martedì 31 dicembre 2013

Attilio Bertolucci, i ricordi del poeta che si fece critico



"ERETICO & CORSARO"



Attilio Bertolucci, i ricordi del poeta che si fece critico
Arturo Carlo Quintavalle 
9 ottobre 2011, Corriere della Sera



C'è un luogo dove si intrecciano tutte le storie, quella di un giovanissimo Attilio Bertolucci e quella di Pier Paolo Pasolini, quella di Giorgio Bassani e quella di Francesco Arcangeli, è l'aula di storia dell' arte all'Università di Bologna. Qui Roberto Longhi a fine anni 30 illustra, analizza, spiega una vicenda diversa, contrapposta a quella tradizionale fiorentino-centrica, scoprendo nella pittura riminese del '300, nel '600 lombardo e nella pittura veneziana dal '400 al '700 un alternativo realismo e in Giorgio Morandi il sublime dell'arte.

Di quella formazione non si dimenticherà nessuno, tantomeno Attilio Bertolucci che proprio a Longhi ha dedicato, in questo volume (La consolazione della pittura. Scritti sull'arte) alcune delle sue pagine più belle. E la poesia nasce dall'incanto della memoria della propria terra ma mediata spesso dal filtro della pittura, magari quella del figlio Giuseppe ancora ragazzo ma, più ancora, da quella dei maestri del passato. Una poesia del 1955, "Per A.A. Soldati pittore in Parma", ci fa capire: «Qui il cielo di neve/ l'acqua la nebbia/ i tetti i borghi/ non hanno che grigi/ azzurri ori tu cercavi/ il rosso il giallo il verde il blu/ della gioia dell'angoscia infantile...». 

Il colore dunque dell'astrazione di contro ai grigi dei borghi di Parma. Il poeta, alla Biennale del 1948, lascia Picasso e i pittori espressionisti tedeschi e ritrova un artista che Soldati ha tanto amato, Paul Klee: «Il più dolce e fantastico uomo che abbia usato matita, pennello o pennino in quell'isola perduta che è la Mitteleuropa». Alla stessa Biennale ecco di Ensor «cinque vecchi quadri... ma di un' invenzione fantastica così autentica e di una resa formale tanto sottile e intensa da sbalordire» e poi i «ritratti crudeli» di Oskar Kokoschka e i dipinti di Marc Chagall e ancora le «poche tele indimenticabili» di Scipione Bonichi. 
 Bertolucci, nel 1948, ha idee molto chiare e, prima di tutto, rifiuta il realismo: «Alla Casa della cultura di Milano c'è una mostra di Pittura sovietica che farebbe le delizie del defunto Farinacci». Che cosa si salva dunque della pittura degli anni 30? La «macchia fulminea» di Mino Maccari e, naturalmente, Giorgio Morandi «il più grande pittore che abbia oggi l'Italia». Quindi, nel dibattito degli anni 50, fra gli «Ultimi naturalisti» di Francesco Arcangeli e il «Gruppo degli Otto» di Lionello Venturi, Bertolucci sceglie i primi e lascia da parte le ricerche picassiane di Renato Birolli, di Ennio Morlotti, di Renato Guttuso. 

Semmai, nel 1957, eccolo evocare «i cespugli al sole di Moreni e i paesaggi lunari di Dubuffet, (che) senza per nulla oscurare quei capolavori di ieri (De Pisis, Morandi), ci danno un' emozione più rispondente all'età in cui viviamo». Su due artisti il giudizio è diverso, Sironi e de Chirico. Sul primo, nel 1962, scrive: «L'ingrata e forse solo esteriormente dolorosa arte sua, amplificata da una risonanza un po' retorica e da un'impostazione decisamente scenografica ha bisogno di una scelta severa e quindi di una revisione del giudizio di valore». 

E su de Chirico, nel 1977: «L'esilio dalla grazia pittorica non può non essere accompagnato dalla perdita dell'arte stessa: così la pensava Roberto Longhi». Dunque no al realismo socialista, no a Picasso, no al futurismo e ai suoi epigoni, salvo forse Severini che rimedita su Braque e su l'Ecole de Paris, semmai recupero di una diversa ricerca legata al Doganiere Rousseau, quella di Ligabue e di Rovesti. Le radici dell' arte moderna sono dunque in Francia, nell'impressionismo e nel postimpressionismo e nel dialogo di Proust con quei pittori. E qui La consolazione della pittura di Bertolucci si ritrova alle radici di una tradizione critica che giunge fino a oggi. 

Il libro: Attilio Bertolucci, «La consolazione della pittura», a cura di Silvia Trasi, introd. di Paolo Lagazzi, Nino Aragno

Oltre alla passione per la poesia, Attilio Bertolucci e Pier Paolo Pasolini erano affascinati dalla pittura. Attilio è stato uno dei primi vicini di casa di Pasolini quando quest'ultimo arrivò a Roma dal Friuli. Le due famiglie erano molto legate, al punto che quando Pasolini progettò il suo primo film, "Accattone", propose al figlio di Attilio, Bernardo Bertolucci, di fargli da aiuto-regista. Bernardo abbandonò gli studi per intraprendere, con Pasolini e più avanti autonomamente, la carriera di regista cinematografico.

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