opera prima "Qui Finisce l'Italia", prodotto da Playtime Films e distribuito nelle sale italiane da Cineagenzia, un progetto nato per scegliere i film ed i documentari che non trovano distribuzione nel nostro paese.




"Qui Finisce l'Italia" è un road-movie sull’Italia contemporanea, sulle sue contraddizioni e sui suoi cambiamenti sociali, un viaggio che parte da Ventimiglia, percorre tutta la costa del Tirreno fino alla Sicilia, per poi "risalire" la nostra penisola attraversando la costa ionica ed adriatica fino a giungere a Trieste, al confine che porta a Pola in Istria. Coton incontra varie realtà sociali, ambientali, lavorative non molto lontane da quelle descritte nelle parole di Pier Paolo Pasolini, che accompagnano le immagini video. Il regista durante il suo viaggio incontra i suoi protagonisti: dall’ex sindaco di Venezia e filosofo Massimo Cacciari ai genitori di Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso da un carabiniere durante gli scontri del G8 di Genova nel 2001, dallo scrittore Carlo Magris, che ricorda Pasolini, al regista Mario Monicelli, dai membri dell'Associazione Antimafia Libera agli immigrati che abitano la nostra penisola, che si mescolano a frammenti sonori di trasmissioni televisive e radiofoniche.



Lo sguardo attento ed imparziale di Gilles Coton fotografa un originale punto di vista sull'Italia contemporanea, senza però emettere nessuna sentenza morale o possibili formule politiche. Sono le immagini che parlano da sole e sono i commenti delle persone che ci inquadrano lo spaccato sociale. Il "succo" del documentario può essere riassunto in due frasi emblematiche, quella del padre di Carlo Giuliani, "il crollo di questo paese è dovuto al crollo della dignità"; e di un immigrato africano giunto sulla costa pugliese: "i soldi hanno conquistato il mondo ed il mondo non è diventato niente".

20/02/2011

Simone Pinchiorri

fonte  http://www.cinemaitaliano.info/


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Pasolini non è credente in Cristo figlio di Dio, ma nella sua umanità - 2 lettere



"ERETICO & CORSARO"



Pasolini non è credente in Cristo figlio di Dio
ma crede che in Lui l'umanità sia così alta da andare al di là dei comuni termini dell'umanità stessa
Due lettere e una poesia del saggista, poeta e regista italiano Pier Paolo Pasolini


"Il Cristo, se tornasse, sarebbe lo scandalo" 
(Pier Paolo Pasolini). 

Commenta lo storico Alberto Melloni: 
"Si, perché rappresenta un modo di parlare di Dio che sfugge alle nostre schematizzazioni, che sbriciola i nostri tentativi di rappresentare Dio in una forma fruibile, utile. Il Dio di cui parla Gesù è sempre scandalosamente più buono di come lo vorremmo e, al tempo stesso, sempre scandalosamente più esigente di come a noi farebbe comodo".

Lettera di Pier Paolo Pasolini al Dott. Lucio S. Caruso 
della Pro Civitate Christiana di Assisi, febbraio 1963

Caro Caruso, vorrei spiegarle meglio per scritto, quello che le ho confusamente confidato a voce.
La prima volta che sono venuto da voi a Assisi, mi sono trovato accanto al capezzale il Vangelo: vostro delizioso diabolico calcolo! E infatti tutto è andato come doveva andare: l'ho riletto - dopo circa vent'anni (era il quaranta, il quarantuno, quando, ragazzo, l'ho letto per la prima volta: e ne è nato « L'Usignolo della Chiesa Cattolica », - poi l'ho letto solo saltuariamente, un passo qua, un passo là, come succede...).
Da voi, quel giorno, l'ho letto di seguito, come un romanzo. E, nell'esaltazione della lettura - Lei lo sa, è la più esaltante che si possa fare! - mi è venuta, tra l'altro, l'idea di fame un film. Un'idea che da principio mi è sembrata utopistica e sterile, «esaltata », appunto. E invece no. Col passare dei giorni e poi delle settimane, questa idea si è fatta sempre più prepotente e esclusiva: ha cacciato nell'ombra tutte le altre idee di lavoro che avevo nella testa, le ha debilitate, devitalizzate. Ed è rimasta solo lei, viva e rigogliosa in mezzo a me.
Solo dopo due o tre mesi, quando ormai l'avevo elaborata - e mi era diventata del tutto familiare - l'ho confidata al mio produttore: ed egli ha accettato di fare questo film cosi difficile e rischioso, per me - e per lui.
Ora, ho bisogno dell'aiuto vostro: di Don Giovanni, Suo, dei suoi colleghi. Un appoggio tecnico, filologico, ma anche un appoggio ideale. Le chiederei insomma (e, attraverso lei, con cui ho maggiore confidenza, alla « Pro Civitate Christiana») di aiutarmi nel lavoro di preparazione del film, prima; e poi di assistermi durante la regia.
La mia idea è questa: seguire punto per punto il «Vangelo secondo San Matteo », senza farne una sceneggiatura o una riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un'aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà .mai essere all'altezza poetica del testo.
È questa altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un'opera di poesia che io voglio fare. Non un'opera religiosa nel senso corrente del termine, né un'opera in qualche modo ideologica.
In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente - almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l'umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei .comuni termini dell'umanità. Per questo dico « poesia »: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo. Vorrei che il mio film potesse essere proiettato nel giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d'Italia e del mondo. Ecco perché ho bisogno della vostra assistenza e del vostro appoggio. Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica, non contraddicessero mai la vostra sensibilità di credenti. Perché altrimenti non raggiungerei il mio scopo di riproporre a tutti una vita che è modello - sia pure irraggiungibile - per tutti.
Spero tanto che abbiate fiducia in me.
Le stringo la mano, affettuosamente, suo
Pier Paolo Pasolini


Lettera di Pier Paolo Pasolini al 

produttore Alfredo Bini, giugno 1963 


Caro Alfredo,
mi chiedi di riassumerti per scritto, e per tua comodità, i criteri che presiederanno alla mia realizzazione del «Vangelo secondo San Matteo».
Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente ontologici: l'umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora «divina» è ai limiti della metaforicità, fino 'a essere idealmente una realtà. Inoltre: per me la bellezza è sempre una «bellezza morale»: ma questa bellezza giunge sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica: il solo caso di «bellezza morale» non mediata, ma immediata, allo stato puro, io l'ho sperimentata nel Vangelo.
Quanto al mio rapporto «artistico» col Vangelo, esso è abbastanza curioso: tu forse sai che, come scrittore nato idealmente dalla Resistenza, come marxista ecc., per tutti gli anni Cinquanta il mio lavoro ideologico è stato verso la razionalità, in polemica coll'irrazionalismo della letteratura decadente (su cui mi ero fermato e che tanto amavo). L'idea di fare un film sul Vangelo, e la sua intuizione tecnica, è invece, devo confessarlo, frutto di una furiosa ondata irrazionalistica. Voglio fare pura opera di poesia, rischiando. magari i pericoli dell'esteticità (Bach e in parte Mozart, come commento musicale: Piero della Francesca e in parte Duccio per l'ispirazione figurativa; la realtà, in fondo preistorica ed esotica del mondo arabo, come fondo e ambiente). Tutto questo rimette pericolosamente in ballo tutta la mia carriera di scrittore, lo so. Ma sarebbe bella che, amando così svisceratamente il Cristo di Matteo, temessi poi di rimettere in ballo qualcosa. 

Tuo  Pier Paolo Pasolini 


La crocifissione 


Ma noi predichiamo Cristo crocifisso:
scandalo per i Giudei, stoltezza per i Gentili 
 Paolo, Lettera ai Corinti



Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi, 
guarda il Suo corpo patire.
L'alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l'Aprile
intenerisce il Suo esibire
la morte a sguardi che Lo bruciano.


Perché Cristo fu esposto in Croce? 
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto... atroce
offesa al suo pudore crudo... 
Il sole e gli sguardi! La voce 
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna 
rossa nel cielo senza suono, 
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.


Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?), 
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione... 
(questo vuol dire il Crocifisso? 
sacrificare ogni giorno il dono 
rinunciare ogni giorno al perdono 
sporgersi ingenui sull'abisso).


Noi staremo offerti sulla croce, 
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce, 
scoprendo all'ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi, 
miti, ridicoli, tremando
d'intelletto e passione nel gioco 
del cuore arso dal suo fuoco, 
per testimoniare lo scandalo.


(Pier Paolo Pasolini, L'usignolo della chiesa cattolica, 1958

IV. Paolo e Baruch (1948.1949, Meridiani, Milano, 2001)



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