mercoledì 10 aprile 2013

Delitto Pasolini - Le ipotesi: un delitto ‘complessamente’ politico





di Gianni Borgna e Carlo Lucarelli, da MicroMega 6/2005

Una ricostruzione minuziosa, attraverso fatti e testimonianze, di quel 2 novembre 1975 in cui fu ucciso Pasolini, e delle incongruenze delle ricostruzioni ufficiali e ufficiose che vorrebbero spiegare l’omicidio. Fino a questa clamorosa e documentata ipotesi, l’unica che fa andare al suo posto tutti i pezzi del terribile puzzle: un omicidio politico premeditato.


Le ipotesi: un delitto ‘complessamente’ politico
Forse è andata così. O forse no.
Perché anche in una ricostruzione come questa ci sono dei buchi, dei punti oscuri, che fanno pensare a qualcos’altro. C’è chi pensa che l’omicidio di Pier Paolo Pasolini non fosse così improvvisato, così estemporaneo. C’è chi pensa che quel massacro all’Idroscalo fosse qualcosa di più. Fosse un agguato. E che il movente fosse politico in senso stretto.
Per seguire questa pista occorre riandare a sabato 20 gennaio 2001, quando il quotidiano La Stampa pubblica un articolo a nove colonne dal titolo «Mattei, un delitto italiano». Il fatto è strano per più di un motivo. Mattei è morto da quarant’anni. La sua morte è stata considerata accidentale. Eppure il quotidiano torinese quel giorno è l’unico giornale italiano a soffermarsi sull’argomento con tanta dovizia di particolari e a rilanciare la tesi dell’attentato.
In verità, La Stampa sta informando i suoi lettori sul fatto che la procura di Pavia, competente per territorio, lavora da tempo alla riapertura del caso. C’è un giudice che, dal 20 settembre 1994, continua ad indagare in assoluta solitudine per ricostruire la vicenda e ribaltare verità fino a quel momento consolidate. Il suo nome è Vincenzo Calia.
Ma il fatto davvero significativo è che il giornale dedica due intere pagine all’argomento, mostrando di prendere in seria considerazione i risultati della sua inchiesta. La morte di Mattei non fu un incidente. Mattei fu ucciso. E non – come si era ipotizzato all’epoca – dal cartello delle grandi compagnie petrolifere, le famose Sette sorelle, o dall’Oas francese, o da altre organizzazioni internazionali. Mattei fu ucciso in un complotto tutto italiano, maturato all’interno dell’Eni e della Democrazia cristiana, il suo partito di appartenenza.
Che cosa c’entra Pier Paolo Pasolini con Enrico Mattei? C’entra. Per un motivo. Perché è uno scrittore.
«Io so», aveva scritto Pasolini, «perché sono un intellettuale, uno scrittore», perché mettere insieme i fatti, ristabilire una logica, mettere in scena la ragione e il buon senso, «fa parte del mio mestiere, dell’istinto del mio mestiere». Queste cose Pasolini le scrive in un articolo che si intitola «Il romanzo delle stragi» e che mette assieme molte buone intuizioni sulle chiavi di lettura dei fatti della strategia della tensione.
Questo romanzo, il romanzo delle stragi, ma non solo, il romanzo di parte della storia oscura d’Italia, Pasolini lo stava scrivendo. Si chiama Petrolio, ed uscirà molti anni dopo la sua morte, nel 1992 (perciò all’epoca dei fatti non si poté nemmeno prenderlo in considerazione); 500 pagine, ma dovevano essere 2 mila, incompleto, soltanto abbozzato, pieno di notazioni a margine, di aggiunte, e di tutti quei segni che fanno gli scrittori per ricordarsi qualcosa da scrivere meglio o da sviluppare.
Di cosa parla Petrolio? Dell’Eni. Non soltanto di quello, parla di tante cose, ma parla dell’Eni, della morte di Mattei, del suo successore Eugenio Cefis, della strategia della tensione, della politica italiana fino alla metà degli anni Settanta. Cambia i nomi, Enrico Mattei diventa Ernesto Bonocore ed Eugenio Cefis diventa Aldo Troya, ma i personaggi sono volutamente riconoscibili. Uno dei paragrafi, «Lampi sull’Eni», è certamente tra i più scottanti. Pasolini stesso dice di averlo scritto e ad esso rimanda il lettore. Ma tra le carte dello scrittore non è mai stato trovato.
Nella prima delle due pagine della Stampa sull’inchiesta del giudice Calia, sempre a nove colonne ma di taglio basso, Filippo Ceccarelli parla di Pasolini. Lo fa per ricordare queste cose, naturalmente. Ma, soprattutto, per citare un episodio davvero interessante. Ne è protagonista il celebre politologo Giorgio Galli, il quale, richiesto di una consulenza storica sugli equilibri e gli squilibri fra le correnti democristiane nel 1962 (anno della morte di Mattei), si vide sottoporre dal giudice Calia una specie di schemino, disegnato a mano, con tante diramazioni e alcuni nomi, tra cui quello di Eugenio Cefis.
Ebbene, quello specchietto era desunto proprio dal libro di Pasolini. In Petrolio, Aldo Troya, cioè Cefis, viene descritto come un uomo «dal sorriso colpevole», «capace di tutto», alla guida di un «impero privato». Non solo. Quell’«impero» viene descritto fin nei più minimi particolari, per almeno una decina di pagine. Proprio Galli, del resto, nel suo recente libro su Mattei, ricorda che i collaboratori del presidente hanno sempre sostenuto che «Cefis creava società ad hoc (in proprio) per affidare loro commesse dell’Eni». Ebbene, nel romanzo di Pasolini quelle società sono descritte con dovizia di particolari.
Ma c’è di più. Alla pagina 117 di Petrolio si legge: «In questo preciso momento storico […] Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo (’68): bombe attribuite ai fascisti». Si capisce perché il giudice Calia fosse così interessato. «Con venticinque anni di anticipo», commenta Ceccarelli, «lo scrittore Pasolini era giunto alle conclusioni della sua lunga inchiesta».
E si comprende anche il presumibile stupore di Giorgio Galli. Tanto più forte, se si pensa che Pasolini, in uno degli appunti finali di Petrolio, ha persino previsto in una «visione», che è anche una profezia, la strage alla stazione di Bologna che avverrà molti anni dopo, ed è stato anche il primo a collegare, praticamente in tempo reale, l’attentato a Mattei a piazza Fontana e alle altre stragi. Tesi, questa, che proprio un politologo come Giorgio Galli ha cercato nel tempo di dimostrare e che è stata autorevolmente avallata da Amintore Fanfani in un discorso al Congresso dei partigiani cattolici tenutosi a Salsomaggiore nel 1986: «Chissà, forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei, più di vent’anni fa, è stato il primo gesto terroristico nel nostro paese, il primo atto della piaga che ci perseguita». Dove, come commenta il giudice Calia, «Fanfani, dando per certo che l’aereo di Mattei era stato abbattuto, aggiungeva che, “forse”, dietro quell’abbattimento c’erano gli stessi ambienti che, in seguito, utilizzarono il terrorismo come strumento politico».
A questo punto la domanda è d’obbligo: ma come ha fatto Pasolini a capire tutte queste cose? Che fosse un intellettuale geniale è fuori discussione. Che fosse riuscito con la sua intelligenza a collegare le tessere più diverse del puzzle, anche. Ma per essere così documentato, per citare nomi, fatti, dati, delle informazioni deve pur averle avute.
La risposta si trova al Gabinetto Viesseux di Firenze. È lì che sono conservate, oltre al manoscritto originale del romanzo, tutte le carte preparatorie di Petrolio e i materiali che Pasolini andava consultando. Tra questi c’è un libro, Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, scritto da un tal Giorgio Steimetz, anche se è stato accertato che si tratta di uno pseudonimo.
Scrive Steimetz: «Ridurre al silenzio, e con argomenti persuasivi, è uno dei tratti di ingegno più rimarchevoli del presidente dell’Eni». Gli fa eco Pasolini: «Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare in ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui, era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire».
Le pagine sulle attività imprenditoriali di Cefis, sulle società a lui in qualche modo collegate, Pasolini le deve dunque al libro di Steimetz, di cui Petrolio per questa parte è né più né meno la parafrasi.
Diverso il discorso per quel che riguarda il ritratto psicologico e umano di Cefis. L’introspezione pasoliniana è, a tale riguardo, finissima. Pasolini ne coglie le ambiguità e le riassume sotto la categoria del «misto»: il «misto della sua personalità, che si manifesta sin dai tempi della sua giovinezza», come dimostra anche la sua esperienza di partigiano in una «formazione mista degasperiana e repubblicana», che lottava sui monti della Brianza.
Si può persino azzardare un’ipotesi: Pasolini conosceva Cefis. Erano infatti coetanei. Pasolini era nato il 5 marzo del 1922, Cefis il 21 luglio del 1921. Ma quel che più conta è che il futuro presidente dell’Eni e della Montedison era nato a Cividale del Friuli, a pochi chilometri da quella Casarsa della Delizia dove era nata la madre del poeta e dove lui stesso aveva a lungo vissuto. Pasolini si sofferma, in Petrolio, su questo dato e parla di «Cividale, Civitas: la città del Friuli; la Firenze del Friuli», con acribia filologica.
Ma come era pervenuto a Pasolini il libro di Steimetz? La domanda è tutt’altro che irrilevante, dal momento che, edito nell’aprile del 1972 dall’Ami (Agenzia Milano informazioni, finanziata tra gli altri dall’Ente minerario siciliano di Graziano Verzotto), il volume era immediatamente sparito dalla circolazione, al punto che oggi è irrintracciabile anche nelle più importanti biblioteche e non compare mai in nessuna bibliografia.
Su questo punto, per certi versi decisivo, non ci sono ancora delle certezze. Sappiamo solo che fu lo psicoanalista Elvio Fachinelli a inviarglielo in fotocopia, come attesta una lettera del 20 settembre 1974.
Fachinelli dirigeva una rivista, L’erba voglio, che, curiosamente, si era occupata molto di Cefis, di cui aveva pubblicato articoli ed interventi. E ciò aveva attirato l’attenzione di Pasolini, che a sua volta era come ossessionato da Cefis. Il famoso «articolo delle lucciole», quello in cui il poeta diceva che non avrebbe dato nemmeno una lucciola per la Montedison, è di lui che parlava.
E al Viesseux, oltre alle fotocopie del libro di Steimetz, ampiamente chiosate e sottolineate, è possibile rinvenire altri materiali relativi a Cefis, come un suo discorso all’Accademia militare di Modena, pronunciato il 23 febbraio 1972, e i ciclostilati di altre conferenze, persino l’originale di una conferenza intitolata «Un caso interessante: la Montedison», tenuta l’11 marzo 1973 presso la Scuola di cultura cattolica di Vicenza, con annotazioni a margine dello stesso Cefis mai da lui pronunciate.
Per non dire che, nel paragrafo dal titolo «Storia del petrolio e retroscena» (corrispondente agli appunti 20-30 di Petrolio, oggi a pp. 117-118 del libro), Pasolini arriva a ripromettersi di inserire tutti i discorsi di Cefis, «i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito».
Per sbrogliare questa intricata matassa, ci viene in soccorso, ancora una volta, la conclusione dell’inchiesta del giudice Calia, che fornisce, sia pure indirettamente, una possibile chiave di lettura anche di questi fatti.
Negli atti conclusivi della sua inchiesta (20 febbraio 2003), Calia dedica ampio spazio alla vicenda della sparizione del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro. De Mauro fu rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970 davanti alla sua abitazione. Se il suo corpo non fu mai ritrovato e di lui, da quel momento, non si seppe più nulla, ben presto però fu chiaro che il suo rapimento era da collegarsi al «caso Mattei».
De Mauro, infatti, aveva ricevuto dal regista Francesco Rosi la richiesta di collaborare alla sceneggiatura del suo film su Enrico Mattei attraverso la ricostruzione degli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni, che si svolsero proprio in Sicilia da dove poi ripartì per il suo ultimo, tragico volo.
Il giornalista si era molto appassionato al tema, anche perché otto anni prima proprio lui era stato inviato dell’Ora a seguirli «in presa diretta». E aveva cominciato a sentire un’infinità di testimoni. Fu proprio raccogliendo queste testimonianze che si trovò improvvisamente di fronte a una versione radicalmente diversa dei fatti, a un’altra «verità».
A fornirgliela fu Graziano Verzotto, un senatore democristiano, che in quel momento era presidente dell’Ente minerario siciliano.
Al giudice Calia, Verzotto dichiara: «Eugenio Cefis e Vito Guarrasi [un celebre avvocato civilista, consulente dell’Eni e di molte altre società nazionali operanti in Sicilia, quasi sconosciuto alla stampa e all’opinione pubblica, ma al centro di vicende economiche e politiche di rilevanza nazionale] – e il loro entourage – si erano sicuramente avvantaggiati della morte di Mattei: entrambi, infatti, erano stati poco prima della sua morte allontanati dagli incarichi che ricoprivano prima». E ancora: «Ritengo che il sequestro del giornalista sia intimamente connesso al progetto per la costruzione di un metanodotto tra l’Africa e la Sicilia».
Era nata, infatti, un’accesa disputa tra l’Ems e l’Eni sulla fattibilità e sulla convenienza del controverso metanodotto. «Io avevo ritenuto», dichiara sempre a Calia Verzotto, «che era mio dovere, quale aderente a una corrente Dc (Gullotti) che si opponeva alla corrente “fanfaniana” (cui faceva riferimento Eugenio Cefis), nonché quale presidente dell’Ems (come tale direttamente interessato alla realizzazione del metanodotto), dare un fattivo contributo per contrastare chi si opponeva al più volte citato progetto di realizzazione del metanodotto. […] Tra gli oppositori al progetto […] si stagliava, naturalmente, il presidente dell’Eni».
La ragione per la quale Verzotto decise di dire queste stesse cose, e molte altre, al giornalista dell’Ora fu, appunto, questa. Egli era perfettamente consapevole che il film di Rosi «poteva essere uno strumento per sostenere e alimentare la campagna che l’ente da me presieduto intendeva portare avanti contro la presidenza del­l’Eni e contro coloro che si opponevano alla realizzazione del metanodotto».
E quando De Mauro verrà sequestrato, Verzotto non ci metterà molto a capire che quella è anche un’intimidazione nei suoi confronti, e cercherà di adeguarsi. «Ebbi l’impressione che De Mauro fosse stato sequestrato anche per spaventarmi e per convincermi ad abbandonare il progetto del metanodotto».
E dunque: dietro a De Mauro, che lavora per il film di Rosi, c’è Verzotto, con le sue informazioni; dietro a Pasolini, che lavora a Petrolio, c’è ancora una volta Verzotto!
È a questo contesto che si riferisce Dario Bellezza nel suo libro Il poeta assassinato? «Pasolini», scrive, «mi disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuto dei documenti compromettenti su un notabile Dc». Per poi concludere: «Per me, ne sono più che convinto, c’è stato un mandante ben preciso che va ricercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano».
Basta questo per uccidere un uomo come Pier Paolo Pasolini? Forse sì, se è bastato per far tacere per sempre una voce, certo meno temibile, come quella di Mauro De Mauro.
E si può aggiungere un’altra riflessione. In Italia raramente gli intellettuali vengono uccisi per quello che sanno. Il muro di gomma, allora come adesso, è così resistente che le informazioni rimbalzano e la «sola puerile voce» non è mai così pericolosa. Diverso è se si diventa, anche inconsapevolmente, armi nelle mani di qualcuno più potente e organizzato, soldati inconsapevoli in una delle tante battaglie oscure che si combattono per il potere. È successo questo a Pasolini? Le informazioni che qualcuno gli stava passando lo stavano rendendo troppo pericoloso per qualcun altro?


Fonte:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/cosi-mori-pasolini/



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