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Guido Pasolini

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lunedì 14 ottobre 2013

Tanzania: storia di un’Orestiade sospesa

"ERETICO & CORSARO"


                         Tanzania: storia di un’Orestiade sospesa

                    di Maria G. di Molfetta


Alla fine degli anni Sessanta, Pasolini assemblava una serie di immagini girate tra Uganda e Tanzania in un “non documentario” ed un “non film”, dal titolo “Appunti per un'Orestiade africana”. Si trattava di alcune note preliminari per un progetto cinematografico sperimentale ed ambizioso, quello di ambientare le vicende dell'Orestea di Eschilo nel continente africano. L'ambizione nasceva dall'idea di una possibile analogia tra Grecia arcaica ed Africa tradizionale da una parte, e Grecia democratica ed Africa indipendente dall'altra. Come Oreste assisteva alla trasformazione delle Erinni, forze materne primordiali in Eumenidi, benevole e prone alla nuova democrazia ed era giudicato dal primo tribunale umano, così l'Africa indipendente si presentava al mondo occidentale nelle vesti di Eumenidi, simbolo della coniugazione fra cultura tradizionale e cultura occidentale. Pasolini sperava appunto che proprio il retaggio delle vecchie Erinni potesse permettere all'Africa di realizzare una democrazia reale e non meramente formale.

Prima di riflettere sulla possibilità avanzata da Pasolini mi piacerebbe partire proprio da una tappa del suo itinerario africano, la Tanzania.



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In occasione della conferenza di Berlino del 1885 i maggiori Stati occidentali (Germania, Austria-Ungheria, Belgio, Danimarca, Spagna, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Portogallo, Russia, Svezia, Norvegia e Turchia) si spartivano il continente africano, alla conquista di territori e vantaggi economico-geopolitici.
Lo scramble for Africa creava una serie di divisioni assolutamente arbitrarie, pullulanti di anomalie geografiche ed incisioni in aree prima omogenee, frutto della mano di “un sarto impazzito che taglia senza più fare attenzione al tessuto, al colore o al disegno del patchwork che sta confezionando”, secondo le parole del nigeriano Wole Soyinka(1).
Il Tanganyika fu assegnato all'Impero germanico, che in un primo momento avviò una politica di spossessamento delle terre nei confronti delle tribù, assegnando quelle migliori ai coloni. Il malcontento generale degli indigeni, sfociato nella rivolta Maji-Maji del 1905, costrinse i Tedeschi ad un'inversione di rotta, incentivando la nascita di una classe contadina autoctona.
Alla fine della prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni assegnava il Tanganyika ai Britannici come mandato di tipo B prima e sistema ad amministrazione fiduciaria dopo, con l'obbligo, almeno in teoria, di governare nell'interesse delle popolazioni locali. A questo proposito, con l'opportunistica dichiarazione di voler rispettare il sistema dei capi tradizionali e delle leggi consuetudinarie, il governatore britannico sir Donald Cameron instaurava nel 1926 il sistema delle Native Authorities, riorganizzando il territorio tanganyikano in aree artificiali amministrate da autorità indigene. “La politica del governo è che questi capi governassero i propri popoli non come governanti indipendenti, bensì dipendenti”(2) direttamente dalle decisioni degli Inglesi.
Il cosiddetto sistema dell'indirect rule britannico garantiva lo sviluppo nei territori coloniali di un'economia funzionale alla crescita industriale della madrepatria che usufruiva delle essenziali materie prime e della produzione agricola ed al contempo trovava mercati fertili per smaltire i propri prodotti industriali. Alcune regioni (Bukoba, Kilimanjaro, Sukuma, Usambara, Iringa) integrate nel mercato dell'esportazione con la produzione di caffè, tè, sisal, cotone, vennero sviluppate (mai in senso industriale), mentre le altre rimasero confinate a livelli di agricoltura di sussistenza o costituirono la fonte per il reclutamento di manodopera stagionale(3).
Nonostante l'arretratezza delle infrastrutture ed il limitatissimo accesso all'istruzione, proprio nelle zone più avanzate sorsero cooperative commerciali agricole ed associazioni di mutuo soccorso cittadine che elaboravano progetti di solidarietà moderna in mancanza di quella tradizionale. Dalla fusione tra tali forme di organizzazione e i sindacati dei settori pubblici emerse una nuova élite(4), la cui istruzione, seppur minima, permetteva l'accesso agli strumenti teorici e pratici dei colonialisti. Non si trattava di una classe moderna, politicamente determinante, dato che il basso livello di sviluppo nazionale aveva creato solo una scarsa e debole borghesia agraria, ma la contestazione legata all'associazionismo poneva le basi per il movimento nazionalista.
La prima organizzazione politica, la TAA (Tanganyika African Association) nata nel 1929, si fondava sull'idea del self-improvement e sulla critica ad un sistema coloniale che garantiva salute e potere sociale soltanto alla comunità europea ed asiatica. Non potendo sottovalutare tali spinte nazionalistiche, il governo britannico sostituì il sistema della Native Authorities con quello del local government, che prevedeva un maggiore accesso dei Tanganyikani all'apparato burocratico e la possibilità che membri regolarmente eletti potessero far parte del Consiglio legislativo ed in minor grado di quello esecutivo.
Nel 1954 la TAA si trasformava nella TANU (Tanganyika African National Union) guidata dalla carismatica figura di Julius Nyerere. Obiettivi primari della TANU erano: indipendenza del paese e governo fondato su principi socialisti, riduzione delle forme di divisionismo etnico, democrazia basata sull'elettività dei rappresentanti, sindacalismo e cooperazione fra le associazioni. Il governo britannico reagì con misure repressive e col finanziamento ad un partito di bianchi ed asiatici, l'UTP (United Tanganyika Party).
L'inevitabile processo di evoluzione costituzionale deciso dal governo inglese approdò alla fase elettorale del 1960 per l'assegnazione dei 71 seggi del Consiglio legislativo e si arrese alla schiacciante vittoria della TANU (70 seggi conquistati). In piena coerenza con il suo programma, la TANU proclamava l'indipendenza e l'autogoverno il 9 dicembre del 1961.
Il 24 aprile del 1964 nasceva la Repubblica Unita della Tanzania dall'unificazione del Tanganyika e dell'arcipelago di Zanzibar. Dopo una serie di rivolgimenti politici, fondati sui risentimenti della popolazione africana nei confronti dei privilegi della ristretta élite araba, Zanzibar era diventato una Repubblica popolare con a capo un solo partito (ASP, Afro-Shirazi Party), che riuniva le componenti “persiane” ed africane ed aveva avviato la confisca di numerose proprietà all'aristocrazia araba. Il leader zanzibarita Karume e quello tanganyikano Nyerere avevano ragioni allettanti per tendere alla unione: il primo necessitava di una vittoria definitiva e legittimata nei confronti dell'opposizione, il secondo incanalava su una via più moderata la linea rivoluzionaria e populista zanzibarita.
La Repubblica Unita di Tanzania veniva abbracciata favorevolmente anche dagli USA che non avevano tardato ad inviare il diplomatico Frank Carlucci per arginare le possibili fughe comuniste.


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Fin dalla sua nascita, la TANU si caratterizzava come partito socialista e dal 5 febbraio del 1967, anno della Dichiarazione di Arusha, si andavano delineando le basi del socialismo tanzaniano. Il termine swahilii(5) utilizzato da Nyerere per socialismo è ‘Ujamaa', che letteralmente vuol dire ‘fratellanza, affinità, parentela'. Infatti Nyerere insisteva sul fatto che l'Ujamaa fosse fortemente collegato ai valori tradizionali violati dai colonialisti. La società precoloniale, cioè, era completamente avulsa dal concetto di sfruttamento della terra, intesa in senso capitalistico come bene commerciabile. La terra era un bene comune che il singolo individuo poteva utilizzare allo scopo del progresso comunitario; era esclusa da questo sistema anche l'accumulazione individuale delle ricchezze(6). Il denaro a questo punto non poteva essere considerato la base per lo sviluppo della Tanzania, ma era il popolo tanzaniano nel suo complesso con lavoro e zelo assidui a determinare la ricchezza della nazione.
Non potendo far leva su un settore industriale pressoché inesistente, Nyerere vedeva nell'agricoltura la principale fonte di sostentamento e di sollevamento dal giogo della povertà. Il suo progetto dell'Ujamaa Vijijini (Socialismo rurale), proponeva l'organizzazione di villaggi comunitari di 250 famiglie ciascuno con una sezione del partito all'interno, in cui la produzione arrivasse ad essere collettiva.
Altro concetto importante era quello di kujitegemea (autosufficienza), un processo di sostanziale svincolamento dai fondi esteri.
Secondo Nyerere era ovvio che tale processo non poteva realizzarsi senza la guida ed il controllo della TANU, il partito che aveva condotto il popolo tanzaniano alla libertà. Considerando il socialismo tanzaniano sostanzialmente differente da quello di stampo marxista-occidentale, il quale si era sviluppato in seno ad una società industriale formata da classi sociali ed economiche dagli interessi tra loro antagonisti, non vi era alcun bisogno di una forma istituzionale bi o pluripartitica. Quest'ultima era concepibile unicamente quando esistevano visioni discordanti e divergenti su questioni politiche forti. In Tanzania, invece, ribadiva Nyerere, “non siamo in presenza di una società divisa in classi contrapposte che giustifichino, per divergenze su questioni fondamentali, l'esistenza di partiti. I movimenti politici nati in Africa sono nati per formare fronte comune di tutto il popolo contro i colonialisti […] in Africa e quindi in Tanganyika con la TANU essi incarnavano gli interessi e le aspirazioni di tutto il popolo nella sua integrità”(7). A questo punto il partito della TANU era legittimato a preservarsi come unica guida unanimista alla testa della neonata nazione tanzaniana.


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Senza minimizzare il peso negativo del retaggio coloniale e della dipendenza imperialista, “deve essere chiaro che il problema del sottosviluppo e delle strategie per liberarsene non può essere approfondito nelle sue componenti strutturali e politiche se non si analizzano, dietro le maschere delle ideologie, gli interessi e le alleanze che determinano scelte e svolte politiche”(8), socialismo tanzaniano compreso.
Una delle peculiarità del socialismo tanzaniano era il retrodatarsi al periodo precoloniale, ad una sorta di collettivismo tradizionale, che permetteva alla Tanzania di saltare la fase capitalista per immergersi in quella propriamente socialista.
Che la terra in Africa precoloniale non fosse considerata proprietà di singoli individui ed alienabile per mezzo della vendita non escludeva che si potesse verificare un uso individuale o familiare di essa. L'agricoltura africana precoloniale si fondava sulla piccola produzione contadina, singole famiglie coltivavano appezzamenti di terra e ne amministravano i prodotti liberamente. “La coltivazione collettiva era l'eccezione e non la regola, né deve essere confusa con le molte forme di cooperazione e reciproco aiuto”(9).
L'Ujamaa VIjijini dovette far fronte alla resistenza della popolazione (passività, riduzione della produzione, scarsa iniziativa) tanto che dopo l'iniziale volontarismo, il reinsediamento nei villaggi fu attuato con metodi coercitivi ed abusi dei burocrati locali, anche a causa di una poco chiara e rigida pianificazione del governo.
Inoltre, la collettivizzazione non andò mai ad intaccare gli interessi delle regioni principali fornitrici di beni alimentari per l'estero. “To live in villages is an order” titolava il Daily News di Dar es Salaam del 1976, riecheggiando le parole del Baba wa Taifa (Padre della Nazione), come veniva chiamato Nyerere.
Dai dati di Mc Henry (del 1971) su 4484 villaggi solo 211 erano al secondo stadio di sviluppo (principio di collettivizzazione) e solo 17 al terzo stadio (collettivizzazione da ultimarsi)(10). Il concetto di self reliance (autosufficienza), connessa alle tendenze dirigiste del governo e alla mancata iniziativa popolare, si arenò miseramente. “Gli aiuti esteri, sia per quanto riguardava i prestiti che i doni, erano aumentati dal 25% del PNL al 60% nel 1975-76”(11), causando diversificazione delle fonti di aiuti: Cina popolare (finanzia la costruzione della ferrovia Tazara), la Banca Mondiale, gli USA, i Paesi scandinavi, Canada, Germania Occidentale.
A tutto questo si accompagnava un atteggiamento sempre più assolutista del partito di governo, il Chama Cha Mapinduzi (CCM, ‘partito della rivoluzione', nato dalla fusione di TANU ed ASP). Il CCM, lungi dal salvaguardare gli interessi dell'intera popolazione, finiva col garantire la crescita di una ristretta fascia di piccolo-borghesi. La crisi precipitò per la convergenza di una serie di fattori: ascesa del prezzo del petrolio negli anni Settanta, calo di valore dei principali beni d'esportazione, lo scioglimento (1977) della Comunità economica dell'Africa orientale (unione doganale ed economica tra Uganda, Tanzania e Kenya), la lunghissima siccità degli anni Ottanta, gli sforzi militari tanzaniani nella deposizione del dittatore ugandese, Idi Amin Dada(12). Nel 1985 Nyerere si dimetteva nominando Ali Hassan Mwinyi presidente della nazione e mantenendo fino alla morte (1999) la carica di presidente del CCM(13).


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Alla fine degli anni Settanta anche la Tanzania si trovava a gestire livelli di debito verso banche pubbliche e private internazionali ben oltre la sua capacità di finanziamento. Il ricorso al FMI e alla BM come garanti per la rinegoziazione del debito e per mantenere linee di credito commerciale costrinsero il paese, come la maggior parte dell' Africa, all'accettazione di piani di aggiustamento strutturale (PAS)(14). Questi ultimi imputavano ai governi dirigisti africani, fondati sul monopolio politico esercitato dal partito unico, la principale causa del mancato sviluppo.
La necessità di avviare il processo di democratizzazione in Africa, attraverso la creazione del multipartitismo, significava sostanzialmente promuovere un processo di liberalizzazione economica (aumento della competitività tramite imprese private più dinamiche, riduzione degli investimenti nell'assistenza sanitaria e nell'istruzione)(15).
Nonostante la crescita del PNL nel 2003 sia stata del 5,6%, ciò si è tradotto in un disequilibrio nella distribuzione della ricchezza prodotta ed un accesso diseguale ai nuovi canali di arricchimento per i diversi gruppi sociali.
Così come altrove, anche in Tanzania, i PAS non hanno significato la stessa cosa per tutta la popolazione: i cospicui investimenti esteri hanno intensificato il processo di stratificazione sociale(16) e la forbice dei redditi si è aperta significativamente spianando la strada ad una serie di tensioni sociali. Molte aziende governative privatizzate sono proprietà di società estere che con l'informatizzazione dell'economia hanno drasticamente ridotto il personale.
Le risorse minerarie e quelle del turismo sono in mani straniere, usurpate a volte senza il versamento di imposte. “Le conseguenze sono terribili: vent'anni fa non c'erano tanti disoccupati. Oggi ci sono ingegneri, diplomati, infermiere, dottori senza lavoro. In certe zone di Dar es Salaam sembra di essere in Italia, si trova tutto. Ma è carissimo e la maggior parte della gente non può permetterselo”(17).
Le iscrizioni alla scuola elementare sono diminuite, per non parlare di quelle alla scuola secondaria, dati assurdamente significativi per le guidelines del programma di Nyerere e per il fatto che il 40% della popolazione ha meno di 14 anni(18).

I numerosi provvedimenti legislativi da parte del governo tanzaniano dal 1999 al 2004 prevedono misure a favore degli imprenditori locali aggrediti dalla spietata concorrenza estera. “Una lettura contestualizzata di questi […] mette in luce una politica intrappolata tra l'incudine della necessità per il governo di un'organica sintonia con le priorità politiche dei donatori a garanzia del continuo flusso dei finanziamenti esteri ed il martello della ricerca del consenso dei ceti imprenditoriali da parte del CCM”(19). Il debito estero del paese è aumentato di ben 12 volte rispetto all'anno 1994-95, superando il miliardo di scellini tanzaniani e sospingendo il paese al 160° posto (su 175) delle classifiche mondiali in termini di sviluppo umano(20).

In tema di multipartitismo, nel 1992 una seduta straordinaria del CCM votava all'unanimità l'emendamento alla costituzione per legalizzare un sistema multipartitico, ma da quella data in poi, ogni tornata elettorale ha confermato sistematicamente l'egemonia politica del CCM. Nessun altro partito dell'opposizione ha saputo offrire alternative programmatiche “spendibili” e “sostenibili”(21) dalla comunità internazionale almeno rispetto al processo di generale liberalizzazione economica attuata dal vecchio “partito unico”. Quest'ultimo, se da una parte ha saputo assicurare al paese una stabilità sociale costante, ha dall'altra eliminato ogni tipo di confronto politico, a causa della gestione dei mezzi di comunicazione, il ruolo di guida nel processo di emancipazione dallo straniero, la frammentarietà dei partiti d'opposizione, relegati in alcune regioni continentali settentrionali e nell'arcipelago di Zanzibar.

Diverso sembra essere il discorso per le isole, dove le elezioni sono tutt'altro che pacifiche. Il bipolarismo spurio(22) fra CCM e CUF (Civic United Front), enfatizzatosi in ogni occasione elettorale con violente repressioni ed accuse di brogli, si mantiene ancora a livello di demagogia e viene abilmente ammantato di moventi etnico-religiosi. Dal momento che Il CUF ha i suoi maggiori sostenitori nell'arcipelago zanzibarita, prevalentemente musulmano, ed in particolare presso l'isola di Pemba, le accuse di collusione col fondamentalismo islamico o di divisionismo piovono abbondanti da diversi cieli, insulare, continentale, transnazionale.



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Ritornando a Pasolini e ai suoi “appunti” come occasione stimolante di discussione, la domanda che stringe il cerchio e che assilla la maggior parte degli intellettuali africani e degli africanisti è: “È possibile parlare di democrazia africana e qual è il significato di tale espressione?”.
Secondo Eboussi Buolaga gli assertori dell'esistenza di una democrazia universale, che imputano all'Africa un deficit democratico, sono talvolta gli stessi che eludono il rispetto di diritti impliciti in una democrazia universale. “L'uomo comune vuole essere libero […] vuole potersi muovere da Yaoundè a Douala senza chiedere il permesso a nessuno, senza dover pagare mance… Rifiuta gli arresti arbitrari, la tortura, le percosse della polizia. Desidera essere educato e vivere in condizioni socio-economiche dignitose”(23).
Lo Stato, ogni Stato, dovrebbe farsi carico di questi diritti, della realizzazione dell'umano, della coniugazione di esigenze individuali e sete di solidarietà.
Nata nel quadro filosofico dell'Illuminismo, la democrazia occidentale ha fatto un uso strumentale della ragione per l'affermazione dell'egemonia dell'utile, soprattutto al di là delle frontiere nazionali. La libertà come valore fondante delle nostre democrazie si è spesso tradotta nel processo di esportazione all'estero di una democrazia fondata sul liberismo economico. Gli Inglesi avevano ben compreso l'importanza di questa esportazione quando nella seconda metà dell'Ottocento proclamarono illegale, dopo più di tre secoli di abusi indiscriminati, la tratta degli schiavi africani. Al di là del riconoscimento della dignità dell'uomo, dietro ogni fervore paternalistico-umanitario, c'era la volontà di conquistare nuovi mercati, di formare dei perfetti gentlemen africani istruiti all'anglosassone e liberi di acquistare beni e progresso dall'Occidente. Come altrimenti sarebbe stato possibile piazzare i prodotti dell'industrializzazione su una terra di schiavi non salariati?
Che cosa è cambiato con la decolonizzazione? Quest'ultima, ormai inevitabile dopo la seconda guerra mondiale e la consapevolezza acquisita dagli Africani tra le fila degli eserciti della madrepatria, è consistita nella libertà politica per lo meno formale delle colonie. “Rimane in piedi tutto l'aspetto economico. È vero che viene lanciata la teoria dello sviluppo – però… teoria più che pratica. Abbiamo ormai trenta, quarant'anni di esperienza per poter dire che la democrazia non si impegna sul piano internazionale e non produce un autentico contributo alla liberazione dei popoli già coloniali”(24).
Alcuni ascrivono l'incapacità di instaurare democrazie reali in Africa alla sua natura tribale ed ogni rivendicazione è ricondotta meramente a cause etniche. Il processo di “balcanizzazione dell'Africa” è un fenomeno recentissimo, risultato dalla spartizione arbitraria di spazi e popolazioni da parte di Paesi che ben poco conoscevano e ben poco volevano conoscere del continente nero.
Lo stesso Pasolini solleva la questione nel confronto con gli studenti universitari africani a Roma: “Chi è che ha fatto i confini del Congo e della Nigeria? Li hanno fatti i colonialisti. La realtà della Nigeria è una realtà falsa fatta a tavolino dai padroni europei. Hanno tracciato dei segni ed hanno fatto la Nigeria, ma questo non corrisponde alla realtà della Nigeria”.
Le frontiere derivate dallo scramble for Africa, che l'Organizzazione dell'Unione Africana nel postindipendenza non ha saputo mettere in discussione per la primaria esigenza di unità, sono un problema cocente. Ma le divisioni nel cuore del continente africano non possono essere spiegate con l'esistenza delle tribù.
La cristallizzazione tribale avveniva nell'Africa precoloniale per lottare contro un nemico esterno, “non c'è solidarietà etnica tra il ministro tutsi ed il povero contadino tutsi nella sua collina. Esistono altri tipi di divisione nell'Africa di oggi. Per fasce sociali differenziate. Le etnie avocate oggi […] sono delle entità non culturali ma politiche, frutto di manipolazioni operate dai politici, creazioni artificiali che nulla hanno a che vedere con il passato”(25).
La multiculturalità africana che nessuno vuole e deve negare non costituisce un ostacolo alla crescita del continente, ma quando gli Stati dirigisti che fanno gli interessi della società civile e democratica occidentale non elaborano strategie di assistenza nei confronti dei cittadini, ecco che emergono altri tipi di protezione (nazionali, regionali, locali). Tali tensioni cercano di portare sul palcoscenico mondiale i diritti violati della maggior parte della popolazione africana dai PAS, ma vengono abilmente liquidati dietro l'etichetta di etnicismi, tribalismi, fondamentalismi.
L'aggiustamento strutturale previsto dal FMI e dalla BM nasconde un'altra forma di imperialismo, la globalizzazione, quella dei “cinque monopoli” dell'Occidente: la grande tecnologia, flussi finanziari mondiali, accesso alle risorse agricole e minerarie, gli armamenti e la comunicazione(26).
In molti paesi africani non esistono ancora garanzie costituzionali che permettano un equo confronto politico.
Il partito unico in Tanzania, come altrove, con una burocrazia corrotta, tende a concentrare nelle proprie mani le funzioni legislativa, esecutiva e giudiziaria, dando la sensazione ai cittadini che il godimento di certi diritti (all'assistenza, all'istruzione, alla difesa, all'elezione dei propri rappresentanti) non sia da considerare condizione connaturata alla democrazia, ma favori elargiti dalla stanza dei bottoni.
Anche le elezioni dello scorso 2005 in Tanzania hanno confermato al potere il CCM, con l'elezione alla presidenza dell'ex ministro degli esteri, Kikwete. A Zanzibar le elezioni locali per il parlamento semi- autonomo non si sono svolte tranquillamente. Dopo aver scrutinato i 2/3 delle schede elettorali, i sostenitori del CUF festeggiavano la presunta vittoria (con il 54,2% dei voti) ma sono stati persuasi dalle forze di polizia, a suon di manganelli, getti d'acqua e lacrimogeni, a tornare al silenzio(27). Alla fine anche nell'arcipelago è stata dichiarata la vittoria del CCM.


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Dopo più di quarant'anni di dittatura del partito rivoluzionario tanzaniano che cosa resta della riflessione pasoliniana?
Quando Pasolini girava quelle immagini, in Tanzania cominciavano già ad essere evidenti le storture cui era stata piegata l'ideologia ujamaa. Egli dice di aver scelto per l'Orestiade una nazione africana che gli sembrava tipica, una nazione socialista a tendenza filocinese, ma la cui scelta non definitiva traspariva dall'altra attrattiva non meno affascinante, quella americana.
Durante gli anni Sessanta molti intellettuali di formazione marxista avevano fatto della Tanzania una sorta di paese esemplare per l'Africa sub-sahariana, nel quale si potessero vedere realizzate le esigenze di progresso umano ed economico.
Anche Pasolini sembra partecipare alla “tanzaphilia”(28), ma subito ne coglie le latenti contraddizioni, nella schizofrenia di un paese che subisce la fascinazione di due forze contrapposte, Usa e Cina. “L'aquila e il drago”(29) ancora oggi si contendono il continente africano, per diversificare le loro fonti energetiche, considerando l'instabile situazione medio orientale.
Inoltre, Pasolini riconosce altrove la pregnanza politica che l'Orestea di Eschilo doveva avere nella polis ateniese e non poteva non essere a conoscenza del carattere meramente formale della sua democrazia, dove la gestione del potere ed il godimento dei diritti erano appannaggio di una ristretta classe (vecchie forze aristocratiche moderate e ceti mercantili).
A questo punto, consapevole della formalità della democrazia all'occidentale esportata in Africa, egli pensava alla realizzabilità della democrazia reale mediante la sintesi di un'Africa antica ed un'Africa nuova.
Le Eumenidi avrebbero dovuto rappresentare tale unione, ma le Eumenidi sono proprio il risultato di una violenza ed un omicidio dell'antico spirito a vantaggio del nuovo. Le Erinni hanno perso la loro carica rivoluzionaria di cagne feroci e sono diventate mansuete sotto il giogo della presunta civiltà.
La rivoluzionarietà dell'identità africana pare essersi persa dietro le danze dei Wagogo o delle celebrazioni matrimoniali a Dodoma, prive della ritualità e del senso originari e ridotte a puro intrattenimento.
Credo che Pasolini anche questa volta abbia intuito i limiti dell'effettuabilità di una democrazia reale africana, ponendosi e ponendo agli studenti africani la questione decisiva: “Secondo voi questo film potrei girarlo nell'Africa di oggi degli anni Settanta o è più giusto retrodatare il film e girarlo nell'Africa del 1960, cioè il periodo in cui la maggior parte degli Stati africani hanno conquistato l'indipendenza?”.
La sua scelta finale, di retrodatare l'eventuale Orestiade africana al 1960, mi sembra indicativa. La realizzabilità della democrazia reale sembra limitata alla fase dei primi entusiasmi della decolonizzazione. Alla luce di quanto accaduto nel periodo classico (Atene imperialistica), nel recente passato e nel nostro presente (imperialismo del centro sulle periferie) non posso che condividere i dubbi di Pasolini. Senza, però, trascurare le sue ultimissime parole, quelle sulla “conclusione sospesa”, sull'ansia di futuro, sulla pazienza dell'Africa.
L'anima nera sorridente, porosa, tollerante, spirituale che ha permesso la penetrazione dell'alterità occidentale dovrebbe essere incanalata su una strada realmente rivoluzionaria e popolare.
Ma come possono le singole élites al governo corrotte, indottrinate, “missionarizzate”, svincolarsi dalla morsa economica internazionale?
Un suggerimento: ascoltare le singole voci, i sussurri centrifughi delle microeconomie, delle cooperative locali, materne, dinamiche che si agitano pazientemente all'ombra, nel ventre della macroeconomia globale, paternalistica, omologante.
Le Erinni africane andrebbero viste allora non nell'ottica del selvaggio, dell'astorico istinto ferino, ma come storico progressivo secolare adattamento ad una natura estrema ed incombente (deserti solitari, foreste lussureggianti, savane desolate, piogge scroscianti, insetti molesti…). Le vere Erinni africane dovrebbero rappresentare tale spirito permeabilissimo, instancabile, per niente immobile.
Non dimentichiamo che dietro ritualità etichettate spesso troppo facilmente ed astutamente con il termine di superstizioni, si cela un sapere tradizionale fortemente pratico, denso, fondato sull'osservazione diretta e paziente della natura e degli uomini, in Africa, in Grecia così come nelle nostre terre.

1 J-L. TOUADI, Africa puzzle, in “Nigrizia”, Verona, 1998, n. 10, p. 12.
2 A. M. GENTILI, G. MIZZAU, I. TADDIA, Africa come storia, Milano, 1980, p. 209.

3 A. M. GENTILI, Ideologia e politica di sviluppo: il caso della Repubblica di Tanzania, in La scelta “socialista” in Etiopia, Somalia e Tanzania, GUADAGNI M. (a cura di), Trieste, 1979, p. 80.
4 A. M. GENTILI, Il leone e il cacciatore. Storia dell'Africa subsahariana, Roma, 2001, p. 242.
5 La parola ‘swahili (che letteralmente significa ‘della costa') deriva dall'arabo ‘sahil' e si riferisce alla lingua ufficiale della Tanzania, considerata una delle principali lingue veicolari sulla costa dell'Africa orientale, da Mogadiscio fino al Mozambico. Appartiene al sottogruppo Bantu all'interno delle lingue Niger-Congo (una delle quattro macro-famiglie linguistiche del continente africano).
6 A. CAIOLI, Il socialismo africano di Nyerere, in, La scelta “socialista” in Etiopia, Somalia e Tanzania, op. cit., p. 58.
7Ibidem , p. 62.
8 A. M. GENTILI, Il leone e il cacciatore. Storia dell'Africa subsahariana, cit., p. 84.
9Ibidem, p. 85.
10Ibidem, p. 90.
11Ibidem, p. 94.
12 M. FITZPATRICK, Tanzania, Torino, 2002, p. 7.
13 Bisogna comunque sottolineare il ruolo importantissimo di Nyerere nel processo di unificazione dell'intero paese sotto un'unica lingua indigena, lo swahili, nel totale rispetto delle peculiari componenti etniche e linguistiche tanzaniane ed il reverenziale rispetto ancora adesso tributato alla sua memoria. Tale aspetto necessita di un'analisi più approfondita e mirata che non troverebbe una formulazione esaustiva in questa ricerca.
14 A. M. GENTILI, Il leone e il cacciatore. Storia dell'Africa subsahariana, cit., p. 280.
15Ibidem, p. 392.
16 M. LAMBERTINI (a cura di), Aggiustati dal fondo, in “Nigrizia”, Verona, 2002, n. 6, p. 24.
17 Ibidem, p. 26.
18 C. TORNIMBENI e M. ZAMPONI, Tanzania: elezioni per lo status quo?, in “Afriche ed Orienti”, Repubblica di San Marino, 2000, nn. 3-4, p. 95.
19 A. PALLOTTI, La depoliticizzazione dello sviluppo? Riforme economiche, disuguaglianza e coesione politica in Tanzania, in “Afriche ed Orienti”, Repubblica di San Marino, n. 4/2004 e n. 1/2005, p. 151.
20 S. MSUSA, Una nazione disunita… e povera, in “Nigrizia”, Verona, 2005, n. 6, p. 16.
21 C. TORNIMBENI e M. ZAMPONI, op. cit., p. 94.
22 B. FALCHI, Ottobre 2000: quale futuro per Zanzibar?, in “Afriche ed Orienti”, Repubblica di San Marino, 2000, nn. 3-4, p. 97.
23 P. M. MAZZOLA (a cura di), In agenda, i diritti, in “Nigrizia” speciale 2000, Verona, 1999, n. 10, p. 11.
24 U. ALLEGRETTI, Democrazia senz'anima, in “Nigrizia” speciale 2000, Verona, 1999, n. 10, p. 12.
25 P. M. MAZZOLA (a cura di), op. cit., p. 13.
26 S. AMIN (a cura della redazione), È sempre imperialismo, in “Nigriziaspeciale 2000, Verona, 1999, n. 10, p. 14.
27 MISNA (a cura di), Tanzania - Zanzibar: elezioni, polizia interrompe “festeggiamenti” opposizione, novembre 2005, sito internet: http://www. excite Italia - News - TANZANIA.htm.
28 A. PALLOTTI, op. cit., p. 148.
29 Così titola un articolo comparso nell'inserto di “Nigrizia” del maggio 2006, dedicato alle relazioni Africa-Cina.
Fonte:
http://digilander.libero.it/lepassionidisinistra/n_14/tanzania.htm#1

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