domenica 8 dicembre 2013

PASOLINI VOLLE INCONTRARE FRATE AVE MARIA

"ERETICO & CORSARO"



PASOLINI (scrittore, regista)
volle incontrare Frate Ave Maria
FLAVIO PELOSO
Pubblicato su : Messaggi di Don Orione, 32(2000) n.100, p.45-50
Quando stava elaborando la sceneggiatura de "Il vangelo secondo Matteo" andò a Sant'Alberto di Butrio
a chiedere all’eremita cieco come “vedeva” Gesù e il vangelo.

Pier Paolo Pasolini affidò a cinque “quaderni rossi”, scritti tra l’estate 1946 e l’autunno del 1947, e pubblicati nel 1998 nel primo dei due volumi a lui dedicati nei Meridiani Mondadori, le sue note autobiografiche riguardanti le lotte giovanili e gli ultimi impulsi della fede adolescenziale continuamente sconfitta (“Fino a quindici anni io credetti in Dio con l’intransigenza dei ragazzi”) fino alla resa: “Io sono stanco di essere così intoccabilmente eccezione, ex lege”. Dopo essere stato “tentato dalla mistica”, come Virgilio Fantuzzi ha scritto, (1) Pasolini annotò nel 1947: “Messo dunque tutto a tacere, sono passato, dopo una breve visita al Calvario, dall’orto dell’infamia al giardino di Alcina e mi ci trovo bene”. Questo addio alla religione non fu mai, però, totale e definitivo. Restò come nostalgia, spesso come ribellione, sempre come vuoto di senso mai riempito da alcunché d’altro, per quanto di volta in volta affascinante. (2)

Una pagina di “storia religiosa”, sempre difficile da scrivere e tanto più di un personaggio come Pasolini, è venuta discretamente alla luce collegata ad un incontro con la ieratica figura di Frate Ave Maria, un eremita cieco della Divina Provvidenza (Don Orione), dichiarato “venerabile” nel dicembre 1997. (3)
Quando Pasolini seppe della morte di Frate Ave Maria (21.1.1964), inviò ad Angela Volpini, che gli aveva comunicato la notizia, il suo libro “Poesia in forma di rosa” (1961-1964) (4) con uno scritto posto come segnalibro tra le pp. 42-43. Gli segnalava una pagina autobiografica nella quale egli alludeva al suo incontro con l’austero e felice eremita cieco, incontrato all’eremo di Sant’Alberto di Butrio qualche mese prima.


E cerco alleanze che non hanno altra ragione
d’essere, come rivalsa, o contropartita,
che diversità, mitezza e impotente violenza:
Gli ebrei… i negri… ogni umanità bandita…
E questa fu la via per cui da uomo senza
umanità, da inconscio succube, o spia,
o torbido cacciatore di benevolenza,
ebbi tentazione di santità. Fu la poesia.

Certamente la “tentazione di santità”, poi di fatto espressa con la poesia e con l’arte, fu risvegliata dall’incontro sorprendente con Frate Ave Maria.

Era la primavera del 1963. Pier Paolo Pasolini stava lavorando alla ideazione del film “Il vangelo secondo Matteo”. (5) Egli era interessato a conoscere da persone ritenute “mistiche” e “sante” come pensassero a Gesù, come si immaginassero le scene del vangelo, come le avrebbero volute rappresentate. Angela Volpini gli parlò di Frate Ave Maria che ella conosceva e frequentava dal 1958. (6) Pier Paolo Pasolini decise di salire all’eremo. Ci voleva molta buona volontà e tempo per farlo. Isolato com’era, l’eremo era raggiungibile, dopo avere lasciato l’auto a qualche chilometro di distanza, solo con una lunga camminata tra i monti sempre più irti e disabitati dell’Oltrepò pavese. In compagnia della Volpini, Pasolini arrivò dall’eremita già noto per fama di santità. (7)
Di questa ascesa a Sant’Alberto di Butrio, lasciò traccia nel sopra ricordato libro “Poesia in forma di rosa”, segnato a ricordo di Frate Ave Maria.


Una sera tra boschi
cedui, chissà, tra macchie indissolubili
di viole sulle crode, tra vigneti e lumi
serali di villaggi, sotto vergini nubi…
A vincere fu il terrore. Voglio dire che fu
più grande il terrore della realtà e della solitudine,
di quello della società. Amara gioventù,
preda di quella immedicabile coscienza
di non esistere, che ancora è la mia schiavitù…
(8)

E veniamo ai ricordi di Angela Volpini. Frate Ave Maria era in chiesa, dietro l’altare. Pregava. Pasolini, appena entrato nell’antica abbazia, ammirava gli affreschi quattrocenteschi. Dopo qualche minuto di silenzio, frate Ave Maria disse: “Benvenuti pellegrini della speranza!”.
Pasolini attraversò la chiesa, andò dietro l’altare luogo abituale delle lunghe ore di preghiera di frate Ave Maria e si presentò. Il frate gli disse di prendere una sedia e di mettersi accanto a lui. “E come mai – attaccò - un grande artista, un personaggio così famoso, è interessato a conoscere un povero cieco, che sa solo dire "Gesù, Maria, vi amo: salvate le anime!"”.
Pasolini disse qualcosa. E subito cominciò il colloquio che si prolungò per un paio d’ore. Loro due soli. Finalmente, il respiro affannoso del frate annunciava che frate Ave Maria stava scendendo gli angusti gradini di pietra che dalla chiesa conducono al piccolo chiostro. Pasolini tentava di aiutarlo, ma egli lo fermò bonariamente: “Queste pietre sono mie amiche. Le calpesto tante volte al giorno per andare da Gesù, non ho niente da temere da esse!”. E rise, divertito della sua stessa battuta. E proseguì ritirandosi nella sua cella.
Pasolini continuò la visita agli angoli più nascosti ed artistici dell’eremo. Ogni tanto, usciva con qualche esclamazione del tipo: “Che luogo! Che uomo! Che colloquio straordinario!”.

Più tardi commentò più diffusamente. “Frate Ave Maria aveva tutta l’attenzione per me. Parlava con tale naturalezza, pur nel suo linguaggio religioso, da risultare non solo rispettoso, ma affascinante. Non si è stupito del mio scetticismo e mi ha detto che il ‘suo Gesù’ ama più i lontani che i vicini, che non si scandalizza di niente e che solo Lui conosce davvero il cuore umano. Di fronte a lui, io artista, non mi sono sentito, come succede spesso nei luoghi seri ed importanti, un po’ fuori contesto... Anche il frate è un originale come me, un creativo... Ha inventato la sua vita, strana per il buon senso comune, ma vera e affascinante. Anche lui è un figlio d’arte, riesce a trasformare in bella e straordinaria una vita che, analizzata razionalmente, è la morte civile e la follia”. Poi, l’acuto ed inquieto scrittore volle rimanere ancora qualche tempo solo. E si incamminò verso il vicino bosco. Forse annotò qualcosa di quell’incontro.
La Volpini profittò per andare alla cella di frate Ave Maria per ringraziarlo e congedarsi. “L’amico che mi hai portato oggi – le disse frate Ave Maria - ha bisogno di vedere tanta fede, tanto amore, tanta innocenza, per far uscire dal suo cuore il suo grido d’amore, oltre che di denuncia. Stagli vicino. Se quest'uomo potesse servire il Signore, chissà che cose meravigliose farebbe!”.
Poi, quando Pasolini ritornò per accomiatarsi, Frate Ave Maria l’accompagnò alla porta e quasi gli gridò, con la sua voce roca: “Voglio dirle che qui c’è un altro amico, che sa solo pregare, ma che pregherà tanto perché lei faccia cose bellissime”.

Non sappiamo cosa si siano detti quei due grandi spiriti. Certamente, conversarono sulla sceneggiatura del film “Il vangelo secondo Matteo”, scopo primo della visita dell’artista. Ma parlarono di molto altro in quelle due ore. Frate Ave Maria certamente avrà raccontato di sé e della sua avventura di “cieco veggente, perché illuminato dalla fede” . (9)
E Pasolini avrà parlato delle sue inquietudini e ribellioni. E di che altro? Il poeta e regista solo confidò di essere rimasto colpito dalla libertà e dalla creatività di quest’uomo. Indotto, conosceva profondamente l’animo umano, tante persone e situazioni del mondo. Ne aveva interesse.
Resta il fatto che in quella famosa pagina di Pasolini inviata dopo aver appreso della morte di frate Ave Maria, troviamo scritto:


Ché io arriverò alla fine senza
aver fatto, nella mia vita
la prova essenziale, l’esperienza
che accomuna gli uomini, e dà loro
un’idea così dolcemente definita
di fraternità almeno negli atti dell’amore!
Come a un cieco: a cui sarà sfuggita,
nella morte, una cosa che coincide
con la vita stessa, - luce seguita
senza speranza, e che a tutti sorride,
invece come la cosa più semplice del mondo –
una cosa che non potrò mai condividere.
Morirò senza aver conosciuto il profondo
senso d’essere uomo, nato a una sola
vita, cui nulla, nell’eterno, corrisponde.

Si tratta di una lucida confessione gridata dal buio dell’anima reso, forse, ancor più drammatico dopo uno sprazzo di genuina luce.
Pasolini non dimenticò più questo incontro. Frate Ave Maria e Sant’Alberto gli rimasero nell’animo e nelle parole. (10) Quel luogo e quell’amico li considerò un ‘rifugio della speranza’. Amabili.



NOTE
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1. V. Fantuzzi, Pasolini tentato dalla mistica, "Avvenire", 30.10.1998, p.22.

2. Pasolini ricercò soprattutto nell’arte quella funzione salvifico-liberatoria che è propria della religione. Ne scrisse nella scheda di presentazione de “Il vangelo secondo Matteo”: “Se l’opera d’arte è in qualche profondo e misterioso modo un’autoterapia, di cosa guarisce, poi, se non dalla vita stessa – che è imperfezione, senso del rinvio, senso dell’incompletezza? Mi sono, in definitiva, così poco liberato attraverso l’operazione artistica, che quei famosi, maligni, cocenti, inafferrabili "elementi religiosi" sono ancora lì, intatti. Tanto è vero che se penso a un film futuro (molto lontano) penso con più insistenza a una vita di Charles de Foucauld che a qualsiasi altro (un santo che non parla mai di Dio – pensandovi sempre ossessivamente…)”; in Il Cinema “nazional-popolare”, p.109.

3. Per conoscere Frate Ave Maria e l’eremo di Sant’Alberto: Frate Ave Maria. La luminosa notte di un cieco, Ed. Piccola Opera della Divina Provvidenza (Don Orione), Roma 1964; Frate Ave Maria, Lettere dall’eremo, a cura di Don Flavio Peloso, Ed. Piemme, Casale M. 1996; Sparpaglione Domenico, Una gemma d’Oltrepò. S.Alberto di Butrio. Storia, arte, fede, IV ed., Barbati Orione editore, Seregno 1990.

4. Edito da Garzanti nel 1964.

5. Il film, scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, fu presentato in prima visione alla XXV Mostra di Venezia il 4.9.1964. Ebbe il “Premio speciale della critica” ed altri alti riconoscimenti artistici. È considerato un grande capolavoro del cinema.

6. La testimonianza dell’incontro di Pasolini con frate Ave Maria è di Angela Volpini, registrata durante un colloquio avuto il 28.3.1997. Angela Volpini si recava spesso da Frate Ave Maria per chiedere consiglio, cfr. Summarium ex processu canonizationis, p.422.

7. Cesare Pisano, questo il nome di battesimo, nato a Pogli di Ortovero (Savona) il 24.2.1900, rimase cieco a 12 a causa di una scarica di fucile sugli occhi, partita per gioco da un compagno. Dopo la gioventù trascorsa nella disperazione, incontrò il beato Don Luigi Orione che lo aiutò a “vedere”. Convertitosi, divenne Eremita della Divina Provvidenza e camminò deciso sulla via della santità. Scoperto nel suo isolatissimo eremo di Sant’Alberto di Butrio, divenne riferimento di tanta gente che a lui si rivolgeva per consiglio, preghiera, consolazione. Furono ad incontrarlo anche personaggi come Tommaso Gallarati Scotti, Nino Salvaneschi, Don Brizio Casciola, Riccardo Bacchelli, Boggiano Pico, Don Zeno Saltini, P. Juan Arìas. Morì il 21.1.1964. Il 19.12.1997. Giovanni Paolo II lo dichiarò “venerabile”.

8. Le allusioni all’escursione a Sant’Alberto e all’incontro con Frate Ave Maria sono riconoscibili nella trasfigurazione poetica alla luce dell’indicazione di Pasolini stesso, ma anche da qualche riscontro oggettivo.

9. Ebbe a scrivere: “ Dicono che io sono cieco. Ma io affermo, con tanta compassione per gli altri: io non sono veramente cieco. I veri ciechi sono quelli che non vedono Gesù, e Gesù si vede con la luce della fede... Così un cieco che vede Gesù, non è più cieco; è un grande sapiente, uno che vede lontano, tanto lontano...”. Rimase famosa la celebrazione che egli volle fare per il 25° e 50° anniversario della sua cecità. Per l’occasione, compose anche una iscrizione: “Convertisti in luce le mie tenebre e in gioia la mia tristezza, sicché la mia luce, l'unica mia gioia sei Tu solo, o Gesù Figlio di Dio! O Gesù Dio Mio! O Gesù Figlio di Maria!”.

10. “Non sono mica frate Ave Maria!”, ricorda d’essersi sentita dire varie volte da Pasolini la Volpini quando gli poneva qualche critica o richiamo al bene.
Fonte:
http://www.host-lime.com/do/messaggi/articolo.asp?ID=202



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