martedì 2 aprile 2013

Pier Paolo Pasolini, Il calcio e la di-partita finale.






STEFANO CORRADINO (DIRETTORE DI ARTICOLO 21)


"Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” scriveva Pier Paolo Pasolini, fustigatore del nostro mal di vivere, del malcostume, del potere e delle sue macchinazioni. Il grande scrittore e regista deceduto ad Ostia 37 anni fa scrollerebbe rassegnato (e incazzato) le braccia di fronte agli scandali che stanno imperversando nel mondo del calcio. Lui che se non avesse votato la sua carriera alla poesia, al cinema e alla pittura avrebbe fatto il calciatore.



“Il calcio - scriveva - è rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci”... L’articolo di Carmine Fotia di martedì 29 affronta lucidamente il tema di un calcio talmente malato dalla corruzione e dalla logica del profitto a tutti i costi che rischia un trapasso ineluttabile se non si interviene immediatamente con nuove regole e ripristinando solidi principi di moralità e di etica. Come giustamente afferma Fotia sarà la giustizia penale a dover accertare i reati mentre quella sportiva deve giudicare e sanzionare i comportamenti lesivi di lealtà e correttezza. Ben vengano quindi le proposte di una confisca dei beni, come per i mafiosi, per coloro che a più livelli sono stati riconosciuti colpevoli e quella di una moratoria delle scommesse. C’è però, al tempo stesso la necessità di un’analisi profonda e impietosa del mondo del calcio, cartina di tornasole della fisiologia perversa del Paese, di un sistema che se ammette un giro di soldi miliardario contempla fatalmente rischi di corruzione e malaffare. Perché un ingaggio di un giocatore o un allenatore deve raggiungere cifre milionarie? Perché è il mercato, qualcuno potrebbe obiettare. E allora forse è proprio da qui che bisogna ripartire, ridisegnando i confini dell’economia, e stabilendo regole e tetti non oltrepassabili. Come ad esempio soglie massime di contratti e notevolmente più basse dei cachet faraonici attuali. Vale per lo sport, come per la politica e i manager. Non è un problema di pubblico o privato ma di riduzione sensibile delle diseguaglianze sociali ed economiche. Vale tanto più oggiAggiungi un appuntamento per oggi in tempo di crisi. Gli elettori, i tifosi, i cittadini, approverebbero. P.S. Anche il poeta Eugenio Montale si occupò di calcio, ipotizzando un campionato senza reti per valorizzare il gioco di squadra sulla competizione: “Sogno che un giorno nessuno farà più gol in tutto il mondo”. Che almeno, la rete non sia truccata.



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P.P.Pasolini, L' ultima cena prima della morte


  "ERETICO & CORSARO"






Dove ha cenato l’ultima sera, prima di morire, Pier Paolo Pasolini? 

A Roma ci sono due ristoranti che si contendono questa fama. Uno è «Pommidoro» nel quartiere di San Lorenzo. L’altro è «Il biondo Tevere», sulla via Ostiense. Mi è capitato negli ultimi tempi di frequentarli entrambi e mi sono chiesto quale dei due fosse quello «autentico». Oppure Pasolini aveva cenato due volte? Quando da Pommidoro mi hanno mostrato l’assegno (mai incassato), con data e firma, con il quale lo scrittore aveva saldato il conto (la sera del 1° novembre 1975), ho avuto la certezza che avesse cenato lì. Ma poi ho scoperto che effettivamente era stato anche al Biondo Tevere. Basta ricostruire le ultime ore di vita dello scrittore.





Con Ninetto Davoli Pasolini cena da Pommidoro.

Poi fa un giro nei pressi della stazione Termini, dove conosce Pino Pelosi, il ‘ragazzo di vita’ con il quale decide di passare il resto della serata. I due si accordano per andare a Ostia. Sono sull’Alfa Gt di Pasolini. È sera tardi, sono passate le 23. Ma Pelosi non ha ancora mangiato. Ecco quindi che Pasolini accosta, sulla via Ostiense, presso la trattoria Il Biondo Tevere.Un ristorante tipico, molto popolare, abitualmente frequentato da Pasolini, Moravia, Elsa Morante e altri intellettuali. Lì Pasolini portava gli attori dei suoi film, spesso ragazzi di strada come Davoli o i fratelli Citti, e lì, sulla veranda affacciata sul fiume, si tenevano le riunioni di preparazione alle pellicole.
Per questo la proprietaria del ristorante, la signora Giuseppina Panzironi, non si stupisce quando, a tarda ora, vede arrivare Pasolini con un giovane ragazzo mai visto prima. «Prego professore, si accomodi ». È tardi, il ristorante sta per chiudere, ma per Pasolini non si può non fare un’eccezione. «Era la sera del 1° novembre, la festa di Ognissanti», ricorda oggi la signora Panzironi, tutt’ora attiva al ristorante che ha mandato avanti per una vita intera con suo marito, scomparso da qualche anno. «Allora era una festa molto sentita dalla gente, infatti non avevamo lavorato molto quella sera e per questo stavamo per chiudere. Ma mio marito non ebbe dubbi ad accogliere Pasolini, che era un nostro cliente abituale, una persona di poche parole ma sempre di straordinaria gentilezza». Pasolini prende per sé un semplice spuntino: una banana e una birra. Mentre per il ragazzo che è con lui ordina una cena vera e propria. I ristoratori chiudono la serranda. Quando Pasolini e Pelosi, poco dopo, lasciano il locale, la signora Panzironi e suo marito li accompagnano alla macchina.




Saranno gli ultimi a vedere lo scrittore vivo?

Quando l’indomani si diffonde la notizia dell’assassinio, la titolare del Biondo Tevere trasale:

«Quando abbiamo sentito che era stato ucciso da quel ragazzino, sia io che mio marito abbiamo pensato che non era possibile. Pasolini aveva sì più di 50 anni, ma fisicamente ben messo, atletico, sportivo. Pelosi non aveva 18 anni, era un ragazzino mingherlino e difficilmente avrebbe potuto prevaricarlo. La polizia ha. chiesto a mio marito se quella sera ci fossimo accorti per caso che qualcuno avesse seguito l’auto di Pasolini. Ma non abbiamo visto nulla. Purtroppo. È ancora un grande rammarico, quello di non aver potuto fare nulla per proteggerlo e, dopo, per aiutare le indagini ».






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Orestea oggi a cura di Anna Banfi


"ERETICO & CORSARO"
 

Orestea oggi

a cura di Anna Banfi

Vedi anche:

Intervista con Pietro Carriglio, regista della trilogia eschilea Agamennone-Coefore-Eumenidi portata in scena per il XLIV Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro greco di Siracusa (8 maggio - 22 giugno 2008).


D - Quale significato ha per lei l’Orestea?
R - L’Orestea ha un significato primo e irrinunciabile: è l’atto stesso di fondazione del teatro, un teatro inteso come comunità civile, come rito. Dopo l’Orestea soffriamo una ferita profonda: siamo spettatori dolenti di un rito perduto, che nel tempo di volta in volta si è cercato di recuperare in forma diversa, senza riuscire però nell’impresa di restituire quel significato che il rito ha nell’Orestea: una ritualità complessa, se si pensa che in Eschilo vi sono tutte le metafore possibili. Borges dice che la storia del mondo è la storia del variare di poche metafore: le poche metafore che fanno la storia del mondo già si trovano nell’Orestea.
D - Qual è l’attualità di Eschilo oggi?
R - Eschilo è il grandissimo poeta sul quale si fonda la poesia dell’Occidente, ma è anche un grande sapiente, qualcosa di più e di diverso dal filosofo. Platone è il testimone di una sapienza perduta; in Eschilo vive una sapienza che si manifestava anche nell’accendersi di una ritualità, della quale oggi possiamo catturare solo alcuni bagliori. In questa edizione della trilogia abbiamo puntato su uno dei tanti segni che suggerisce la complessa lettura di Eschilo, quello dell’atto di fondazione della comunità civile e quindi della legalità che presuppone l’ordine delle regole. Infatti, le vicende dell’Orestea raccontano del passaggio dalla società tribale a una società moderna, da una religiosità oscura a una sistemazione teologica del valore religione.

Pietro Carriglio dirige Luciano Roman nelle prove del prologo dell'Agamennone

D - Nel 1960 la traduzione dell’Orestea a opera di Pier Paolo Pasolini, tra attacchi e plausi, ebbe il merito di scuotere pubblico e critica dal torpore 'archeologico' delle Rappresentazioni Classiche. Nel 2008, quasi cinquant’anni dopo, questa traduzione torna a risuonare nel teatro siracusano. Qual è la sua opinione su questa versione?
R - Ho conosciuto Pasolini attraverso Carlo Levi, con il quale ho avuto un rapporto profondissimo. Levi sapeva sempre reinventare la materia: più che avere avuto questo dono dagli dei, era lui stesso un dono degli dei. Levi diceva che Pasolini era un grandissimo pittore, che il mondo di Pasolini era il mondo delle immagini. In questo senso la traduzione di Pasolini è quella che si dice una bella traduzione da fruire in teatro e, oltre ad essere bella, è anche corretta. Se la traduzione dell’Iliade di Monti è uno stupendo bassorilievo neoclassico, la traduzione di Pasolini rimane come uno scavo antropologico negli anni Sessanta (sulla traduzione dell'Orestea di Pier Paolo Pasolini si veda il saggio-documentario di Monica Centanni e Margherita Rubino,  Gassman Pasolini e i filologi e si veda il contributo di  Anna Banfi, Orestea da Eschilo Pasolini la parola alla Polis ). Così come Levi, con l’invenzione di una linguaggio, ci ha fatto scoprire il mondo contadino, allo stesso modo Pasolini, inventando un linguaggio, ci ha fatto scoprire il mondo delle borgate. Oggi il mondo contadino di Levi non esiste più, così come non esiste più il modo delle borgate di Pasolini, ma entrambi hanno fissato una memoria che altrimenti non avremmo avuto. Una critica colta e di sensibilità vibratile, Rita Sala, ha scoperto un piccolo segreto nel mio rapporto con Pasolini: la scenografia dell’Orestea vorrebbe essere un’iconostasi di pietà del lungo viaggio di Pasolini da Roma alle borgate, al lettuccio di sabbia e terra sul quale è stato trucidato (sulla scenografia dell'Orestea ideata dallo stesso Carriglio per l'edizione siracusana si veda la recensione di Andrea Santorio ).
D - Oltre alla scenografia, lei ha disegnato anche i costumi per questo spettacolo. Quale significato hanno nell’orizzonte di questa Orestea?
R - I costumi nascono dal linguaggio figurativo che io posseggo e che è profondamente legato al Medio Oriente. Non hanno quindi nessuna proprietà filologica, ammesso che si possa fare filologia di immagini a proposito dell’Orestea di Eschilo, ché sempre quella filologia è un falso archeologico.
D - Che ruolo deve avere secondo lei, oggi, il teatro?
R - L’Orestea è un’occasione per dare un ruolo al teatro: restituire ad una comunità la capacità di vivere insieme i problemi e insieme dibatterli attraverso un linguaggio che è fondamento di tutto, e che è il fondamento della poesia. Nell’Orestea, infatti, viene pronunciata una sentenza che non appartiene a nessun ordinamento giuridico e a nessun sistema politico, ma è una sentenza che è profondamente nostra, perché pronunciata in nome dell’umanità.

Pietro Carriglio posiziona il Coro nelle prove dell'Agamennone

D - La sua Orestea nasce per Siracusa, per la Sicilia. Quale attualità può trovare un siciliano – oggi – nelle parole di Eschilo?
R - L’inchiesta Franchetti-Sonnino sulla Sicilia si apre con un capitolo che si intitola Pazienza dell’universale: essere pazienti di tutto, cioè, accettare il mondo nella sua immobilità. I contadini dicevano che il mondo è sempre lo stesso, immutabile. La mafia nasce anche da questo, da sotto i grandi mantelli dei campieri che regolavano la grande fatica dei campi. Oggi, in Sicilia, non si dice che il mondo è immutabile e si accetta il principio che sta a fondamento dell’Orestea: la comunità non ha bisogno di manifestazioni tribali, ma di regole per le quali Eschilo dice, attraverso le parole di Thomson: “Il regno della legge è iniziato”.

Alcuni momenti della trilogia

(I documenti e i materiali riprodotti in questo saggio sono conservati presso l'Archivio Fondazione Inda - AFI - di Siracusa)


Fonte: engramma

 

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Orestea, da Eschilo a Pasolini: la parola alla polis*


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Orestea, da Eschilo a Pasolini: la parola alla polis*

Anna Banfi

Vedi anche:

Vorrei partire da una data, il 5 ottobre 1959, e da una lettera che in quella data Luciano Lucignani – regista insieme a Vittorio Gassman dell’Orestiade 1960 – scrive a George Thomson, autore di Aeschylus and Athens.
Lucignani scrive: “[…] Scartata la soluzione 'archeologica' (che è la sola ad aver ispirato da trent’anni a questa parte tutte le messinscene di opere dell’antichità classica nel nostro paese), e scartata, con altrettanta decisione, quella che impropriamente definiremo 'estetica' (cioè interpretazione della poesia greca senza riferimento ai suoi rapporti con la storia politica e sociale), non resta che una decisa, intransigente, interpretazione 'storica'. Il signor Gassman ed io siamo convintissimi che l’Orestiade rappresenti, come lei dice in modo così suggestivo, il passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale, che muove da un’epoca lontana e barbara per concludersi con la nascita del regno della legge” (Luciano Lucignani, lettera a George Thomson, in Pasolini, Teatro, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Milano 2001, p. 1215).
Ho scelto queste parole tra le tante significative scritte da Gassman, Lucignani e Pasolini su questi temi, perché in esse coesistono diversi aspetti: una dichiarazione di poetica, l’intenzione – importante e da non sottovalutare – di mettere la propria opera, il proprio spettacolo in relazione con gli spettacoli e la tradizione precedente e, infine, una affermazione perentoria, inequivocabile sulla lettura dell’Orestea come opera politica.
Lucignani scrive questa lettera quando Pasolini è già al lavoro sull’Orestea: il poeta consegnerà infatti la traduzione di Agamennone circa tre mesi dopo, il 15 gennaio del 1960 (sulla traduzione dell'Orestea di Pier Paolo Pasolini si veda il saggio-documentario di Monica Centanni e Margherita Rubino, Gassman Pasolini e i filologi ). Il compito di tradurre l’Orestea gli era stato affidato – come dichiara lui stesso nella Lettera del Traduttore – da Gassman che aveva imposto la traduzione di Pasolini ai membri dell’Istituto del Dramma Antico: dalle lettere ancora conservate nell’Archivio INDA si ricava che inizialmente l’Istituto aveva proposto di affidare la traduzione di Agamennone a Traverso, di Coefore a Quasimodo e di Eumenidi a Perrotta, ma per non rinunciare alla presenza di Gassman aveva poi dovuto accettare la traduzione di Pasolini per l’intera trilogia: le preoccupazioni dei membri dell’Istituto – non da ultimo di Sammartano, all’epoca commissario dell’INDA – sono moltissime e dovute da una parte al timore di andare incontro a una traduzione 'insolita' per il pubblico di Siracusa, abituato a traduzioni appunto archeologiche, dall’altra, anche alla diffidenza con cui Pasolini veniva guardato in quegli anni in Italia, per le vicende che lo avevano coinvolto sia dal punto di vista personale sia da quello politico, e che ovviamente riguardavano anche la stesura dei suoi romanzi.
Non dimentichiamo infatti che proprio in quei mesi in cui stava lavorando alla traduzione di Eschilo, Pasolini era nel bel mezzo della bufera che si era scatenata intorno alla pubblicazione di Ragazzi di Vita (1955) e Una vita violenta (1959) e che solo un mese dopo la fine delle rappresentazioni siracusane l’onorevole Togliatti invitava, con un comunicato ufficiale, i propri compagni di Partito a non prendere le difese di Pasolini e a stare attenti nel considerarlo un simpatizzante del PCI, visto che per le faccende giudiziarie in cui era stato coinvolto era diventato una cattiva pubblicità per i comunisti (come si evince da una nota dell’Agenzia Fert del 14 luglio 1960).
Insomma Pasolini non era il classico traduttore a cui l’Istituto del Dramma Antico si rivolgeva per le traduzioni dei testi da rappresentare nei propri spettacoli. A questo si aggiunga il fatto che Gassman e Lucignani intendevano mettere in scena uno spettacolo che condividesse le linee essenziali delle teorie marxiste che Thomson aveva espresso nel suo Aeschylus and Athens, un testo che già aveva suscitato diverse polemiche. Dunque all’inizio questo esperimento, questa rivoluzione – anche se Gassman non amava chiamarla così – sembra ai più un salto nel buio, una scelta rischiosa. Ma, convinti da Gassman, i membri dell’Istituto decidono di rischiare, pienamente consapevoli – anche questo si evince dalle lettere conservate nell’Archivio – che molti filologi sarebbero stati pronti a polemizzare, additare e a demolire la traduzione di Pasolini, cosa che tra l’altro in parte avverrà.
Credo sia inutile soffermarsi sugli errori filologici nella traduzione di Pasolini: essi sono stati evidenziati, ci sono senza dubbio, alcuni sono di evidente fraintendimento, altri sono di consapevole allontanamento dal significato del testo greco. Credo sia invece più utile tentare di comprendere in che modo Pasolini traduce, elabora e riscrive l’Orestea di Eschilo per veicolare quella che è la propria lettura della realtà politica, quello che è il suo sentire pubblico e privato di quegli anni, in che modo – potremmo dire – attualizza l’attualità di Eschilo.
Voglio infatti partire dalla considerazione che, essendo il testo dell’Orestea un testo politico, esso rivive con maggior forza, con maggior 'fedeltà' se conserva l’intenzione politica di raccontare il processo storico che porta alla partecipazione della città alle decisioni che la riguardano. Questo è un tema che evidentemente c’è nel testo di Eschilo, ma che viene palesato e reso comprensibile al pubblico solo se tradotto con parole che il pubblico può comprendere. E la traduzione di Pasolini fa questo: utilizza le parole di Eschilo, le riscrive, per esprimere un concetto di Eschilo con parole che sono però vicine e chiare al pubblico degli anni Sessanta.
Nel 1959 Pasolini scriveva che non voleva, non accettava di diventare un caso letterario, un oggetto di attualità e di superficialità giornalistica e si auspicava – veramente lo diceva con forza, lo pretendeva – che della propria opera non venissero messi in primo piano – sono parole sue – “solo gli aspetti secondari come quelli del linguaggio o della crudezza che c’è nella mia verità”, e aggiungeva: “Questo è solo un modo elegante per non indugiare invece sulla questione sociale, che è per me, nelle mie intenzioni d’artista la più importante” (Pasolini, Teatro, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Milano 2001, pp. LXXXIII-LXXXIV).
Ora, queste sono parole che evidentemente non si riferiscono alle sue traduzioni, ma ai suoi romanzi, e che io per certi versi non mi sento di condividere, perché credo fermamente che il linguaggio non sia un aspetto secondario, ma anzi primario della comunicazione. Ho citato però queste parole, perché ritengo che – soprattutto per un autore e un poeta quale era Pasolini – non sia affatto corretto concentrarsi solo sull’aspetto linguistico fine a se stesso (e in questo rientra quindi anche il tema della traduzione), ma sia invece più interessante indagare l’ideologia che si trova nella sua opera e l’uso – questo sì – del linguaggio come mezzo per esprimere un concetto che, come un tassello di un mosaico, va a comporre l’armonia dell’opera.
Prendiamo ad esempio una delle idee di fondo della lettura che Pasolini fa dell’Orestea: le Erinni sono elementi primitivi, irrazionali, che caratterizzano la società arcaica; nel processo di trasformazione verso la società moderna, esse devono mutare ma sopravvivere ed essere inglobate nella nuova realtà, che deve essere quindi in grado di valorizzarle. Pasolini dà dunque grande forza e importanza a questi elementi primitivi: ma non sono solo le Erinni a rappresentare queste forze arcaiche, prima di loro lo è Clitennestra. Quale mezzo migliore ha allora un poeta, un traduttore, per esplicitare questo pensiero, se non quello di intervenire sul testo utilizzando espedienti linguistici che diano concretezza alla propria idea? Un esempio su tutti è l’uso che Pasolini fa del discorso diretto: esso rafforza il concetto espresso, lo rende immediato; le ragioni sostenute ricevono più forza, diventano più chiare: ecco allora che Pasolini ne fa uso, anche quando nel testo originale greco si trova invece il discorso indiretto, per rafforzare l’immagine e le ragioni di Clitennestra.
In Agamennone, alla fine del dialogo tra il Messaggero e Clitennestra, la Regina si rivolge all’araldo chiedendo che riferisca al Re che la sua sposa attende, fedele, il ritorno dell’eroe vincitore (Ag. vv. 604-14): Pasolini traduce questo passo costruendolo in modo tale che Clitennestra immagini di rivolgersi direttamente ad Agamennone: l’impatto è molto più forte, le parole della Regina sono enfatizzate e il tono diventa ancora più convincente.
Dall’altro lato, l’atteggiamento di Pasolini nei confronti di Agamennone sembra di segno opposto: le parole piene di dolore e di angoscia che il Re pronuncia quando si trova a dover decidere se sacrificare la vita della figlia Ifigenia o tradire la flotta, nel testo greco sono riportate dal Coro in forma diretta, a dare voce al dubbio straziante di Agamennone (Ag. vv. 205-217). Pasolini invece traduce riportando queste parole in forma indiretta, svilendo le ragioni che portano il Re a scegliere di uccidere la figlia e togliendo forza all’immagine del padre distrutto dalla Necessità di compiere l’omicidio.
L’uso splendido, poetico, che Pasolini fa della parola nella sua Orestiade è evidente anche nella traduzione dei versi meravigliosi che Eschilo dedica alla realtà della guerra, guerra che porta sofferenza e morte ai soldati, e angoscia e dolore infinito a chi rimane in patria. Questi versi attuali nel V sec. a.C., sono attuali oggi, ed erano attuali in Italia anche nel 1960, nel secondo dopoguerra. Con la realtà della guerra Pasolini si trova a dover fare i conti in prima persona, quando ha poco più di vent’anni, e a causa della guerra perde il fratello Guido. Credo che Pasolini abbia tradotto questi versi, facendoli suoi, rivivendoli alla luce della propria tragica esperienza personale: questo traspare in diversi punti del testo.
Ad esempio molto di ciò che in greco è impersonale, universalizzato, Pasolini lo fa diventare personale, intimo, come i bellissimi versi del I stasimo dell’Agamennone, che Pasolini traduce: “Tutti li ricordiamo i volti / di coloro che sono partiti / ora ritornano in patria / ma sono urne e cenere” (Ag. vv. 432-436). Pasolini qui sembra dire: tutti noi – e io con voi – condividiamo il ricordo – personale, ma che diventa collettivo, nel momento in cui è stato il destino di molti – della morte in guerra di un parente o di un amico.
Pasolini fa sua anche l’immagine meravigliosa che Eschilo restituisce di Ares cambiavalute (Ag. vv. 437-444), che da dio della Guerra diventa dio della Morte: un dio che – questa è un’immagine di Pasolini, non di Eschilo – è “un mercante che ha messo il banco nel campo di battaglia”.
Questi sono solo alcuni esempi che possono contribuire a chiarire la lettura e la traduzione che Pasolini fa di alcune immagini dell’Orestea: Pasolini le re-inventa, le ricostruisce in modo da farle proprie e veicolarle così – con più forza, con più determinazione - al lettore-spettatore.
Quando un poeta, un traduttore riesce a vivere il testo che traduce, a condividerne lo spirito più profondo e a conoscere di esso premesse e obiettivi, allora credo che la versione che consegna al pubblico – siano essi lettori o spettatori – non corra il rischio di essere un tradimento, un fraintendimento dell’originale. E così si può dire della versione di Pasolini, che rimane un’opera di grande poesia.
L’Orestiade di Pasolini non è la prima Orestea ad essere rappresentata al Teatro Greco di Siracusa: già nel 1948 l’Istituto del Dramma Antico aveva scelto di mettere in scena la trilogia di Eschilo, con la traduzione di Manara Valgimigli. Anche nel 1948, a fare da sfondo alla rappresentazione dell’Orestea, c’è l’attualità dell’Italia di quegli anni.
Il 19 settembre del 1948 – a pochi mesi dalla conclusione delle Rappresentazioni Classiche – un giornalista de "Il Popolo Italiano" scrive: “La conoscenza nasce dalla sofferenza. Le parole di Eschilo dovettero risuonare nella pietra nuda del teatro siracusano come la conferma di una consapevolezza ormai acquisita e condivisa tra chi aveva sperimentato gli orrori della seconda guerra mondiale: il 16 aprile 1914 ciò non lo capimmo e non lo potevamo capire, ma oggi è tutto manifesto". L’Orestea di Eschilo è sentita quindi anche in questo caso vicina, attuale, interprete del sentimento di un popolo che vuole lasciarsi alle spalle la distruzione provocata dalla guerra ma che al tempo stesso vuole riflettere su essa e forse rileggersi nelle parole alte di un poeta, non per consolarsi, ma per prendere coscienza di ciò che è stato.
Lo stesso Raffaele Cantarella, allora Presidente dell’INDA, scrive al Presidente della Regione Sicilia: “Dopo la tragica parentesi della guerra, le amarezze degli anni successivi, l’Italia comincia a riprendere il suo posto nel mondo. L’Istituto, forte della ormai più che trentennale sua tradizione, intende anch’esso portare il suo contributo in questa rinascita di tutte le forze operanti della Nazione e in un campo che ha una importanza grandissima per la nostra affermazione nel mondo: il campo della cultura”; e ancora Cantarella, sulla scelta dell’Orestea, in un’intervista aggiunge: “Il nome di Eschilo, dopo una parentesi di circa dieci anni, si presenta naturalmente. Eschilo è rimasto primo e solo a mostrare che cosa possa la tragedia, non pur attuata come altissima forma d’arte, quanto concepita come visione ed essenza, insieme, della vita. Scelto per queste ragioni Eschilo, si propone ovviamente alla nostra attenzione la maggiore opera di lui, l’unica trilogia superstite del teatro greco, il capolavoro della tragedia di tutti i tempi: l’Orestea” (intervista rilasciata alla rivista "Camene di Catania", maggio 1948).
L’Orestea del 1948 e l’Orestiade del 1960 sembrano quindi intessute – quasi naturalmente, senza strappi o forzature – nella realtà politica degli anni in cui vengono rappresentate: esse, molto più di altre messe in scena al Teatro greco di Siracusa, sono profondamente legate alla realtà contemporanea. Specchio dell’attualità o punto di partenza per una seria riflessione sulla storia recente, le Orestee siracusane sono in sintonia con il ruolo che il Novecento europeo – si potrebbe dire anche extraeuropeo, ma il discorso temo diventerebbe lungo – ha dato alla trilogia di Eschilo: un ruolo politico, di riflessione collettiva su eventi storici, fasi di passaggio e di fratture profonde.
E ora arriviamo all’Orestea del 2008, diretta dal Maestro Pietro Carriglio con la versione di Pier Paolo Pasolini. Ho avuto la fortuna di collaborare con il Maestro Carriglio, con i suoi assistenti e con gli attori nella realizzazione di questo spettacolo e di vedere, ancora una volta, come il testo di Eschilo si riveli straordinariamente adatto a interpretare e a raccontare la realtà, stimolando una riflessione politica costante in chi mette in scena il testo, in chi interpreta i ruoli dei personaggi e, mi auguro, anche in chi assiste allo spettacolo.
L’Orestea ha molte facce: una di esse è il racconto del cammino dell’uomo dallo stato primitivo in cui – per dirla con le parole di Pasolini - “a parola di odio risponde parola di odio” e “per sangue sparso si spande altro sangue” a uno stato di cose nuovo, in cui alla Vendetta si sostituisce la Legge, del cui rispetto devono farsi garanti gli uomini stessi: il principio secondo cui il compito di punire un assassino spetta ai congiunti dell’assassinato viene superato dall’istituzione di un tribunale, il cui compito consiste appunto nel giudicare con giustizia l’accusato.
L’Orestea diventa quindi il racconto tragico del percorso – lungo e difficile – dell’uomo-cittadino verso la legalità: quale altro testo antico può rappresentare così bene la realtà che vive oggi la Sicilia? In un momento storico in cui dalla società civile siciliana, anche grazie al lavoro svolto da associazioni come “Addio Pizzo”, viene con forza espressa la necessità di lasciarsi alle spalle l’immagine di una Sicilia connivente con la mafia, di una Sicilia che paga il pizzo, e di costruire invece un percorso comune verso la legalità, la messa in scena dell’Orestea a Siracusa diventa di un’attualità evidente.
Nel 1991, poco tempo prima di venire assassinato, Libero Grassi scriveva: “La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la 'protezione' ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. […] Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. […] Ora più che mai le associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda” (dalla lettera di Libero Grassi pubblicata dal "Corriere della Sera" il 30 agosto 1991). Sedici anni dopo, nel 2007, nasce "Libero Futuro", la prima associazione antiracket fatta di imprenditori e commercianti palermitani.
Un lungo cammino, dunque: e perché questo cammino porti davvero a un cambiamento reale che trovi respiro nei fatti e non nelle parole soltanto, è necessario l’impegno di tutti, dei cittadini, delle istituzioni.
Anche il teatro – ne sono convinta – può fare molto, può svolgere un ruolo serio e determinante. Dice Ariane Mnouchkine: “Il peso politico di uno spettacolo non fa alzare la gente dalla sala per andare a fare la rivoluzione il giorno successivo. A mio avviso, ci saranno – può essere – tre o quattro persone che, alla fine dello spettacolo, saranno un po’ meno barbare nella loro esistenza. S’interrogheranno su qualche problema, saranno più compassionevoli o più attenti o più fraterni verso il genere umano. Il teatro ha dunque un ruolo pedagogico civilizzatore, ma tutti sanno che la civilizzazione non si costruisce da un giorno all’altro” (da un’intervista ad Ariane Mnouchkine, 1998).

* Testo della relazione tenuta in occasione del convegno "Vendetta e giustizia nell'Orestea", Siracusa 6-7 maggio 2008

Fonte: engramma



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Marocco. Inseguendo Taia e Pasolini (appunti di viaggio da Salé)


"ERETICO & CORSARO"
 


Il treno ha appena superato la stazione Rabat-ville. Mi affaccio al finestrino e vedo la torre Hassan spuntare imponente sui tetti delle case circostanti. Poco più in là c’è la casbah des Oudayas, che osserva dall’alto del suo promontorio l’incontro silenzioso tra il mare dell’Atlantico e il fiume Bouregreg.
Questo piccolo corso d’acqua, poco più di un rigagnolo, nasce nelle lontane montagne dell’Atlas. Percorre centinaia di chilometri, scavando il suo letto tra le rocce aride dell’interno, prima di gettarsi sull’oceano proprio in questo punto, separando così Rabat da Salé.
Due città vicine, “gemelle” a detta di alcuni, ma distanti in realtà dei secoli l’una dall’altra.
La prima governa la vita amministrativa e politica del paese, ed è rivestita di bei palazzi in stile coloniale e luci scintillanti. La seconda sembra aver fatto capolino nel ventesimo secolo soltanto da qualche decennio.
A Rabat ci si sposta solo per lavorare, gli affitti sono alle stelle. Salé, Sla in arabo marocchino, è diventata invece una città dormitorio, un formicaio di cemento che si estende a perdita d'occhio dietro il prezioso centro storico.
Sono due le ragioni che mi hanno spinto fin qui, a Salé, un universo affascinante ma poco conosciuto.
La prima si chiama  Abdellah Taia. La seconda, Pier Paolo Pasolini. Il giovane scrittore marocchino, nato e cresciuto proprio a Salé (oggi vive a Parigi), descrive con parole cariche di affetto i ricordi che ancora lo legano alla sua terra.
Nei suoi racconti dà voce alla miseria di Hay Salam, il quartiere popolare dove ha conosciuto la durezza della vita, e accenna ai misteri e alle leggende che ancora avvolgono la medina.



E poi c’è Pasolini.
Nel 1966 l’intellettuale friulano aveva trascorso alcuni mesi in Marocco, per cercare l’ambientazione adatta al suo Edipo re. Catturato dal sapore autentico profuso dalla città, Pasolini era tornato a Salé un anno prima di morire. Un vero colpo di fulmine.
Lo stesso Taia, rapito dalla grandezza della sua opera, racconta che Pasolini aveva scelto questo posto come soggetto e ambientazione per un nuovo film, e che qui aveva deciso di convertirsi all’islam.
Non so quanto ci sia di vero in tutto questo. Forse sono solo voci, solo fantasie, sufficienti tuttavia a stuzzicare la mia curiosità e convincermi ad inseguire le tracce dei due letterati.
Mi lascio la stazione alle spalle e mi dirigo verso le vecchie mura che ancora circondano il centro della città. Risalgono all’epoca della dinastia merinide, più o meno la seconda metà del XIII secolo, quando Salé acquisì importanza sul piano commerciale ed il suo porto, di cui oggi è rimasto ben poco, divenne uno scalo irrinunciabile per gli europei che si avventuravano nella costa atlantica.
La calce che riveste i bastioni, un tempo bianca e lucente, è ormai gialla e sporca, deturpata dagli scarichi del traffico cittadino.
Supero Bab Fes e muovo i primi passi all’interno della medina. Di colpo mi ritrovo immerso tra i vicoli stretti e chiassosi del mellah, il quartiere ebraico, almeno storicamente.
Quasi tutti gli ebrei del paese (circa 60 mila), infatti, hanno lasciato il Marocco dopo la "guerra dei sei giorni".
Sono le undici del mattino e nel mellah è l’ora del mercato, dei traffici e degli affari. Un formicaio di volti, merci e colori a cui non sono preparato. Ho in testa le storie di Taia. I suoi racconti rievocano la presenza dei corsari, che resero celebre e temuta la città per oltre tre secoli, fino all’arrivo delle potenze del nord, che ha poi aperto la strada alla colonizzazione.
Si soffermano sui “santi”, le confraternite sufi e i marabut, che vegliano numerosi a protezione degli abitanti del luogo, gli slaouis.
E’ questo che mi interessa adesso. Non è ancora il momento di abbandonarsi all’allegria del suk e di perdersi in contrattazioni infinite.
La ricerca è appena cominciata e, per quanto astratta e immaginaria, sono deciso ha proseguire nel mio intento senza concedermi distrazioni. Così, supero velocemente le strade affollate del mellah e punto dritto verso la Grande moschea, il cuore spirituale della città.
E’ lì che troverò i miei tesori. O almeno credo.
La Grande Moschea si trova dall’altra parte della medina e, per arrivarci, bisogna oltrepassare decine di strade e stradine, che al mio occhio inesperto sembrano tutte inesorabilmente identiche. Perdo ben presto l’orientamento. Provo ad imboccare qualche via a caso, nella speranza di imbattermi in un monumento noto che possa servirmi da riferimento, o di ritornare al punto di partenza. Senza successo.
Il sole comincia a farsi sentire. Intorno a me non c’è nessuno, nessuno a cui possa rivolgermi per chiedere informazioni. Solo pareti candide e vecchi portoni stuccati, alcuni intarsiati con precisione ed altri abbandonati al degrado del tempo.



L’atmosfera che si respira ha il gusto antico del mito e il sapore amaro della miseria.
Senza farci troppo caso, vengo lentamente risucchiato dall’incanto che ancora aleggia dentro la città. Un fascino privo di coordinate e dimensioni. La mia mente si perde in riflessioni e congetture quando un ragazzo magro e mal vestito si avvicina proponendomi il suo aiuto.
Si chiama Abdelillah e fa la “guida clandestina”. Ogni mattina va alla ricerca dei pochi turisti che transitano da queste parti per offrire loro i suoi servizi.
Così si guadagna la giornata. Probabilmente mi stava seguendo fin da quando ho lasciato il mellah. Il suo volto scuro è segnato da cicatrici, ai piedi porta delle ciabatte di plastica logore.
In Abdelillah riconosco subito i tratti del “ragazzo di vita”. Del resto, come scoprirò più avanti, anche lui è il prodotto di un sottoproletariato povero e violento, come i personaggi dei romanzi di Pasolini. I suoi capelli crespi mi fanno pensare al “Riccetto”. Sono sulla strada giusta. L’idea di proseguire la ricerca in compagnia di un autentico slaoui, probabilmente a conoscenza delle storie e dei racconti che vado cercando, non mi sembra così insensata.
Accetto la sua proposta e ci incamminiamo assieme verso la Grande moschea, nella zona ovest della medina, quella che confina con il cimitero e poi con il mare. Abdelillah è nato lì, ne conosce ogni dettaglio.
Proseguiamo veloci, cinque minuti di marcia e siamo di fronte alla zawiya Sidi Ahmed at-Tijani. E’ la sede della Tijaniyya, una confraternita sufi ben radicata nel tessuto sociale del paese.
Il sufismo è una caratteristica dell’islam marocchino. Almeno di quello autentico e popolare, non ufficiale.
Con i suoi marabut (una sorta di santuari) e le sue confraternite, diffusi in tutto il territorio, si discosta dai canoni classici dell’ortodossia musulmana. La tariqa Tijaniyya è una organizzazione religiosa diffusa ormai a livello internazionale.
L’accesso principale al misterioso luogo di culto è chiuso per lavori di ristrutturazione, ma dietro le impalcature si possono scorgere lo stesso alcune decorazioni in caratteri kufi (la calligrafia prende nome dalla città di Kufa, nell’attuale Iraq, altro importante centro legato alla confraternita).
Abdelillah mi informa che i fedeli, i faqir (“poveri” in arabo), ogni giorno fanno il loro ingresso dalla porta secondaria sul retro, al termine della preghiera dell’alba, per compiere i rituali collettivi: è qui che si abbandonano alla danza e all’invocazione ripetuta del santo fondatore, per cadere in trance ed entrare in contatto diretto con il divino.

Superata la Tijaniyya, arriviamo alla Grande moschea. Il perimetro è vasto e, mentre lo percorriamo, Abdellilah va avanti con le spiegazioni: “la moschea ha sette ingressi. Sei porte più piccole, aperte a turno dal sabato al giovedì, ed una più grande, riservata al venerdì, giorno di preghiera comune”.


Accanto all’immenso portale, rifinito in legno di cedro, c’è la medersa. E’ la più vecchia del Marocco, costruita all’inizio del XIV secolo dai berberi Merinidi, divenuti i sovrani di Fes.
Anche la Grande moschea risale a quell’epoca. Le decorazioni a mosaico e gli stucchi raffinati che rivestono le colonne e le pareti dell’atrio permettono alla medersa di Salé, seppur di dimensioni modeste, di gareggiare in splendore con le altre scuole coraniche del paese.
“E’ perfino più bella della Youssufiyya di Marakkech”, commenta il mio "Riccetto".
Mi sto lentamente calando in quell’universo mistico che Taia lascia trapelare dalle sue opere. Gli abitanti di Salé dimostrano tuttora un vigoroso attaccamento al culto e alle pratiche religiose, tanto che la città, eclissata dai fasti della capitale, è considerata una delle roccaforti del tradizionalismo.
Tuttavia, mentre la medina resta impregnata di una religiosità popolare, legata al sufismo, alla spiritualità e alla venerazione dei santi, i quartieri periferici hanno subito la penetrazione della predicazione salafita (“islamista”), più rigorosa e intransigente, ed in netto contrasto con la prima tendenza.
Proseguendo il cammino che dalla moschea conduce all’esterno delle mura, verso la piccola spiaggia, ci imbattiamo nel marabut di Sidi Abdallah Ibn Hassoun, il “patrono” della città.
Da quattrocento anni viaggiatori e marinai oltrepassano la soglia del santuario e depositano una piccola candela colorata sopra la tomba del sufi, nella speranza di ricevere la sua benedizione e la sua protezione, o meglio la sua baraka.
Poco più avanti, oltre il cimitero sconfinato e sobrio che si estende per tutto l’angolo nord-occidentale della città, c’è un altro marabut.
Un cubo bianco, all'apparenza spoglio, con il tetto dipinto di verde e una mezzaluna che spunta timida sopra la cupola. Il santuario di Sidi Ahmed Ben Ashir riposa solitario tra il cimitero e la spiaggia, di fronte all’immensità dell’oceano.
“Era un dottore di origine andalusa, che arrivò a Salé all’inizio dell’Ottocento. Con strani unguenti e una profonda dedizione si dedicò alla cura dei folli”, spiega Abdelillah.
Sono in molti a rivolgersi ancora oggi al “santo” per invocare la sua baraka. Taia, durante la sua infanzia, si ritrovava spesso ad accompagnare la madre fin dentro al marabut, dove questa si prendeva cura dei malati che lì trovavano rifugio durante la giornata.
“Non so per quale motivo gli volesse così bene – scrive Taia – gli portava da mangiare, latte e datteri, e rimaneva per ore a parlare con loro. Percepivo una intimità che allora non riuscivo a comprendere e che a tratti invidiavo”.
Il mio sguardo si perde tra le migliaia di tombe disseminate attorno a me, in ogni direzione. Piccole lapidi grigie, bianche, rossastre, con inciso nome e data. Niente altro. Niente fiori, niente foto, niente altari, come se i morti che qui riposano da secoli appartenessero tutti alla stessa umile classe sociale.
Abdelillah richiama la mia attenzione, invitandomi a proseguire il cammino. Sono soddisfatto dei risultati ottenuti finora dalla mia ricerca. Adesso però è arrivato il momento di abbandonare i “santi” e di mettersi sulle tracce dei celebri corsari che resero grande e temuta la città.
“Il luogo che stai cercando si chiama Suk El-Ghazel, ma prima di raggiungerlo voglio farti conoscere il fornaio del mio quartiere”, butta lì “il Riccetto”.
Nelle strade che stiamo percorrendo, di nuovo all’interno della città vecchia, Abdelillah ha trascorso gran parte della sua vita. Dopo il matrimonio si è trasferito con la moglie nei sobborghi di recente costruzione.

Incuriosito, accetto volentieri questa breve deviazione. Pochi passi e siamo già arrivati. Rachid ha un piccolo forno, nascosto dietro una porticina socchiusa, in cui cuoce il pane che le famiglie della zona preparano in casa.
Sopra tavole di legno giacciono pile e pile di impasti rotondi, che Rachid ha accumulato nel corso della mattinata. Nelle ceste, invece, ci sono le pagnotte già cotte, pronte per essere riconsegnate alle famiglie.
Dopo una chiacchierata e qualche foto, saluto il fornaio e lo lascio al suo lavoro.
Suk El-Ghazel è una piccola piazza situata più o meno nel centro della medina. A prima vista non sembra evocare nulla di così straordinario. Anzi, la definirei anonima. Sono le due di pomeriggio e in giro non c’è quasi nessuno.
In realtà molte storie, vecchie e nuove, si intrecciano proprio in questo punto della città.
Ci mettiamo a sedere e, con molta calma, Abdelillah inizia il suo racconto: “Suk El-Ghazel da decenni è il centro di riferimento di tutte le attività legate alla lavorazione della lana, una delle risorse principali di Salé. Un’antica tradizione che continua ancora oggi. E’ qui che al mattino arrivano i carri provenienti dalle regioni interne, dalle montagne del Medio Atlante”.
Portano la lana grezza. Cumuli biancastri di tessuto vergine e maleodorante inondano il terreno, mentre i tessitori, proprietari degli atelier che si affacciano sul perimetro del mercato, analizzano la merce e danno il via alle contrattazioni.
“I maestri artigiani poi la cedono ai laboratori di tintura. Una volta trattata, la lana ritorna ai tessitori che la trasformano al telaio in tappeti e coperte”. Gli chiedo dove siano finiti ora i carri, la lana e tutto il resto. “Il mercato finisce verso le undici, a volte alle dieci, se il carico di lana in arrivo è già venduto. Ma il pomeriggio, dopo la preghiera di al-Asr, il suk cambia volto. Le donne si siedono in cerchio all’ombra degli alberi e comincia l’asta per la vendita dei prodotti finiti, tappeti e coperte”, replica Abdelillah.
Manca ancora un po’ alla terza preghiera della giornata, ma in effetti una ventina di donne, nascoste dietro i loro hijab, cominciano ad ammassarsi al centro della piazza.
Tuttavia, per spiegare l’importanza che Suk El Ghazel riveste nella storia della città occorre fare un passo indietro. Fino alla seconda metà dell’Ottocento, prima dell’interesse coloniale e della vittoria delle truppe federali nella Guerra di secessione americana, non erano i tappeti e le coperte che qui venivano messi all’asta, bensì gli schiavi.
Gli europei attraccavano le loro navi al porto di Salé o della vicina Rabat (un tempo chiamata Sla jdida, "Salé la nuova") per rifornirsi di manodopera destinata alle piantagioni del nuovo mondo.
I mercanti del suk, a loro volta, acquistavano gli schiavi dai corsari, al rientro dalle spedizioni nell’Africa centrale. El Ghazel era uno degli anelli di congiunzione di quel “commercio triangolare” che caratterizzava la tratta degli uomini in catene.
“Un perno vitale per i traffici che dal Seicento all’Ottocento legavano l’Europa all’Africa e all’America”, conferma Abdelillah, che continua a sorprendermi con le sue spiegazioni. Guardandolo in faccia non lo avrei mai creduto un così fine conoscitore della città.
Le attività dei corsari, però, non si limitavano alla compra-vendita degli schiavi. Per prima cosa, la “guerra di corsa” non deve essere confusa con la comune pirateria. Era una pratica regolata da codici ben precisi, da trattati che ne definivano zone e obiettivi.
Questa attività dominò la scena mediterranea, almeno nella parte occidentale, dalla battaglia di Lepanto fino alla conquista di Algeri.
Era una guerra fatta di saccheggi, assalti e alleanze, a cui non si sottrassero nemmeno le flotte europee. I bottini, le mercanzie e i marinai appartenenti alle navi nemiche, servivano in parte a ripagare gli armatori e in parte venivano divisi tra l’equipaggio.
“I corsari di Salé si lasciarono dietro prigionieri, vedove, orfani e bastardi. Si lasciarono dietro immensi tesori, nascosti da qualche parte nelle montagne dell’Atlante. Ma soprattutto, si lasciarono dietro, ben ancorati nella memoria popolare, dei racconti incredibili, storie favolose che non moriranno mai”, confessa Abdellah Taia in una delle sue prime opere, Le rouge du tarbouche.
Comincio ad essere stanco e il mio stomaco avanza proteste timide, ma inequivocabili. Così propongo una pausa pranzo. Entriamo in un ristorante alla buona, sporco al punto giusto e non lontano dalla piazza.
Ci dividiamo un tajine di montone mezzo bruciacchiato e non troppo speziato. Inebriato dal forte odore di timo, cerco di saperne di più sul conto di Abdelillah. Siamo stati assieme quasi quattro ore, abbiamo percorso la medina in lungo e in largo, abbiamo inseguito assieme i “santi” e i fantasmi dei vecchi corsari, raccontandoci aneddoti sul passato della città e dei suoi abitanti.
Ora vorrei conoscere un po’ meglio la storia della mia “guida clandestina”. I segreti che “il Riccetto” nasconde, dietro al suo volto assolutamente poco raccomandabile, mi incuriosiscono.
Nel corpo porta i segni della violenza della miseria. Oltre alle cicatrici sulla faccia, ha il braccio sinistro inciso da decine di tagli.
“Ho trent’anni e faccio questo lavoro da quando ne avevo nove. A scuola ci sono andato poco e malvolentieri. Mia madre, allora, mi mandava a caccia dei rari stranieri che mettevano piede in città, per fargli fare il giro dei monumenti. Così portavo a casa qualche soldo”, mi confida tra un boccone e l’altro.
“Ma all’inizio conoscevo a malapena i nomi delle strade. Poi ho capito che se mi fossi impegnato veramente, dai pochi spiccioli delle mance sarei potuto passare al guadagno vero. Mio fratello, prima di morire, aveva studiato parecchio e nella sua casa c’erano ancora un sacco di libri. Li ho presi ed ho iniziato a leggerli, per imparare più cose possibili sul passato di Salé e del Marocco in generale”.
Di nozioni, aneddoti, nomi e dinastie, Abdelillah ne sa tante, non c’è che dire. Ma essere una guida preparata non gli basta per assicurare una vita decente alla moglie e al figlio.



Nel corso della chiacchierata, vengo a sapere che per arrotondare si dedica, di tanto in tanto, al commercio clandestino di hascisc.
“Solo quando gli amici vanno a prenderlo direttamente nelle montagne del Rif”, tiene a precisare. E non è tutto. Dopo una breve parentesi in carcere, più o meno cinque anni fa, è diventato un informatore della polizia, al servizio del mokaddem (ministero dell'Interno) della città.
Quelli come lui, da queste parti, si chiamano “orecchie del potere”.
Così può portare avanti i suoi piccoli affari senza problemi, lo spaccio del fumo e il lavoro di faux guide, due reati per cui sono previste, da qualche anno, delle pene piuttosto severe.
Il tajine è finito e, mentre ci gustiamo quello che resta del digestivo (un rigoroso tè alla menta), Abdelillah mi fa capire che per lui è arrivato il momento di andare. Un sottile invito a mettere mano al portafoglio per dargli quel che gli spetta.
All’inizio del giro, inebriato dall’entusiasmo e dalle aspettative della ricerca, non avevo pattuito alcuna cifra e solo adesso mi accorgo del grande errore commesso.
Vuole 250 dirham, più o meno 25 euro, una tariffa da “americani”, secondo il gergo negoziale. Non ci siamo.
Mi preparo ad una contrattazione serrata, come vuole il costume locale, e non ho alcuna intenzione di cedere. Le trattative vanno avanti per una mezz’ora, durante la quale il proprietario del locale ci offre un altro bicchiere di tè.
Alla fine arriviamo ad un accordo: 100 dirham e mezzo pacchetto di Gauloises. L’altro mezzo lo conservo per il ritorno a piedi all'Océan, il simpatico quartiere di Rabat dove vivo ormai da alcuni anni.
Lascerò perdere il treno e attraverserò il Bouregreg in una delle barchette a remi che fanno la spola tutto il giorno, per pochi spiccioli, da una riva all'altra.
Pago il conto, come stabilito. Lasciamo il ristorante e ci salutiamo con una calorosa stretta di mano, entrambi visibilmente soddisfatti. Abdelillah ha guadagnato ampiamente la sua giornata, ed io sono riuscito a penetrare parte dei misteri e delle leggende che avvolgono questa città in fondo ignota, soffocata dalla vicina Rabat e, proprio per questo, incredibilmente autentica.
Mi resta ancora un ultimo obiettivo prima di lasciare Salé. Raggiungere la spiaggia. Questa volta ho memorizzato bene le strade, percorse solo qualche ora prima assieme al “Riccetto”.
Mi incammino lungo rue al Qashashin, una via stretta e invasa dall’immondizia, che taglia in due la medina come un perfetto asse perpendicolare al mare.
Arrivo alla Grande moschea, poi ai marabut ed entro nel perimetro del cimitero. Superata l’ampia distesa di lapidi spoglie, avanzo a passi circospetti nella sottile lingua di sabbia che separa i bastioni della città dall’oceano. Il sole è già basso all’orizzonte.
I suoi raggi rimbalzano sulla superficie liscia dell’Atlantico come saette, mentre alla mia sinistra la casbah, antichi bastioni a protezione del porto corsaro, risplende di una luce irreale.
Il riflesso del sole ha velato le pareti gialle di una tinta rossastra. Nella piccola baia, una manciata di barche sta rientrando adagio verso la foce del fiume.
Pier Paolo Pasolini si rifugiava ogni sera di fronte a questo spettacolo, stregato dalla purezza di Salé e dalla semplicità genuina dei suoi abitanti.
Qui aveva trovato dei nuovi “ragazzi di vita” e l’esaltazione di quel misticismo popolare descritto con passione nelle prime opere in dialetto friulano.
Ora la mia ricerca è davvero finita. Mi siedo sulla sabbia ancora calda e aspetto il tramonto in silenzio, come era solito fare il nostro grande poeta.


fonte...OSSERVATORIOIRAQ




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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