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Guido Pasolini

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martedì 2 aprile 2013

L’ULTIMA INCHIESTA SU PASOLINI UN PM CI PUÒ DIRE PERCHÉ (E DA CHI) FU UCCISO UN POETA


"ERETICO & CORSARO"

L’ULTIMA INCHIESTA
SU PASOLINI UN PM CI PUÒ DIRE
PERCHÉ (E DA CHI)
FU UCCISO UN POETA
VICINA A UNA SVOLTA LA NUOVA INDAGINE DELLA PROCURA ROMANA SULL’OMICIDIO.
CHE NON DOVRÀ CONCLUDERSI, PER FORZA, CON UN ALTRO PROCESSO.
MA PIUTTOSTO, CON UNA VERITÀ. CHE CONDUCE A CATANIA E AI NEOFASCISTI
di PIERO MELATI

ROMA. Mai prima di allora,in Italia, era stato ucciso un poeta. Lo ripete spesso l’avvocato Stefano Maccioni,che ha fatto riaprire, il 27 marzo del 2009, il fascicolo giudiziario sullo scrittore assassinato. Lo ha anche scritto, in un libro-inchiesta fabbricato con indagini sul campo, condiviso con la criminologa Simona Ruffini e il giornalista Domenico Walter Rizzo (Nessuna pietà per Pasolini, Editori Riuniti, 2011). Mai, in Italia, era stato ucciso un poeta. Ma perché? E da chi?

Siamo alla vigilia di una svolta, a 37 anni dal delitto. Il titolare della nuova indagine della Procura romana, diretta da Giuseppe Pignatone, il pm Francesco Minisci, riceverà a breve importanti riscontri, indiziari e testimoniali. Potrà fare un passo avanti. Oppure relegare gli atti al silenzio definitivo. O ancora, istruire una archiviazione come quella del pubblico ministero Vincenzo Calia su una indagine collegata, il caso Mattei (nessun processo sull’attentato che costò la vita al presidente dell’Eni nel 1962, decise Calia, ma una puntigliosa ricostruzione dei fatti). Dipenderà solo dai dettagli. Perché gli elefanti sono già passati. E hanno lasciato un mare di indifferenza.
Chissà perché c’è tanto livore, intorno alla morte violenta di un poeta. Perché su quel suo corpo, culturalmente gigantesco, simile a una balena arenata sulle coste della storia nazionale, ancora in tanti si vogliono nutrire. E perché, proprio su quel corpo, si accaniscono, fino a farlo sembrare vivo. Mentre invece si agita solo per inerzia, a ogni nuovo assalto. In verità è incagliato, quel corpo, e trema sotto i morsi. Ancora un morso, un altro morso ancora, e poi ancora, fino a rinnovare lo scempio. Come quella notte all’Idroscalo.

Titolo azzeccato, Nessuna pietà per Pasolini. È storia vecchia, si dice, e questo il primo morso. Non se ne deve parlare mai più, e questo è il secondo. Digeriamolo e così sia, e questo è un morso ancora. Basta col guardare la Storia dal buco della serratura, riavvolgere sempre il film della memoria. Come fanno i pistaroli, i complottisti, incarogniti per presunte verità negate sulla strategia della tensione. Che non accettano mai le verità banali (leggi pista omosessuale). E poi ancora c’è il senatore Marcello Dell’Utri, e la torbida vicenda delle 78 veline dattiloscritte relative al romanzo incompiuto Petrolio, rubate a Pasolini e fatte vedere al senatore nel marzo del 2010 da illustre sconosciuto. Perché mai ha raccontato quella storia, il senatore?

Infine, anche i parenti. Il cugino del poeta, Domenico Naldini, ha detto ai magistrati che la pista delle «pizze» rubate del film Salò, usate forse per attirare il poeta in un agguato, con la scusa di rivendergliele, non regge. Perché?
Sergio Citti, che prima di morire girò un documentario sulla scena del delitto a Ostia, sostenne che potevano essere state l’esca di un tranello. Naldini disse che no, quel furto non era stato affatto un danno. Polemiche, veleni, fronti contrapposti. Ma perché ci sono guelfi e ghibellini, in un caso come quello Pasolini? Un po’ di semplice giustizia, un po’ di pietà, un po’di verità, invece mai? Non era quello che avrebbe voluto anche Primo Levi, pur tanti anni dopo la Shoah? Oggi, per esempio, su quelle «pizze» rubate del film Salò c’è una nuova ipotesi scoperta da Maccioni e offerta agli inquirenti. Ugo De Rossi, l’assistente al montaggio dei film di Pasolini, così si è espresso:

Dove lavorava nel 1975?
«Lavoravo alla Pea, in una villa a Roma in via dell’Oceano Pacifico».

È a conoscenza di un furto di pellicole?
«Sì, certamente, in quanto stavo lavorando proprio in quel periodo sul film Salò. Vennero rubate alcune pizze di negativo scelto di tre film: due della Pea, Salò e Casanova, e uno della Rafran film di Sergio Leone, Un genio, due compari e un pollo».

È vero che per ciascuna pellicola esisteva un negativo da cui ricavare una nuova copia e pertanto il danno arrecato dal furto non era grave?
«No. Il danno era grave perché non era stata effettuata una copia del negativo che di solito viene fatta alla fine della lavorazione. Pertanto mi ricordo perfettamente che dovetti rimontare con i “doppi scarto” che erano divisi dal materiale scelto. Obbligatoriamente il risultato conseguito era diversodal montato originale».
Dunque, Pasolini avrebbe tenuto a recuperare le «pizze» originali di Salò. E quella notte di novembre del '75 si fermò all’osteria Al biondo Tevere con un biondino, con il quale fu visto giocare a pallone all’idroscalo di Ostia nei giorni precedenti. Un identikit che non corrisponde a quello di Pino Pelosi, presunto assassino reo confesso. Chi era? Il proprietario dell’osteria lo descrisse dapprima come l’opposto di Pelosi, poi avrebbe riconosciuto Pelosi in una foto e disse che era lui. Dubbio: che foto gli venne mai mostrata? La foto non è agli atti e l’uomo è deceduto. Sua moglie, che pure vide il biondino in osteria con Pasolini, dice oggi che non poteva essere Pelosi.

Si attende a breve anche il risultato delle analisi condotte dal Ris di Roma sui reperti di quella notte. Maccioni e Ruffini hanno ottenuto la riapertura dell’inchiesta (in rappresentanza del cugino del poeta, Guido Mazzon) in base all’argomento che le tecniche investigative di oggi consentono risultati impensabili nel 1975. «Ci sono voluti dieci anni perché quei reperti venissero inscatolati, altri 25 perché vi si frugasse dentro», affermano Maccioni e Ruffini.

Che cosa c’è negli scatoloni? Indumenti,la tavoletta con cui Pelosi affermò di avere picchiato Pasolini, i libri che il poeta aveva l’ultima notte (uno si intitola Sull’avvenire delle nostre scuole). Cosa si cerca? Impronte digitali, Dna, capelli. Tracce genetiche differenti da quelle di Pasolini e di Pelosi. Cosa significherebbero? Che Pelosi, all’Idroscalo, non era solo.

A dire il vero, dopo tanti anni, è lo stesso Pelosi a sostenerlo. Nella sua autobiografia, Io so... come hanno ucciso Pasolini (Vertigo, 2011), nelle interviste concesse a Franca Leosini (Ombre sul giallo, Rai3), al blog di Beppe Grillo, ai giornalisti Lo Bianco e Rizza (Profondo nero, Chiarelettere, 2006). E chi c’era con lui? I veri assassini, dirà, perché lui Pasolini tentò anche di difenderlo, e un tipo con la barba lo minacciò. Erano in tanti, alcuni a bordo di un’auto con la targa di Catania (ma in un secondo momento Pelosi negherà di aver parlato della targa).

Esiste poi la vicenda dell’Alfetta, portata in una carrozzeria per essere riparata, macchiata di sangue, che si sarebbe schiantata durante la fuga all’Idroscalo, dopo aver investito il corpo già martoriato del poeta. Ci sono due testimoni. E c’è la storia misteriosa di un uomo, Antonio Pinna, un autista della mala romana, sparito nel nulla quando vennero arrestati i fratelli Borsellino, neofascisti romani, entrambi deceduti, che Pelosi accusa di essere stati con lui sul luogo del delitto.

Ci sono le grida, le parole, come un urlo di Munch all’Idroscalo. C’è la versione del parente di un testimone, rintracciato dal cronista del Messaggero Claudio Marincola, che ha visto un gruppo di persone picchiare un uomo, che gridava: «Mamma, mamma, aiuto, mamma». E ci sono gli insulti, che Pelosi dice di aver sentito pronunciare agli aggressori. Dialetto siciliano. Anzi, catanese. «Sporco comunista». E quell’oltraggio sputato con le botte, arrusu, che si usa solo nelle borgate etnee.

Merito di Rizzo, in una puntata di Chi l’ha visto, aver fatto dire a Pelosi che l’avvocato che gli «consigliò» di accollarsi da solo l’omicidio, Rocco Mangia, lui non lo aveva scelto. Gli era piovuto dal cielo, quel «principe del Foro», a difendere gratis un pischello borgataro. Mangia perorava la causa dei tre fascisti «mostri del Circeo» (torturarono e violentarono Stefania Lopez, uccisa, e Donatella Colasanti) e dell’ex parà Sandro Saccucci. Grazie a lui, Pelosi ebbe come consulente Aldo Semerari (P2 e Ordine Nuovo), decapitato poi dalla camorra. Infine c’è Catania. Dove PPP andava e aveva casa. Dove aveva conosciuto i fascisti marchettari. Sempre curioso, li interrogava, magari sognava scene alla Salò. E magari, ipotizza l’avvocato Maccioni, parlava dell’attentato a Mattei, concepito a Catania. E di mafia, di bombe, di stragi.

PIERO MELATI

Fonte: IL VENERDI DI REPUBBLICA DEL 03-08-2012



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