martedì 2 aprile 2013

Pasolini e l’Africa

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini e l’Africa
di Federico Fioresi



Pier Paolo Pasolini (1922-1975), regista cinematografico e scrittore (poeta, giornalista, romanziere e drammaturgo), è stato uno degli intellettuali più influenti del secondo Novecento italiano. Marxista cattolico ed omosessuale dichiarato, è morto prematuramente di morte violenta in circostanze non ancora ben chiarite, ma probabilmente collegate alle sue prese di posizione politiche, tanto criticate all’epoca, ma così lucide e anticipatrici delle problematiche del nostro mondo contemporaneo.
Ogni opera di Pasolini (filmica, poetica, giornalistica, teatrale o narrativa) è riconducibile alla sua poetica severamente antiborghese, che è insieme marxista ed evangelica e che sta sempre dalla parte degli umili e degli indifesi, siano essi i contadini friulani, di cui Pasolini vuole recuperare il dialetto arcaico come lingua poetica per eccellenza, o siano i “ragazzi di vita” delle borgate romane, di cui viene ricostruito il linguaggio e raccontate gioie e miserie nei due romanzi degli anni Cinquanta Ragazzi di vita e Una vita violenta e nei due straordinari film del debutto cinematografico Accattone (1961) e Mamma Roma (1962). Con l’avvento del boom economico in Italia, questo mondo sottoproletario preindustriale ed arcaico viene perdendosi e Pasolini, intorno al Sessantotto, inizia a parlare nei suoi scritti giornalistici di “omologazione culturale” provocata dal consumismo e condanna la televisione come veicolo di un processo che non teme di definire “genocidio culturale”.
In questo contesto, l’Africa rappresenta per Pasolini un luogo alternativo al mondo occidentale, dove ritrovare quell’autenticità e quella verità nei rapporti umani che in occidente rischiano di perdersi. Nella poesia Frammento alla morte, contenuta nel libro La religione del mio tempo, Pasolini scrive:
 

“E ora… ah, il deserto assordato/del vento, lo stupendo e immondo/sole dell’Africa che illumina il mondo.//Africa! Unica mia/ alternativa..”.

È del 1962 il suo primo progetto per un film africano, Il padre selvaggio, film che non verrà mai realizzato e la cui sceneggiatura sarà pubblicata da Einaudi nel 1975. La sceneggiatura racconta del difficile rapporto tra un insegnante bianco ed uno dei suoi allievi africani, Davidson ‘Ngibuini, che, come tanti altri adolescenti giunti dalle tribù più lontane,vive e studia tra le baracche-dormitorio della scuola di Kado, in Africa. Si tratta della storia dell’educazione alla vita e della scoperta della propria identità di un ragazzo africano nel contesto feroce del neocolonialismo, tra truppe mercenarie, campi di concentramento per tribù nere e villaggi distrutti. Si tratta, infine, della storia di una vocazione poetica: Davidson, alla fine della sceneggiatura, compone una poesia e, attraverso di essa, riesce a superare i traumi di ciò che ha visto e vissuto. Questa poesia però nel film non doveva essere letta, bensì doveva essere espressa attraverso le immagini, i suoni e i colori dell’Africa, per “scoprire la vita che in una pace di morte si annida nella foresta”.

Nel 1970 esce il film africano di Pasolini, Appunti per un’Orestiade africana. Il film è stato recentemente restaurato dalla Cineteca del Comune di Bologna e nell’aprile 2009, nelle edizioni della Cineteca di Bologna, è uscito in libreria il dvd corredato da un libro che ne racconta la genesi. Appunti per un’Orestiade africana è un film molto particolare, un documentario in cui il regista prende, con la macchina da presa, degli appunti per un film da farsi: girare l’Orestiade di Eschilo nell’Africa contemporanea. L’Orestiade era già stata integralmente tradotta dal greco da Pasolini per l’Istituto Nazionale del Dramma Antico e su questa traduzione Vittorio Gassman aveva realizzato l’omonimo spettacolo per il Teatro Greco di Siracusa nel 1960.
L’Orestiade di Eschilo racconta della vendetta “rituale” che Oreste deve compiere contro la madre Clitemnestra, rea di avere a sua volta ucciso il consorte Agamennone, padre di Oreste stesso. Nel mondo barbarico della Grecia pre-arcaica, in cui non esiste né la ragione né il perdono, Oreste è obbligato a compiere la vendetta, ma viene posseduto dalle Erinni, le Furie che rappresentano il senso di colpa, dalle quali Oreste cerca di fuggire finché giunge ad Atene, la città della ragione, in cui la dea Atena decide che siano gli uomini a giudicare razionalmente il comportamento di Oreste, e non più gli dèi. Atena istituisce così, come esempio di democrazia, il primo tribunale umano che assolve Oreste e quindi annienta le Furie che si trasformano in benefiche divinità dette Eumenidi. Esse potranno manifestarsi come Furie solo nel sogno, in una sfera irrazionale e inconscia che deve imparare a convivere con la razionalità. Ragione e democrazia quindi annientano l’irrazionalità. Le Furie sono destinate a scomparire come destinato a scomparire è il mondo ancestrale ed arcaico che le ha create.
Secondo Pasolini il testo di Eschilo è attualizzabile nell’Africa degli anni Sessanta: così come Oreste abbandona Argo con la sua cultura tribale e irrazionale e giunge ad Atene scoprendo la ragione e la democrazia, allo stesso modo gli stati africani, decolonizzandosi e superando la loro cultura tribale, conquistano l’indipendenza e la democrazia e si avviano a diventare “moderni”. Questo rinnovamento democratico degli stati africani viene visto come positivo da Pasolini perché ritiene nasca dal basso, dal popolo: ed è proprio il popolo, come il coro della tragedia greca, che dovrebbe essere il grande protagonista della sua versione cinematografica e africana del testo eschileo. Oltre al popolo-coro, vi sono poi i personaggi principali della tragedia (Oreste, Agamennone, Cassandra, Elettra, Clitemnestra, interpretati da attori africani), i luoghi, le situazioni: tutto viene trasposto nell’Africa degli anni Sessanta e le suggestive immagini pasoliniane, girate tra Tanzania ed Uganda, che ritraggono volti, azioni e natura, vengono accompagnate da frammenti del testo greco recitati da Pasolini stesso. Attraverso l’universalità di un testo classico del V secolo a.C., Pasolini ci racconta l’Africa sua contemporanea.
Pasolini conclude il film con queste parole, che sono testimonianza delle speranze di un’intera generazione di intellettuali occidentali riguardo la fine del colonialismo e l’instaurarsi della democrazia in Africa e che forse sono valide ancora oggi: “Ecco gli ultimi appunti per una conclusione. Il loro mondo è instaurato. Il potere di decidere del loro destino, almeno formalmente, è nelle mani del popolo. Le antiche divinità primordiali coesistono con il nuovo mondo della ragione e della libertà. Ma come concludere? Ebbene, la conclusione ultima non c’è, è sospesa. Una nuova nazione è nata. I suoi problemi sono infiniti. Ma i problemi non si risolvono, si vivono. E la vita è lenta. Il procedere verso il futuro non ha soluzioni di continuità. Il lavoro di un popolo non conosce né retorica né indugi. Il suo futuro è nella sua ansia di futuro e la sua ansia è una grande pazienza”.



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