lunedì 30 settembre 2013

Pasolini. Il cinema della poesia - Capitolo VII – La luce, alla fine

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini. Il cinema della poesia
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI
“FEDERICO II”
FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA
Corso Di Laurea In Lettere Moderne – Storia Del Cinema





RELATORE

Prof. Pasquale Iaccio

CO-RELATORE
Prof. Aurelio Lepre


CANDIDATO
LUIGI PINGITORE
ANNO ACCADEMICO 1998/1999



SOMMARIO



Capitolo VII – La luce, alla fine



Il giorno in cui Pasolini fu ammazzato,
Lui si sarebbe raccolto in silenzio,
a casa di un’amica, e insieme avrebbero ascoltato,
commossi, un inno di Francesco De Gregori: Pablo.

[P.V. Tondelli, Un weekend postmoderno] 

Arrivati verso la fine, si ha la tentazione di tornare indietro e ricominciare tutto il discorso daccapo, magari partendo proprio dalle stesse premesse, per poterle stavolta esaminare alla luce di tutte quelle acquisizioni che si sono accumulate nel tempo della sua vita. E soprattutto per effettuare quel montaggio essenziale - come lui lo definì, che ha dato senso al caos e alla dispersione di un’intera esistenza. Freudianamente si potrebbe illuminare ogni singolo aspetto di quegli inizi nei prati di Casarsa e nelle stradine delle borgate romane, per potersi dilungare sui fenomeni di quella vita inquieta e a volte così astratta. 
"È odiosa la gente. Venendo al ristorante ho sempre camminato a testa bassa, non volevo vedere in faccia nessuno." 
Sono le 22.00 del 1° novembre 1975. 
È di nuovo notte in questa parte di emisfero. Roma e l’Italia intera hanno celebrato la festività di ognissanti, vecchio residuato della tradizione cristiana. Da un paio di settimane è autunno, le prime folate di vento si alzano per le strade antiche e secolari della capitale, accarezzando i grandi pratoni di erba. L’estate è definitivamente alle spalle, così come le giornate che Pasolini trascorreva nel suo castello di Chia, a scrivere Petrolio, e a meditare su quegli articoli pubblicati sul "Corriere della Sera" in cui chiedeva un pubblico processo alla DC. È rientrato il giorno prima da un lungo viaggio che l’ha portato a Stoccolma, in occasione della traduzione in svedese delle sue poesie. Si è anche fermato a Parigi per presenziare all’edizione francese di Salò. 
È l’anno in cui finalmente ha termine la guerra del Vietnam, l’esercito di liberazione entra a Saigon e gli americani battono in ritirata. In Spagna muore il generale Franco. Montale riceve il premio Nobel per la letteratura, Eco pubblica il Trattato di semiologia generale. Nei cinema vengono proiettati Professione: reporter di Antonioni e Nel corso del tempo di Wim Wenders, icona di un cinema dello sradicamento fisico e mentale che da lì a poco attecchirà definitivamente nell’immaginario europeo eleggendo il suo autore a maestro generazionale. Appena due anni prima c’è stato l’esordio di Martin Scorsese negli Stati Uniti con Mean streets, mentre in Europa morivano Gadda e Picasso. Ancora diciannove anni e sarebbe crollato il Muro di Berlino; quindi il comunismo nel mondo. 
Se questo fosse un film, con un finale ancora da scrivere, girato con quella tecnica del cinema di poesia per cui le inquadrature debbono riprodurre fisicamente la realtà psicologica del personaggio - Pasolini che si avvicina alla porta del ristorante "Il Pomodoro", accompagnato da Ninetto Davoli e dalla sua famiglia, abbassa la testa, entra... allora questa breve, brevissima scena, dovrebbe progressivamente esplodere e ripristinare il caos delle sensazioni, per descrivere tutto ciò che è contenuto in quel semplice gesto. Dovremmo poter avere la certezza che stiamo assistendo alla conclusione di una lunghissima fuga. 
Pasolini cena con i suoi amici e ha sempre la sua solita voce sottile - come dirà poi Ninetto Davoli, parla di ciò che sta facendo e dei suoi progetti futuri. Poi quando la serata ha termine, Pasolini si separa dalla comitiva e rientra nella sua auto. 
Verso le 23 raggiunge la Stazione Termini. Alle 23 e 30 circa Giuseppe Pelosi entra nella sua auto. Sono diretti ad un ristorante della via Ostiense, "Mario", dove Pasolini è abbastanza conosciuto. 
Forse con l’età i suoi rituali si sono cristallizzati, così pure i luoghi dove egli ritorna a cercare. 
È quasi l’una quando Pasolini raggiunge il litorale di Ostia, e si ferma in un vecchio campetto di calcio polveroso, a due passi dalle baracche abusive che la gente del posto si è costruita. È un luogo che evidentemente conosce bene, frutto di molte esplorazioni: chissà che cosa avrebbe dovuto rappresentare, in quale film sarebbe potuto entrare. Intanto i giornali sono ormai in rotativa e nulla più può essere aggiunto. Sembrerebbe quasi dovuto che la vita si arresti. A quell’ora il mondo dorme sotto sonni agitati. 
E invece è lì che muore Pasolini. Dopo una colluttazione feroce e rabbiosa che l’ha visto cedere di schianto. Pasolini muore, il ragazzo scappa rubando la sua auto, la notte torna a essere deserta e silenziosa dopo quegli attimi di concitazione. Passeranno più di cinque ore prima che qualcuno se ne accorga. È la povera gente della borgata, una signora che vive in una di quelle baracche la prima persona che scorgerà quel corpo abbandonato sulla sabbia. Man mano che il sole sorge la luce illumina i resti di Pasolini, e ne permette l’identificazione. 
Dal momento che Pasolini ha camminato tanto, è possibile ipotizzare che quella fine non ha poi una tale importanza; in fondo era necessaria. Un uomo prima o poi si deve fermare, in tutti i sensi. Quella morte così teatrale si regala agli sguardi dei contemporanei e dei posteri che potranno leggervi tutto, dai segni del Fato alle logiche di un processo di partecipazione al grande dramma del mondo. Pasolini non ne è mai sceso, logico che prima o poi lo cacciassero. 
Salò, in tale senso, risulta essere una logica conseguenze delle continue negazioni e delle prospettive di fuga che Pasolini ha intrecciato nell’arco della sua esistenza. Ed è altresì chiaro che proprio per questo risulti essere un film estremamente difficile da decifrare; tale difficoltà risiede sostanzialmente nel fatto di essere un’opera postuma, che agisce contemporaneamente da testimone di quella vita appena conclusa e si esibisce in un dialogo a distanza con la morte del suo autore. 
Nessuno tra quanti videro il film alla sua prima, il 22 novembre di quell’anno, al Festival di Parigi, né Bertolucci né Moravia, poté evitare la malia di vedere sovrapposte a quelle scene di violenza estrema, le immagini della morte di Pasolini. 
E allora a noi sembra, di nuovo, che il cinema di poesia abbia chiuso il cerchio là dove l’aveva iniziato, nelle prime sequenze di Accattone, quando il giovane borgataro si affacciava dal ponte e minacciava per spettacolo di gettarsi nel Tevere. Ora ci si è gettato, è morto, e le immagini poetiche ci hanno testimoniato quest’ultimo viaggio cristallizzandosi per sempre nelle atmosfere rigide e claustrofobiche dei gironi danteschi che scandiscono il film Salò, e nell’incompiutezza che aleggia tra le pagine del suo ultimo romanzo: Petrolio. 
Salò assomiglia a quel piccolo punto nero, che nell’introduzione a questa tesi, cercavamo di scoprire all’interno della carriere poetica di Pasolini. Ne ha tutte le caratteristiche, per la capacità che ha avuto di fagocitare al suo interno Storia, Letteratura e Mito, polverizzandole e annullando qualsiasi possibilità di dialettica con l’esterno. Si entra in Salò con la certezza di entrare in un mondo a parte, dove Pasolini lascia che il Caos primordiale attecchisca contro quei corpi che lui in passato ha cercato di salvare e che ora abbandona alla Violenza istituita del potere e alle rigorose geometrie infernali, scandite come lungo una scala sonora, dalle successioni delle depravazioni dei carnefici. I corpi dei giovani e delle giovani fatti radunare nella villa seicentesca sono gli stessi corpi che Pasolini aveva amato esibire e spettacolarizzare nella Trilogia. Ora, a distanza di due anni, Pasolini è un uomo che si è portato al di là delle proprie negazione, dove non è più possibile tornare indietro. Ed è questa negazione che cerca di esprimere. 
Prima di entrare al ristorante con Ninetto pronuncia quella frase sulla gente: ‘è odiosa!’. Doveva sentirlo profondamente, perché Salò è un lungo grido in forma di odio. Siamo entrati in quel mondo e Pasolini non ci ha lasciato intravedere nemmeno una porta. Anzi, l’unica che forse ancora c’era, l’ha sprangata egli stesso ed è rimasto dentro con noi, a godersi lo spettacolo. 

Salò è un mistero medievale, una sacra rappresentazione molto enigmatica. Quindi non deve essere capito, guai se fosse capito. Voglio dire il film. 
[Conversazione con P. P. Pasolini, intervista apparsa su “Filmcritica”, n. 265, agosto ‘75] 
In realtà è difficile ipotizzare che dopo quest’opera Pasolini avrebbe potuto continuare a fare cinema. È giunto con questo film in territori così estremi e lontani, che sembra difficile capire in che modo sarebbe potuto tornare indietro. Probabilmente solo dopo un altro lunghissimo cammino, che forse si sarebbe concluso ai nostri giorni; se oggi Pasolini fosse ancora vivo, probabilmente si affiderebbe alla nuove tecniche del video e del digitale, scorgendo in esse quel radicamento necessario alla sua propagazione linguistica. E allora potrebbe ricominciare a filmare la sua Realtà. 

D’altronde Salò, come ho già detto per gli altri suoi film, è una riflessione sulla propria condizione di autore. È l’ennesimo film che mette in scena il rapporto esplicitamente autobiografico tra il regista/carnefice e l’universo materiale ed umano espresso. E la violenza sado-masochista sembra essere ormai l’unico medium che permetta a Pasolini di mantenersi in rapporto con l’esterno. 
Così la scena iniziale di rastrellamento dei giovani che verranno poi condotti nei luoghi della tortura, potrebbe alludere alla ricerca degli attori condotta dallo stesso, attori che in tutti i film hanno incarnato quella disperazione via via più crescente che si è fatta materia viva dei film pasoliniani. O forse allude all’iniziazione alla violenza che Pasolini ha compiuto verso noi spettatori, obbligandoci, noi con lui, a restare prigionieri di quell’irrimediabilità che egli ormai percepiva come unica fonte di sopravvivenza. 
E questa è stata davvero la sua ultima utopia. 


TESI
“Pasolini: il cinema della poesia”
Dott. Luigi Pingitore
a cura dell’Associazione Culturale “RHYMERS’ CLUB”



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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