venerdì 26 aprile 2013

Delitto Pasolini, nuove indagini dei Ris: trovato il dna di un terzo uomo



Delitto Pasolini, nuove indagini dei Ris:
trovato il dna di un terzo uomo


ROMA - La notte di quel primo novembre di 36 anni fa all’Idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi non erano soli. A dirlo non è un pentito o un testimone sbucato dal nulla. È la prova scientifica. Dalle indagini condotte sui reperti conservati per anni al Museo di criminologia di via Giulia sono emerse tracce ematiche che non appartengono a nessuno dei due. Il dna estratto dalle tavolette trovate sul posto, utilizzate per colpire lo scrittore e dagli indumenti, appartiene a un soggetto terzo.
È una verità affiorata più volte, sostenuta per anni dai difensori, ipotizzata anche nella sentenza di I grado. Ora viene chimicamente consegnata alla cronaca ma soprattutto alla storia di quegli anni. Potrebbe confermare che si trattò di un agguato, e che uno dei delitti più oscuri del nostro Paese è da riscrivere. Che la sentenza pronunciata dal Tribunale dei minori e dal presidente Alfredo Moro, che condannò Pino «la rana» per omicidio «in concorso con ignoti», fu accolta male perché era scomoda, troppo vicina alla verità.
I Ris, il Reparto carabinieri investigazioni scientifiche ha ultimato gli accertamenti condotti nella caserma di Tor di Quinto. Resta da scrivere solo la relazione finale. Il pm Francesco Minnisci, che ha disposto il riesame dei reperti e secretato i risultati, è pronto a sentire nuovi testimoni. Le indagini sono andate avanti nel segreto più assoluto. Lo stesso generale Luciano Garofalo, l’ex comandante dei Ris che ha seguito gli esami in qualità di perito, è stato tenuto all’oscuro dell’esito finale proprio per evitare fughe di notizie. Ma i segreti non possono durare in eterno.
Le informazioni tecnicamente più rilevanti riguarderebbero appunto il sangue trovato sulle due tavolette. Ma anche delle impronte digitali lasciate da chi le impugnò come arma quella notte. Va da sé che il tempo trascorso e il rischio di inquinamento dei reperti sono stati finora l’ostacolo maggiore.
La riapertura del delitto dell’Olgiata e di quello di Via Poma insegnano che grazie all’applicazione delle nuove tecniche oggi è possibile quello che fino a ieri era impensabile. I reperti esaminati dai Ris hanno fatto emergere «notizie utili al fine della prosecuzione delle indagini». Erano stati custoditi per anni in uno scatolone al Museo criminologico di via Giulia. Gli indumenti e gli oggetti personali, la camicia modello Missoni, gli stivaletti alla moda, il maglione verde che i parenti dello scrittore esclusero fosse di Pasolini, i jeans, gli occhiali scuri, il tesserino dell’Ordine dei giornalisti, il plantare e il famoso anello trovato nel fango dell’Idroscalo. Tutto è stato micro-analizzato.
Il pm Minnisci è intenzionato ad andare avanti. Le indagini hanno stabilito che Pasolini morì per schiacciamento del torace; la foto con le tracce di pneumatico sulla sua canottiera vengono ancora oggi mostrate dai periti dell’epoca che oggi sono docenti universitari. Definito il «come, restava da stabilire «chi» lo uccise. La P2? Le trame nere? Lo sapremo mai?
Farsi illusioni puntando tutto sulle analisi biologiche è sconsigliato. Le informazioni scientifiche raccolte andranno perciò confrontate e intrecciate, serviranno nuove testimonianze. Prima fra tutti quella di Johnny lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, che secondo molti era presente quella sera. Non più tardi di due anni fa, Pino Pelosi rivelò al Messaggero che si trattò di un’aggressione alla quale avrebbero partecipato i due fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, entrambi minorenni e scomparsi negli anni ’90. Non fece altri nomi. Smentì i giudici, ma soprattutto se stesso.
Lunedì 07 Novembre 2011
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