domenica 7 aprile 2013

Pasolini, scandalo senza eredi


Eretico e Corsaro




Pasolini, scandalo senza eredi
Da Corriere della Sera del 03/11/2000
La memoria

Pasolini conosceva - di più, ne era specialista - un segreto che noi intravedemmo solo grazie al femminismo: il segreto dei corpi. Che noi non abbiamo, ma siamo un corpo. Che quando facciamo l'amore, mangiamo, giochiamo a pallone, pensiamo pensieri e scriviamo poesie e articoli di giornale, è il nostro corpo che lo fa. Pasolini riconosceva il proprio corpo, e dunque quelli degli altri. Sapeva che esistono i popoli, le nazioni, le classi, le generazioni, e una quantità di altri vasti ingredienti della vicenda sociale, ma li guardava al dettaglio nel modo di camminare e di pettinarsi, di urtarsi per gioco o di ghignare per minaccia. Si sentiva in dovere di essere marxista, ma il suo era un marxismo delle fisionomie, dei gesti, dei comportamenti e dei dialetti. "È da questa esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici". Il sentimento così forte del proprio corpo e di quello degli altri, tenerezza e colluttazione, seduzione e ripudio, "amore a sputi in faccia", passa nel corpo della sua prosa, ma controllato e quasi raziocinante.

Più direttamente passa nelle immagini, negli autoritratti e le interviste e i documentari con la sua voce, o nelle fotografie da uomo nudo o da calciatore, e nel suo cinema. Là le descrizioni di cose viste e rivelate al suo occhio di iniziato diventavano le cose stesse. Gli articoli degli ultimi anni, articoli di moda, per così dire, erano spesso didascalie di immagini, di facce e gesti e fogge. Le fotografie di Pasolini, in questo quarto di secolo, sono state la sua commemorazione più frequente. Succede così a chi, avendo qualcosa da dire, sente di doverlo dire col proprio corpo. A chi sente che, per lui, vivere significa mettere in vista e a repentaglio il proprio corpo.

Farò qualche nome proverbiale: il mahatma Gandhi, il Che Guevara, e anche don Milani. Perfino lady Diana e madre Teresa di Calcutta, per quella volta in cui furono filmate insieme mentre passavano tra i giacigli dei lebbrosi, la vecchia infima e curva che trascinava per mano la giovane dalle gambe lunghe, e per quell'altra volta che morirono pressoché insieme, la vecchia e la giovane, come due candele nella stessa ventata. Corpi, persone. I digiuni, la malattia, la disgrazia, il martirio, fanno di persone simili dei predestinati. I loro tavoli di obitorio sono deposizioni sacre, le loro passioni sono imitazioni di Cristo. I loro visi sono fatti per andare sulle magliette dei ragazzi. Non è detto che siano poeti più grandi di altri poeti, o santi più santi, o combattenti eroici più eroici, o principesse sventate più belle di altre belle: sono persone che hanno seguito il destino del proprio corpo - fino in fondo. Meno vicine ai propri concorrenti di professione - altri poeti, altri santi, altri combattenti, altre principesse - che alle dive e ai semidei dello spettacolo, a Jimmy Dean o a Marilyn Monroe o a John Lennon.

La stessa canzone - la stessa candela - può trasferirsi dall'una all'altra. Per questo Pasolini non ha avuto eredi, benché in tanti si fossero messi in coda. Non bastava avere idee scandalose - che già non riesce così bene, e tanto meno agli imitatori - bisognava essere scandalosi. E gli epigoni erano senza corpo, e non lo sapevano: e quando se ne accorgevano, facevano troppo chiasso per attirare l'attenzione. Il corpo di Pasolini era fatto dall'inizio per fare alla lotta e all'amore. Quando il suo fratello minore Guido - che aveva fatto a pugni per lui, per ricacciare in gola ai ragazzi l'insulto fatto a Pier Paolo, "è una femminella" combatteva da partigiano in montagna e veniva ammazzato a tradimento da altri partigiani, il corpo di Pier Paolo inaugurava i turbamenti dell'amore nella piana friulana. Si addestrava a dare e ricevere, a darle e riceverle.

L'omosessualità non è il punto, benché sia la principale delle condizioni. C'è l'esperienza dell'aggressione e della ferita, dell'esibizione e dell'abbandono: e poi, bisogna avere delle cose da dire. Pasolini è stato un dilettante, si dice: è vero. Purché nel nome di dilettante entri la sofferenza; e anche la competenza. Il dilettante Pasolini non era un autodidatta. Aveva fatto buoni studi, i migliori. Sapeva, se non scoprire ciò che solo la ricerca specialistica consente di scoprire, dove e come trovare le buone scoperte, e tradurle nella propria prima persona. Conosceva il giorno e batteva la notte. Presentiva la propria ultima notte: purché non si ripeta la bestemmia che l'aveva voluta. Solo in questo senso la sua morte fu il punto d'arrivo di una congiura.

Ci avevano messo mano colposamente burocrati scolastici e genitori perbene, agenti dell'ordine e giudici dell'ordine, preti di destra e di centro e di sinistra. Naturalmente, questo non vuol dire meno che si trattò di un orrendo assassinio. Lo si voleva buffone di lusso e capro espiatorio: "Questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni" lo scriveva a Calvino. Mi sono chiesto quanti personaggi così abbia avuto l'Italia. Pochissimi.

Chi può paragonarsi alla sua presa sui sentimenti vivi delle persone? Altri letterati, forse? Italo Calvino è stato un grande scrittore - algido, si dice di lui non so perché, non è affatto algido - e leader culturale, e ha anche raggiunto una gran popolarità, addirittura nel santuario dell'incoronazione umanistica, la scuola. Forse ha avuto più potere di Pasolini, che a suo modo ne ebbe parecchio: tuttavia Calvino non è stato un eccitatore di passioni. Al contrario. Quanto al corpo, se lo è tenuto per sé e i suoi. Alcuni suoi ritratti fotografici sono bellissimi, ma non vanno sulle magliette. Qualcosa di simile vale per altre e altri.

Un posto a parte ce l'ha Dario Fo. Metterei a confronto con Pasolini solo don Milani, per strano che possa sembrarvi. Dalla scuola di Barbiana Pasolini era stato subito attratto, e del resto non gli sfuggiva niente di ciò che di nuovo e periferico spiazzasse le cronache (come il ' 68, per entrare nel quale scrisse la mediocre poesia su Valle Giulia, come un provocante biglietto di presentazione: il testo più citato, meno letto, e più equivocato dei nostri tempi). Anche a Barbiana aveva avuto un incontro malriuscito, e poi la cosa non andò avanti.

Don Milani era a sua volta uno fuori gioco, prete dall'obbedienza scandalosa, perseguitato da cappellani militari vescovi giudici e giornalisti, messo per giunta al bando dalle città e dalla pianura, e fieramente deciso a fare di quell'esilio la sua evangelica trincea. Una tonaca da curato di montagna segnala un corpo d'uomo almeno quanto lo nasconde e umilia. "Un po' femmineo", secondo Pasolini, e, nella Lettera, di un "puritanesimo sessuale degno delle più castigate edizioni paoline". Quel prete - maestro maschio di ragazzi maschi quasi tutti, e vendicatore di loro su una malcapitata professoressa donna - era anche lui, nella veste e nell'esilio, e poi nella malattia portata eroicamente e nella morte precoce, un corpo che si era messo in gioco, che aveva trovato un linguaggio suo e sicuro: di buoni studi e di esperienza vissuta intransigente e originale. Quando la Lettera a una professoressa arrivò ai suoi destinatari del '68, col breve ritardo di un anno, don Milani era morto giovane, e seppellito nel più minuscolo e fuori mano dei cimiteri, e quella morte sembrò un sacrificio; la morte illustrò la Lettera, e viceversa.

Anche don Milani ebbe aspiranti imitatori, meno golosi dei pasolinisti, perché il suo vuoto non era sulla prima del Corriere: anche loro fallimentari. Perché alle persone, ma specialmente a queste, che sanno di avere e essere un corpo, magari per infagottarlo e sottrarlo, non si può credere di somigliare imitandone le idee, né imitandone la vita. (Figurarsi la vita e le idee insieme).

Bisogna che se ne ricordi chi costruisce genealogie alla propria parte, o le riaggiusta: che le idee si misurano sulla vita dei loro autori, e viceversa. Fatto sta che don Milani può andare sulle magliette dei ragazzi. (Come, agli antipodi della canonica di Barbiana, il papa Wojtyla: il quale, idee a parte, ha un corpo, è un corpo, gran novità nel suo mestiere, e due volte scandaloso, nel vigore sportivo e nella malattia e vecchiaia). C'era stato Pannella, e Pasolini se ne riconobbe debitore. Pannella è più parlatore che scrittore. Nel 1974 l'immagine del processo penale al potere, al Palazzo, Pasolini la prese da Pannella. Pannella aveva avuto la temerarietà di far testimoniare dal proprio corpo digiuno la fame del mondo. Ci fu un tempo in cui la gente aveva di Pannella, più ancora che di Pasolini, la sensazione che sarebbe finito male: forse lo pensava anche lui.

Pasolini non ha avuto eredi, dunque. Successe però dopo la sua morte qualcosa che sembra contraddire quello che ho detto finora sui personaggi trascinatori di passioni, e forse lo conferma a contrario. Parlo del rilievo pubblico e politico che si guadagnò, quasi di malavoglia, Leonardo Sciascia. Sciascia aveva avuto da tempo il successo, e già Pasolini gli aveva riconosciuto "una certa forma di autorità", un'autorità "solamente personale: legata cioè a quel qualcosa di debole e di fragile che è un uomo solo".

Sciascia era laconico fino al silenzio e fisicamente restio fino a passar inosservato, e la sua stessa scrittura era frenata e discreta. Era, nello stesso modo del suo successo, un anti-Pasolini. Perciò il cambiamento fu ancora più singolare. Esso venne dopo la morte di Pasolini, e anzi come una specie di conseguenza di quella. Come se nel vuoto di quella Sciascia non avesse premeditato di avanzarsi, ma vi fosse stato attratto, e una volta là accettasse fino all'oltranza la sfida polemica e la recisione delle opinioni. Lo dichiarò così, nel 1981: "Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c'è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte".

Lo Sciascia polemista diventò drastico fino alla rottura dei legami personali, e si indusse all'impegno politico diretto e scorbutico, in Sicilia prima poi nel Parlamento: e quando, prima di tornare da quella escursione estroversa alla sua timidezza scettica, ne trasse il risultato più impegnato, il libro sull'Affaire Moro (1978), lo aprì con le pagine indirizzate al morto Pasolini, con un rimpianto struggente e una complicità fraterna. Così l'intellettuale più lontano dall'azione e dalla corporeità diventò, quasi per contrasto, sulle stesse colonne del più ufficiale quotidiano italiano, un popolare eccitatore e divisore di coscienze.

Dopo, non c'è stato molto altro. La correttezza politica è necessaria, finchè non diventi stucchevole e perbenista, ma non suscita sfidanti all' ordine mentale costituito. D'altra parte i suoi trasgressori per partito preso hanno spesso cura di tener distinte le loro enormità verbose dall'assicurazione sulla vita. La televisione, quando è troppo frequentata, annulla la distanza e con essa il carisma. Regala il successo colossale ma facile: quello di "uno qualunque del pubblico".

I corpi, nel frattempo, hanno trionfato, come in un carnevale. C'è stata la resurrezione, nel mondo di qua. Pasolini rivendicava per sé una vissuta "competenza in facce" (e in maschere senza facce dietro, come quelle dei capi democristiani), e gliela ributtavano addosso con l'insulto di "esteta": ora la competenza in ogni centimetro cubo di corpo è diplomata, e la parola è degli estetisti. Le facce non occorre andare a guardarle nelle strade del mondo, a Torvajanica o a Praga o a Isfahan, per misurare quanto siano diventate uguali e quanto resistano differenti. Basta guardarle in televisione - lo si può fare perfino da una galera, e poi scriverne sulla prima pagina di un grande quotidiano.

Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5722



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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