sabato 6 luglio 2013

PASOLINI - UN DELITTO ITALIANO ‘INTERMINABILE’

"ERETICO & CORSARO"


UN DELITTO ITALIANO ‘INTERMINABILE’
La verità, vi prego, sulla morte
di Pasolini
 
Pino Pelosi, unico condannato per l’assassinio del poeta delle “Ceneri di Gramsci”, racconta in un libro la sua versione a 36 anni dal fatto. Spiega che a uccidere trucemente Pier Paolo furono altre persone, ma non chiarisce nulla, né sui motivi dell’omicidio, né sulle sue eventuali complicità con i killer. Il suo pluridecennale silenzio causato dalle ‘minacce’ ricevute, le tante menzogne sostenute, le persistenti contraddizioni, incoerenze e omertà delle attuali ‘rivelazioni’ suscitano troppi dubbi sulla sua attendibilità e buona fede. Su una cosa, però, ha ragione: sulla brutale fine dello scrittore si continuerà a parlare e a ricercare ancora a lungo.
di Domenico Donatone
«Ora spero che con questo mio scritto io contribuisca

ad affermare chi sono veramente i cosiddetti angeli neri,

anche se su questa storia penso che il sipario

non calerà mai definitivamente.»

(P. Pelosi, da Io so… come hanno ucciso Pasolini, Vertigo ed., 2011)

Verrebbe spontaneo, alla luce delle vicende mediatiche e giudiziarie che hanno riguardato nuovi riscontri sulla morte dello scrittore Pier Paolo Pasolini, cambiare il titolo del libro del poeta inglese W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore in La verità, vi prego, sulla morte di Pasolini. Questo perché un Paese costretto a non conoscere la verità ma ad apprenderla attraverso lacerti e bocconi, ha bisogno, o avrebbe con molta urgenza (e l’urgenza è una necessità democratica), di liberarsi della «macchina del fango» e dell’omertà che fluttua, quasi sempre presente, nei fatti di cronaca politico-giudiziaria. Ma saremmo altrettanto degli ingenui a ritenere che questo è possibile senza ammettere che ciò che deve riguardare il cambiamento non richiede un lavoro talmente impegnativo, logorante, dal basso quanto dall’alto della società, che è più facile rassegnarsi che perseverare, più facile demordere che persistere. Alcune cose si preservano nel tempo, si salvaguardano, solo se si mantiene ferma una posizione culturale, di principi, quasi assoluta (e se si ha la capacità e l’onestà nel farlo). Si combatte anche sapendo che si è soli! Questo fece Pasolini (e forse in virtù della sua sineciosi non desiderava essere emarginato e offeso, ma criticò ugualmente il suo tempo storico), soprattutto negli anni Settanta fino alla sua morte, avvenuta nella notte tra l’1 e il 2 Novembre del 1975.
Se il fuoco della grande passione civile che fu di Pasolini può trovare riscontro ancora adesso, questo è utile, per non dire indispensabile, ma altrettanto si potrebbe rimanere increduli e disorientati se questo stesso fuoco che alimenta la coscienza di chi, ritenuto e resosi responsabile di atti delinquenziali, fosse all’improvviso il solo metro di giudizio di un delitto che è avvolto dal mistero. Parliamo di Pino Pelosi, tornato alle cronache nel 2005 per aver fatto nuove dichiarazioni sul delitto Pasolini. Chi è Pino Pelosi è noto a tutti; quello che egli ha dichiarato nel corso degli anni, dal giorno del suo arresto fino a quello della sua condanna definitiva (nove anni, sette mesi e dieci giorni) per aver assassinato Pier Paolo Pasolini, è meno noto, avendo egli agito in concorso con persone sconosciute. Riscontro, quest’ultimo, totalmente decaduto nelle fasi di riesame del processo, per cui Pelosi, per la cronaca e per la storia, è colui che ha assassinato Pasolini la notte di trentasei anni fa. A questa versione giudiziaria, ottenuta, come si è scritto, con «molta fretta», con un avallo semplicistico da parte della magistratura, pochi hanno creduto e nessuno, che abbia capacità di discernimento, può credere che Pelosi, da solo, abbia potuto aggredire e uccidere Pasolini riducendolo in quello stato. Un corpo martoriato, lesionato, colpito con violenza alla testa e nelle parti intime con molta precisione, sormontato, in fine, da un’auto, per gli inquirenti guidata da Pelosi stesso. Pensare a un delitto generato da una lite tra omosessuali fa comodo a molti, ai quei “colletti bianchi” a cui Pelosi si riferisce. Pensare ad un delitto compiuto per mettere a tacere un intellettuale scomodo, autore del romanzo delle stragi, cambia drasticamente il quadro di interesse.
Quello di Pasolini è un delitto ancora irrisolto. Come irrisolto è il delitto di Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, avvenuto il 10 Agosto del 1867, anch’esso compiuto per mano di ignoti. Il delitto Pasolini è un delitto politico. Pino Pelosi non lo dice chiaramente, ma apre uno spazio di maggior riflessione dal momento che gran parte della ricostruzione su quanto accaduto si scontra con aspetti del processo che fanno pensare ad un coinvolgimento delle alte sfere del Potere. Così dicendo, egli si allinea a quella verità che è propria di una meccanica di intuizione cara a Pasolini e che scatta quando si dichiara «Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concerto la tensione anticomunista) e infine a criminali comuni, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).[i]» Così la nuova vita di Pino Pelosi, o più semplicemente quella che egli desidera rifarsi, si palesa con l’imperativo morale dell’Io so.






Io so… come hanno ucciso Pasolini, è, infatti, il titolo del libro-diario, edito da Vertigo, 2011 (€ 15,00; pp. 123) che Pino Pelosi ha scritto come atto finale, forse risolutivo (?), della vicenda Pasolini. Un libro che subito genera dibattito, riapre dilemmi, focalizza la ricostruzione non solo sulla notte dell’aggressione e dell’omicidio, ma anche sulle giornate precedenti in cui alcuni amici di borgata di Pelosi (che frequentavano la sezione del MSI del Tiburtino) organizzano un’estorsione ai danni dello scrittore. Il libro pone attenzione anche sul processo subìto, sul metodo di investigazione e di difesa (assai blando, discutibile), fino alla scoperta di essere diventato un capro espiatorio[ii] e, quindi, persona innocente dei fatti.
Va detto subito che il testo di Pelosi, rapido e corrente nella scrittura, determina coinvolgimento quanto dubbio: dubbio sulla capacità di Pelosi-testimone di condurre a distanza di così tanti anni un’operazione di verità obiettiva, senza che la mente vacilli. Questo libro, infatti, nonostante il suo scopo nobile, nel tentativo di svelare il mistero che avvolge il delitto Pasolini, getta altro mistero sullo stesso. Perché? Perché Pelosi non sa dire, perché egli non sa davvero oppure non vuole dire, chi furono i soggetti che hanno agito nel buio e i referenti della malavita romana (?) che hanno fatto da cornice affinché il delitto fosse insabbiato con dovizia nelle sue prove più imbarazzanti, ad iniziare dall’auto dello scrittore visibilmente danneggiata e sporca di fango. L’auto (un’Alfa Gt 2000) viene lasciata fuori, all’aperto, nel cortile della caserma dei Carabinieri nei giorni successivi il sequestro, soggetta alla pioggia e alle intemperie che hanno cancellato tracce, impronte sulla carrozzeria, fino alla sua demolizione eseguita da Ninetto Davoli nel 1981. Demolizione effettuata attraverso un dissequestro rapido, ma qualcuno ancora cerca l’Alfa del poeta nei vari depositi giudiziari della Capitale, senza trovarla. Il motivo che spinge il lettore a non avere un quadro risolutivo è un altro e sta nel fatto che Pino Pelosi si rende un testimone che proroga ciò che ricorda, egli decide di parlare con cadenza frammentaria, a tratti, a scansione, quando più ricorda elementi di quella tragica notte all’Idroscalo di Ostia. Lo fa perché davvero non ricorda bene un evento accaduto ormai trentasei anni fa, oppure perché non sa tutto o non vuole ancora dire tutto? Ipotesi plausibili. D’altronde non avremmo motivo di non credere a Pino Pelosi, ad una persona che si è fatta il carcere pagando, come egli sostiene, per tutti, e che dal carcere continua a entrare e uscire perché la sua vita è stata rovinata da quanto accaduto quella notte. Oppure, proprio per questo fattore di inconcludenza, diffuso e aleatorio, che genera una spontanea diffidenza non sempre giustificabile, non abbiamo un motivo valido per credere a tutto quello che dice Pelosi, perché troppi sono i silenzi squarciati da improvvise rivelazioni, da importanti ravvedimenti segnati da dichiarazioni che non combaciano.
Può essere d’aiuto vedere l’intervista che Pelosi ha rilasciato nel 2006 al blog di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it) in cui egli afferma di non sapere che nell’auto di Pasolini quella notte c’erano tre milioni di lire portati per pagare in contanti i fratelli Borsellino, in cambio della restituzione delle bobine del film Salò. Film rubato in precedenza dallo stabilimento cinematografico Technicolor, sempre a Roma. In quella intervista Pelosi dichiara: «Seppi in seguito che Pasolini aveva tre o quattro milioni sotto un tappetino della macchina, e nessuno li toccò, perciò… non si parla né di trappole, né di rapine, né di furti e né di niente.» Il giornalista allora gli chiede: «Perciò conferma che fu un delitto premeditato?», e Pelosi risponde: «No! Non usiamo questi cosi, questi paroloni… il mio pensiero è che questi volevano dare addosso al comunista o al gay non lo so. Secondo me! Non so se secondo il caro amico Giuseppe Lo Bianco [si riferisce all’autore del libro Profondo nero ndr] non so quanto dava fastidio questo personaggio.» Ed è abbastanza strano che nel 2006 Pelosi non sapesse dei soldi (i soldi, di solito, non si dimenticano mai!) per poi scriverlo (o ricordarlo) nel libro nel 2011. «Alzò il tappetino dove stavo seduto e mi fece vedere un mucchio di soldi da cento e da cinquantamila lire tutti legati con delle fascette di carta, tolse due banconote da cinquantamila lire e mi disse: “Mettile in tasca”. Ma io non volli accettarle; mi sentivo in colpa perché sapevo che qualche soldo me lo avrebbe dato il Bracioletta. Glielo dissi. Si mise a ridere e aggiunse: “Mi pare giusto. È per questo che sei preoccupato?». Nonostante queste incongruenze, Pelosi scrive: «Ci sono voluti trent’anni per prendere il coraggio a due mani e rivelare pubblicamente di non essere stato l’assassino di Pasolini e di essermi accusato dell’omicidio solamente perché sotto minaccia. Nel 2005, infatti, nel corso della trasmissione Ombre sul Giallo di Franca Leosini, ho riferito di essere stato aggredito da tre persone che parlavano con accento siciliano, che mi picchiarono e che uccisero Pasolini. Era solo l’inizio di una verità. Una verità, purtroppo, ancora filtrata dalla paura. […] Pino Pelosi si è trovato coinvolto in una storia più grande di lui, non in grado di capire minimamente cosa stesse accadendo. Ero troppo piccolo, troppo ingenuo per capire quale fosse la portata di quello che sarebbe successo. Pino Pelosi non è e non vuole apparire come vittima del sistema, ma ha finito per essere stato usato dal sistema. Pino Pelosi era un “ladro di motorini”. Era quello che sapeva fare, ma non sarebbe mai stato capace di fare del male a nessuno.»



3 novembre 1975: sotto il lenzuolo il cadavere martoriato di P.P. Pasolini all'Idroscalo di Ostia



Quest’autodifesa è legittima quanto umana, eppure egli nel rivelare la verità produce un tratto di contraddizione che a poche pagine torna evidente da sue spontanee dichiarazioni. «Decisi di rilasciare un’intervista in televisione alla giornalista Franca Leosini, rivelando una grande parte della verità inerente l’omicidio di Pasolini. Senza dare troppi particolari, feci i nomi dei fratelli Borsellino e indicai la presenza di altri tre adulti sulla scena del delitto. Descrissi la dinamica dei fatti, diedi i connotati di uno degli uomini, ossia di quello che mi tenne fermo e mi colpì al volto. Per paura di aver detto troppo e di finire male per mano di quelle persone, magari ancora viva o facente parte di un’organizzazione malavitosa, diedi una falsa pista dichiarando che gli aggressori parlavano in dialetto siciliano o calabrese e che la Fiat 1500 era targata CT.» Insomma, Pelosi ha il desiderio di scrollarsi di dosso la fama di assassino, di dire la verità, ma parla contraddicendosi, motivando la cosa perché ha paura. Una paura che si è affievolita con il trascorrere del tempo, ma che potrebbe ancora essergli dannosa per le cose che può dichiarare. Pelosi dice che furono due le auto presenti la notte dell’omicidio, che tre furono gli aggressori del poeta e che i fratelli Borsellino (soprannominati Bracioletta e Labbrone) parteciparono come astanti. Pelosi ricostruisce anche la dinamica dell’estorsione che, di fatto, è il movente che porta alla morte dello scrittore, che, però, nell’intervista al blog di Grillo sembra escludere. Pasolini viene ricattato dai Borsellino perché desidera riavere indietro le bobine di Salò o le 120 giornate di Sodoma, ultimo film-denuncia del poeta, mentre Pelosi dichiara di essere stato usato come “esca” dai fratelli Borsellino, i quali, a loro volta, rispondevano agli ordini di un certo Sergio Placidi, (uno spacciatore di droga della Roma bene), in quanto nel quartiere di Casal Bruciato si era diffusa la voce che Pelosi era diventato “frequentatore” assiduo del poeta. A questo punto i Borsellino (oggi entrambi deceduti) hanno pensato di tirare in ballo l’amico. In questo modo Pelosi ha fatto da tramite, pur essendo ignaro delle intenzioni reali dei Borsellino di aggredire Pasolini oppure di ucciderlo attraverso una ritorsione politica, il cui piano rimarrebbe ancora sconosciuto. Certamente questi elementi sono favorevoli ad una riapertura delle indagini sul delitto dello scrittore, e non è nemmeno nostra intenzione diffidare totalmente da Pelosi.
Il caso, quindi, merita ancora tanta attenzione, anche se scoraggia sapere che tante prove sono andate perdute, che tanta verità è stata insabbiata. Le parole di Pelosi non sono comunque vane, e non spetta di certo ad un critico allarmare o diffidare, ma spetta alla magistratura capire cosa c’è dietro il delitto Pasolini. Riaprire il caso è un atto dovuto a Pasolini, al suo “sacrificio” in termini meta-letterari. Tant’è che Walter Veltroni nel 2010 ha tanto caldeggiato che si riaprissero le indagini, scrivendo un’accorata lettera all’attenzione al Ministro della Giustizia Angelino Alfano e al suo Guardasigilli, che ha ottenuto la riapertura del caso. Per cui ad essere determinante in questa vicenda, oltre alle dichiarazioni di Pelosi, che nel libro sono giornalisticamente interessanti anche se corrispondono al tentativo, legittimo, dell’autore di scagionarsi definitivamente dall’ignominia, dal marchio di assassino, sono maggiormente i nuovi strumenti di investigazione della polizia scientifica. Questi, utilizzati secondo le giuste opzioni, potrebbero sollecitare riflessioni ed analisi ancora più profonde, determinare ulteriori risultati delle tracce ematiche evidentissime sulla camicia del poeta, quanto sugli abiti che Pelosi indossava la sera del delitto.
Il libro, dunque, non è importante perché è scritto da Pino Pelosi (il che in questa Italia scoraggiata può suscitare anche facili irritazioni, ulteriore antipatia o diffidenza, e come sostiene anche Walter Veltroni «Ha detto molte verità il ragazzo [riferendosi a Pelosi ndr] e, dunque, forse nessuna verità. Mi domando che interesse avesse, in quel momento, a riaprire una vicenda per la quale aveva già scontato la pena. Ma non conta.[iii]»), ma perché insieme alle altre dichiarazioni di altri testimoni dell’omicidio quanto di soggetti che hanno captato la presenza di personaggi loschi, quali Sergio Placidi e Antonio Pinna (quest’ultimo appartenente al Clan dei Marsigliesi, portò l’auto di Pasolini da un meccanico per fare riparare la carrozzeria), contribuisce alla costruzione del puzzle tutto italiano della verità di un delitto su cui, a detta di Pelosi e non solo sua, il sipario non calerà mai definitivamente.



[i] Vedi «Morire per le idee (vita letteraria di P.P. Pasolini)» di R. Carnero, Bompiani, 2010.
[ii] «Mangia mi suggerì [avvocato nominato dalla famiglia Pelosi ndr] di accollarmi l’omicidio e di mantenere questa linea, sostenendo a spada tratta che sul luogo del delitto ci fossi solamente io. […] Mi fece incontrare Franca Maria Trapani, giornalista della rivista “Gente”, e mi fece intervistare dentro il suo studio in cambio di un pagamento di tre milioni di lire. Mantenni la stessa versione. Mi disse che c’erano alcune foto fatte dalla Scientifica relative al sormontamento del corpo da far sparire ma che a questo ci avrebbe pensato qualcun altro. Io raccontai ogni cosa a Mangia. Gli dissi che non ero stato io ad ammazzare Pasolini; che non ero stato neppure io a montargli sopra con la macchina, ma lui mi disse di stare tranquillo e che sarebbe stato meglio per tutti mantenere quella versione. Doveva ridursi tutto ad un fatto isolato strettamente legato a me e a Pasolini. Impostò la difesa sulla “colpevolezza senza complicità”, diversamente da quanto avevano iniziato a fare gli Spaltro. […] Io non ero in condizione di accusare nessuno, ma certo è che si preferì non disturbare i “colletti bianchi” che “forse” qualcosa di interessante avrebbero saputo raccontare…» (P. Pelosi, Io so… come hanno ucciso Pasolini, ed. Vertigo, 2011)
[iii] Ibidem
Fonte:


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