sabato 9 marzo 2013

Il Pasolini-Cristo di “Crocifissione”

"ERETICO & CORSARO"

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Il Pasolini-Cristo di “Crocifissione”

Crocifissione
Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
guarda il Suo corpo patire.
L’alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l’Aprile
intenerisce il Suo esibire
la morte a sguardi che Lo bruciano.
Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto… atroce
offesa al suo pudore crudo…
Il sole e gli sguardi! La voce
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna
rossa nel cielo senza suono,
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.
Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione…
(questo vuol dire il Crocifisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull’abisso).
Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.
Nel giorno della Pasqua, ci preme fare riferimento alla figura di un intellettuale che ha avuto un peso enorme nel panorama letterario novecentesco: Pier Paolo Pasolini. Perché parlare di Pasolini oggi, dal momento che era dichiaratamente ateo? L’apparente ambiguità di questa scelta può essere giustificata se si considera che lo spirito dello scrittore era, in realtà, autenticamente religioso: la sua “religiosità” si esprimeva nella lotta contro la dissacrazione del mondo e dell’individuo.(1)
Pasolini veniva da una famiglia non particolarmente religiosa, e lui stesso fu credente fino ai quattrodici anni: smise improvvisamente di avere fede in Dio e di partecipare ai riti religiosi. Era profondamente contrario all’insegnamento della religione nelle scuole perché fermamente convinto che la fede dovesse essere una conquista individuale (e che, quindi, ciascuno dovrebbe vivere in tempi e modi diversi) e non un’imposizione della Chiesa, cui Pasolini era avverso, considerando questa istituzione la rovina del mondo, per via della gerarchizzazione voluta da San Paolo, che aveva così rinunciato a una religione quale aggregazione spontanea, autentica, basata – secondo lo scrittore – su un legame disinteressato fra gli uomini che prendevano esempio dalla figura emblematica di Gesù Cristo (non il figlio di Dio, per Pasolini). A proposito di Gesù, è bene dire che Pasolini diventa marxista partendo da una concezione di cristianesimo ruotante intorno alla sua figura non “celeste”, ma tutta umana. Cristo, quindi, è inteso dallo scrittore come personaggio storico dall’enorme portata rivoluzionaria.
L’usignuolo della chiesa cattolica è una raccolta poetica di Pasolini edita nel 1958 da Longanesi. Le poesie erano state scritte fra il 1943 e il ’49, nel periodo della scoperta del suo dissidio interiore, strettamente legato alla delusione provocata da una società falsa, vuota, priva di coscienza. È in questo volume che appare la poesia che vi abbiamo proposto, Crocifissione, in cui Pasolini parla di un Cristo in croce esposto al pubblico ludibrio: un corpo, quindi, umiliato, offeso, brutalmente offerto in pasto alla folla; «perfino la madre / sotto il petto, il ventre, i ginocchi, / guarda il Suo corpo patire». Un macabro spettacolo, non privo di «esplicite vibrazioni sensuali»(2) (si pensi a quel «morte, sesso e gogna»), sul quale il poeta si sofferma, per sviscerarne il significato più profondo. Per lui l’esposizione/umiliazione ha un preciso senso: degni di scherno sono solo i punti più forti dell’individuo, e gli schernitori rappresentano la forza cieca dell’ignoranza. Gesù, quest’uomo in croce, torturato per ore, morto davanti alla folla, è simbolo degli innocenti, degli illuminati che subiscono, di fronte alle grida dei quali gli oppressori sono sordi. Se è vero che la verità dei fatti dà vita alla realtà storica, intesa nella sua complessità (e quindi anche da un punto di vista sociale), l’unico modo di opporsi all’ingiustizia che essa genera è l’esposizione, che, pur essendo brevissima di fronte all’eternità della storia, illumina la successione degli avvenimenti: ed esposizione significa anche lotta, manifestazione contro la violenza dei tiranni. «Bisogna esporsi (questo insegna / il povero Cristo inchiodato?)»: l’esposizione/lotta di Cristo gli è valsa il riconoscimento della sua grandezza; Cristo ha vinto così la sua battaglia.
Assistiamo, quindi, alla mimesi di Pasolini con il Cristo: come Gesù, anche lui è costantemente esposto all’opinione pubblica, facendosi «portatore di uno scandalo politico (il Marxismo non ortodosso) e personale (l’omosessualità)»(3). Pasolini rappresenta «sul palcoscenico della vita pubblica la visceralità delle prorpie contraddizioni private, con l’effetto dirompente dello scandalo»(4). Il poeta, novello Cristo, assume il ruolo di «vittima predestinata e testimone ad oltranza, fino al martirio», scelta che «corrisponde ad un programma morale»(5). Ed è proprio un programma morale quello che propone l’ultima strofa: «Noi staremo offerti sulla croce, / alla gogna, tra le pupille / limpide di gioia feroce, / scoprendo all’ironia le stille / del sangue dal petto ai ginocchi, / miti, ridicoli, tremando / d’intelletto e passione nel gioco / del cuore arso dal suo fuoco, / per testimoniare lo scandalo»: Pasolini-Gesù si offre interamente agli altri, testimoniando lo scandalo e l’umiliazione del binomio vita/opera che l’immatura coscienza sociale del suo (e forse anche del nostro) tempo non riusciva a comprendere e accettare.

Angela Liuzzi

 (1) http://www.homolaicus.com/letteratura/pasolini/12.htm(2) Guido Santato, Pier Paolo Pasolini – L’opera, Neri Pozza Editore, p. 131.
(3) Luperini-Cataldi-Marchiani, La scrittura e l’interpretazione. Dall’Ermetismo al Postmoderno (dal 1925 ai giorni nostri) – Tomo secondo, Palumbo, p. 1064.
(4) Ibid.
(5) Guido Santato, Pier Paolo Pasolini – L’opera, cit., p. 132.





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