venerdì 22 novembre 2013

Pasolini e l'Orestea di Eschilo - La tragedia tra antropologia e teatro - Il testo pasoliniano

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini e l'Orestea di Eschilo
III
La tragedia tra antropologia e teatro


3. Il testo pasoliniano

3.1. Le scelte di traduzione

Abbiamo già visto come Pasolini abbia deciso di partire, per la traduzione, non dall’originale, ma da testi già tradotti.
Per quanto riguarda lo stile espressivo il traduttore dichiara di utilizzare uno stile tendente alla prosa, ragionante, permeato di «quell’italiano che egli possedeva già, cioè quello delle Ceneri di Gramsci e, per certi aspetti, anche de L’usignolo della chiesa cattolica, modificando i toni sublimi in toni civili» .
Una scelta, questa, che è completamente in linea con la lettura civile e politica del testo eschileo da cui Pasolini parte per la propria creazione-traduzione.
Secondo Paolo Lago, comunque, quell’intento di trasporre linguisticamente la tragedia eschilea in toni civili attraverso una prosa «dall’allocuzione bassa, ragionante», non si avvera fino in fondo mentre «lo stile utilizzato si avvicina molto a quello che tornerà nelle poesie di Teorema (1968) e in Trasumanar e organizzar (1971) – dove la poesia finirà col confondersi con la prosa, pur rimanendo poesia – nonché nel teatro dello stesso traduttore, ed il clima tragico che troviamo nel testo di Eschilo si conserva nella traduzione che è pensata apposta per essere recitata e rende in modo magistrale la disperazione profonda che pervade i personaggi che si avvicendano sulla scena.»
Per la traduzione, inoltre, Pasolini sceglie di “trasformare” i templi in chiese, di rendere “Zeus” con “Dio”, e nella processione finale di introdurre l’ “osanna”, impostazione che, criticata dai puristi, non ha nulla a che vedere con l’ intento di cristianizzare il testo e si può sempre leggere in quell’ottica di attualizzazione del testo, questa volta ottenuta attraverso il ravvicinamento alla religiosità dell’Italia degli anni ’60.

3.2. La tragedia: tracce del passaggio da mondo arcaico a mondo nuovo

Nell’Agamennone, prima delle tre tragedie della trilogia, l’incipit ci mostra il rientro di Agamennone ad Argo dopo dieci anni di assenza.
E’ il coro di anziani ad aspettarlo, con devozione cerimoniale e parole piene di solennità. Nella scena seguente assistiamo a un lungo dialogo tra Clitemnestra e Agamennone.
Clitemnestra vuole che il marito tornato vincitore calpesti tappeti di porpora per compiere un’entrata trionfale nella città.
Agamennone vorrebbe evitare di commettere quel gesto (che per lui è un poco umile gesto di spreco) ma alla fine si lascia convincere.
Il senso della scena sta nel suo valore di anticipazione simbolica del dramma che sta per realizzarsi.
E´ questo il presagio del destino di morte che aspetta Agamennone nonché il primo indizio del fatto che ci troviamo ancora nella civiltà arcaica, dominata dalle leggi di sangue.
Quei tappeti sacri rossi come il sangue che scorrerà a breve nelle stanze del palazzo reale, fungono da simbolo anticipatorio dell’omicidio del Re e della schiava Cassandra...
Del resto, poi, tutto il dialogo iniziale tra Clitemnestra ed Agamennone rivela una duplicità di senso (accoglienza benevola/ vendetta di sangue), a partire dalle parole che Clitemnestra rivolge al marito nel momento del suo arrivo:
«(…) Ora mio amore, discendi da questo carro,
 ma non posare a terra il piede: il piede
 che hai calcato su Troia. Fate svelti,
 servi, stendete, come vi ho detto, i tappeti:
 preparate un sentiero di porpora, per dove la 
Giustizia lo porti a un insperato riposo.
Una mente insonne lo guida, com’è fatale,
 per la strada segnata dagli dei.» Quell’insperato riposo a prima vista intendibile come “meritato riposo” del vincitore, è per la donna il “riposo della morte”.
Qui Clitemnestra introduce inoltre il tema della “giustizia”, da lei inteso ancora nella sfumatura che lo caratterizza nel mondo arcaico: quella della vendetta di sangue “necessaria” e voluta da Dio. Vendetta di cui presto avrà visione Cassandra, cadendo in una vera e propria trance che la porterà a visualizzare prima profeticamente il delitto che si compierà nella reggia e poi la radice “genetica” di quell’omicidio che presto si consumerà, rivedendo e rivivendo l’eccidio che generazioni prima si compì nella casa degli Atridi.
Queste tracce indelebili di cui è impregnato la stirpe e la casa del re di Argo non sono le uniche che “giustificano” quel tipo di giustizia di sangue cui Clitemnestra fa riferimento (che per rispetto della discendenza sarebbe dovuta compiersi per mano di Egisto, figlio di Tieste); per la donna vi è un altro motivo, sempre di sangue, che la acceca di fronte a qualsiasi barlume di razionalità: il sacrificio della figlia Ifigenia che il marito compì per propriziarsi gli dei prima di partire per la guerra di Troia.
A questo punto si compie l’omicidio di Agamennone e Cassandra (fuori scena): la vendetta di Clitemnestra cui si associa quella di Egisto è compiuta, ma in realtà nessuno, sin dall’inizio, ha agito per proprio volere: sono stati sempre gli dei a guidare le azioni di ognuno degli omicidi a catena di cui difficilmente si può risalire al primo della serie.
Nella scena successiva al delitto, il coro si rivolge prima a Clitemnestra condannandola e rifiutandosi di riconoscerne l’autorità, e poi ad Egisto, che viene rappresentato come il prototipo del tiranno cioè come figura di quel mondo arcaico da non riconoscere perché superata ormai dalla democrazia.
Egisto risponde così all’ostilità del coro :
«
Luce potente di un giorno di giustizia!
 Oggi è chiaro che a vendicare gli uomini, 
ci sono lassù gli dei che ci proteggono ,
oggi, che con tanta gioia vedo quest’uomo 
buttato, qui, sopra il manto delle Erinni,
 a scontare la sua colpa di padre.
 Suo padre, Atreo, padrone di questo paese,
 poiché Tieste, suo fratello – e mio padre – 
gli contendeva il regno, lo cacciò da qui.
 Ma ritornò, Tieste, per amore del focolare,
 a pregare il fratello: e fu ricevuto
 – questo sì – non fu massacrato sul posto,
 non bagnò il suo sangue il suolo dei padri.
 Ospite, perfetto ed empio, Atreo, il padre
 di quest’uomo, fingendo di far festa
 con gli dei per la pace, diede a mio padre 
in pasto la carne dei suoi piccoli figli. 
Mise da parte le dita dei piedi e delle mani:
 il resto fu apparecchiato al posto d’onore.
 Egli, senza sospetto, cominciò a mangiare:
 banchetto fatale per il nostro sangue!
 Poi comincia a maledire tutta la famiglia, rovescia a terra il tavolo, e grida: 
« Tutta la vostra razza rovini così!». 
Ecco perché ora vedi quest’uomo qui caduto. Io ero destinato a fare questo omicidio: 
io, terzo figlio del mio misero padre,
 Atreo mi bandì, con lui, bambino in fasce;
 ma ora, adulto, la Giustizia mi ha riportato qui,
 e qui l’ho aspettato, senza forzare la sua porta,
 intessendo la trama che l’ha ucciso.
 Ora anche la morte mi sembrerebbe dolce,
 ora che vedo compiuta su lui la Giustizia.»
In questa lunga risposta vi è tutta la concezione di giustizia del mondo arcaico, giustizia di sangue (vendetta della sorte dei fratelli di Egisto sulla stirpe degli Atrei) ma soprattutto giustizia voluta dagli dei, quindi posta in una sfera completamente separata da raziocinio e decisionalità umana, dalla quale presto, con il delitto matricida di Oreste ed il primo giudizio “terreno”, l’umanità si distaccherà.

Ne Le Coefore, seconda delle tragedie che compongono l’Orestea, Oreste, venuto a piangere sulla tomba del padre morto, pare approcciarsi alla vendetta in maniera del tutto analoga a quella che finora ha determinato la lunga fila di delitti della casa degli Atridi:
«Dio dell’inferno, guarda mio padre ucciso: sii il mio custode, la mia salvezza, 
nell’ora in cui ritorno alla mia terra.
 Qui, sul tumulo della tomba di mio padre, 
io mi rivolgo a te, Dio, e tu ascoltami. 
(…) Ah, Dio, dammi 
la forza di vendicare mio padre, aiutami!
».
Egli si rivolge al dio protettore perchè faccia sì che giustizia si compia. Sulla stessa linea si trovano le preghiere di Elettra, sorella di Oreste, che si rivolge così al padre morto:
«(…) per i nostri nemici, per essi venga l’ora
 della vendetta, e muoiano come sei morto tu! 
Ai colpevoli si può augurare sventura. 
A noi, invece, invia gioia laggiù, dall’ombra, 
in nome della Terra e della Giustizia!» .
Ma, nonostante Oreste non abbia scelta di fronte ai dettami del Dio, egli adduce, nello stesso ragionamento sulla prossima vendetta, una motivazione più umana ed una motivazione civile al proprio desiderio di vendetta:
«Non mi tradirà l’oracolo del Dio onnipotente,
 che mi ha imposto d’affrontare questa lotta,
forzandomi a gran voce, minacciando disgrazie
da far tremare i cuori più colmi di forza,
 se non avessi ucciso gli uccisori di mio padre,
 obbedendo, con spirito selvaggio, al suo comando:
 non con l’oro dovevano pagare, ma con la vita!
 Disobbedendo sarei stato io a pagare con la vita,
 dopo aver passato ogni più disumano patimento. (…) Come non si può dare ascolto a questi oracoli?
 Ma anche se non lo facessi, dovrei lo stesso agire:
 ne avrei mille ragioni: oltre al dolore dovuto 
agli dei, c’è il dolore vero, per la morte del padre.
 E c’è la miseria vergognosa in cui vivo. 
E, soprattutto, c’è il desiderio che finisca 
per i miei cittadini uno stato di schiavitù […] »
E’ qui che, dopo il canto funebre, si avvera la vendetta di Oreste che, spacciatosi per morto, si insinua nel palazzo reale e compie il matricidio.
Questo è l’apice massimo di tensione drammatica di tutta la tragedia, e proprio qui si può individuare l’inizio del passaggio da mondo arcaico a mondo nuovo.
Il confronto con il delitto più innaturale che sia pensabile porta il pubblico ad affrontare un’esperienza che supera il confine dell’orrore: l’omicidio della madre . Ed Oreste, in questo momento di svolta, di fronte alle preghiere della madre, si domanda se sia “giusto” o meno compiere quell’atto contro natura. Per avere conferma si rivolge al fidato amico Pilade:
«Pilade! Cosa faccio? Posso uccidere mia madre?»

ed allora Pilade gli risponde, ricordandogli che non è lui a decidere e che quindi non può scampare alla propria missione:
«
E come finiranno le parole del tuo Dio,
 le promesse sacre, la fede dei giuramenti?
 È meglio avere nemici gli uomini che gli dei.»
Oreste allora, compiuto il delitto, improvvisamente si vede circondato dalle forze oscure dell’antico ordine, le Erinni, gli orrendi demoni vendicatori della madre che lo costringono a fuggire.

Le Eumenidi cominciano con l’immagine di Oreste sporco di sangue che cerca rifugio nel tempio di Apollo a Delfi, dove si trovano anche le terribili Erinni. Egli ha in una mano la spada insanguinata e nell’altra un ramoscello d’ ulivo.
Apollo parla ad Oreste, gli promette il proprio aiuto e gli preannuncia che dovrà scappare a lungo, finché non arriverà ad Atene, dove sarà per sempre liberato dalla sua pena. Appare l’ombra di Clitemnestra che aizza le Erinni alla vendetta, ma Apollo le scaccia dal suo santuario.
Immediatamente dopo, la scena si sposta all’Acropoli di Atene. Arrivano le Erinni volteggiando intorno ad Oreste in una danza infernale e cantando un inno alla vendetta. A questo punto appare Atena che stabilisce che Oreste sarà giudicato da un tribunale “umano” per il quale chiamerà a giudici i migliori cittadini ateniesi.
Inizia il processo, nel quale l’accusa viene portata avanti dalle Erinni, rappresentanti della struttura matriarcale della società e la difesa da Apollo, che rappresenta qui la voce maschile del nuovo ordine sociale.
E’ interessante notare in che modo, nei preliminari del processo, vengano pesati sulla bilancia del giudizio i due omicidi: quello di Agamennone da parte di Clitemnestra e quello di Clitemnestra da parte di Oreste.
Le Erinni accusano Oreste di aver commesso un omicidio ben più brutale di quello attuato dalla madre, perché mentre Oreste ha compiuto un delitto di sangue, Clitemnestra non aveva un legame di quel tipo con Agamennone.
Al contrario, ribatte Apollo, i due omicidi sono di entità diversa, poiché tra i due reati è più grave uccidere il proprio marito e Re eletto da Dio , che una donna. Ed aggiunge:
«Quello che si dice figlio, a concepirlo 
non è una madre: lei è solo nutrice d’un seme.
 Lo concepisce il maschio: e lei, indifferente,
 ne custodisce il germe, se un Dio non lo stermina.
Che si possa generare senza madre, ecco
 qui un rifulgente esempio, ecco 
la figlia di Dio, Atena! Essa ci è testimone
 di non conoscere il buio del ventre materno.»
Quindi, secondo Apollo, se il matricidio nel caso di Oreste è giustificabile, lo è sia perché egli aveva il dovere di ripristinare l’ordine civile, che per il fatto che l’ordine matriarcale è stato ormai destituito dalla democrazia. E' interessante qui notare come il motivo di questa destituzione venga spiegato da Apollo non in termini civili, ma ancora una volta in termini “di sangue” (ecco come la giustificazione del nuovo ordine ha quindi le proprie radici in quello arcaico-mitologico) riducendo la donna e madre al compito di mera “nutrice di un seme concepito dal maschio”, e portando in supporto alla tesi l’esempio di Atena, dea nata dal padre. Atena a questo punto istituisce il tribunale ateniese per i fatti di sangue attraverso quello che pare un vero e proprio inno alla democrazia e alla giustizia:
«Cittadini di Atene, ascoltate ciò che ho deciso, 
voi che per primi al mondo giudicate un delitto.
Da ora in poi, per sempre, questo popolo 
avrà diritto a questa sua assemblea.
 Ecco qui il colle di Ares […], qui, su questo colle, 
regneranno insieme la Pietà e il Timore, 
tenendo lontani dal peccato gli uomini.
 A meno che essi stessi non rovescino ancora
le norme civili. Chi infanga una fonte, 
non potrà più dissetarsi con acqua pulita.
 Né l’anarchia né la dittatura
 vi stiano mai di fronte, cittadini:
 ma l’autorità non sia del tutto bandita:
 nessuno fa il suo dovere, senza qualche paura.
 Se voi rispetterete questo ordine sempre
vivrete sereni nel cerchio delle vostre mura,
 come nessun altro popolo al mondo.
 Questa assemblea che oggi istituisco 
resterà incorrotta, venerata, pura 
a vegliare sopra la pace del paese.
 È questo il mio augurio, cittadini,
 anche per il futuro. Adesso alzatevi,
 portate il vostro voto, e giudicate
 leali al vostro nuovo giuramento.»
Il verdetto finale dei giudici è pari: Oreste viene salvato grazie al voto di Atena quindi, per il momento, l’istituzione democratica del tribunale funziona ibridata al mito.
Ma nel quadro che si sta andando a delineare restano da sistemare le Erinni, minacciose figure che, per sopravvivere in questo nuovo ordine Atena dovrà convertire in divinità benevole, sottolineando come esse vadano accettate ed integrate al nuovo ordine perché questo possa attuarsi interamente. Con queste parole, dunque, Atena di Pasolini accoglie le Eumenidi e lancia un monito alla città:
«Io attuo il mio slancio d’amore per questa
 città, ospitando qui, voi (Erinni ora Eumenidi), come patrone,
 grandi, inquiete, misteriose potenze.
 Regolerete ogni rapporto umano.
 Chi non capisce ch’è giusto accettare 
tra noi queste primordiali divinità,
 non capisce i contrasti della vita:
 è la barbarie dei padri che si sconta
 davanti ad esse: e un’inconscia empietà,
 malgrado i gridi della sua coscienza,
 può portarlo a un’oscura rovina.»
Atena quindi istituendo il primo tribunale umano ha sì fondato il diritto amministrato dalla città, ma allo stesso tempo ha affermato la necessità di trovare un posto, nella collettività umana, alle forze dell’antica legge di vendetta e sangue incarnate dalle Erinni. La ragione e il diritto non sono ancora sufficienti ad unire i cittadini in una comunità armoniosa se il nuovo ordine presuppone l’intervento, seppur modificato, di quelle potenze che agivano con irrazionalità e terrore. D’altronde, secondo Atena, sarà proprio l’intervento delle nuove Erinni, “regolatrici di ogni rapporto umano”, rappresentato dall’Areopago sul piano delle istituzioni umane, a tenere i cittadini lontani dal crimine nei confronti gli uni degli altri.
E’ un finale ricco di contraddizioni, quello dell’Orestea, che si conclude con la processione panatenaica che annuncia ed istituisce il “nuovo ciclo” ed accoglie le Eumenidi come nuove protettrici della città. Sul palcoscenico avviene, così, la rappresentazione di una festa religiosa (che Pasolini traspone in termini cristiani) in cui il pubblico – ateniese e siracusano – può vivere una cerimonia collettiva cui egli stesso ha partecipato e parteciperà nella realtà.

Fonte:
http://scriverecinema.wordpress.com/pasolini-e-lorestea-di-eschilo/


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