martedì 2 aprile 2013

L’Orestea tra Pasolini e i mali di «Gomorra»


"ERETICO & CORSARO"
 
 
L’Orestea tra Pasolini e i mali di «Gomorra»

«Sono convinto che la traduzione di Pasolini sia un’opera di grande valore poetico già nelle stesse intenzioni dell’autore. Lui non volle realizzare una trasposizione letterale dell’”Orestea” greca, ma una versione che avvicinasse il pubblico al senso profondo della poesia di Eschilo. E questo è ciò che ho cercato di fare concretamente nella mia messinscena. Pasolini restituisce con chiarezza tutte le immagini del testo». Così, fra l’altro, Pietro Carriglio, regista dell’«Orestea» che l’Istituto Nazionale del Dramma Antico presenta, al Teatro Greco, per l’appunto nella traduzione di Pier Paolo Pasolini: quella commissionata da Gassman per lo storico allestimento del ’60. Ebbene, al termine di «Eumenidi», la tragedia conclusiva della trilogia, uno spettatore (non a caso ha cominciato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso) legge dalle gradinate un passo dello storico e grecista George Thomson sull’affermarsi della legalità. E questo attiene alla concezione del teatro come assemblea civile, cara a Carriglio a partire dalla sua messinscena di «Assassinio nella cattedrale» di Eliot. Ma, rispetto ai significati specifici dell’«Orestea» (Pasolini l’intitolò «Orestiade»), s’impone un’altra citazione: «L’interpretazione figurale crea fra due fatti, che appartengono entrambi alla storia, un nesso in cui uno dei due non significa soltanto se stesso ma significa anche l’altro, mentre quest’altro comprende ed adempie il primo».
È l’acuta osservazione che fece Erich Auerbach nei propri «Studi su Dante». E fondate ragioni suffragano l’ipotesi che l’«Orestea» sia, per l’appunto, «figura» del nostro lacerato e smarrito presente. Oltre ogni dubbio, infatti, il susseguirsi degli eventi narrati in quella trilogia – l’uccisione del marito da parte di Clitemnestra («Agamennone»), la vendetta di Oreste («Coefore») e l’assoluzione di quest’ultimo al termine di un processo tenuto ad Atene («Eumenidi») – coincide perfettamente con l’evolversi del concetto di giustizia nella fase del passaggio dalla società tribale alla polis: nella quale alla vendetta personale e privata si sostituisce il ricorso al giudizio pronunciato dal potere sovrapersonale dello Stato in nome della collettività. In proposito, e quindi a ribadire l’attualità della trilogia eschilea, Elisabetta Pozzi, alla quale tocca il ruolo della dea che istruisce il processo a Oreste, tira un affondo da manuale: «Mentre sugli schermi di Cannes scorrevano le immagini terribili di “Gomorra”, ho pensato che Atena dovrebbe proprio farsela, una passeggiata a Scampia».
Ed alle immagini, in coerenza con la sua analisi della traduzione di Pasolini, Carriglio sostanzialmente s’aggancia: la scena, da lui stesso firmata, segnala ad un tempo l’ascesa (vedi la torre sulla sinistra) e la gradualità dell’ascesa (vedi la lunghissima scalinata che taglia diagonalmente lo spazio e quella a chiocciola che circonda la torre); così come le sbarre del cancello d’ingresso alla reggia di Argo, rimosse all’inizio di «Eumenidi», simboleggiano icasticamente l’aprirsi del luogo chiuso della tirannia all’ingresso della democrazia. S’invera al meglio, dunque, l’osservazione di Auerbach: poiché l’alto comprende e riscatta il basso, allo stesso modo che (non a caso Carriglio affida i due ruoli a una sola attrice) Elettra comprende e riscatta Clitemnestra. Ed eccellente è la prova della compagnia «all stars» qui in campo: dalla Pozzi a Luca Lazzareschi (Oreste) e Galatea Ranzi (Clitemnestra ed Elettra). Infine, nel corso di un convegno su Pasolini è stato presentato un cd con versi inediti del poeta musicati da Ennio Morricone, Piero Umiliani e Piero Piccioni. E tra gli interpreti ci sono gli Avion Travel. Tutto si tiene, come direbbero, appunto, i francesi.


Articolo di Enrico Fiore
 

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