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Guido Pasolini

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domenica 7 luglio 2013

Simona Zecchi. La morte di Pier Paolo Pasolini. L’auto scomparsa e un testimone.

"ERETICO & CORSARO"



Simona Zecchi. La morte di Pier Paolo Pasolini. L’auto scomparsa e un testimone.


Considerare l’omicidio di Pier Paolo Pasolini un delitto come gli altri, soprattutto se non facente parte, nelle modalità, di quella schiera di omicidi “classici” che si citano per dare un senso agli avvenimenti la cui interpretazione resta difficile, e nonostante tutto il tempo passato, è un errore che non ci si può più permettere. Un delitto come gli altri o peggio un delitto “maturato nell’ambiente omosessuale”: questa, in base all’unica sentenza ufficiale, la vulgata comoda a molti rigirata a coloro che secondo questa moltitudine non ha mai accettato l’omosessualità, nemmeno a sinistra. Vulgata appunto.
Se questa volta le indagini ancora in corso, riaperte dalla Procura di Roma ormai quasi 3 anni fa, non riescono ancora ad apporre la parola fine su quel capitolo di storia, allora si può avere l’ardire di sperare che non tutto deve concludersi come sempre in Italia. In parte quest’affermazione simil-utopica è però confermata dalla recente sentenza civile sulla strage di Ustica che riscriverà la storia e la cronaca italiane di quel giorno di 33 anni fa: “E’ stato un missile”. Lo hanno gridato per anni giornalisti e registi con fatti alla mano (Andrea Purgatori nella sceneggiatura de “Il muro di gomma” di Marco Risi e di più Fabrizio Colarieti che con il libro “Punto Condor” – ed. Pendragon, 2002 – scritto insieme a Daniele Biacchessi aveva già portato alla luce una verità che persino gli americani avevano scritto “E’ stato un missile”: non un incidente né un attentato interno al velivolo.) Ecco questa è la speranza e insieme la premessa. Due anni fa, mentre cercavo di trovare un senso al “fattaccio” dell’Idroscalo, prima leggendo e rileggendo gli scritti di Pasolini poi andando incontro ai fatti senza retorica e facendo a meno delle verità precostituite, ho incontrato la collega Martina di Matteo. Insieme abbiamo unito le forze (documenti, fonti e ricerche) spesso ricominciando da capo, ma sempre con un punto fisso: la ricerca della verità. Assioma questo per molti, soprattutto per “gli anti-complottisti”, che fa ridere e sicuramente farà sorridere in modo beffardo ancora una volta. Questo non ci disturba e non frena il nostro lavoro con tutta l’umiltà e la caparbietà possibili.
L’inchiesta finora inedita, frutto del lavoro mio e di Martina, il cui estratto è ora gentilmente ospitato dalla rivista “Satisfiction” è contenuta per intero nel numero monografico su Pier Paolo Pasolini de “I Quaderni de l’Ora” (edizioni Ila Palma-Micromedia, Palermo), rivista d’inchiesta, cultura e analisi politica che ha riaperto le pubblicazioni a fine 2012. Il numero, diretto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, oltre a contenere altrettanti estratti di inchieste sulla morte dell’intellettuale dei giornalisti che se ne sono occupati, è sostenuto in gran parte da quel filo che lega le morti di Mattei De Mauro e Pasolini, le prime due confermate anche nelle motivazioni alla recente sentenza dei giudici di Palermo che nell’assolvere Totò Riina attribuiscono ad altri fattori la responsabilità della scomparsa del giornalista de “L’Ora”, il cui corpo o resti non furono mai ritrovati. La rivista è in sé preziosa anche per la presenza dei contributi fotografici e saggistici come i lavori di Mario Dondero e il contributo critico della saggista Carla Benedetti. Alcune poesie di Pasolini poi arricchiscono la pubblicazione aggiungendo valore culturale e di testimonianza.
Di seguito solo un brano che rivela però il filo conduttore del lavoro svolto da noi: il mistero della seconda macchina. Finora solo un testimone alla riapertura delle indagini ha dichiarato qualcosa in questo senso: un fatto che non si è mai chiarito e che noi abbiamo provato ad illuminare, attraverso nuove testimonianze e andando alla ricerca di verbali in parte dimenticati in parte nascosti, sulle ore immediatamente successive alla mattanza. Venerdì 15 presso la libreria Notebook dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, dalle ore 18, alcuni autori e ospiti presenteranno la rivista che sarà anche disponibile per chi desidera acquistarla.
di Simona Zecchi – Martina Di Matteo
Ostia – Roma. Nella notte fra il 1 e il 2 novembre del 1975 il corpo di Pier Paolo Pasolini viene trovato in una pozza di polvere e sangue all’Idroscalo di Ostia. Sono le 6.30 del mattino e le voci degli abitanti delle baracche, per la maggior parte abusive, si sfilano sommesse mentre le prime luci dell’alba fanno capolino. Solo la signora Maria Teresa Lollobrigida si rende conto, all’inizio scambiandolo per un grumo di rifiuti, che la poltiglia di carne corrisponde alla sagoma irriconoscibile di un uomo. E’ il corpo di Pasolini ma lo si scoprirà solo dopo, a circa un’ora dal ritrovamento, quando lo si collegherà al furto di un’auto avvenuto nella notte a molte ore di distanza.
È una morte quella dell’intellettuale che entra immediatamente a far parte di quella storia di delitti eccellenti e stragi di Stato dell’Italia degli anni di piombo. Sono gli anni centrali della strategia della tensione che vedono l’alternarsi una serie di attentati efferati, addebitati a entità altre rispetto alle organizzazioni strettamente terroristiche di destra e di sinistra. Una tensione che ha inizio con la strage di Piazza Fontana nel 1969 e che si scioglie apparentemente nel 1984 con l’attentato del rapido 904. In quest’arco di tempo e in particolare negli ultimi anni fino alla sua morte, Pier Paolo Pasolini scrive, raccoglie informazioni e denuncia con l’intento di riunire tutto in una grande summa letterario-giornalistica, “Petrolio”. L’opera rimane però incompleta a causa della sua morte violenta e vedrà la pubblicazione solo 19 anni dopo. Pier Paolo Pasolini ha ancora molto da dire quando viene ucciso quella notte di novembre 1975 e la sua voce non ha smesso .
L’AUTO DI PASOLINI? RITROVATA SULLA TIBURTINA (Prima parte)
Tra le tante parti ancora non emerse sulla morte di Pasolini, una riguarda la sua auto. Una diversa dinamica che riguarda le ore immediatamente successive alla mattanza, che potrebbe riscrivere completamente l’indagine su quel massacro e che si lega a una dichiarazione rilasciata da Sergio Citti nel 2005 a Guido Calvi secondo cui l’auto di Pasolini sarebbe stata ritrovata abbandonata sulla Tiburtina1. Una verità fatta scivolare probabilmente via dalle carte del fascicolo relativo al processo a carico di Giuseppe Pelosi. E’ solo un verbale ma cambierebbe tutto.
A raccontarci una verità diversa è un nuovo testimone della vicenda cresciuto nel quartiere del Tiburtino assieme a quel gruppo di giovani chiamati più volte in causa nei dintorni del delitto: “Pino se lo so’ bevuto alla fontanella de piazza Gasparri… lo sapevano tutti nel quartiere, come tutti sapevano che quella notte con lui ci stavano i Borsellino e Johnny.”
Piero (nome di fantasia) non faceva parte del giro, di quelle bande sfilacciate di criminali che a Roma operavano ognuna per conto proprio senza intrusioni e senza collegamenti. Piero ha vissuto ai margini di quel mondo osservandolo per difendersi. Quella che racconta è una storia che non è mai stata così segreta come si è portati a immaginare, è piuttosto una storia conosciuta da un intero quartiere, di cui molti hanno saputo e nessuno ha parlato. Lui quei ragazzi li conosceva bene, fu lui stesso, racconta, ad aprire la porta del bagno in cui il padre dei due Borsellino (Franco e Giuseppe Borsellino ormai deceduti che furono fermati e poi rilasciati per mancanza di riscontri alle indagini dell’allora Carabiniere Renzo Sansone, nda), si impiccò alcuni mesi prima di quel 2 novembre del ’75. Arriccia il naso mentre lo racconta, quasi come a non voler vedere quell’immagine, poi va avanti.
All’Idroscalo, Pelosi arriva in macchina con Pasolini mentre Mastini (Giuseppe Mastini alias Johnny Lo Zingaro più volte chiamato in causa negli anni senza mai andare a fondo sul suo ruolo secondo quanto a noi risultato, nda) si trova nell’altra Alfa 2000 quella blu probabilmente guidata da Antonio Pinna, descritto nell’ambiente come un esponente della malavita romana e confidente di Pasolini, e i due Borsellino arrivano invece col Gilera. Già nei mesi immediatamente successivi al delitto la giornalista Oriana Fallaci, insieme al suo collaboratore Mauro Volterra, nella contro-inchiesta de “L’Europeo”2, avevano parlato di due motociclisti su un Gilera. Nei verbali emerge che l’indiscrezione sia arrivata dalla giornalista americana, allora a Roma, Kay Withers, attraverso il collega Robin Lustig3 della Reuter di Roma. Lustig (ora alla BBC) conferma via e-mail di aver riportato ciò che sapeva sul caso Pasolini unicamente da quanto riferitogli dalle forze dell’ordine, e certo il tempo passato – dice – non lo aiuta nel ricordo. Sarebbe legittimo dunque almeno pensare che gli inquirenti fossero fin dall’inizio sulle tracce di una motocicletta?
Dì, ma qui non si vedono più quelli che hanno la motocicletta? Chi ce l’ha la motocicletta?
«Vuoi dire la Gilera 124? Quella ce l’ha il Roscio.» 4
Piero ci racconta di chi è quella motocicletta, confermando quella stessa notizia dell’Europeo. La Gilera è del Roscio, il suo nome è Mimmo D’Innocenzo. Mimmo aveva impicci con la droga e frequentava la stessa bisca di Pelosi e gli altri.
“Gli presero la moto per qualche motivo, forse c’aveva un debito, non lo so bene e non so nemmeno da dove l’avesse presa, ma era la sua quella moto, gliela fecero ritrovare poi davanti a un fioraro sulla Tiburtina. Poi qualche anno dopo lo “suicidarono”, lo trovarono morto per overdose in una macchina sul Lungo Tevere”.
Non ricorda bene il mese o l’anno Piero, ha paura di accavallare le date, di dare informazioni sbagliate ma alcuni fatti li ricorda perfettamente e ricorda perfettamente che Mimmo non voleva più quella moto, perché era stata “impicciata” in qualcosa in cui non voleva entrare. Mimmo morì nel 1979, qualche anno più tardi forse perché, come Piero ipotizza avendolo conosciuto bene, sull’uso fatto della moto voleva saperne di più.
“Io li conoscevo perché abitavamo tutti lì, andavamo a impennare coi motorini insieme, facevamo qualche furtarello, ma non eravamo amici. Loro erano iscritti al partito monarchico, stavano in fissa col fascismo, io invece ero sempre stato di sinistra, ci siamo pure menati qualche volta con quelli di destra”.
Piero continua il racconto, mentre arrotola una sigaretta di tabacco senza filtro e ammette di averli anche invidiati un po’ quei ragazzi. Alla memoria gli tornano immagini come fotografie. “A volte li guardavo andare avanti e indietro con le vespe dai vetri della mia bottega e li invidiavo perché io stavo là a lavorare e loro scoattavano tutto il giorno, ma sono stato fortunato. Poi io c’avevo mia mamma che mi stava sempre dietro, non mi sono mai drogato. Le canne sì, quelle me le facevo ma non mi sono mai drogato…Mimmo invece sì”. Piero torna spesso a Mimmo nel suo racconto, quello è con buona probabilità il motivo per cui ha deciso di parlare.

Fonte:
http://www.satisfiction.me/simona-zecchi-la-morte-di-piera-paolo-pasolini-lauto-scomparsa-e-un-testimone/



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