lunedì 16 dicembre 2013

Pasolini nell’era di Internet (VII) - Conclusioni

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini nell’era di Internet (VII)


Di Guido Nicolosi


Indice:

Conclusioni

È estremamente difficoltoso, forse impossibile, riuscire a formulare una conclusione in grado di proporsi come sintesi definitiva. Invece, credo, sia utile individuare un’idea in grado di rappresentare una riflessione finale che sia anche un significativo apporto interpretativo. L’idea può essere la seguente: la necessita’ di rivedere profondamente la tradizionale opposizione tra reale e virtuale.
All’affermazione di una tale idea, credo, abbia dato un contributo fondamentale il pensiero di Tomas Maldonado. Certo, sarebbe ingeneroso affermare che solo la produzione teorica di Maldonado abbia dato una lettura del problema di questo tipo. Basterà, a titolo di esempio, citare il contributo di Capucci. Credo, però, che a Maldonado debba essere riconosciuto l’innegabile merito di aver affrontato la questione con una maggiore potenza e una maggiore chiarezza critica.
Innanzi tutto, è importante ricordare che Maldonado comincia col porre una questione semiotica essenziale : quella del realismo iconico. Egli, cioè, auspica che la semiologia smetta di dividersi sterilmente tra sostenitori della fallacia dei costrutti iconici e fautori dell’assoluto realismo iconico. Tale auspicio, poi, assume un peso molto rilevante nella misura in cui esso è riferito al cambiamento a cui sono andati incontro i “vettori” dell’iconicita’, oggi. La fine dell’opposizione tra convenzionalisti e referenzialisti ad oltranza, in realtà, è auspicata non solo con riferimento ai cambiamenti apportati dalla realtà virtuale, ma anche con riferimento all’iconismo in generale, sebbene, come vedremo, la realta’ virtuale abbia dato una marcia in più alla questione.
Un primo, propedeutico, passo può essere compiuto affrontando il problema della prospettiva, così come posto da Maldonado. Egli non intende mettere in dubbio la matrice convenzionale di questa arbitraria forma di rappresentazione del reale. è fuori discussione, cioè, che la prospettiva lineare ha una matrice convenzionale, ma egli sottolinea che è di scarso aiuto fermarsi a tale considerazione. Maldonado, in pratica, intende proporre di fare un passo ulteriore, nella direzione di una lettura che sia operazionale. Non bisogna, cioè, chiedersi se la spazio figurativo prospettico corrisponda perfettamente allo spazio reale. La questione e’, invece, ben posta se ci si allontana dal piano teorico-speculativo e se ne affronta uno pratico-operativo. Bisogna, allora, chiedersi se la rappresentazione prospettica “funziona (o meno) come rappresentazione, non di una generica realtà, ma piuttosto della nostra percezione della realtà”. Il che equivale a chiedersi se essa e’ “adoperabile (o meno) nel nostro rapporto operativo con il mondo”. È evidente che la risposta di Maldonado ad una simile domanda e’ positiva. La costruzione prospettica viene vista da Maldonado, dunque, non come la rappresentazione della realtà, ma come la sua migliore rappresentazione convenzionale. Quindi, in tale ottica, non e’ assurdo porsi il problema del realismo nella rappresentazione, come invece molti convenzionalisti pensano.
Tale discorso e’ valido anche se riferito alla fotografia. Secondo Maldonado la natura culturale dell’ iconismo, magistralmente affermata da Eco, per quanto indubbia, non va assolutizzata tanto da arrivare a negare la differenza tra un’icona e un segno non iconico. Ciò vuol dire che, sebbene sia vero che un segno iconico, come il disegno o la fotografia, sia riconoscibile solo grazie all’apprendimento di alcune regole culturali di codificazione iconica, e’ altrettanto vero che tale apprendimento richiede uno sforzo e delle condizioni infinitamente minori, rispetto a quelli necessari per riconoscere gli altri tipi di segni. Un esperimento concreto può aiutarci a comprendere il tutto. Se noi mostriamo una fotografia od un disegno di un oggetto ad un bambino/a (livello ontogenetico) o ad una tribù non iconizzata (livello filogenetico), il processo di riconoscimento e’ quasi immediato. Il quasi, qui, esemplifica la posizione di Maldonado. Ciò è ancora più evidente se noi aggiungiamo le condizioni di realtà, come il movimento ( cinema o televisione ) ed il colore.
Se passiamo ad analizzare i costrutti iconici che, oltre ad essere dinamici, sono interattivi (realtà virtuale) ci rendiamo conto della difficoltà che nasce dal fatto che, qui, il movimento e’ di natura particolare. È un movimento che ” trascina la totalità del sistema di rappresentazione. [...] Viene così a mutare radicalmente il consueto rapporto tra osservatore e immagine osservata “. È in questo quadro generale che Maldonado auspica l’affermazione di una semiotica che si svincoli dalla trappola del formalismo, per dare vita ad una nuova semiotica della comunicazione o dell’” agire comunicativo “, volendo scomodare Habermas. Si tratterebbe, chiaramente, di una semiologia che privilegi l’aspetto pragmatico della comunicazione e si allontani dal formalismo della “semiolinguistica”. È questo l’unico modo per affrontare le sfide poste dalla digitalizzazione delle immagini. Digitalizzazione che, per esempio, mette in crisi la dimensione planare della semiotica visiva. La bidimensionalita’ planare, infatti, mal si concilia con l’essenza stessa dello spazio virtuale interattivo e la sua altissima fedeltà realistica; fedeltà che aumenta, nella misura in cui l’immagine virtuale e’ percorribile dall’osservatore, ridefinendo radicalmente il rapporto tra rappresentante e rappresentato.
Abbandoniamo, adesso, le questioni meramente semiotiche e occupiamoci, più specificatamente, della critica, forse, più importante, ai nostri fini e cioè quella relativa alla presunta dematerializzazione del mondo causata dalla moderna espansione dell’informatica.
Il dato più elementare da cui Maldonado, giustamente, parte, sembra banale, ma in realtà può aprirci delle interessantissime prospettive. La questione e’ apparentemente semplice. Porre in primo piano il processo di dematerializzazione del mondo presuppone, evidentemente, una convinzione assoluta sulla natura della materia di cui il mondo e’ fatto. Dice Maldonado: “La dematerializzazione presuppone una materia preesistente”. Ora, quest’antica, controversa, questione scientifico-filosofica ha ottenuto una certa “risoluzione”, se accettiamo come validi i più importanti contributi della scienza contemporanea. Il concetto tradizionale di materia, intesa come “cosa semplice, palpabile, resistente, che si muove nello spazio”, ha subito un durissimo colpo dagli sviluppi teorici della microfisica. In particolare, e’ stata la teoria dei quanti, la sua interpretazione della scuola di Copenaghen, che ha messo in crisi il principio di solidità della materia.
Quantomeno, questo lo possiamo certamente affermare, e’ stato sempre più accreditato il processo della sua relativizzazione. La scienza ha dimostrato da tempo che il principio della solidità della materia, condizione indiscutibile sul piano macro della percezione quotidiana, sul piano della microfisica presenta diversi limiti. La teoria dei quanti, in primo luogo, ha puntato i riflettori su un livello subatomico, precedentemente oscuro, in cui e’ l’aleatorietà la vera condizione dominante. L’elettrone e la sua velocità hanno sempre più acquisito uno statuto probabilistico che ha mostrato come le certezze delle scienze fisiche siano un dato da ridiscutere. In questo senso, possiamo comprendere il significato delle affermazioni di coloro che da anni asseriscono che, col passare del tempo, non saranno le scienze umane ad avvicinarsi alle scienze fisiche, ma l’inverso. I fermioni, il loro apparire, sia sotto forma di onde, sia di particelle, il principio d’indeterminazione di Heisemberg (malgrado le critiche di Einstein): sono solo alcuni degli elementi che la fisica contemporanea ci ha regalato e che hanno distrutto definitivamente un’errata architettura per costruirne una nuova, permeata d’indeterminatezza e “caotica”, dove è il concetto di probabilità a dominare su tutto. D’altronde, il livello micro della realtà fisica ci ha abituato ormai da tempo a delle meravigliose e sconvolgenti scoperte. Potrà sembrare strano, ma in realtà la materia è differentemente organizzata su livelli differenti. Ciò è valido anche se prendiamo in considerazione un’altra variabile fondamentale della realtà fisica : il tempo. Come Barbara Adam ha magistralmente ricordato [Adam, 1990], possiamo pensare diversi livelli non gerarchici della realtà dove il modo di considerare ciò che noi (esseri dotati di una specifica capacità di sintesi, astrazione e memoria [Elias, 1984]) definiamo tempo, deve essere radicalmente differente. Ad un livello dell’osservazione è necessario fare riferimento alle condizioni reversibili del tempo di Newton e della meccanica classica. Ad un livello più complesso è necessario fare riferimento ai principi della termodinamica e alla freccia del tempo irreversibile (entropia). Eppure, entrambi i livelli coesistono e assicurano una coerenza apparente della realtà fisica: “Events occur in time in classical physics whilst time is in action and events in thermodynamics and the work of Prigogine. Those two developments are both related and distinct” (pag 68).
È anche cosi’, forse, che reale e virtuale recuperano una vicinanza falsamente negata.
Il discorso, naturalmente, assume una connotazione profondamente diversa se ci spostiamo dal piano micro a quello macro. Qui il concetto di dematerializzazione del mondo assume il significato di una dematerializzazione generale della realtà dovuta ad una “contrazione dell’universo degli oggetti materiali, oggetti che verrebbero sostituiti da processi e da servizi sempre più immateriali.” Come indicatori del processo di dematerializzazione del reale, Maldonado utilizza due proprietà fondamentali degli oggetti, seguendo in ciò l’insegnamento del fisico Alfred Kastler: individualità e permanenza. Ora, se è vero che tali proprietà sono venute meno nell’ambito micro, non è così scontato il loro venir meno nell’ambito macro. L’unica cosa che possiamo affermare, utilizzando gli indicatori da noi scelti, è che esiste un processo, che non è specifico di questi anni, ma riguarda il capitalismo avanzato, di accorciamento repentino del “ciclo di vita” degli oggetti/prodotti. Sempre più, infatti, i prodotti velocizzano la loro obsolescenza e quindi accorciano la loro permanenza e la loro individualità. è a tale fenomeno che fa riferimento Helga Nowotny, ad esempio, allorquando ella discute ottimamente del processo di estensione del presente tipico delle società informatiche. L’esponenziale crescita del ritmo dello sviluppo tecnico-scientifico ha ingenerato un senso del potere e del controllo che hanno radicalmente limitato, dice la Nowotny, la categoria del futuro come categoria temporale fondante della conoscenza e dell’esperienza. Oggi, è nel presente, cioè, che vanno inquadrate e risolte le questioni dell’innovazione, del declino e dell’obsolescenza della tecnica, della scienza e del prodotto : “L’anno 2025 è ormai una realtà concreta per la società”. La nostra società cioè sarebbe sempre più priva di una categoria temporale imprevedibile in cui “speranze e contraddizioni irrisolte possano continuare ad essere proiettate” [Nowotny, 1987].
Al di là di queste digressioni, ciò che è sicuramente peculiare dei nostri anni è il fatto che la velocità accresciuta dell’obsolescenza dell’oggetto/prodotto, grazie al consumismo, la pubblicità, ecc. riguarda sempre più non singoli prodotti, ma intere famiglie di prodotti. Maldonado rifiuta di considerare questo indubbio processo come indicatore di dematerializzazione del reale. All’opposto, egli considera la diffusione massiccia della convinzione di una dematerializzazione come la conseguenza di un “abuso metaforico” ad opera degli studiosi. Non è plausibile, allo stato attuale delle conoscenze (sebbene i mass-media non smettano mai di ingannare sullo “stato dell’arte” della tecnologia telematica, dando per attuale ciò che invece è assolutamente, questo sì, virtuale), ipotizzare una futura vita degli esseri umani irretita in ” una fitta ragnatela di miraggi da cui nessuno sarebbe più in grado di evadere”. Secondo Maldonado, l’esperienza continua e continuerà a rappresentare un nodo centrale del nostro vivere e la fisicità nostra e del nostro ambiente sarà sempre il fatto preponderante della nostra esistenza. I ” filtri e diaframmi “, che l’informatica pone tra noi e la fisicità, non bastano a farci perdere il rapporto intimo, oserei ontologico, con la fisicità stessa. Non ci sono le prove per giustificare, nel prossimo futuro, un’ipotesi di abbandono del principio cardine su cui si è, filogeneticamente, fondata l’evoluzione umana: “toccare con mano le cose”. Maldonado ci ricorda, molto concretamente, che il software non possiamo definirlo immateriale. Esso è una tecnologia, la quale, inoltre, ha tutta una serie di ricadute che sono profondamente materiali.
Un ulteriore punto che Maldonado evidenzia, nel suo tentativo di realizzare una dimensione teorica rivolta alla sfumatura della contrapposizione, in voga oggi, tra reale e virtuale, è quello che sottolinea che le realtà virtuali sono costrutti iconici che non possono fare a meno, nel passato e nel futuro, di una forte contiguità con il reale. Da una parte le realtà virtuali sono state elaborate grazie all’esperienza passata e presente con quel mondo che, in quanto filtri, esse assottigliano sempre più. Dall’altra, sebbene sia ovvio che “calarsi in una realtà virtuale non è uguale a calarsi in una realtà reale”, e’ altrettanto vero che interagire con il virtuale ci aiuta moltissimo a conoscere il reale. Cioè, le discontinuità non devono offuscare le continuità. I legami che esistono tra le due dimensioni sono spiegabili da una proprietà che esse hanno in comune. Maldonado si riferisce alla proprietà” che consente all’osservatore di riconoscere l’una come plausibile raffigurazione dell’altra”. L’autore argentino arriva ad utilizzare il linguaggio insiemistico per chiarire meglio il concetto. Egli parla, infatti, di : “una intersezione tra due sottoinsiemi appartenenti ad uno stesso insieme-ambiente“.
In realtà, i costrutti virtuali sono, come abbiamo già detto, dei modelli. Naturalmente, si tratta di modelli particolari. Più specificatamente Maldonado li definisce dei modelli di natura sincretica, nella misura in cui essi sono il risultato di una straordinaria convergenza tra tre tecniche di modellizzazione : replicazione, simulazione, formalizzazione matematica. è proprio questa loro peculiarità a farne degli eccezionali strumenti di conoscenza del reale. Questi modelli, cioè, più che allontanarci dal reale, danno un meraviglioso aiuto per conoscere e per vivere meglio il reale. L’utilizzo di questi modelli in ambito architettonico o in campo medico, è eccezionale, permettendoci di semplificare il faticosissimo percorso di prove ed errori che sta alla base della scienza [Maldonado, 1992]. Anzi, da questo punto di vista, si realizza un significativo paradosso. “I modelli scientifici visivo-figurativi sono stati sempre virtuali“. Ciò che, paradossalmente, distingue i modelli telematici e’ il fatto di essere i “modelli virtuali più reali che mai siano stati prima concepiti”. Naturalmente, qui, per reale s’intende similare alla condizione reale. La forte similarità deriva dal fatto che l’immagine sintetica è il prodotto di una digitalizzazione di un’immagine dell’oggetto reale ; sebbene ciò non significhi che esista un totale isofunzionalismo tra realtà e modello. Per isofunzionalismo intendiamo la proprietà di un modello di reagire nello stesso identico modo dell’originale reale. è evidente che, malgrado gli enormi passi in avanti permessi dalla virtualità, oggi siamo lontani dal poter escludere, sia sul piano teorico, sia sul piano applicativo, un’assoluta mancanza di problemi. La stampa, spesso, ha eccessivamente enfatizzato i progressi del virtuale e forse creato delle facili illusioni, però la strada imboccata è importante ed utilissima per i progressi della scienza [ Maldonado, 1994 ].
Un ultimo punto di riflessione utile alla critica dell’ipotesi di dematerializzazione del reale, riguarda il forte accento che è stato dato alla cosiddetta virtualizzazione dei materiali, come processo opposto, ma complementare, alla resa realistica del virtuale. Ciò che viene enfatizzata è l’apparizione di materiali sempre più leggeri e con una superficie sempre più opaca, che occulta la struttura del materiale stesso in quanto artificiale. Maldonado non risparmia ironiche critiche a tali argomentazioni. La leggerezza, egli afferma, è un argomento poco valido per dimostrare la virtualizzazione del mondo. La maggiore leggerezza è dovuta, banalmente, al fatto che l’acciaio viene, sempre di più, sostituito da materiali meno pesanti. In realtà, bisognerebbe fare riferimento ad un parametro diverso: il volume complessivo dei materiali usati. Questo ci aiuterebbe a comprendere che la produzione post-moderna, più che essere a bassa intensità di materiali, è una produzione ad alta intensità di materiali leggeri. Per ciò che concerne la presunta artificialità dei materiali utilizzati dalla produzione, per Maldonado, si tratta di argomentazioni fuorvianti. Anche i tradizionali materiali ( pietra, legno ) sono da sempre stati trattati in maniera artificiale e la loro trasparenza opposta all’opacità dei materiali odierni è soltanto, appunto, presunta, ma non dimostrata e non dimostrabile [ Maldonado, 1992 ].
Ho presentato in maniera sufficientemente ampia la posizione di Maldonado perché, come dicevo all’inizio di queste riflessioni conclusive, mi sembra la più efficace nell’esprimere l’idea che reale e virtuale sono due termini la cui opposizione, pragmaticamente, andrebbe fortemente sfumata, per non rischiare di cadere nel pericolo classico delle scienze umane, quello che Maldonado ha brillantemente definito “abuso metaforico”. La riduzione dell’opposizione tra reale e virtuale, d’altronde, si può evincere anche da molti altri contributi esaminati (pensiamo ad Antinucci, Capucci, lo stesso Kerckhove o Magnaghi). A questi possiamo solo aggiungere alcune considerazioni. Philip Queau, parlando dello spazio reale, ha ribadito ciò che la relatività ci ha insegnato: la coerenza spaziale e la stabilità temporale, caratteristiche del reale opposte, spesso, al virtuale, in particolari condizioni (velocità sufficientemente elevata) subiscono delle trasformazioni: lo spazio si curva ed il tempo rallenta. Ciò riduce la distanza tra le nostre due categorie. Galimberti, invece, ci ricorda spesso che gli esseri umani, pur essendo sempre convinti di abitare il mondo, abitano soltanto ” di volta in volta la sua rappresentazione.” Il mito, la religione, la scienza, la tecnica. Nelle varie epoche storiche gli uomini e le donne hanno sempre vissuto una sorta di realtà virtuale, data dalla mera descrizione che il mito, la religione, la scienza e la tecnica hanno dato del mondo che li circondava. Se poi ci avviciniamo allo strutturalismo, impariamo che l’individuo è “attraversato da un’impersonale trama di simboli e significanti che lo costituiscono e che egli non ha creato”. Questo significa affermare, come fece Lacan, che l’individuo crede di parlare, ma è parlato. La cultura in cui si esprimono l’ordine sociale e l’ordine simbolico si è (con la nascita del linguaggio) sovrapposta alla natura, a tutti i livelli. Ne derivano due importanti conseguenze [Galimberti, 1994] :

1) L’individuo, nella cultura, e’ sempre alienato
2) A causa dell’inevitabile non coincidenza linguistica tra significato e significante ed essendo il mondo la rappresentazione linguistica che noi ne diamo, il linguaggio dà sempre del mondo una “verità” distorta. Il linguaggio non può mai esprimere la “verità” del reale

Impossibile non pensare al solipsismo linguistico di Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.” Se il senso di una proposizione può essere solo additato e non spiegato, e il senso rimane un fatto individuale e quindi non comunicabile, è sensato parlare di un reale condiviso da tutti, opposto al virtuale?

È interessante, inoltre, ricordare che non possiamo considerare fisico solo ciò che possiamo toccare. Dice Berardi (Bifo): “È tanto fisico un segnale telefonico quanto lo è un corpo.” [Berardi (Bifo), 1995].
Tutte queste brevi, ma importanti considerazioni, ribadiscono il principio che a me sembra interessante abbinare alle legittime preoccupazioni futurologiche esposte prima. L’opposizione tra reale e virtuale, quindi, andrebbe ricondotta ad una dimensione più equilibrata, senza per questo nascondersi dietro un dito e negare le differenze e le implicazioni delle profonde trasformazioni indotte dall’avvento della telematica. è interessante, però, a questo punto del discorso, introdurre un altro ordine di considerazioni. La domanda che dobbiamo porci è la seguente : siamo certi del fatto che il virtuale implichi necessariamente un abbandono della percezione della nostra corporeità? Saremo sicuramente impossibilitati a fare, del nostro corpo, il medium privilegiato del nostro vivere nel mondo e col mondo?
Seguendo il pensiero di un autore come Caronia (ma non solo), certamente, no. Anzi, ci si prospetterebbe una nuova e diversa rivalutazione del corporeo. Il virtuale, paradossalmente, potrebbe realizzare, seguendo la strada di Caronia e di Maffesoli, primariamente, il sogno pasoliniano di una valorizzazione estrema del corpo e, seguendo il ragionamento di Magnaghi, di una piena riscoperta dei luoghi. A tal proposito, una considerazione è necessaria : parliamo di uno di quei paradossi che sarebbero certamente piaciuti a Pasolini. Il corpo, riscoperto in una dimensione neo-paleolitica (Caronia) o erotico-immaginale (Maffesoli) può essere la massima realizzazione del sogno pasoliniano? Siamo, cioè, sicuri che la passione di Pasolini per il reale lo avrebbe allontanato dal regno del virtuale ? Io credo non sia giusto esserne acriticamente certi. Ed esiste almeno una buona ragione per affermarlo : non è un fatto vero che il “suo” reale, Pasolini, lo ha sacralizzato utilizzando magistralmente quel mondo che, come abbiamo visto, deve essere considerato come l’antecedente tecnico-culturale della virtualità? In quel tempo, il cinema, la televisione, la stampa, di cui Pasolini è stato il più abile “corsaro”, non rappresentava il mondo virtuale attraverso cui egli propagandava la riscoperta dei corpi e dei luoghi? Corpi e luoghi che, oggi, certo, in modo profondamente diverso, il virtuale potrebbe ridonarci.
Il condizionale, qui, non è una trovata retorica. Dico potrebbe, perché noi dobbiamo considerarci ad un bivio epocale. Le analisi di Virilio (solo per citarne uno), cioè, non sono assurde o prive di valore. Esse, con enorme lucidità, ci indicano tutte le contraddizioni di un fenomeno che non si presenta, per definizione direi, in maniera univoca. Non esiste un modo unico in cui utilizzare la nuova tecnologia. Certo, rinunciando ad utilizzarla, ci sarà un modo unico in cui gli altri la imporranno. La nuova tecnologia può diventare strumento di liberazione , di riduzione delle diseguaglianze e di rivalorizzazione del reale, se usata in un certo modo. All’opposto, essa può, invece, essere usata come un terribile strumento di oppressione. Forse, oggi, il luddismo non è una strada percorribile, davanti a un fenomeno la cui ineluttabilità è evidente. La telematica è lì. Il dubbio è solo relativo a capire chi se ne approprierà.
Il culto di Pasolini nel regno del virtuale, quindi, non è necessariamente un’incoerenza. Esso, al contrario, può essere visto come la più radicale, scandalosa e paradossale estremizzazione ( in pieno spirito pasoliniano ) dell’essenza del discorso di Pasolini. Certo è che il reale, parafrasando Magnaghi, è stato già fagocitato dalla societa’-fabbrica capitalistica. A volte, cioè, non si comprende che ciò che si vagheggia è una realtà già scomparsa e non a causa delle rivoluzioni telematiche, ma a causa di altre, ben più potenti trasformazioni distruttive. Pensiamo alla catastrofe ecologica permanente a cui siamo ormai assuefatti. Usando un’immagine nota, potremmo dire che la società pre-telematica ha esponenzialmente moltiplicato una delle condizioni poste inevitabilmente dall’agire tecnico : la modificazione violenta dell’ambiente, la creazione di dati di fatto, il cambiamento della realtà come esercizio sociale del potere [Popitz, 1986]. In questo incontro dell’essere umano con se stesso che è la società industriale, ma che è anche la condizione alla base di tutto l’agire tecnico, si è sviluppata la più colossale negazione della realtà che la storia abbia mai prodotto.
E se ciò è particolarmente evidente con riferimento al reale inteso come “luoghi”, non è meno disastroso il processo se riferito ai “corpi”. Sarà sufficiente seguire il pensiero di Michel Foucault per approdare alla comprensione dell’intima, umorale costituzione di una società disciplinare come la nostra [Foucault, 1975]. Certo, ogni società è una società che impone qualcosa. Ogni società obbliga o vieta qualcosa, ma, ci dice Foucault, dal XV secolo in poi si afferma un principio nuovo : la disciplina. Le differenze col passato sono molteplici:
  1. la scala della coercizione: “Non si tratta di intervenire sul corpo in massa, all’ingrosso [...] ma di lavorarlo nel dettaglio”
  2. l’oggetto: “Non più gli elementi significanti della condotta o del linguaggio del corpo, ma l’economia, l’efficacia dei movimenti”
  3. modalità: “Essa implica una coercizione ininterrotta”
Nascono le cosiddette “discipline” che mirano ad addomesticare un corpo che diventa utile e docile. “Il corpo umano entra in un ingranaggio di potere che lo fruga, lo disarticola e lo ricompone. Una anatomia politica che è anche una meccanica del potere, va nascendo”. Quest’arte della coercizione razionale del corpo si oggettiva in realtà materiali e organizzate ben precise. Parliamo di quelle strutture burocratico-istituzionali che segnano la matrice coercitiva (non l’unica, per fortuna) delle società, fino ad oggi : la scuola, il carcere, l’ospedale, la caserma e la fabbrica. Goffman le definisce Istituzioni Totali, ma a noi interessa sottolinearne la natura disciplinare. Libertà e Disciplina è il binomio paradossale che segna i corpi delle società moderne. E li segna modificandone persino le sembianze fisiche, esteriori. La cultura agisce sulla natura plasmandola, esattamente come ha dimostrato magistralmente Bourdieu quando ha evidenziato l’incisione, nel corpo della donna, dei segni del dominio maschile. Un’incisione intesa sia come costruzione sociale delle differenze biologiche o anatomico-sessuali, sia in quanto incorporazione del dominio come apprendimento psicosomatico di una disciplina (contegno) [Bourdieu, 1997].
Come ben sappiamo la società della disciplina trova una sua idealtipica materializzazione, secondo Foucault, nel Panoptismo, creazione utilitarista (fu Bentham a ideare il Panopticon… un caso?) funzionale a imporre la disciplina, il rispetto della Norma e l’uniformità comportamentale, attraverso l’osservazione dei molti da parte dei pochi. Abbiamo l’applicazione di un principio di visibilità generalizzata che ricorda da vicino il discorso di Virilio, precedentemente affrontato. Lo stesso Bentham affermò che il potere deve essere “visibile e inverificabile”. In ciò è evidente una terrificante analogia con la metodologia del terrore dittatoriale dell’Argentina dei generali (1976-1983). Il terrore, infatti, era realizzato attraverso un sistema anch’esso visibile (nel senso che era nota la scomparsa effettiva dei cittadini, sebbene negata ufficialmente dalle autorità, estremamente visibili anch’esse) e inverificabile nella misura in cui l’assoluta arbitrarietà nella scelta delle vittime (desaparacidos) da parte del regime (non scomparvero solo coloro che erano politicamente attivi, ma anche persone che non ebbero mai rapporto con l’attività politica o terroristica [Corradi, 1986]) aveva l’effetto di realizzare ciò che Bentham auspicava, riferito alla prigione: “il detenuto non deve mai sapere se è guardato, nel momento attuale; ma deve essere sicuro che può esserlo continuamente”. Obiettivo : irregimentazione, paura, conformismo, morte sociale: “si faceva avanti l’idea di una mancanza di protezione, l’oscura paura che qualsiasi persona , per quanto innocente, potesse essere coinvolta in quella indiscriminata caccia alle streghe. Alcuni erano vittime di una paura incontrollabile, mentre in altri si faceva strada una certa tendenza conscia o inconscia, a giustificare l’orrore: “Qualche motivo ci sarà”, si mormorava a bassa voce” [CONADEP, 1985, pag.8]. In questo senso, potremmo definire l’Argentina di quegli anni (ma anche i campi di sterminio nazisti) un immenso e tragico Panopticon sociale.
Ma, sappiamo, che oggi molti affermano che è la società telematica ad essere il vero nuovo superpanopticon. La tesi è nota, sarà, qui, sufficiente ricordarla. Noi leghiamo i nostri corpi alle reti, alle banche dati e alle autostrade informatiche. Qui, di nuovo, sono i pochi ad osservare i molti e a controllarli. Bauman, modifica la critica, partendo da una prospettiva generale estremamente allarmata, rifiutando questa semplificazione e rovesciando di 360° la lettura [Bauman, 1998]. Il Panopticon, dice Bauman, aveva una finalità funzionale totalmente diversa e non fondata sulla volontaria sottomissione ad un regime scopico totale. Obiettivo del Panopticon, infatti, era assicurare la disciplina ed escludere la diversità, la scelta. Le banche dati, oggi, hanno una finalità opposta di inclusione e di scelta. L’osservazione non mira ad evitare l’evasione di chi è dentro, ma, al contrario, ad evitare l’ingresso di chi è fuori. Bauman suggerisce, anzi, un’immagine specifica, che meglio rappresenta la modernità telematica, che è: il Synopticon. Nel Synopticon sono molti a guardare pochi; e se nel Panopticon la condizione era l’assicurazione dell’immobilismo, nel Synopticon la condizione è la mobilità totale spirituale nel cyberspazio. Il modello di riferimento è la società dello spettacolo, la società televisiva soprattutto. D’altronde, dice ancora Bauman, la tanto esaltata interattività dei new media, che distinguerebbe il Web dalla TV, in realtà è un’esagerazione. Tanto da essere necessario coniare una nuova definizione che, in maniera ossimorica, può essere espressa così: “medium interattivo a senso unico”. La presunta libertà di movimento è, infatti, limitata pesantemente dalle decisioni di chi organizza le possibilità di scelta del navigatore.
Ancora una volta possiamo dire che le diversità di lettura non sono dovute a una eccessiva libertà interpretativa. Esse, invece, rispecchiano una condizione fluida e contraddittoria che esiste e che è tipica di una situazione di svolta come quella in cui viviamo oggi. I processi non sono decisamente strutturati, anche se, certo, molti indicatori fanno temere una possibile svolta verso la direzione paventata da Bauman e da altri.




Reale e virtuale rappresentano due categorie che sempre più, nel nostro immediato futuro, andranno a permeare il nostro agire sociale. Sempre più il nostro destino antropologico e sociologico sarà contraddistinto da un’ambigua commistione tra ciò che vivremo in “atto” e ciò che vivremo in “potenza”.


Il corpo ed il luogo, le categorie fenomenologiche che ci legano saldamente al vissuto quotidiano, stanno, già adesso, acquisendo confini labili e prospettive incerte. L’identità, ad esse legata in maniera indissolubile, acquista uno statuto sempre più fluido. Il “liquid self” è il protagonista nascosto (neanche tanto) di questo lavoro sulla disseminazione nelle reti della nostra costituzione antropologica.


Se questo è il dato teorico di partenza, perché allora una ricerca su Pasolini? Due le ragioni essenziali. La prima è di natura emotiva. Pasolini, il suo prodotto artistico, estetico, etico ed intellettuale, ha rappresentato un punto di riferimento di grande rigore per il mio pensare ed il mio sognare. La seconda è di natura speculativa. Pasolini, artista ed intellettuale del sottoproletariato, è stato il più grande cantore del valore esistenziale del rapporto col reale. Un reale che ha assunto il volto scavato, netto, spigoloso, espressivo della marginalità e della vitalità “popolare”. Un reale che ha assunto le sembianze sensuali, a volte lascive, ma sempre di estrema e spontanea esuberanza, del corpo; con i suoi “odori endocrini”, le sue ormonali secrezioni, che richiamano il fascino e la profonda qualità sessuale della natura. Ma il reale ha assunto anche le forme dei luoghi. I luoghi tipici dell’esistenza “naturale” di un pullulare di vita carico di spontaneità. Questo reale pasoliniano, emblematicamente espresso dalla sua semiologia, lo abbiamo sentito negli “odori” e nei “sapori” delle sue più significative sequenze cinematografiche.


Ebbene, aver trovato su Internet, sito privilegiato del regno del virtuale, un così diffuso “culto” pasoliniano ha suscitato un processo di profonda riflessione. Cosa unisce il poeta del reale al culto virtuale che di lui si fa ? Quando parlo di culto, intendo sostanzialmente la fortuna postuma di Pasolini su Internet. Qual E’, dunque, il nesso tra tutto ciò? In realtà, capire se esista una contraddizione tra il reale pasoliniano e il virtuale del suo culto, significa capire se esista una contraddizione più generale tra il reale ed il virtuale che caratterizzerà il nostro prossimo futuro.


Il dato già acquisito è che Pasolini, anche oggi, si presenta come il personaggio che più ha rappresentato il suo essere, nei media. Costantemente all’avanguardia e profetico, anche adesso, seppure al di là della sua volontà, si è fatto corsaro nell’indicare le contraddizioni della società futura. Quindi, non stupisca la decisione di “usarlo” come spunto privilegiato per una riflessione che ha nei media e nel divenire sociale il suo precipuo punto di riferimento.


La fortuna postuma di Pasolini su Internet, qui, ci serve come osservatorio privilegiato per analizzare le idiosincrasie che contraddistingueranno il nostro vivere sociale. Lo scopo di questo lavoro, quindi, è duplice. Esso vuole, su un piano meramente empirico, “scoprire” la peculiarità di questa specifica forma di interesse per Pasolini. Ad un livello speculativo, invece, esso vuole, attraverso un’ampia rassegna dei più interessanti contributi teorici sulla materia, analizzare i termini di questa apparente contraddizione che sempre più rivestirà un ruolo fondativo nel nostro essere uomini e donne nel mondo.


Guido Nicolosi
Fonte:


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