domenica 7 aprile 2013

Tutta la vita per una morte violenta




Tutta la vita per una morte violenta
Da Corriere della Sera del 03/11/1975

Ho conosciuto per la prima volta Pier Paolo Pasolini ventidue anni fa, quando era un giovane scrittore completamente ignoto, che viveva alla periferia di Roma, insegnando per ventimila lire al mese in una scuola media di Ciampino. Mi pregò di accompagnarlo a Fiuggi, dove cercava materiale per un libro, che due anni dopo sarebbe comparso con il titolo di Ragazzi di vita.
Per tutto un pomeriggio, lo ascoltai domandare notizie su un furto a un ragazzo delle borgate romane. Voleva sapere tutto – l'ora della notte, il quartiere, la casa, le cancellate, la fuga per le strade di Roma inseguiti dalla polizia – con una minuzia meticolosa, come se il destino del libro e di lui stesso dipendessero dalla sua esattezza nel registrare ogni gesto e colore. Così imparai che la letteratura è soprattutto figlia della precisione.
Allora era lontanissimo dall'immagine pubblica che, cogli anni, si è incrostata sopra di lui. Non ho mai conosciuto una persona così innaturalmente e dolorosamente gentile: così pronta a chiarire, a spiegare, a venire incontro, a cancellarsi dietro il suono lento e un poco spento della sua voce. Mi domandavo perché fosse tanto gentile. Non chiedeva perdono per le proprie colpe, sebbene sapesse di averne. Non chiedeva nemmeno il piacere dell’amicizia, sebbene allora ne avesse disperatamente bisogno. Col passare del tempo uno capiva che questo innaturale fiore di gentilezza nasceva dalla dolcezza morbida e correggesca del giovane Narciso, che non distingue tra sé e il mondo, che si sente illimitato come il mondo, e riversa sopra di esso l’indistinta pienezza di sensazioni che attraversa la sua mente e il suo corpo. Quando si guardava allo specchio e dallo specchio emergevano insieme al suo volto tutte le cose della terra, doveva avere il timore di perdersi: di diventare pianta, erba, animale, pioggia d'autunno, temporale che si scatena all'orizzonte.
Ho sempre avuto paura per lui, come fosse un’ombra che può dissolversi da un momento all’altro o venire calpestata dai piedi ignari e crudeli dei passanti.
Tra il 1955 e il 1961, ebbe la sua stagione gloriosa: una serie di libri diversi (La meglio gioventù, L’usignolo della chiesa cattolica, Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo), due romanzi (Ragazzi di vita, Una vita violenta) e il Canzoniere italiano rivelarono il maggior talento della sua generazione.
Sembrava che avesse tentato una scommessa con se stesso: mettere in ogni modo alla prova la sua sensibilità illimitata, suscitarla con tutte le armi dell'intelligenza e della cultura, battezzarla in forme sempre diverse, come un manierista del Cinquecento o un decadente del principio del nostro tempo. Tutto pareva riuscirgli, quasi avesse scoperto dentro di sé un tesoro così ricco che solo i decenni potevano esaurire. Ma all'improvviso, diventò più secco e distante: i suoi occhi infantili si spensero: la sua gentilezza non era più quella di chi si perde nella sfinita dolcezza della terra, ma di chi capisce guardando da molto lontano.
Poco dopo Pasolini si mise a fare film di successo, e a scrivere articoli sui giornali. Per quanto potessero significare queste produzioni, erano appena la pallidissima eco di ciò che aveva scritto una volta. Pasolini lo sapeva benissimo. Pensavo che il suo talento si fosse esaurito: che fosse troppo orgoglioso per accettare la dorata e bene amministrata decadenza del letterato; e volesse agire freneticamente, offendere e colpire, venire offeso e colpito, per dimostrare di essere vivo.
Non era così. Una figura lo aveva sempre ossessionato: Cristo deriso, sputato, colpito, lapidato, inchiodato, ucciso sulla croce. Facendo film, scrivendo e vivendo, egli cercava soltanto di venire lapidato ed ucciso, come la pietra dello scandalo, la pietra d'inciampo, che viene respinta dalla società umana. Ma Cristo morì per salvare gli uomini. Lui sapeva di non potere salvare nessuno, tanto meno se stesso. Voleva soltanto conoscere la morte atroce, immotivata, vergognosa – la vera morte, non quella lenta e pacifica che noi sopportiamo nei nostri letti educati: la morte che aveva sempre reso terribile la sua dolcezza.

Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5723



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