sabato 14 dicembre 2013

L'abiura del corsaro

"ERETICO & CORSARO"



L'abiura del corsaro
di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 24 ottobre 1993 pag. 11


In un recente articolo di Enzo Siciliano sulle squallide proteste di un gruppo di cittadini di Ostia per la stele di una consagra da collocale all'idroscalo, dove Pasolini fu assassinato, si legge:
"Accettare l'opera di un poeta morto e' facile. I poeti del passato vanno a finire nelle antologie scolastiche, e questa fine, proprio funeraria, sembra degnissima alla maggioranza delle persone",

E' un passaggio che merita piu' di un ragionamento.

Dal 2 novembre 1975, il giorno della morte di Pasolini, assistiamo nel nostro paese ad un processo di espropriazione della sua persona e della sua opera che non ha precedenti. Si stenta a credere che esistano persone cosi' sognanti, da pensare che tenere senza sosta Pasolini in prima pagina sia un buon servizio per lui e per la societa'. Ma puo' darsi ve ne siano. Non parlo delle iniziative volte alla sua conoscenza, ma in particolare del banchetto ideologico che se ne fa - non passa giorno - nelle redazioni dei quotidiani, dei settimanali, di alcune case editrici, nelle scrivanie di accreditati opinion maker culturali. In una societa' sbranata dall'industria culturale e' assai difficile, al contrario di quel che pensa Siciliano, "accettare l'opera di un poeta morto". Pasolini, infatti, non e' morto. Si puo' pensare, in buona fede, che egli sia ancora vivo perche' continua a mordere con le posizioni corsare degli ultimi anni. E' piu' probabile, invece, che sia tenuto in vita. Il motivo e' questo: la sua biografia e le sue opere, finache la sua morte, si prestano facilmente a manipolazioni feticistiche, ad alimentare ed eccitare l'ideologia come feticcio di cui si ha gran fame nel nostro paese in questo passaggio epocale. Ed ecco "Santoro erede di Pasolini". Un contravveleno sarebbe forse la smitizzazione di Pasolini corsaro. Non parlo soltanto del polemista degli ultimi anni, ma, in senso lato, del Pasolini mosso da un'intenzione politica. Questo Pasolini e' stato trasformato in un luogo ecumenico dov'e' contenuto tutto e il contrario di tutto, da depredare all'uopo per le proprie immediate battaglie politiche o le proprie trovate giornalistiche. Tanto piu' che gli articoli propriamente corsari contengono a iosa possibili cortocircuiti con gli attuali misteri ed esigenze nazionali: il connubio mafia-politica, Tangentopoli, le stragi, il disintegrarsi dello Stato e dell'unita' nazionale. Alberto Asor Rosa tiene ferma, su Pasolini, l'idea dell'"impolitico". Qualche giorno fa, in un servizio televisivo dedicato alla stele di Ostia, il commentatore chiudeva dolendosi del fatto che la protesta fosse rivolta proprio contro chi, "come Pasolini, ha combattuto per la liberta' e la giustizia sociale". In questa riduzione televisiva di Pasolini e' equiparato a Nenni. Anche periodizzando con zelo all'interno della sua opera, non siamo mai in grado di trarne l'immagine di colui che si batte univocamente per la liberta' e la giustizia sociale. Nei momenti in cui, negli anni cinquanta e sessanta, gli si vuole impedire di esprimersi, non sembra, dalle sue risposte, che il fondamento del suo discorso sia la liberta'. E infatti, ebbe una certa simpatia per i socialismi reali, di cui tendeva a minimizzare, in virtu' dei loro presunti progressi sociali, il problema dell'individuo. Negli anni sessanta-settanta, poi la liberta' coincide per lui con il fallimento della prospettiva laica, determinato dallo sviluppo neocapitalistico, la "prima grande rivoluzione di destra". La liberta' e' allora liberta' dal consumo o la liberta' tollerata. Altrettanto problematica e' nell'opera di Pasolini la questione della giustizia sociale. Da cui soprattutto deriva il suo rapporto di odio-amore con la sinistra storica italiana. Infatti sente assai in anticipo che un passo sia pur minimo verso la giustizia sociale non potra' che venire dalla distruzione delle culture particolari e dei loro valori, dalle disgregazioni culturali delle classi, per cui li popolo diviene maasa: una cesura epocale di cui ritiene responsabili anche le organizzazioni della sinistra storica. Dalla gioventu' alla morte, senza sosta, punge dentro di lui la contraddizione irrisolvibile di chi, formatosi ideologicamente sui testi di Gramsci, e' disposto a sacrificare sull'altare dei valori liberta' e giustizia sociale, sull'altare del mito la storia. Pasolini e' "impolitico" perche' il suo argomentare e' frutto di una dialettica bloccata, che e' invece il motore ruggente della sua inquieta ricerca poetica. Nel suo Attraverso Pasolini, Fortini riproduce un passo del 79 in cui afferma, a proposito del Pasolini corsaro degli ultimi anni che "una voce clemante nel deserto non puo' usare un microfono". Fa un effetto di "monologo tragicomico", aggiunge Fortini. Viene in mente la famosa fantasia di Kafka che vuole leggere il suo romanzo davanti una nutrita platea. Kafka vuole portare alla luce, con voce onnipotente, le ragioni della poesia. In Pasolini v'e' un'analogo desiderio di rivalsa. Sono le ragioni della poesia, cioe' del suo io mitico, che egli porta in prima pagina sul Corriere della sera. E per farle valere da quel luogo ha bisogno di renderle anfibie, di travestirle. E cosi travestito, finalmente possono "entrare in societa'" alla stessa stregua, e con lo stesso potere di seduzione, di un sonante commento politico. In Pasolini, e' solo interrogando l'atto letterario che traiamo una lezione politica. Cosi' un buon servizio civile sarebbe riportare gli Scritti corsari e le Lettere luterane al loro alveo naturale, che e' la letteratura, leggere l'articolo delle lucciole come una poesia di Traumanar e organizzar. Non mancano scritti da cui si deduce qunto negli ultimi anni sentisse limitato il campo estetico, che il suo discorso civile perdeva forza d'attrazione tra le maglie di un ordine estetico. In questo senso Petrolio e' la testimonianza di un estremo tentativo di fuga. Questa fissazione alla dimensione estetica, che e' un modo di vedere la realta', e' una traslazione, al piano appunto visivo, del mito del "materno Friuli", che e' un modo di sentire, ricordare, pensare la realta'. Puo' far paura, pero' non c'e' dubbio che Pasolini sentisse la realta' come un eterno ritorno, come immobile ciclicita'. Percio' le rapidissime e tumultuose trasformazioni del mondo in cui era nato e aveva vissuto la propria adolescenza e giovinezza che in questi anni giunge al capolinea, gli ponevano un problema irrisolvibile. Lo avrebbe potuto affrontare attraverso la dialettica, processo intellettuale che per che per costituzione non gli apparteneva. Il termine "omologazione culturale", che ricorre cosi' spesso nelle sue pagine corsare, e' certo, piu' che una definizione di realta' storica, la quale a un occhio storico rimane sempre molteplice e potenziale, una formula mitologica. Mentre la societa' italiana subiva lo sviluppo neocapitalistico, il mito pasoliniano, per stargli dietro, per registrarlo, per denunciarlo, si travestiva in modi disparati, utilizzando mezzi disparati. Piu' la societa' italiana si corrompeva, piu' la stella fissa di Pasolini brillava, illuminava le marcescenze che ne derivavano. V'e' un rovesciamento dei termini - dall'"umile Italia" alla "nuova Preistoria" - ma non manca l'esigenza di anteporre alla realta' un'immagine del proprio io, impossibilitato a partecipare alla storia. La storia assume cosi' una valenza mitica. In una poesia dell'11 maggio 1969 - sta girando Medea - Pasolini scrive: "la storia e' rotonda, come il tempo dell'eternita', che essa quindi solo a parole contraddice - l'orso della primavera e Gramsci sono uno accanto all'altro". A quindici anni dalle Ceneri di Gramsci il padre del marxismo italiano ritorna non come ombra da esorcizzare o da tradire, come pungolo dell'ideologia inservibile di fronte al "vuoto" della storia in cui serenamente si perdono i ragazzi del Testaccio, ma come figure da affiancare all'eterno ciclo stagionale. Ma perche' affiancarla? Il tempo dell'eternita' non puo' che conglobare la storia. Se non erro l'immagine della "nuova Preistoria" compare in quella stupenda raccolta che e' Poesia in forma di rosa, scritta tra il 1961 e il 1964. La precocita' storica di questa immagine degli anni corsari puo' stupire perche' siamo abituati a pensare a uno sviluppo dell'opera poetica di Pasolini. Ma questo sviluppo non esiste se non sul piano delle forme, nel liberarsi progressivo, fino alla pura discorsivita', dell'ordine metrico. Gli incontri anonimi di Pasolini con ragazzi che poi si perderanno nel flusso dei giorni e degli anni assumono percio' stesso un valore epifanico. Cosi' la storia che, costretto a guardare dal di fuori, non gli apparira', come ad alcuni grandi scrittori reazionari di questo secolo, ai quali e' stato piu' volte impropriamente accostato, un flusso di sangue e di escrementi, ma come "la vita vera": una dimensione a cui - simile in questo a Rimbaud, scrive Fortini - non gli e' dato accesso. La storia diviene allora vita irriflessa, si mitizza. Se il mondo e' omologato, immagine mitica, si lascia dietro la storia, che e' pur sempre il mito. "Con il cuore cosciente di chi soltanto nella storia ha vita", com'e' scritto ne Le ceneri di Gramsci. e la storia "e' finita" non solo perche' sviliscono "le belle bandiere", ma perche' Pasolini equivoca - un equivoco assai fecondo sul piano poetico e anche politico - su quel che la storia e' o non e'. E' la nostalgia della storia a sortire sul piano poetico le piu' belle prove di Pasolini; o meglio l'urgenza ideologica di recuperare in immagini un mondo perduto, un'Italia perduta, laddove entra in collisione con le immagini apocalittiche e annichilenti del Dopostoria. Da questa scintilla vien fuori il grande manierista, colui che, tra gli incendi postatomici in cui si perde la realta' tanto amata, l'Appenino o i rioni di Roma o "il bianco meridione", non puo' che rievocarla per frammenti e struggimenti. E' il Pasolini di alcune poesie de La religione del mio tempo e di Poesia in forma di rosa, dove l'elegia sopraffatta dal rumore della modernita', remerge a flussi come "canto a morto" per una civilta'. Il poeta di cui Moravia piangeva la perdita sembra bandito, a favore dell'immagine, ben piu' eccitante, dell'intellettuale corsaro e pederasta. Alla generazione dei trentenni, cioe' di coloro che hanno conosciuto Pasolini dopo la sua morte, fortemente condizionati dall'immagine sconcia del martirio, spetterebbe di demistificare, attraverso un rapporto muto col corpo vivo dell'opera. Parte di questa generazione, uomini per cui la giovinezza ha coinciso con quello che si sarebbe rivelato l'ultimo tratto della storia del comunismo, ha sentito in Pasolini un padre pedagogico che li potesse orientare o sorreger nei rovesci della storia. Cio' che non si puo' chiedere a un poeta. Dopo la sua morte, Pasolini e' rimasto un fantasma, perche' l'industria culturale lo ha voluto tenere equivocamente in vita. La sua opera non e' stata civilmente metabolizzata, ma scissa e gettata pezzo a pezzo in un gran pentolone postmoderno. Pasolini, i suoi figli dovrebbero ucciderlo davvero, e cibarsene davvero, come nel bosco di Nemi: solo cosi' potranno ricomporre la sua opera. Invece i suoi nipoti e' giusto che lo incontrino in buone antologie scolastiche, o edizioni critiche.


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