giovedì 14 marzo 2013

(Ri)visti in TV: Medea di Pier Paolo Pasolini (1969)



"ERETICO & CORSARO"

Pasolini - Videoteca

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        (Ri)visti in TV: Medea di Pier Paolo Pasolini (1969)

Pier Paolo Pasolini debutta alla regia nel 1961 con “Accattone” dopo aver lavorato nel cinema come sceneggiatore. La sua opera prima vede la luce in una stagione d’intenso rinnovamento per la cinematografia italiana: alla generazione di coloro che avevano portato la settima arte del bel paese ad essere la più originale del mondo (Visconti, Antonioni e Fellini su tutti) si aggiungono i contributi di nuovi autori. In piena “nouvelle vague” per il nostro cinema manca un movimento analogo e se per alcuni è evidente l’influenza francese (pensiamo a Bellocchio e Bertolucci), per altri (Ermanno Olmi) rimane importante punto di riferimento, invece, la tradizione neorealista. A Pasolini, già affermato poeta e scrittore, intellettuale sensibile e acuto osservatore di una realtà in profonda e tumultuosa mutazione, il cinema appare un veicolo comunicativo assai più potente della narrativa letteraria. Le modalità con cui decide di misurarsi con il “linguaggio” rivoluzionario delle immagini in movimento si rivelano sin dall’inizio del tutto personali e sempre lo saranno anche quando, molti anni dopo, la padronanza della tecnica cinematografica sarà affinata. Sebbene gli esordi siano ancorati alla matrice neorealista, soprattutto alla lezione di Rossellini, per l’ambientazione e per il ricorso ad attori non professionisti, l’estetica dell’immagine pasoliniana proviene più dalla pittura che da un bagaglio cinefilo: uno stile che non sarà mai omologabile a nessun altro tra il rude e lo ieratico con momenti di sensibile tenerezza. L’autore mostra un gusto d’origine figurativo che tende ad accostare le immagini per offrire una composizione “iconica” che sia, al contempo, espressivamente poetica: una tendenza che sarà mantenuta successivamente pur adoperando per le opere documentaristiche un taglio visivo più incisivo da cine-reportage con molte riprese a mano e violente zoomate o movimenti a schiaffo (tecnica che viene impiegata anche per “Il vangelo secondo Matteo”).
La filmografia pasoliniana degli anni ‘60 risulta davvero molto variegata per i temi trattati e si chiude con il dramma antiborghese di “Teorema” e la controversa spietatezza di “Porcile” per lasciare il passo all’alba degli anni ‘70 alla rivisitazione delle tragedie greche nell’ambito del terzo mondo. “Medea” del 1970, dunque, riprende il discorso che il poeta aveva iniziato già con “Edipo re” (1967) e soltanto abbozzato con “Appunti per un’Orestiade africana” (1968-1969) che rimane, comunque, un validissimo documento/documentario sull’Africa. Pasolini s’ispira alla tragedia di Euripide (come già nelle due opere sopracitate aveva preso spunto rispettivamente da Sofocle ed Eschilo) per stravolgerne il mito - rappresentando il contrasto fra la barbarie e la civiltà - e mettere in scena la metafora della scomparsa del mondo agreste che, non più accecato dalle superstizioni popolari, lascia il passo ad un mondo nuovo, diverso, laicamente scevro da obblighi religiosi. L’operazione che compie l’autore è di straordinaria complessità: nulla semplifica, tutto rimanda ad un coacervo di citazioni erudite che addensano il tessuto narrativo, l’impianto audio-visivo ed il sostrato simbolico in un panopticon in cui è difficile orientarsi ma che, paradossalmente, produce nei confronti dello spettatore un’irresistibile malìa.
 Impossibile non rimanere affascinati dai barocchismi scenografici di Dante Ferretti e dai ricercati preziosismi dei costumi di Piero Tosi, dall’intensità luminosa della fotografia di Ennio Guarnieri dagli accesi colori, dai canti d’amore iraniani o dalle antiche melodie giapponesi che, uniche e indecifrabili voci umane, costituiscono il commento musicale selezionato per il film dallo stesso Pasolini e da Elsa Morante, dalla grandiosità naturalistica del paesaggio della Colchide, ricostruita in Siria e Turchia. Nonostante Pasolini effettui le riprese con tremolanti movimenti di macchina che hanno il compito di sporcare le immagini e rendere più immediatamente spontanea la recitazione dei personaggi (“Medea” è pur sempre un film, infatti, visto con gli occhi del terzo mondo), l’opera è visivamente seduttiva per le lente panoramiche contemplative ed i pittorici campi lunghi che s’alternano all’intensità frontale dei primi piani e ad inquadrature grandangolari (soprattutto) della protagonista, una monumentale Maria Callas, perfetta, visionaria icona del tragico. Al di là, comunque, di qualsiasi considerazione estetica, “Medea” rappresenta sopra ogni cosa un compendio “antropologico” del cinema pasoliniano: l’impossibilità di una sintesi tra l’umanità primitiva e la civiltà, il crollo dei miti e dell’assoluto (religioso) e, dunque, con essi la fine di tutte le illusioni e i sogni. La crudele certezza che la progressiva affermazione del logos ossia del progresso della storia costituisca la morte definitiva dell’umano.
(Nicola Pice)



            



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Tutti i film di Pier Paolo Pasolini al British Film Institute

"ERETICO & CORSARO"

Tutti i film di Pier Paolo Pasolini al British Film Institute

"Un gigante del cinema europeo"



Il Vangelo secondo Matteo di/su Pier Paolo Pasolini [performance, 1975]"Il cinema è identico alla vita, perchè ciascuno di noi ha una camera virtuale e invisibile che ci segue da quando siamo nati a quando moriamo. In realtà il cinema è un infinito piano sequenza. [...] La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci. Il montaggio opera dunque sul materiale del film (che è costituito da frammenti, lunghissimi o infinitesimali, di tanti piani-sequenza come possibili soggettive infinite) quello che la morte opera sulla vita.”."
Pier Paolo Pasolini
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Dopo il MoMA di New York, è il British Film Institute a omaggiare Pier Paolo Pasolini con la più completa retrospettiva mai allestita nel Regno Unito: celebra il suo "cinema di poesia" "provando a districare i fili della politica, della sessualità fuorilegge e del mito di un gigante del cinema europeo". Trentotto anni dopo il mistero - mai completamente risolto - della sua morte, dice il curatore Tony Rayns nella presentazione, il cinema di Pasolini, partito dal neo-realismo per approdare a una forte critica dei valori borghesi, continua a ispirare generazioni di registi.

Pier Paolo PasoliniLa sua attività di scrittore e agitatore politico/culturale, di intellettuale dissidente, il suo scagliarsi contro la censura e per la libertà espressiva, hanno lasciato tracce profonde nel suo cinema, che è anche una reinvenzione della tradizionale grammatica cinematografica, nella direzione di un linguaggio poetico, sempre pervaso da un latente romanticismo oltre che da una sessualità feroce, dove la narrazione è strutturata come una sinfonia e le inquadrature si ispirano alla pittura rinascimentale. II suo interesse verso la psicoanalisi e l'antropologia lo ha portato anche a rileggere grandi miti fondanti europei - pagani e cristiani - in termini etnografici.

La rassegna del BFI, coprodotta con Istituto Luce Cinecittà e Cineteca di Bologna, si tiene da marzo a maggio 2013 e comprende oltre alle proiezioni di lungometraggi, corti e documentari, nelle versioni restaurate e originali in 35mm, anche incontri e giornate di studio organizzate dal King’s College e dall’Università del Sussex.

Ninetto Davoli
sarà presente per raccontare la sua avventura umana e artistica con Pasolini, e il 27 aprile, nell'evento Poets on Pasolini, dieci poeti britannici terranno un reading ispirato ad altrettanti film.
Mentre Teorema e Il Vangelo secondo Matteo, in edizione restaurata, vengono acquistati per la distribuzione nelle sale inglesi, Abel Ferrara ha annunciato di voler dire la sua sul caso Pasolini, dedicando il suo personale omaggio a un artista che ha amato e apprezzato per anni: con Pasolini, gli ultimi giorni, film interpretato da Willem Dafoe nei panni del grande poeta, scrittore, pensatore e regista friulano.





Il Vangelo secondo Matteo
- BFI trailer







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