giovedì 6 dicembre 2012

Lettera ad Alberto Moravia


"ERETICO & CORSARO"




Lettera ad Alberto Moravia

   Caro Alberto, ti mando questo manoscritto perchè tu mi dia un consiglio. E un romanzo, ma non e scritto come sono scritti i romanzi [veri] : la sua lingua e quella che si adopera per la saggistica, per certi arti coli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare [decisamente] narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente cosi scoperti (“ma ora passiamo ai fatti”, “Carlo camminava...” ecc., e del resto c’e anche una citazione simbolica in questo senso: “Il voyager...*) che ricordano piuttosto la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei romanzi classici: si tratta cioè di ‘passi narrativi veri e propri’ fatti ‘apposta’, per rievocare il romanzo.
   Nel romanzo di solito il narratore scompare, per lasciar posto a una figura convenzionale che e l’unica che possa avere un vero rapporto con il lettore. Vero appunto perchè convenzionale. Tanto e vero che fuori dal mondo della scrittura - o se vuoi della pagina e della sua struttura come si presenta a uno della partita - il vero protagonista della lettura di un romanzo e appunto il lettore.
   Ora in queste pagine io mi sono rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente. Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un ‘oggetto’, una ‘forma’, obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, <...> quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosa mente negassi me stesso assumendo umilmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori. No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come scrivo a te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie in italiano. Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me: ho messo tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come si può fare da soli, scrivendo).
   Ora, a questo punto (ecco la ragione di questa lettera) io potrei riscrivere daccapo completamente questo romanzo, oggettivandolo: cioè scomparendo in quanto autore reale, e assumendo le vesti del narratore convenzionale (che, <...>, e molto più reale di quello reale). Potrei farlo. Non sono privo di abilita, non sono digiuno di arte retorica, e non manco neanche di pazienza (non certo della sconfinata pazienza che si ha solo da giovani): potrei farlo, ripeto. Ma se lo facessi, avrei davanti a me una sola strada: quella della rievocazione del romanzo. Cioè non potrei far altro che andare fino in fondo a una strada per cui mi sono naturalmente incamminato. Tutto ciò che in questo romanzo e romanzesco lo e in quanto rievocazione del romanzo. Se io dessi corpo a ciò che qui e solo potenziale, e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola nell’immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che e in fondo gioco. Non ho voglia più di giocare (davvero, fino in fondo, cioè
applicandomi con la più totale serietà); e per questo mi sono accontentato di narrare come ho narrato. Ed ecco il consiglio che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente quello che volevo dire? Oppure sarebbe proprio necessario che io riscrivessi tutto su un altro registro, creando l’illusione meravigliosa di una storia che si svolge per conto proprio, in un tempo che, per ogni lettore, e il tempo della vita vissuta e restata intatta alle spalle, rivelando come vere realtà quelle cose che erano sembrate semplicemente naturali?
  Vorrei che tu tenessi conto, nel consigliarmi, che il protagonista di questo romanzo e quello che e, e, a parte le analogie della sua storia con la mia, o con la nostra - analogie ambientali o psicologiche che sono puri involucri esistenziali, utili a dare concretezza a ciò che accade nel loro interno - esso mi e ripugnante: ho passato un lungo periodo della mia vita in sua compagnia, e mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo per un periodo che sarebbe presumibilmente ancora più lungo.
   Certo lo farei, ma dovrebbe essere assolutamente necessario. Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non e un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed e completamente diverso da quello che egli si aspettava |immaginava!

tuo...
Pier Paolo

Da Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992






Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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La Contestazione di Pasolini.

"ERETICO & CORSARO"


"I miei critici, addolorati o sprezzanti, [mentre tutto questo succedeva...]
non si sono accorti che la degenerazione è avvenuta proprio
attraverso una falsificazione dei loro valori.
Ed ora essi hanno l' aria di essere soddisfatti di trovare
che la società italiana è indubbiamente migliorata, cioè è divenuta
più democratica, più tollerante, più moderna, ecc. Non si accorgono
della valanga di delitti che sommerge l'Italia: relegano questo fenomeno
nella cronaca e ne rimuovono ogni valore.
Non si accorgono che non c'è alcuna soluzione di continuità
tra coloro che sono tecnicamente criminali e coloro che non lo sono".
Pier Paolo Pasolini
 

 

La rivolta del ’68 è stata una falsa rivoluzione, che si è presentata come marxista, ma in realtà non era altro che una forma di autocritica della borghesia, che si è servita dei giovani per distruggere i suoi vecchi miti divenuti obsoleti. La rivoluzione neocapitalistica era già avvenuta nella struttura; ora bisognava che fosse perfezionata la rivoluzione a livello sovrastrutturale-culturale: questa è la più feroce critica di Pasolini al ’68, secondo alcuni. Per rivoluzione neocapitalistica si intende il passaggio all’omologazione consumistica: non più le vecchie culture (contadina, borghese, proletaria ecc.), bensì un’unica cultura, quella del consumo ed anzi di identici consumi per tutti, così da produrre il livellamento e la fine della critica.

Ogni gioventù, ha diritto alla ribellione. Ma questi giovani contestatori hanno avuto solo l’illusione della ribellione, hanno già trovato la strada spianata da coloro (la vecchia borghesia che si stava riorganizzando per approdare al neocapitalismo) che volevano contestare la tradizione. Quindi la rivolta non fu provocata da questi giovani, ma fu instillata in loro dai padri, o meglio dalla nuova cultura neocapitalistica. Erano i padri che volevano farla finita col loro passato, con la loro storia. Il capitalismo aveva bisogno di mutare radicalmente, e strumentalizzò i suoi figli per raggiungere l’obiettivo. Fu una ribellione voluta dall’alto e i ribelli ingenui vi si buttarono furiosamente pensando di esserne i veri promotori.

Queste critiche alla contestazione studentesca non impedirono a Pasolini di scorgervi anche gli elementi di positiva novità. Egli volle sempre un confronto-scontro con gli studenti. Addirittura nel 1971 fu per tre mesi direttore responsabile di Lotta continua, quando questo giornale ne fu momentaneamente sprovvisto, a causa di condanne per reati d’opinione dei precedenti direttori. Nel 1972 Pasolini girò anche un film-documentario assieme a Lotta continua: "12 dicembre", un excursus sull’Italia di quel momento.

Sulla questione di Piazza Fontana, Pasolini si schiera coi gruppi extraparlamentari contro la tesi governativa degli "opposti estremismi" tendente a equiparare i gruppi di estrema destra e di estrema sinistra come responsabili di quell’attentato terroristico e di tanti altri. E’ anche dell’avviso che gli studenti hanno svegliato dal sonno i sindacati ed hanno aiutato le lotte operaie, pur con le limitazioni sopra osservate. Il Movimento studentesco ha anche riattualizzato la lotta di classe, riprendendone temi che andavano scolorendo. Insomma, se soggettivamente gli studenti potevano anche essere convinti di essere dei rivoltosi, oggettivamente erano incanalati nella trasformazione neocapitalistica.

Tratto da .....Il '68 di Pasolini di Roberto Carnero

Il primo contatto che Pasolini ebbe con la Contestazione fu a New York nell’autunno del 1966. L’esperienza fu esaltante perché in quella "città sublime, (…) il vero ombelico del mondo, dove il mondo mostra ciò che in realtà è" visse il clima di lotta per la democrazia reale che si respirava nella capitale dell’occidente civilizzato - definito in Empirismo Eretico come Guerra civile - e venne a conoscenza dei progetti e delle istanze della Nuova Sinistra americana, del sindacalismo radicale, dell’estremismo violento delle Black Panters e delle manifestazioni pacifiche contro la guerra del Vietnam; Pasolini, in questo modo, poté sperimentare, al di fuori delle pastoie del conformismo e dell’eversione puramente verbale di parte del marxismo europeo, la possibilità di poter "gettare il proprio corpo nella lotta" – così diceva il verso, che Pasolini fece suo, di un canto "innocente" della Resistenza negra - in maniera "assoluta" e con "una sincerità totale" ed essere in questo modo perennemente sulla "linea del fronte" ideale della dissidenza e del rifiuto. Inoltre fra i modelli di questo impegno c’erano anche alcuni esponenti della Beat Generation: Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouack ma anche, significativamente, Bob Dylan che, poeti della rivolta che esaltano la disperazione – L’urlo di Ginsberg - come mezzo espressivo, offrivano un nuovo esempio del rapporto tra artista e società.
Però, con l’incalzare degli eventi e con le prime avvisaglie di quella che sarebbe stata la deflagrazione della Contestazione Studentesca in Europa, il pensiero pasoliniano approfondì la sua ricerca attorno a questo fenomeno, maturando conclusioni che gli fecero assumere una posizione critica, o comunque non da fiancheggiatore incondizionato, nei confronti degli studenti.


"Avete le facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo-borghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano."

Con questi "brutti versi", pubblicati "proditoriamente" su «L’Espresso» in maniera integrale con il titolo di Cari studenti vi odio, Pasolini entrò clamorosamente al centro del dibattito che stava sorgendo attorno al Movimento Studentesco. I fatti di cui parlano i versi de Il Pci ai Giovani!!... lo scontro avvenuto il 1° Marzo 1968 tra studenti e polizia presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma...  erano i prodromi di quello che sarebbe stato, sull’onda del Maggio francese, il grande movimento europeo di contestazione del ’68. Già nell’Apologia, in prosa, che fu pubblicata assieme alla poesia, Pasolini dichiarava che quei versi, definiti da subito come "brutti", andavano letti tenendo conto del contesto poetico e del doppio registro ironico ed autoironico con cui erano stati scritti: ad esempio l’affermazione di "tifare per la polizia" andava letta fra le virgolette della provocazione e dell’espressionismo; ma, anche per essere stati pubblicati su un settimanale diffuso come «L’Espresso» e non solamente sulle pagine "per pochi" di «Nuovi Argomenti», quei versi destarono immediatamente un vasto scalpore e contribuirono a dipingere l’immagine di un Pasolini «reazionario». In realtà l’atteggiamento di Pasolini nei confronti del Movimento fu, anche negli anni seguenti, molto più complesso e non pregiudiziale.

" …Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
alla vecchia lotta intestina."

Però, dice anche:

"(Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?)".

Inoltre in alcune interviste rilasciate attorno al periodo sessantottesco Pasolini arrivò a negare il futuro apocalittico, che veniva prospettato dalla sociologia più aggiornata, di un’umanità irredimibilmente succube all’imperativo consumistico, per un futuro di lotta perenne, seppur all’interno dell’entropia borghese, tra la parte avanzata e quella regressiva della società. Quindi, rispetto alle previsioni "orrende" di un mondo appiattito su "l’inesausto ciclo di produzione e di consumo" e quindi della fine della storia, anche la profezia "terribile" di una perpetua Guerra Civile ma anche di perpetuazione dell’uomo in quanto soggetto storico rappresentava un certo attenuamento del pessimismo precedente.
"Dio, lasciano la casa agli uccelli, lasciano il campo ai vermi, lasciano seccare la vasca del letame, lasciano i tetti alla tempesta, lasciano l’acciottolato all’erba, e vanno via, e là dov’erano, non resta neanche il loro silenzio."

Questi versi appartengono a La nuova gioventù, un libro di poesie in cui Pasolini ripubblicò, dopo vent’anni, il friulano degli antichi versi de La meglio gioventù, affiancando alla prima stesura una nuova, una nuova forma in cui "i luoghi e i viventi" di Casarsa sono rivisti come dal fondo di una fossa serpenti, il presente allucinante di chi ormai vive, si direbbe per «sventura d’anagrafe», in piena Dopostoria.
Ancora una volta il luogo privilegiato dall’indagine antropologica pasoliniana, il laboratorio vivente e vissuto esistenzialmente, fu il sottoproletariato romano, o comunque il proletariato dell’Italia centro-meridionale, che agli occhi di Pasolini aveva subito, nel giro di cinque anni o forse meno, una traumatica ed inaudita trasformazione sociale, un cambiamento "millenario" paragonabile alla rivoluzione agricola dell’anno mille, avvertito con maggior dolore ed amarezza proprio laddove non erano avvenute, nell’Ottocento, le rivoluzioni borghesi e liberali che avrebbero reso meno distruttiva e lacerante la nuova.

Questa vera e propria "mutazione antropologica" consisteva nella scomparsa repentina e irrevocabile della cultura popolare in senso lato - cioè vista come insieme di lingua, storia, comportamento - che era stata progressivamente assimilata dalla subcultura della classe-massa neocapitalistica. Negli ultimi anni Sessanta, dunque, assieme a questa cultura era scomparso un intero mondo parallelo ma autonomo rispetto a quello borghese dominante, del quale aveva sempre costituito "l’alterità" critica e produttrice dialettica dell’evoluzione storica. La radice di questo cambiamento era da ricercasi in un'altra rivoluzione avvenuta nel campo della produzione industriale dei paesi capitalistici, mutata in senso quantitativo e qualitativo in modo tale che al vecchio potere paleocapitalista che tradizionalmente si appoggiava alle strutture repressive dei governi autoritari, l’esercito e la polizia fascistoidi, e alla gerarchia ecclesiastica per imbrigliare le spinte rivendicative dei lavoratori, si era sostituito il neocapitalismo che in virtù del rinnovato ciclo di produzione e consumo sostituiva ai vecchi pilastri per il mantenimento del potere delle nuove strutture più adatte alla nuova classe-massa consumatrice. Al nuovo potere non bastavano più i vecchi modelli di comportamento "dell’era del pane", dell’Italia fascista e degli anni Cinquanta, in cui beni erano solo necessari e in cui il risparmio era la dote paziente di chi si aspettava tempi peggiori, ma necessitava di una duratura "era del benessere diffuso" che inoculasse, nell’euforica ansia di consumo, nuovi bisogni e una fiducia acritica ne «le magnifiche sorti e 

progressive». Questo "sciocco benessere" era chiaramente "irreale", poiché non era frutto di una conquista "dal basso" ma era "concesso dall’alto" in maniera parziale e falsificante, cioè a questo benessere non corrispondeva un obiettivo progresso civile e sociale, ma un mero sviluppo dei sistemi di produzione e del prodotto interno lordo i cui benefici erano solo apparentemente ridistribuiti. Secondo Pasolini una delle caratteristiche del neocapitalismo era quella di "derealizzare" ogni cosa poiché è sull’irrealtà che si basano i regimi totalitari (in quanto "totalizzanti"); come era stato irreale il mito della «patria» o dell’«eroismo» durante il fascismo, così erano irreali ed alienanti i miti e gli eroi della dittatura consumistica che venivano vissuti in maniera nevrotica nell’impossibilità di essere raggiunti (dittatura "quindi molto più totalitaria, in realtà, dei vecchi fascismi che rendevano retorici e terroristici dei valori che tuttavia, in una società contadina e paleoindustriale, erano reali"). In altre parole il borgataro di Torpignattara che un tempo poteva "adempiersi" socialmente, per quanto fosse privo di una coscienza di classe, all’interno del proprio mondo vissuto e reale, ora assumeva come propri gli ideali e le istanze dell’indifferenziata piccola-borghesia del consumo, cui voleva ansiosamente conformarsi avvertendo la propria diversità come vergogna e menomazione. Questi ideali e istanze irrelati rispetto alla reale esistenza, secondo Pasolini, avevano trasformato i sottoproletari amati che lo avevano accettato, povero e disperato come loro, ai tempi di Piazza Costaguti (la prima residenza romana del regista), in piccolo-borghesi mostruosi e infelici che avevano assunto le caratteristiche che Pasolini aveva sempre odiato nella classe colpevole di averlo rifiutato in quanto artista e diverso.

Poiché il neocapitalismo "odia la realtà" volendosi porre al di fuori del divenire storico ed essere assoluto, la televisione,che fra gli strumenti del nuovo potere era quello più persuasivo e assoluto, è il tramite privilegiato dell’irrealtà sottoculturale e dell’alienazione del consumo derivando, come mezzo audiovisivo, la sua forza di espressione non dal linguaggio verbale, per quanto orrendo, ma dal "linguaggio delle cose" che per sua natura "è perfettamente pragmatico e non ammette repliche, alternative, resistenza" e quindi rende la televisione un’autorità indiscutibile.

Una delle caratteristiche che rendono vincente il Nuovo Potere rispetto a quello paleocapitalistico è la straordinaria capacità di assimilare i contrasti ed incorporare dentro di sé le opposizioni anche attraverso l’efficace arma della tolleranza, che è sempre falsa perché imposta dall’alto e perché obbliga a realizzare ciò – e solo ciò – che consente. Un esempio emblematico di questo era dato a Pasolini dalla fisionomia che stava assumendo in quegli anni la Contestazione:

"…l’umanità, considerata dall’alto, tende in modo uniforme a questa industrializzazione totale e al dominio universale della tecnologia sul pianeta. (…) A parole, sì, certo, i giovani in effetti rifiutano tale standardizzazione. Ma in sostanza,basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l’azione e l’utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo."

Il rifiuto della cultura umanistica in favore del pragma rivoluzionario, sulla falsariga di quello della neoavanguardia negli anni precedenti, portava i contestatori ad un'accettazione inconsapevole, e quindi sul piano esistenziale più che su quello ideologico, dei valori neocapitalistici; anche in virtù della sottocultura, caratteristica sia delle frange più violente sia della grande massa della Contestazione, che si opponeva alla sottocultura consumistica. Questo scontro tra due sottoculture ed il fatto che stesse scomparendo, assieme alla cultura popolare, l’esistenza di una "alterità" e quindi della possibilità di una critica alla borghesia che partisse dal di fuori di questa e che, in altre parole, permettesse una critica realmente rivoluzionaria perché implicante un modo "altro" di essere oltre a quello della classe egemone, fece sì che la protesta rientrasse nell’orbita dell’entropia borghese e che le istanze e le esigenze della contestazione venissero assorbite dal potere, e quindi tradite, perché "concesse" e non ottenute. Anche le conquiste civili degli anni seguenti – la liberazione sessuale, il divorzio, l’aborto – che testimoniavano ulteriormente ed in maniera "statistica", attraverso i vari referendum, il mutamento sociale, vennero assimilate e volte a proprio vantaggio da parte del potere che, in questo modo, "restaurava" e perpetuava se stesso. Alla famiglia tradizionale, risparmiatrice e prolifica favorita dai regimi autoritari tipici dei paesi poveri del paleocapitalismo, succedeva la coppia, vista come cellula minima del ciclo di produzione e consumo del nuovo capitale.

"Dopo un’improvvisa rivoluzione degli anni ’60 di tipo tecnologico e dopo la falsa rivoluzione del ’68 che si era presentata come marxista mentre, in realtà, non era altro che una forma di autocritica della borghesia (la borghesia si è servita dei giovani per distruggere i miti che le davano fastidio) la restaurazione recupera dal passato le parti più negative."



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