giovedì 27 giugno 2013

Il calcio di Pasolini


Eretico e Corsaro



Marzo ’75: la troupe di “Novecento”, capitano Bernardo Bertolucci,
sfida e batte quella di “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”.

Scuro in volto, Pier Paolo Pasolini abbandona il campo.
Perché l’intellettuale più discusso d’Italia al calcio ci tiene parecchio.
Il ritratto di uno scrittore che giocava dovunque, sul set, per strada,
in borgata. E la domenica allo stadio, in prima fila, a tifare Bologna)


Novecento contro Centoventi.


Primavera 1975. Pasolini si è stabilito con la sua troupe all’albergo San Lorenzo di Mantova. In quella provincia, nella villa di Pontemerlano di Roncoferrato, si svolgono le riprese di “Salò o le centoventi giornate di Sodoma“, il suo ultimo film. Un viaggio all’Inferno, al più basso fondo del male, che ogni spettatore si porterà dietro per sempre, niente a che fare con la normale visione di un film, un’esperienza invece tragica e irreversibile, tanto autentica da essere definitiva.
Poco lontano, nei dintorni della sua città natale, Parma, Bernardo Bertolucci attende alla regia di “Novecento“. Il 16 marzo, giorno del compleanno di Bertolucci, su entrambi i set le riprese sono sospese, per lasciare la possibilità, alle due compagnie, di allestire ciascuna la propria rappresentativa calcistica. “Novecento“ contro “Centoventi“, dunque.
La sfida è l’atteso evento intorno al quale ruotano i festeggiamenti in onore del regista parmigiano. Qualcuno avanza l’ipotesi che, dietro l’organizzazione della gara, ci sia l’intento di ristabilire la pace dopo un’incomprensione, difficile a dirsi se vera o presunta, tra i due registi, a causa di alcune critiche mosse da Pasolini e male accolte dal suo vecchio assistente alla regia.
Luogo deputato all’incontro è il campo della Cittadella, poco distante dal Tardini e ancor oggi sede degli allenamenti del Parma – all’epoca in serie B. Il festeggiato non scende in campo, si limita a parteggiare per i propri colleghi dalla tribuna; Pasolini, inutile dirlo, per nulla al mondo avrebbe perso l’occasione di prendere parte a quella partita; nel ruolo di ala, come di consueto. Si stringe al braccio la fascia di capitano, e con tutta probabilità è proprio lui ad imporre ai suoi le casacche rosso-blu del Bologna. La funzione dell’arbitro viene spartita e assolta, in ciascuno dei due tempi, da un direttore di gara differente: il primo, se così si può dire, di estrazione “Centoventi“, l’altro “Novecento“.


…quanto alla squadra di Bertolucci le divise erano opera fantastica della costumista di “Novecento“ (un lavoretto in più, da aggiungere ai circa quattromila costumi già elaborati per il film) Gitte Magrini: maglie viola copiativo con le cifre 900 in giallo verticale, calzettoni a strisce multicolori destinati a sviluppare, per il gioco di gambe, un effetto caleidoscopico (e psichedelico) tale da rendere difficile l’individuazione del pallone ai rivali. (1)

Così la cronaca apparsa su “La Gazzetta di Parma” qualche giorno dopo la partita, resoconto aperto da un titolo incentrato proprio sulle fogge inusuali delle uniformi sportive ideate dalla Magrini: “Bertolucci batte Pasolini (5-2) grazie ai calzettoni psichedelici“.
Il risultato parla chiaro sull’andamento dell’incontro, qualche equivoco nasce invece dalle ricostruzioni a posteriori, in particolare dalla memoria di Bertolucci che riferisce di un 19 a 13 e di un Pasolini che abbandona il campo stizzito per non essere stato coinvolto nel gioco dai compagni più bravi di lui.
A portare un chiarimento è la testimonianza di Ugo Chessari, una delle vittime in “Salò“, reduce, quanto a esperienza calcistica, da una militanza nel settore giovanile della Lazio non molto tempo addietro. Il suo ricordo travalica l’occasione singola e si diffonde sul ruolo egemonico del pallone come svago durante le pause di lavorazione del film, forse una sorta di esorcismo contro la martellante crudeltà delle scene che si rappresentavano: Si arrabbiò: è vero. E lasciò il campo perché era fatto così, era una sua caratteristica diciamo negativa: ci teneva troppo. Lui non ci stava a perdere, era un intenditore di calcio: la prendeva con serietà, mentre Ninetto Davoli, per esempio, s’ammazzava dalle risate. Tra di noi c’erano cinque-sei giocatori buoni, il resto soltanto molta voglia. Fu un’esperienza bellissima quella di Salò, il pallone non mancava mai, a volte si saltava il pranzo per giocare”.



Una fotografia: il calcio come improvvisazione


Racconta Ninetto Davoli:
“Ogni volta che sentivamo il rumore di un pallone
ci fermavamo e cominciavamo a giocare”

Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente.

È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dell’equilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco.
Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il “gioco“: sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale, in quella foto, la posa e lo sguardo, l’abito e la strada. È la fotografia più bella del Pasolini calciatore perché il calcio al pallone è in essa un gesto di libertà e di gioia.
A indovinare dall’esterno, non si direbbe neppure una partita vera e propria, con tutta probabilità si trattava piuttosto di un incontro non prestabilito: una di quelle occasioni offerte dal caso in mezzo alla strada che lo scrittore aveva accolto di buon grado, unendosi, com’era solito fare, a quelle situazioni in cui non si contrasta e non si segnano dei goal, ma si fa semplicemente volare e correre il pallone, si prova qualche finezza, si urla e si ride mentre la palla l’hanno gli altri.
Pasolini si prende la libertà di sporcarsi e di sudare quando non dovrebbe, di rovinare i suoi vestiti e magari di dimenticarsi di qualche appuntamento. Di sicuro quel mattino annodandosi la cravatta non prevedeva questa piccola occasione per scalmanarsi, ma quando essa si è presentata non ha avuto bisogno di prepararsi o cambiarsi, e neppure di togliersi la giacca. Ha chiamato, ha detto – passamela! – e via.
È il modo di essere libero e tipico del bambino, che può correre senza remore dietro al pallone anche fuori della chiesa, dopo la prima comunione, con il vestito della festa e i mocassini, perché a vedere una palla che salta e rotola non si può star lì a guardare. Oltre i quindici o sedici anni, la vita attenta e pulita opprime, nega la possibilità di un simile divertimento, così estemporaneo e “anarchico”, e vedere il poeta in cravatta che gioca per strada a trenta e a quaranta mette addosso una qualche malinconia.
Altra foto. Lo scrittore col pallone tra i piedi sopra una pezza d’erba. Stavolta ha intorno parecchi ragazzi scamiciati. Ancora quella condizione libera, a profusione continua e quasi magmatica, del gioco del pallone, che nella periferia romana riempie le strade e i pomeriggi, tutti gli spiazzi i prati secchi e le comitive.
Tra Pietralata e Monteverde imbattersi in una “partitella“ doveva essere cosa abituale e Pasolini partecipava, secondo la testimonianza di Ninetto Davoli, sempre volentieri e con un’accensione di entusiasmo, una sorta di piacevole impellenza alla quale era ben facile arrendersi.
In borgata il calcio è continua “improvvisazione“, qualche passaggio e qualche corsa, strilli risate e parolacce. Chiunque arriva può aggregarsi. Schiamazzi e polverone sono un basso continuo, sonoro e figurativo; tra sterri e immondizie, nel paesaggio urbano in costruzione di “case non ancora finite e già in rovina” c’è sempre un circolo di giovani o uno sciame di ragazzini che si riversa negli spazi desolati rincorrendo una palla:

(…) quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare…
…Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. “Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!” gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. “‘E donne”, disse poi, facendo una rovesciata. “Vaffan…”, gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa,… Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza.
Allora il roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti. (2)





Le lettere (3) e le corse di “Stukas”: il calcio ufficiale

“Era instancabile e generoso…
Diceva sempre che una partita di calcio
era come un mese di vacanze”

Ne parlava Giovanni Giudici qualche mese fa, in un convegno sul tema della Malinconia in svolgimento al Teatro Argentina di Roma, dove nel pomeriggio avrebbe dovuto leggere una scelta di suoi versi. Si era presentato sul palco inaspettatamente a fine mattinata, aiutato dalla moglie e da qualche zelante spettatore per salire quei pochi scalini che separano il palco stesso dalla platea, e là sopra, con la noncuranza del vecchio simpatico al quale tutti ormai tributano l’autorità di maestro, e che perciò può infischiarsene del tono altero e un po’ trombonesco dei relatori, una voltà là sul palco ricordò, lui tifoso del Genoa, l’amico Vittorio Sereni, di nota fede interista. E di preciso raccontò una domenica di nebbia trascorsa assieme allo stadio Meazza, per assistere a una partita senza storia disputata appunto tra Inter e Genoa. Anni dopo quel campo avvolto di nebbia sarebbe entrato in alcuni versi di Giudici, per un malinconico ricordo dell’amico da poco scomparso.

Tutti conoscevano la passione di Sereni per l’Inter, come del resto tutti erano al corrente dell’altrettanto coriacea fede di Pasolini nel suo Bologna. Di frequente considerazioni, chiacchiere e sfottò calcistici entravano nella corrispondenza tra i due, laddove i più ingenui immaginerebbero invece, in uno scambio epistolare tra due poeti, solamente discussioni letterarie o toni seriosi. Pasolini ormai stabilmente a Roma, Sereni come sempre a Milano, frequentano abitualmente gli stadi delle rispettive città:

Dunque… io sono tifoso e tutte le domeniche vado all’Olimpico di Roma; sono, naturalmente, tifoso del Bologna, essendo Bologna la mia città natale. Per quanto riguarda il tifo in genere, io penso che esso sia inscindibile dallo sport… (4)

La piacevole consuetudine di frequentare gli stadi Pasolini la condivide con Giorgio Bassani, ferrarese – seppur non di nascita – e tifoso della Spal, e con Mario Soldati, juventino. È del tutto ovvio che, laddove se ne offra l’occasione, Pasolini non disdegni di assistere a partite di calcio anche in altri stadi, al di fuori della sua città adottiva:

L’ultima partita a cui ho assistito, è stata la partita tra il Torino e l’Inter, due o tre domeniche fa. Ci sono andato in una grigia giornata torinese con Mario Soldati. Ha vinto il Torino (per cui, in quell’occasione tenevo, pur con gran sforzo: perché la… classe – sì, lo ripeto, questa orrenda parola, la ‘classe’ – dell’Inter mi affascinava – anche se si è manifestata, e a frammenti, solo nel primo tempo: specie attraverso Corso (‘classe’ non vuol dire sempre simpatia: essa è come la grazia: crudele).
Quella domenica, il Bologna ha perso (ho l’impressione, immeritatamente, con la Roma di Herrera) per due a uno. Che dolore! Che dolore! (5)

La passione di Pasolini per il Bologna non conoscerà mai alcun calo di intensità, quasi che la lontananza, la rarità di poter ammirare la propria squadra dal vivo, acuisse in lui l’attaccamento a quella maglia, anziché smorzarlo. Gioie e arrabbiature per i risultati dei rosso-blu sono ovviamente più vive o cocenti nelle ghiotte occasioni in cui il Bologna scende a Roma per disputare una gara in trasferta. In proposito si può leggere una testimonianza dell’amico romano Franco Citti:

Era un grande tifoso del Bologna. Una volta sola l’ho visto incazzato davvero. È stato quando andammo all’Olimpico a vedere Roma-Bologna e la sua squadra perse 4 a 1. La febbre del calcio, comunque, che forse non era riuscito a consumare al punto giusto quando da piccolo viveva in Friuli, non riusciva proprio a togliersela. (6)

Nella condivisione di euforie e tristezze collegate alle vicende calcistiche bolognesi, Pasolini ha un fedele alleato in Paolo Volponi. La comune passione sportiva si insinua nella corrispondenza tra i due con accenti particolarmente divertenti, che vale la pena di ricordare da un paio di lettere scritte da Volponi, entrambe nel ‘57: “Ma sappi che tengo per te come per Coppi e per il Bologna”; e dopo la vittoria dell’amico al Premio Viareggio dello stesso anno, l’invito, affettuoso e ottimistico, fu quello di tenere “una parte del milione da spendere in partite, giacché quest’anno seguiremo felici i trionfi del Bologna: che belle domeniche pomeriggio con i risultati sicuri nei tabellini dei caffè, con la Roma travolta…”
Lo stesso Volponi è di solito chiamato in causa al fianco di Pasolini quale accanito rappresentante del fronte del tifo bolognese, in particolare nelle poche righe che Pasolini stesso scambiò con Vittorio Sereni nel ‘54, a cavallo di un Inter-Bologna disputato una domenica di novembre di quell’anno:

Roma, 12 novembre 1954
Caro Sereni,
(…) Intanto ti avverto che domenica il mio cuore è a Milano, insieme a quello grassoccio di Volponi: tutti e due a palpitare fino sull’orlo della trombosi. E mi dispiace che la gioia nostra sarà la tua disfatta… Pier Paolo Pasolini
Milano, 15 novembre 1954

(…) Tanti affettuosi saluti, Tuo Sereni che non sapeva, badate, dell’esistenza d’un formidabile alleato al vostro San Petronio, San Gregorio, il più formidabile di tutti. Comunque, come Teodorico
morente vedeva Severino Boezio, ieri ho visto al 90° sul cielo di
San Siro effondersi il tuo ghigno e il serafico sorriso di quel
volpone di Volponi.
Vittorio Sereni


Soltanto un paio d’anni dopo Sereni avrà occasione per una vendetta, e non se la lascerà sfuggire, infierendo con ironia amichevole e pungente su un Bologna quindicesimo in classifica, dall’alto di un secondo posto dell’Inter inseguitore in vetta del Milan. La lettera è del 4 dicembre 1956: “Ho bisogno di riprendere in mano certe cose interrotte e il mio lavoro, in queste condizioni, sarà sempre precario. Sicché ci vorrà del tempo prima che io sia convinto di pubblicare qualcosa in modo non clandestino: almeno il tempo che occorrerà al Bologna per risalire dalle attuali bassure (e Campa cavallo, come vedi)”.
Le domeniche pomeriggio allo stadio resteranno sempre per Pasolini un patrimonio da difendere:

Ma, strano a dirsi, tutto è cambiato in questi trent’anni. Mi ricordo di quel tempo come se fosse il tempo di un morto; tutto è cambiato, ma le domeniche agli stadi, sono rimaste identiche. Me ne chiedo il perché… (7)

La volontà tenace e ingenua di restare attaccato a quel nodo di vitalità autentica – a quel linguaggio fisico, muscolare e tecnico che, forse per esser tale, si era per miracolo conservato -, sta probabilmente al fondo della serietà e dell’impegno che, a giudicare dalle numerose e concordi testimonianze, Pasolini metteva sempre sul campo. Non era di certo nel suo costume lesinare sulla carica agonistica o sull’attenzione per la tattica; il fatto è che ci teneva fin troppo, e questo lo portava a volte fino alla rabbia. La rabbia triste di chi si accorge che, attorno al pallone che salta e rotola, si conserva quel poco di amicizia e di gioia concessi; il gioco, l’unico fantasma salterino al quale affidarsi ogni tanto, sebbene sperperato dimesso e umiliato dalla maturità. Era questa ultima rimanenza che il veloce Stukas inseguiva forse sulla fascia, e contro l’irritante inconsistenza del fantasma raddoppiava l’aggressività degli scatti, opponeva gli sguardi fissi, il sudore e la voglia, una concentrazione tanto seria da sembrare a qualcuno perfino eccessiva, a chi avesse dimenticato la cosa perduta:

(…) I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. (8)
(…) Io, su questo, sono rimasto all’idealismo liceale, quando giocare al pallone era la cosa più bella del mondo. (9)


Note

1. La Gazzetta di Parma, 20 marzo 1975. Questo, come la maggior parte degli articoli, le altre testimonianze e citazioni, contributi fotografici, ove non specificato, sono riportati dal libro complessivo sull’argomento: Valerio Piccioni, “Quando giocava Pasolini. Calci, corse e parole di un poeta”, Limina 1996

2. Pier Paolo Pasolini, “Ragazzi di vita”, ora in: “Romanzi e Racconti, Vol. I”, 1946-1961, Mondadori 1998, pp. 528-529

3. Tutti i riferimenti epistolari si trovano in: “Pier Paolo Pasolini, Lettere 1940-1954″, a cura di N. Naldini, Torino, Einaudi 1986 e “Lettere 1955-1975″, a cura di N. Naldini, Einaudi 1988

4. Paese Sera, 23 marzo 1956

5. Pier Paolo Pasolini, “Il caos”, a cura di G.C. Ferretti, Editori Riuniti 1979

6. Franco Citti, “Vita di un ragazzo di vita”, Sugarco 1992, p. 120

7. Pier Paolo Pasolini, “Il caos”, op. cit.

8. Ibid.

9. Pier Paolo Pasolini, “Reportage su Dio”, Il Giorno, 14 luglio 1963; ora in “Romanzi e Racconti, Vol. II”, 1962-1975, Mondadori 1998, pp. 1852-1863



Fonte:
“Il calcio di Pasolini” è tratto da Storie 37-38/999 – Veronica a centrocampo
http://www.storie.it/numero/il-calcio-di-pasolini/



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martedì 25 giugno 2013

Pelosi, l'ultima verità su Pasolini. "L'assassino è vivo e in libertà"




Pelosi, l'ultimo verità su Pasolini. "L'assassino è vivo e in libertà"
Anna Maria Liguori
21 dicembre 2011

"Pino, anche se non ci conosciamo ti chiedo una cosa. Sono stato amico di Pierpaolo e non ho mai creduto alla tua versione dei fatti. Hai mentito per paura, perché eri minacciato. Ora dicci cos'è successo". L'ex sindaco di Roma Walter Veltroni incalza Pino Pelosi, reo confesso della morte di Pierpaolo Pasolini, arrivato a sorpresa nella libreria Mondadori in via Piave, durante la presentazione del libro "Nessuna pietà per Pasolini" di Stefano Maccioni, D. Valter Rizzo e Simona Ruffini.
L'ex "ragazzo di vita" era un minuto prima in fondo alla sala, aveva battibeccato con gli autori, aveva sottolineato di "essere una vittima e non un carnefice", di non voler "essere chiamato Giuda" perché era stato "aggredito e minacciato". È stato allora che Veltroni, seduto tra i relatori, lo ha invitato a parlare e poi, una domanda dopo l'altra, gli ha cavato fuori una sorta di confessione, certo l'ennesima versione, ma pur sempre una confessione. "Hai parlato di tanta gente coinvolta nell'omicidio ha sottolineato Veltroni tutti morti. Anche l'assassino è morto? O vive e non ha mai pagato?". Pelosi è titubante ma cede: "Sì - ammette - è ancora vivo".
Una verità che arriva dopo un'intervista a tutti gli effetti nata a braccio, l'ex leader del Pd fa domande e lui risponde, come forse non ha fatto mai. "Chi ti minacciava?", chiede Veltroni. "I fratelli Borsellino", risponde Pelosi (morti entrambi di Aids, ndr). "Dicci di quella sera", chiede Veltroni. E lui racconta: "Pasolini mi ha fatto salire in macchina a Termini. Siamo andati a cena al Biondo Tevere. Poi siamo andati all'Idroscalo e abbiano avuto un rapporto sessuale. Io sono sceso dall'auto per fare pipì. Dopo qualche secondo ho visto arrivare una moto con due persone a bordo e un'auto, forse una 1300 o una 1500, con quattro uomini. In seguito ho ricordato che ci seguivano dalla stazione. Un paio di loro hanno tirato Pierpaolo fuori dall'abitacolo e hanno cominciato a picchiarlo, era a terra già mezzo morto quando gli sono passati addosso con l'auto". Veltroni torna a capo: "È stato allora che hanno cominciato a minacciarti?". Pelosi annuisce: "Uno di loro è venuto da me, me le avevano già date, e mi ha detto "inventati qualcosa, se dici qualcosa famo fuori te e tutta la famiglia tua". E pure in galera me lo ricordavano, erano detenuti questi, quando mentivo mi dicevano "bene così". Non mi hanno mai mollato". E Veltroni. "Pure il tuo anello nella sua macchina era un bluff?". Ancora una volta dice sì: "Ce l'hanno buttato loro per incastrami. Era tutta una trappola per farlo fuori. Una cosa pensata". Poi Pino Pelosi tace di botto, va verso Veltroni gli stringe la mano e se ne va.

Fonte:
http://www.reti-invisibili.net/pasolini/articles/art_15312.html



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«Quelle carte rubate dopo la morte»





«Quelle carte rubate dopo la morte»


Pasolini e «Petrolio»: Guido, cugino di Pier Paolo, conferma l’episodio

Dunque, ricapitoliamo. L’«Appunto 21» di Petrolio, che si intitola «Lampi sull’Eni», fu scritto certamente da Pasolini, ma nel manoscritto del romanzo non c’è: ne è rimasto solo il titolo. Fu scritto certamente, perché qualche pagina dopo l’autore vi fa cenno, rimandando il lettore a quel paragrafo come a un testo compiuto. Il secondo volume Mondadori (Meridiani) dei Romanzi e racconti, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, contiene Petrolio, il libro incompiuto a cui Pasolini stava lavorando da tre anni quando, il 2 novembre 1975, venne ucciso a Ostia nelle circostanze oscure di cui sappiamo. Nella Nota al testo riguardante il romanzo, Silvia De Laude chiarisce la genesi e lo stato dei lavori e nelle Postille che ne seguono commenta, da brava filologa, passo per passo, la situazione testuale, le varianti, le cassature e le inserzioni. Ma in coincidenza di quella pagina bianca e del successivo riferimento nell’«Appunto 22», non c’è nessuna annotazione che illustri le ragioni del vuoto e il cenno alla parte mancante.
Quella lacuna rimane oscura persino nell’edizione più affidabile di Petrolio. È come se si volesse sorvolare su quella incongruenza. In realtà, la cugina ed erede di Pasolini, Graziella Chiarcossi (filologa a sua volta), nega un’evidenza: e cioè che quelle pagine siano esistite. In un’intervista a Paolo Mauri («la Repubblica» 31 dicembre 2005), afferma: «Sarebbe meglio dire che di quel capitolo è rimasto solo il titolo, come per tanti altri rimasti in bianco», fingendo di ignorare che poche pagine dopo l’autore vi accenna come a un paragrafo compiuto. Nella stessa intervista la Chiarcossi nega anche che dopo la morte di Pier Paolo si sia mai verificato un furto di carte nella casa dell’Eur in cui viveva con suo cugino. E ricorda invece un’effrazione precedente. Ma qui entra in conflitto con il ricordo di Guido Mazzon, cugino anche lui di Pasolini, per via materna (sua nonna era sorella della mamma di Pier Paolo). Il quale Mazzon aveva già dichiarato a Gianni D’Elia, per il suo libro Il Petrolio delle stragi pubblicato nel 2006 da Effigie, di aver ricevuto, giorni dopo la morte del cugino, una telefonata in cui Graziella accennava al fatto che alcuni ladri erano entrati in casa portandosi via dei gioielli e delle carte del poeta. Ora viene annunciato che le carte scomparse saranno esposte alla Mostra del Libro Antico di Milano (dal 12 marzo) e Mazzon conferma tutto con un certo imbarazzo: «Nel ’75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: “Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa”. E pensai anche: “Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?”. Il mio stato d’animo sul momento fu proprio quello. Avevo 29 anni e ricordo bene la sensazione che ebbi. Poi il particolare del furto mi tornò alla mente leggendo Petrolio e venendo a sapere della parti scomparse».
//
Perché l’imbarazzo? «Perché non riesco a capire come mai mia cugina continui a negare quel fatto. Dopo l’annuncio del ritrovamento, l’ho cercata al telefono, ma senza successo: vorrei chiarire, cercare di ricomporre il ricordo. Mia madre è morta due anni fa e non posso più chiederle conferma, ma quella comunicazione telefonica ci fu e si verificò dopo la morte di Pier Paolo, non potrei dire esattamente quanti giorni dopo». Mazzon si dice idealmente pasoliniano a tutti gli effetti. Nell’Oltrepò, dove abita, conserva ancora un prezioso regalo che suo cugino gli fece tanto tempo fa: «Ero a Casarsa l’estate del 1957, avevo undici anni. Pier Paolo, arrivato da Roma in una delle sue fugaci comparse per salutare la madre, mi vede scendere le scale di casa con una vecchia tromba a cilindri in mano. “Come puoi suonare con uno strumento così antiquato?” (“orrendo”, stava pensando con un suo aggettivo), mi chiede. Poi con aria leggermente imbarazzata stacca un assegno e mi dice: “Tieni, comprati una tromba nuova, argentata!” (“stupenda”, pensava)». È un brano del suo libro, La tromba a cilindri, pubblicato nel 2008 da Ibis. «Pier Paolo mi ha insegnato l’amore per la letteratura e la poesia, che per me è diventata musica». Trombettista e compositore jazz, Guido Mazzon ha messo su qualche anno fa uno spettacolo intitolato «L’eredità ideale». Era un omaggio a Pasolini. Un omaggio, esattamente come il desiderio di ricostruire tutta la verità su Pier Paolo, ribadendo quel lucido ricordo che altri familiari hanno curiosamente rimosso. Perché quel particolare, come si sa, potrebbe aprire nuovi scenari.

Paolo Di Stefano
Il Corriere della Sera

Fonte:
http://sottoosservazione.wordpress.com/2010/03/04/%c2%abquelle-carte-rubate-dopo-la-morte%c2%bb/#more-10980



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Lettere luterane 1976 (pubblicazione postuma)

"ERETICO & CORSARO"

Vedi anche: Pasolini - Opere


Immagine

Lettere luterane 1976 (pubblicazione postuma)
da Fulvio Panzeri, Guida alla lettura di Pasolini,
Mondadori, Milano 1988


Il volume postumo Lettere luterane si presenta come la parte finale e conclusiva degli Scritti corsari: raccoglie infatti gli articoli che vanno dal marzo 1975 all'ottobre dello stesso anno. Il titolo della raccolta è stato scelto dall'editore. 
La prima parte del volume è composta da un "trattatello pedagogico" destinato a Gennariello, un immaginario ragazzo napoletano, scelto "perché in questo decennio i napoletani non sono molto cambiati: sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia". Nel "trattatello" Pasolini analizza le "fonti educative" del ragazzo e ne mette in rilievo gli errori e gli orrori, le armonie e le disarmonie, passando in rassegna il linguaggio pedagogico delle cose, i compagni ("che sono i veri educatori"), i genitori ("gli educatori ufficiali"), la scuola ("insieme organizzativo e culturale della diseducazione"), la stampa e la televisione ("spaventosi organi pedagogici privi di qualsiasi alternativa"). Il "trattatello" è incompleto: gli argomenti di cui Pasolini si sarebbe occupato nel seguito sono il sesso, la religione e la politica. 
La seconda parte del volume, invece, è la vera e propria continuazione della raccolta degli Scritti corsari. Il più celebre di questi scritti è indubbiamente quello incentrato sulla metafora del Palazzo, con la distinzione tra "dentro" e "fuori" e quindi tra "potere (dentro)" e "Paese (fuori)". Scrive in proposito Pasolini: "Fuori dal Palazzo, un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia (coincidendo con la sua prima vera unificazione: mutazione che per ora lo degrada e lo deturpa". Tra le due realtà, la separazione è netta, e al suo interno agisce il "Nuovo Potere", che, con la sua "funzione edonistica" riesce "a compiere "anticipatamente" i suoi genocidi". Su questa linea, in un altro articolo lo scrittore ipotizza, con un'altra immagine metaforica, il Processo ai potenti democristiani. 
Le provocazioni pasoliniane continuano con due proposte che gli sono suggerite dalla contestazione "della perdita da parte dei giovani del popolo dei propri valori morali, cioè della propria cultura particolaristica, coi suoi schemi di comportamento". 
Pasolini chiede infatti l'abolizione della scuola media dell'obbligo e della televisione, e giustifica le sue richieste così: "La scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la nuova produzione (produzione di umanità). Se dunque i progressisti hanno veramente a cuore la condizione antropologica di un popolo, si uniscano intrepidamente a pretendere l'immediata cessazione delle lezioni alla scuola d'obbligo e delle trasmissioni televisive". Poi, in un successivo articolo lo scrittore chiarisce che la sua proposta prevede "un'abolizione provvisoria, in attesa di tempi migliori: e cioè di un altro sviluppo" e suggerisce quello che a suo giudizio si potrebbe fare per migliorare tali istituzioni. 
Il discorso svolto da Pasolini nei suoi ultimi articoli risulta ancor più coinvolgente del solito punto di vista della scommessa polemica. Il centro su cui esso si fonda è rappresentato dalla delineazione dei caratteri di quello che lo scrittore chiama "genocidio": un fenomeno che, all'interno della società italiana, ha prodotto solo coscienze caratterizzate da "un'atroce infelicità o da un'aggressività criminale".Del resto, quella che dapprima era solo una constatazione dello scrittore o una sua supposizione, ora, come dimostrano gli episodi di cronaca nera, è diventata una tragica e dolente conferma. Comunque, Pasolini, nelle Lettere luterane, non assume il tono di "colui che grida nel deserto", ma si presenta con l'ansia e l'ossessione di chi vuole persuadere di una amara "verita'", delineata in frammenti di realtà storiche concomitanti e causali della stessa "verità" messa a nudo. 
Gli assunti espressivi di questi ultimi scritti pasoliniani, tra l'altro, sembrano denotare lo sfinimento dell'intellettuale che deve continuamente, quasi nevroticamente, insistere sulle stesse argomentazioni per rendere più evidente il male oscuro che si espande dal consumismo ormai eletto a nuovo e unico valore. Le Lettere luterane sono così il gesto di rivolta di un uomo che si sente estraneo dal mondo in cui vive, ma per questo non smette di guardarlo e di osservarlo, al fine di carpirne i dolenti segreti. Di fatto, nei Giovani infelici, che introduce la raccolta, scrive: 

Per me la vita si può manifestare egregiamente nel coraggio di svelare ai nuovi figli ciò che io veramente sento verso di loro. La vita consiste prima di tutto nell'imperterrito esercizio della ragione: non certo nei partiti presi, e tanto meno nel partito preso della vita, che è puro qualunquismo. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.

Fonte:
http://www.iltuoforum.net/forum/il-libro-ritrovato-f44/pier-paolo-pasolini-1922-1975-t2801.html



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IL CANTO CIVILE DI PASOLINI

"ERETICO & CORSARO"



IL CANTO CIVILE DI PASOLINI

di Carlo Felice Casula



Nei primi giorni di novembre del 1975. fresco di laurea e di movimento studentesco, ma già assistente all'Università di Roma, ero a Bari, invitato a un convegno su TogIiatti e il Mezzogiorno che si ,teneva alla Fiera del levante con la presenza di molti noti storici e leader politici, tutti, però quasi oscurati dalla presenza, anche fisica di Giorgio Amendola, con la sua mole, la sua verve ,la sua Storia. Non ero, anche per stile generazionale, assiduo spettatore di telegiornali, o forse nella splendida casa di campagna dell'entroterra barese di Enzo Modugno, che proprio allora stava dando vita a Marxiana. la rivista più raffinata e prestigiosa dell'ultra Sinistra. dove ero ospite con altri amici più semplicemente la televisione non c'era. Fatto Sta che, quando la mattina del 2 novembre comprammo i quotidiani (di questi eravamo invece voraci consumatori e per di più, dovevamo premunirci contro la possibile noia di una lunga mattinata di relazioni e interventi), fummo presi e sconvolti dai titoloni in prima pagina sulla tragica morte di Pier Paolo Pasolini. Non ricordo se e come nel convegno si reagì a questa notizia-evento; ricordo invece, come se fosse oggi, che per me l'impatto fu molto forte e coinvolgente, anche perché il modo in cui l'intensa vita di Pasolini si era conclusa (una morte atroce, dopo un incontro di sesso mercenario, per mano di un "ragazzo di vita", un "marchettaro", nel crudo gergo romanesco, scoperto, amato e rilanciato da Pasolini in alcuni dei suoi più noti romanzi, Ragazzi di vita, appunto, e Una vita violenta) non ci sembrò, pur essendo in generale così sensibili alle tesi complottiste, né strana né sospetta, ma emblematica e quasi preannunciata dal cupio dissolvi che traspariva dall' ultimo e certo non più bello dei suoi film, Salò o le 120 giornate di Sodoma.Lo scandalo della sua vita di uomo e di intellettuale-poeta attento e quasi preveggente, sensibile e impegnato fino a un sofferto coinvolgimento personale (la sua produzione vasta e variegata di scrittore, regista, sceneggiatore, saggista-opinionista è tutta riconducibile a questa sua dimensione, trovava nella sua morte orribile una emblematica conclusione-conferma. Scandalo nel significato che San Paolo attribuisce alla vita e alla morte in croce di Gesù (non sembri il paragone blasfemo o irriverente.), come eccezione clamorosa rispetto alla normalità, ma anche come realtà e testimonianza con cui tutti si debbono misurare e confrontare.
Nel mio sgomento e sconforto era presente anche il ricordo di un personale incontro. Nella primavera del 1968. In tutta Italia era esplosa la protesta studentesca che, a partire dall'università aveva coinvolto e travolto il mondo giovanile. Sono fatti fin troppo noti, anche perché, nel tempo, il Sessantotto è diventato quasi una epopea ripetutamente rievocata nei media da protagonisti e dai testimoni e osservatori. Pasolini, dopo la manifestazione di Valle Giulia che si ebbe a Roma nel mese di marzo, con centinaia di feriti tra giovani, ma anche per la prima volta tra gli ancora sprovveduti poliziotti, decine di arresti e moltissimi fermati, (compreso chi scrive), scrisse di getto per l' eIitaria rivista Nuovi Argomenti una lunga poesia, Il PCI ai giovani, che suscita clamore, stupore e scandalo, anche perché fu pubblicata in contemporanea, "proditoriamente"(secondo l'esplicita affermazione di Pasolini) dal Settimanale L'Espresso, all'interno di un ampio reportage, con il provocatorio titolo Vi odio cari studenti! L'intellettuale impegnato, di sinistra, comunista, nello scontro che aveva visto contrapposti in un campo di battaglia, non più solo metaforico, giovani studenti e giovani poliziotti, scriveva di preferire decisamente questi ultimi, sia per la loro estrazione sociale, popolare e meridionale, sia, ancor più, per la loro "innocenza". Il Movimento studentesco reagì sdegnato e offeso e così pure non pochi uomini di cultura, come Fortini, e politici in carriera come Achille Ochetto, che intervenne con un articolo sprezzante su Rinascita. Sotto accusa per lutti era la presunta incapacità di Pasolini di cogliere le ragioni dello scontro in atto e di comprendere il ruolo di repressione svolto dalle forze di polizia in difesa del vecchio ordine. Facevo allora parte del "collettivo fuorisede", composto da giovani studenti universitari, anch'essi per lo più' poveri e meridionali. Nei confronti di Pasolini e, in particolare, del suo cinema, avevamo una vera e propria passione e, anche per questo, si sviluppò al nostro interno una discussione accesa e prolungata su queste sue affermazioni. A differenza, tutta via, dei nostri compagni del Movimento studentesco e, in particolare, di quella componente che chiamavamo i "pariolini", quasi istintivamente, riuscimmo a cogliere la "verità interna" contenuta nella poesia incriminata. Ci ragionammo molto insieme, in seguito. quando Pasolini ritornò sull’'argomento sul settimanale Tempo, a distanza di un anno, il 17 maggio del 1969. Pur senza nulla, ritrattare Pasolini. esprimendo anzi rammarico e sconcerto per la sostanziale incomprensione della verità, precisava a scanso di ulteriori equivoci:
."... Nella mia poesia dicevo. in due versi. di simpatizzare per i poliziotti fìgli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di Architettura di Roma [...] non era che una boutade una piccola furberia oratoria paradossale per richiamare l'attenzione del lettore e dirigerla su ciò che veniva dopo in una dozzina di versi. dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia. in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo -ha la possibilità anche di fare di questi poveri deglì strumenti (...): le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come ghetti particolari. in cui Ia qualità' della vita è in giusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università". La nostra cultura non era così raffinata da saper cogliere nella poesia di Pasolini (e Pasolini è, al di là forse dei suoi stessi intenti, poeta che si esprime con la scrittura e con le immagini-suono-ritmo del cinema, e non sociologo, antropologo, né tanto meno commentatore politico) la funzione centrale, oltre che della metafora, anche della "sineddoché", dell"'ossimoro", del "paradosso", ossia del suo frequente ricorrere, per esprimere un concetto, a enfatizzare un aspetto, quasi sottacendo il resto e tralasciando il contesto. Proprio in quei mesi avevamo, invece, fatto una singolare convergente esperienza sul campo. In centinaia, per protestare contro le disfunzioni della mensa universitaria, per diversi giorni portavamo i tavolini per strada e mangiavamo all'aperto, bloccando così il traffico. La polizia non tardò ad arrivare, ma non fu da noi accolta con gli usuali fischi e improperi. Con il megafono, a più voci, parlammo-dialogammo con passione con i poliziotti in tutti i dialetti del Meridione; l'ufficiale che li comandava già pronto a ordinare la carica, con tanto di fascia e di trombettiere a fianco, percepì, anch'egli, come noi, tra i suoi ragazzi in divisa, una stupefacente onda di vera e propria commozione-simpatia nei confronti di quegli studenti che provenivano dagli stessi paesi e forse anche dalle stesse famiglie. L'episodio fu riportato nella cronaca cittadina dei giornali della Capitale; Pasolini; sempre attento a questo tipo di avvenimenti, per vie traverse ci comunicò che era curioso e contento di incontrarci. Tra l'altro la via dove questa nostra originale manifestazione si era svolta era non distante dal Tiburtino, nella periferia est di Roma, dove Pasolini aveva conosciuto alcuni dei suoi amici-interlocutori più cari, come Franco e Sergio Citti, ispiratori, personaggi e attori di suoi importanti libri e film (Una vita violenta, Ragazzi di vita, Accattone, Mamma Roma). Ci andammo in tre, i "leader", con grande riservatezza, perché avevamo il timore di comprometterci con gli altri collettivi del Movimento studentesco. Aggressivi e indifesi, come tanti suoi giovani personaggi, parlammo e ascoltammo a lungo con grande emozione, anche quando il discorso dalla politica passò ad altro e anche a quello, per noi ragazzi meridionali, più difficile e imbarazzante-pruriginoso, della sessualità. Su cui, pur tuttavia, ci eravamo, preventivamente; documentati, per non presentarci sprovveduti, con la proiezione del suo bellissimo film documentario Comizi d'amore del 1964, di cui egli stesso ci aveva prestato una copia. Per quanto concerne questo specifico tema, così presente e centrale negli Scritti, nei film e nella vita stessa di Pasolini, non può non essere giudicata' strumentale e irriguardosa l'operazione che in taluni ambienti cattolici è stata compiuta tentando di arruolarlo, postmortem, nello schieramento antidivorzista e antiabortista. La questione vera che egli sollevava e "scandalosamente" viveva era quella dell'autonomo, positivo, valore della sessualità, anche di fuori della specifica finalità creativa. Non si può negare-disprezzare-perseguitare la sessualità non procreativa e al contempo essere favorevoli all'aborto: è questo un tipico ossimoro-paradosso pasoliniano.Ma ritorno al ricordo dell'incontro del Collettivo fuorisede con, Pasolini: ci diede una 'grossa somma di denaro per le nostre iniziative e al meno "politicizzato" di noi tre promise di farlo lavorare in uno dei suoi film. Cosa che poi puntualmente avvenne, con grande gioia dell'interessato e molto orgoglio da parte nostra. Nel Canto civile, del dicembre 1969. ci parve di cogliere, a posteriori. ma a ridosso, quasi un'eco di questo nostro incontro, nel verso "Chi farebbe la rivoluzione - se mai la si dovesse fare - se noni loro? Diteglielo: sono pronti. tutti allo stesso modo, così come abbracciano e baciano e con lo stesso odore nelle' guance ". I due versi finali, solo apparentemente, mostravano un esito pessimistico: "Ma non sarà la loro fiducia nel mondo a trionfare./ Essa deve essere trascurata dal mondo". Era sufficiente, per capovolgerne il senso, far ricorso alle più semplici categorie sapienziali del Vangelo. Forse Pier Paolo Pasolini in questo unico intenso (per noi sicuramente, probabilmente anche per lui) incontro, aveva visto dei giovani capaci di rendersi conto, individuando cause e responsabilità, che nell'Italia industrializzata e secolarizzata, ma non per questo più ricca per usare una sua notissima metafora , ai bordi delle strade "erano improvvisamente scomparse le lucciole".

Fonte: http://www.informagiovani.it/30anni68/30PasCasu.htm




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lunedì 24 giugno 2013

BERTOLUCCI RACCONTA IL "SUO" '68




BERTOLUCCI RACCONTA IL

BERTOLUCCI RACCONTA IL "SUO" '68


Conversazione con Bernardo Bertolucci su Pasolini, il ’68, Pierre Clementi, Elsa Morante, The Dreamers, Cocteau, Moravia e il Festival di Venezia

Daniele Basso e Emiliano Morreale


Lei ha passato il ‘68 tra l’Italia e Parigi. Che differenza c’era tra il movimento francese e quello italiano?

Il ‘68 parigino è iniziato a Roma. Mi trovavo per sbaglio a Valle Giulia, per sbaglio perché ero più vecchio. Vivevo in una specie di zona grigia tra due momenti storici molto importanti: ascoltavo gli ex partigiani ancora giovani che mi raccontavano quello che avevano vissuto e allo stesso tempo stavo con gli studenti. Ero a via del Babuino, sotto casa passava una manifestazione; sono sceso, studenti di Architettura e altri andavano alla facoltà a portare solidarietà agli occupanti. Guardandomi intorno mi sono sentito fuori posto perché avevo 27 anni e gli studenti 19 o 20. Mi sono unito a loro, abbiamo camminato fino a Valle Giulia e quando siamo arrivati davanti alla facoltà c’era la Celere che non permetteva di portare a quelli che erano dentro né cibo né coperte né acqua. Gli studenti hanno cercato di entrare e la Celere li ha caricati e così mi sono ritrovato in mezzo alla prima manifestazione violenta di quegli anni. Quando andavo a Parigi raccontavo cos’era accaduto a Valle Giulia. Durante il maggio dello stesso anno ho girato Partner: Pierre Clementi, il protagonista del film, il venerdì sera tornava a Parigi, la domenica sera rientrava in Italia e mi raccontava quello che aveva visto. Era quasi come avere il Maggio del ‘68 a Roma in presa diretta.
Per questo ha scelto di raccontare il ‘68 di Parigi?

Ho letto il romanzo di Gilbert Adair da cui è nato The Dreamers: parlava del come nessuno ne aveva ancora parlato né allora né negli anni successivi. L’autore è un inglese che a 20 anni è andato a vivere a Parigi trovandosi un po’ per caso e un po’ per scelta a vivere il ‘68 in una città non sua con delle problematiche e delle modalità che forse non lo riguardavano direttamente. Mi piaceva molto come era riuscito a innestare nel ‘68 una struttura non tanto diversa da quella di Les enfants terribles di Cocteau, mi affascinava la fusione tra Cocteau e il ‘68.
Quali sono state le reazioni all’uscita del film e quali sono secondo lei le reazioni che suscita parlare del ‘68?

Con The Dreamers ho visto che il ‘68 ancora infastidisce e irrita anche molti di quelli che vi hanno partecipato. C è una specie di revisionismo, il tentativo di archiviare quel periodo rivoluzionario come qualcosa di profondamente negativo come se il ‘68 ricordasse ai suoi protagonisti una sconfitta, quasi fosse un ricordo doloroso. Io penso che quello della rivoluzione sia stato un sogno, non ho mai creduto che si sarebbe realizzato. Quando sento dire che quel movimento è stato una sconfitta e che si è trascinato nel tempo, che il ‘68 ha portato alle Br mi sembra tutto molto confuso, inaccettabile, ingiusto. All’uscita di The Dreamers mi sono accorto che ci sono due parole che non si possono più usare in Italia una è “ideologia”, l’altra “nostalgia”. Il film è stato accusato di essere ideologicamente nostalgico del ‘68, cosa accaduta poi anche a Garrel. Il termine “nostalgia” viene usato perciò in senso dispregiativo, dovremmo gettare e dimenticare libri come l’Odissea e la Recherche, costruiti sulla nostalgia...
Lei ha avuto modo di frequentare in quegli anni Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Quali erano le loro posizioni rispetto al ‘68?

Mio padre si lamentava perché non facevo l’università ma la mia università è stata il tempo passato con Elsa e Pier Paolo. “Vado all’università quando ceno con loro” rispondevo a mio padre. C’era anche Moravia. La Morante e Pasolini discutevano spesso, essendo entrambi ammirati l’una dal lavoro dell’altro, c’era tra i due un continuo scambio. Pasolini era molto conflittuale, su Valle Giulia aveva scritto quella poesia Il Pci ai giovani in cui dice: vi odio, cari studenti, siete paurosi e disperati ma anche prepotenti e ricattatori. Questa poesia lo aveva reso inviso agli studenti. Si trattava di un discorso molto sentimentale: io sto con i giovani del Sud, figli di contadini, costretti a fare i poliziotti; non sto con voi, con i capelli lunghi. Odiava i capelli lunghi, odiava tutto quello che avrebbe chiamato nel suo testamento, che sono gli editoriali scritti nel 1975 per il Corriere della Sera e Il Mondo, poi confluiti in Lettere luterane, la falsa permissività del consumismo. In Abiura per la trilogia della vita descrive i ragazzi di allora, la loro presunzione di essere i padroni della propria libertà dicendo loro: “Non è vero, non siete liberi, ripetete dei cliché che vi vengono imposti”, dichiarazione del tutto attuale. Qualche mese dopo i fatti di Valle Giulia, durante il contestato Festival del cinema di Venezia, Pasolini andò all’università e gli studenti gli sputarono addosso. Pier Paolo era alla ricerca di punizione e di redenzione, prese gli sputi e disse “Discutiamo”. Si sedette e alla fine tutti lo seguivano con ammirazione. Era riuscito a far ascoltare anche le sue idee. In alcuni momenti Pasolini aveva un atteggiamento quasi mistico, non religioso ma sicuramente dentro una sua sacralità.
E qual era l’atteggiamento della Morante verso i ragazzi del ‘68?

La Morante e Pasolini si erano molto avvicinati in occasione dell’uscita di Il mondo salvato dai ragazzini, libro che fu pubblicato nel ‘68 e che Pier Paolo considerava un vero e proprio manifesto politico che indicava la capacità rivoluzionaria e l’innocenza dei giovani. Entrambi avevano una visione creaturale della realtà, credevano in una rivoluzione che sarebbe poi stata agita per Pasolini nel Terzo mondo e dal sottoproletariato. Quando girai con lui Accattone ero l’aiutoregista, Pasolini mi diceva che i volti dei papponi erano come i volti dei santi delle pale d’altare, per questo c’erano loro continui primi piani. Negli anni Settanta Pasolini disse che la Trilogia della vita, Il Decameron, Il fiore delle Mille e una notte e I racconti di Canterbury era una finzione, una menzogna perché basata sulla forza di un innocenza in cui non credeva più e che non esisteva più. La sua visione della realtà divenne poi pessimista, senza scampo, atroce. Difficile dargli torto oggi.
Fonte: http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=341



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UN MONDO MIGLIORE E' POSSIBILE?

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UN MONDO MIGLIORE E' POSSIBILE?

di Silvia Quadraccia

Ridono perché siete deboli./Come potete difendervi?/Agite perché si uniscano/tutti i deboli, e avanzino insieme./Allora sarete una grande forza/di cui nessuno più riderà

(B.Brecht, La Madre)

Premessa:
<< È chiaro che un governo del terrore funziona nel complesso molto meno bene del governo che, con mezzi non-violenti, manipola l’ambiente e i pensieri e i sentimenti dei singoli.[…]In una democrazia capitalistica, come gli Stati Uniti, la Grande Impresa cade sotto il controllo di quella che il professor C. Wright Mills definisce “élite al potere”. Questa élite impiega direttamente la forza lavorativa di milioni di cittadini nelle sue fabbriche[…],altri milioni controlla, e anche meglio, prestando loro i soldi perché comprino i suoi prodotti; ed essendo proprietaria dei mezzi della comunicazione di massa, influenza pensieri, sentimenti e azioni di tutti>>
( A. Huxley da: “superorganizzazione” in Ritorno al nuovo mondo).


Introduzione:
In un momento in cui tanti nuovi strumenti sono messi a disposizione di pochi uomini e le vecchie categorie con le quali, ancora, i nostri padri, analizzavano il mondo sono decadute ingloriosamente. Nuove figure umane emergono dalle macerie post-industriali. Da S. Agostino in poi, tanti, forse troppi, filosofi si sono occupati del libero arbitrio.
Partendo da un punto di vista religioso è probabilmente un discorso molto interessante, perché il rapporto analizzato è quello fra Dio e uomo, inteso strettamente come sua creazione. Ma chi voglia affrontarlo in un ottica laica si trova davanti a un abisso di frasi già dette e già pensate, insomma non credo che sia più molto facile/utile dibattere su ‘caso’, ‘fatalità’, ‘libertà’ e ‘predestinazione’ se non, forse, da un punto di vista politico.
‘Rivoluzione’ è un termine che assume troppo spesso un sapore romantico e - sentimentale, il Positivismo è una corrente di pensiero superata, e persino il ‘buon vecchio’ Marx appare fin troppo ingenuo anche al più ottimista degli ultimi comunisti!
Una persona che nasce l’anno in cui le B.R. portano a segno il loro colpo ‘migliore’, cresce all’ombra delle rovine del muro di Berlino, e diventa adulta nell’era della globalizzazione economica, come legge un film come Accattone? E perché parlare di questo film a quarant’anni esatti dalla sua uscita? Pasolini era marxista, sebbene avesse un rapporto conflittuale con il P.C.I. ancora in Uccellacci e uccellini (1966), faceva dire al corvo-Pasolini-Marx: “non piango sulla fine delle mie idee, che certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e a portarla avanti! Piango su di me…”, ma il suo primo film mi sembra essere impregnato di quel pessimismo che oggi è purtroppo molto attuale. Molte opere di Pasolini sono storie di una coscienza in formazione. L’acquisto della consapevolezza è una delle tematiche più ricorrenti. Il destino è considerato da un duplice punto di vista, sociale e individuale. Prendiamo Accattone ed Edipo re. Nel primo, è vietato qualsiasi tentativo di miglioramento, perché la realtà storica, sociale, culturale, economica, in cui vive Vittorio –il protagonista- non ammette alcuna evoluzione. Nel secondo il destino sembrerebbe aver deciso tutto già prima della nascita di Edipo eppure nella interpretazione pasoliniana del mito, decisamente memore dell’insegnamento freudiano, le cose non sembrano poi tanto lineari.


Al di la del bene e del male

In Accattone il destino di ciascuno è quello di morire di fame, in un ciclo sopravvivenza/morte, che sta al di sopra delle esistenze individuali coinvolgendo una intera classe sociale. I volti tutti uguali, il tentativo esasperato di Accattone di affermare la propria specificità di uomo, sono indice della omologazione che a partire dal secondo dopoguerra cominciò a cambiare i connotati della società italiana e che troverà la sua critica più feroce, benché diversamente contestualizzata, nel testamento cinematografico di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).
Vittorio trascorre le sue giornate nell’ozio della periferia romana negli anni del boom economico, all’orizzonte dietro le baracche di lamiera dove ogni giorno si consuma il dramma della fame e dell’isolamento, si possono scorgere i simboli della modernità, alti palazzi di cemento che, come alveari, racchiudono un’umanità laboriosa e nevrotica. Accattone e i suoi amici sono figure liminari, quasi dei mostri, dei vampiri, sono morti traboccanti di vita e si nutrono del sangue altrui.
Accattone è una figura mitica, extra individuale, al di la del tempo e dello spazio, simbolo vivente di un’umanità dimenticata, perché non produttiva,(“noi valemo solo se c’avemo mille lire in tasca”) per la quale non valgono le leggi etiche, morali e giuridiche della società borghese o, addirittura, proletaria. Simbolo di chi, di quella società, non può farne parte, nemmeno al gradino inferiore, come gli operai appunto, pena la perdita di ‘purezza’ e quindi della vita stessa.
Accattone è un ingenuo, convito che se potesse tornare indietro saprebbe costruirsi un destino diverso, sicuro di poter compiere quel salto che lo farà diventare ‘migliore’, ignorando “quanto sia repellente un piccolo-borghese”, è l’angelo ‘caduto’, indimenticabile la sequenza del tuffo nel Tevere, che ritrova la ‘santità’ grazie all’amore per Stella, un angelo vero, puro e candido.
Il primo lungometraggio di Pasolini è abbagliante, al livello visivo prima ancora che contenutistico. La scarsa conoscenza del mezzo tecnico spinge il regista a creare immagini di una indecente, semplicissima purezza, che si sposano meglio di qualunque trovata artificiosa con il carattere di Vittorio, vittima sacrificale del sistema capitalistico. Il sole che impietoso cuoce i volti e solleva la polvere per le strade di quest’altrove mitico che è la periferia romana, sottolinea l’ineluttabilità del destino di chi vive “al di la del bene e del male” e la necessità della morte, che Pasolini in Empirismo eretico paragona al montaggio, ovvero a ciò che dà significato alla vita/piano - sequenza.
La macchina da presa assedia Accattone, lo perseguita, gli sale addosso, come la sua drammatica presa di coscienza, che lo porta a liberarsi dalla maschera di sabbia, che simboleggia la sua vita da sfruttatore non più solo di donne, ma anche di sante, laddove, come dicevamo, Stella rappresenta un angelo, e forse addirittura la Vergine, intesa come mediatrice fra due universi distanti, inconciliabili.
La consapevolezza lo trasporta dalla natura alla storia.
Nel suo primo film Pasolini, si mette in gioco e pretende che lo stesso faccia la sua ‘selvaggia’ creatura, costringendolo a guardarsi, a provare repulsione per se stesso. Mette in evidenza come anche l’amore sia spesso concepito in modo ‘culturale’ più che naturale, in nome di questo equivoco Vittorio aderisce per la prima volta ad un ‘modello’ umano, cosa che comporta inevitabilmente la sua fine, intesa come morte fisica o ideologica. Accattone non può sopravvivere alla perdita di individualità, perché in lui sono ancora troppo presenti quelle che E. Fromm definisce “forze vitali [che] lottano per l’integrazione e per la felicità”, non gli resta che morire per non soccombere ad una logica che non gli appartiene perché disumana.


Umani troppo umani

Tutto questo accadeva nel 1961, quando mentre la ripresa economica ancora eccitava gli italiani, una nuova sensibilità cominciava a farsi largo tra studenti, lavoratori e donne, (stanche di essere costrette ai margini dal potere maschile e maschilista, di essere considerate o sante o puttane).
Dopo un trentennio di lotte la vita di chi vive ai margini della società ‘bene’, purtroppo non è cambiata moltissimo.
1994, mentre in Sudafrica vengono svolte le prime elezioni multirazziali e in Messico esplode la rivolta zapatista (in Italia, grazie alla sapiente manipolazione dei mass media, il ‘cavalier’ Berlusconi ‘sale al trono’), Ken Loach, porta sullo schermo una storia di assoluta mancanza di libertà, parlo di LadybirdLadybird, di vita negata, per chi è diverso, per chi non rientra nei canoni ufficiali, dei ‘benpensanti’.
Il cinema di Loach (come quello di Pasolini), è cinema di corpi, di storie scritte su e attraverso essi. La plasticità delle immagini che riempiono lo schermo è data soprattutto dal contrasto tra la rotondità/tridimensionalità delle masse corporee e la piattezza del paesaggio. I luoghi diventano estensioni dei personaggi, sono permeati dall’individualità, insieme contesto e proiezione delle storie vissute dai protagonisti. La periferia urbana diventa un ambiente al tempo stesso naturale e culturale, i palazzi di mattoni rossi non hanno una valenza estetico-simbolica ma sono i posti reali, visitabili, materiali, nei quali Maggie trascorre le giornate. Non c’è nessun compiacimento formalistico, e nessun gusto del pittoresco, non c’è retorica nel mostrare la povertà. E’ vita, è realtà. La morte e la maternità sono, per contrasto, i momenti in cui si concretizza la natura umana ecco perché i corpi (in entrambi i film) diventano il luogo in cui si svolge l’azione, in cui si consuma il dramma.. LadybirdLadybird, ha una struttura che sviluppa in modo esponenziale la tragicità delle situazioni.
Per Maggie è quasi impossibile sperare di sfuggire dal esilio in cui è costretta a causa della sua ‘alterità’, E’ estremo, drammatico e viscerale il suo tentativo di affermare se stessa, di diventare regista della propria esistenza, ogni gesto viene puntualmente vanificato. Ladybird è incatenata alla propria squallida vita, e le catene più strette gliele stringono addosso proprio coloro che dovrebbero aiutarla (gli assistenti sociali).
Maggie è l’ennesima vittima che la società dei benpensanti ha deciso di sacrificare in nome di un ‘ordine’ inumano, disumano, mostruoso, superiore e sacro. LadybirdLadybird, è un film che non inibisce la razionalità (per dirla brechtianamente) e allo stesso tempo colpisce come un pugno nello stomaco. E’ irritante, a tratti insostenibile, eppure pulsante di vitalismo e bello come la verità. E’ un grido, una disperata richiesta d’aiuto. E’ la quintessenza della vita, è una delle migliori dimostrazioni che il libero arbitrio è solo una bellissima favola, non più reale di Babbo Natale.
Maggie è (come) Accattone, i (sotto)proletari di tutto il mondo e di tutti i tempi hanno una comunanza di sogni e delusioni, di frustrazioni e speranze, di lotte e condanne, sono loro che immergono le mani (o la faccia) nel fango e dipingono il quadro dell’umanità più vera, più dolorosa, inconoscibile e disperata.
Per loro spesso non ci sono scelte da fare, sembra che non resti altro che subire la prepotenza di chi, dall’alto della sua presunzione si arroga il diritto di giudicare, dirigere, decidere la vita di milioni di persone ridotte al silenzio, all’annullamento, alla morte. Eppure in molti hanno ancora la forza di sognare, di combattere, di scendere nelle piazze, di farsi ammazzare, per gridare in faccia ai potenti che …“un mondo migliore è possibile”.
Forse…
Fonte: http://www.sentieriselvaggi.it/50/884/UN_MONDO_MIGLIORE_E-_POSSIBILE_di_Silvia_Quadraccia.htm



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