domenica 7 aprile 2013

Pasolini racconta “La rabbia”

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini racconta “La rabbia”

Il testo che segue, scritto da Pier Paolo Pasolini, è apparso sul n. 38 del 20 settembre 1962 sulla rivista "Vie nuove", con cui Pasolini collaborava, ed è stato raccolto, insieme ad altri interventi, nel volume Le belle bandiere, a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma. Pasolini risponde a un lettore che gli aveva rivolto appunto alcune domande sul film.
«È un film tratto da materiale di repertorio (novantamila metri di pellicola: il materiale cioè di circa sei anni di vita di un settimanale cinematografico, ora estinto). Un'opera giornalistica, dunque, più che creativa. Un saggio più che un racconto. Per dargliene un'idea più precisa, le accludo il "trattamento" del lavoro: le solite cinque paginette che il produttore chiede per il noleggio. Tenga quindi conto della destinazione di questo scritto: una destinazione che implica da una parte una certa ipocrita prudenza ideologica (il film sarà molto più decisamente marxista, nell'impostazione, di quanto non sembri da questo riassunto), e dall'altra parte una certa goffagine estetica (il film sarà molto più raffinato, nel montaggio e nella scelta delle immagini, di quanto non si deduca da queste affrettate righe).

La rabbia
Cos'è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come "normale", privo della eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza. L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica.Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l'Italia, la morte di De Gasperi.
La rabbia comincia lì, con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista e ricostruttore è "scomparso": l'Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità dei tempi di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.

Egli osserva con distacco - il distacco dello scontento, della rabbia - gli estremi atti del dopoguerra: il ritorno degli ultimi prigionieri, ricordate, in squallidi treni, il ritorno delle ceneri dei morti... E... il ministro Pella, che, tronfiamente, suggella la volontà dell'Italia a partecipare all'Europa Unita.
È così che ricomincia nella pace, il meccanismo dei rapporti internazionali. I gabinetti si susseguono ai gabinetti, gli aereoporti sono un continuo andare e venire di ministri, di ambasciatori, di plenipotenziari, che scendono dalla scaletta dell'aereo, sorridono, dicono parole vuote, stupide, vane, bugiarde.
Il nostro mondo, in pace, rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E sul fondo plumbeo e deprimente della guerra fredda e della Germania divisa, si profilano le nuove figure dei protagonisti della storia nuova.
Krusciov, Kennedy, Nehru, Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.
Finché si arriva a Ginevra, all'incontro dei quattro grandi: e la pace, ancora turbata, va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del poeta, verso questa normalizzazione che è consacrazione della potenza e conformismo, non può che crescere ancora.

Cos'è che rende scontento il poeta?
Un'infinità di problemi che esistono e nessuno è capace di risolvere: e senza la cui risoluzione la pace, la pace vera, la pace del poeta, è irrealizzabile.
Per esempio: il colonialismo. Questa anacronistica violenza di una nazione su un'altra nazione, col suo strascico di martiri, di morti.
O: la fame, per milioni e milioni di sottoproletari.
O: il razzismo. Il razzismo come cancro morale dell'uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha infinite forme. E' l'odio che nasce dal conformismo, dal culto della istruzione, dalla prepotenza della maggioranza. E' l'odio per tutto ciò che e' diverso, per tutto ciò che non rientra nella norma, e che quindi turba l'ordine borghese. Guai a chi è diverso! questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti.
Linciaggi a Little Rock, linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa; insulti fascisti agli ebrei.

È cosi' che riscoppia la crisi, l'eterna crisi latente.
I fatti d'Ungheria, Suez.
E l'Algeria che comincia piano piano a riempirsi di morti.
Il mondo sembra, per qualche settimana, quello di qualche anno avanti. Cannoni che sparano, macerie, cadaveri per le strade, file di profughi stracciati, i paesaggi incrostati di neve.Morti sventrati sotto il solleone del deserto.
La crisi si risolve, ancora una volta, nel mondo: i nuovi morti sono pianti e onorati, e ricomincia, sempre più integrale e profonda, l'illusione della pace e della normalità'. Ma, insieme alla vecchia Europa che si riassesta nei suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna: il neocapitalismo; il Mec, gli Stati Uniti d'Europa, gli industriali illuminati e "fraterni", i problemi delle relazioni umane, del tempo libero, dell'alienazione.
La cultura occupa terreni nuovi: una nuova ventata di energia creatrice nelle lettere, nel cinema, nella pittura. Un enorme servizio ai grandi detentori del capitale.Il poeta servile si annulla, vanificando i problemi e riducendo tutto a forma.
Il mondo potente del capitale ha, come spavalda bandiera, un quadro astratto.

Così, mentre da una parte la cultura ad alto livello si fa più raffinata e per pochi, questi "pochi" divengono, fittiziamente, tanti: diventano "massa". E' il trionfo del "digest" e del "rotocalco" e, soprattutto della televisione. Il mondo travisato da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre più irreale: la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso.
Il mondo del rotocalco, del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, è un mondo che uccide.
Povera, dolce Marylin, sorellina ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalità che rallegra e uccide.
Forse tu hai preso la strada giusta, ce l'hai insegnata. Il tuo bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano così, te, rimasta bambina, sono qualcosa che ci invita a placare la rabbia del pianto, a voltare le spalle a questa realtà dannata, alla fatalità del male.

Perché: finché l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.
E ancora oggi, negli anni sessanta le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro società è la stessa che ha prodotto le grandi tragedie di ieri.
Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandissime come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i padroni.
E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passono ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi.
È da questa divisione che nasce la tragedia e la morte.
La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il futuro di questa divisione.
Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere. Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun profeta può intuire... una di quelle sorprese che ha la vita quando vuole continuare... forse... Forse il sorriso degli astronauti: quello forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo.»

Fonte:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/pasolini-racconta-la-rabbia/



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La morte di Pasolini. Quando Oriana Fallaci arrivò vicinissima alla verità




La morte di Pasolini. Quando Oriana Fallaci arrivò vicinissima alla verità

Sono convinto che per svelare il segreto degli ultimi istanti di vita di Pier Paolo Pasolini occorre partire da un articolo uscito il 14 novembre 1975 su L'Europeo, scritto di getto 12 giorni dopo la morte del poeta e poco prima che il settimanale chiudesse per andare in stampa, da Oriana Fallaci. Oriana aveva con Pier Paolo un rapporto di frequentazione. Capitava spesso che andassero a cena insieme lei, lui e Alekos Panagulis.
La giornalista non ha mai rivelato l'identità delle sue "fonti" e si è portata i loro nomi nella tomba. Nemmeno una condanna a quattro mesi di reclusione per reticenza la convinse a venir meno alla parola data. Oriana era una donna caparbia e lo aveva dichiarato subito che non avrebbe mai violato il segreto. "Io non rivelerò mai, mai, mai il nome della persona o delle persone da cui ho saputo che ad ammazzare Pasolini non era stato Pelosi da solo. Io sono una persona d’onore. Giurai di non fare il loro nome e non lo farò mai, morirò col mio segreto punto e basta".
Solo mettendo insieme i piccoli frammeti di verità che si possono rintracciare nelle tante interviste d Pino Pelosi e di "altri" protagonisti della vicenda, è possibile ipotizzare che la Fallaci fosse riuscita - attraverso alcuni giornalisti dell'Europeo - a parlare con testimoni diretti sia dell'omicidio che delle fasi precedenti. Attorno alla zona dell'Idroscalo di Fiumicino, attorno al "pratone" dove Pasolini aveva fermato la sua automobile c'erano all'epoca delle baracchette. Una in particolare era frequentata da "marchettari" e "puttane" e dai loro occasionali clienti. La notte del 2 novembre 1975 là dentro c'era qualcuno. E' molto probabile che le fonti di Oriana raccontarono solo una parte della "verità" poiché avevano l'esignza di proteggersi. Ad ogni modo la "contro inchiesta" andata avanti per 35 anni inizia con le parole di Oriana Fallaci. Eccole.


Pasolini ucciso da due motociclisti?

di Oriana Fallaci

Esiste un'altra versione della morte di Pasolini: una versione di cui, probabilmente, la polizia è già a conoscenza ma di cui non parla per poter condurre più comodamente le indagini. Essa si basa sulle testimonianze che hanno da offrire alcuni abitanti o frequentatori delle baracche che sorgono intorno allo spiazzato dove Pier Paolo Pasolini venne ucciso. In particolare, si basa su ciò che venne visto e udito per circa mezz'ora da un romano che si trovava in una di quelle baracche per un convegno amoroso con una donna che non è sua moglie. Ecco ciò che egli non dice, almeno per ora, ma che avrebbe da dire.
Pasolini non venne aggredito e ucciso soltanto da Giuseppe Pelosi, ma da lui e da altri due teppisti, che sembrano assai conosciuti nel mondo della droga. I due teppisti erano giunti a bordo di una motocicletta dopo mezzanotte, ed erano entrati insieme a Pasolini e al Pelosi in una baracca che lo scrittore era solito affittare per centomila lire ogni volta che vi si recava. Infatti non si tratta di baracche miserande come appare all'esterno: le assi esterne di legno fasciano villette vere e proprie, munite all'interno dei normali servizi igienici, di acqua corrente, a volte ben arredate e perfino con moquette. Le urla di un alterco violento cominciarono dopo qualche tempo che i quattro si trovarono dentro la baracca. A gridare: «Porco, brutto porco» non era Pasolini ma erano i tre ragazzi. A un certo punto la porta della baracca si spalancò e Pasolini uscì correndo verso la sua automobile. Riuscì a raggiungerla e si apprestava a salirci quando i due giovanotti della motocicletta lo agguantarono e lo tirarono fuori. Pasolini si divincolò e riprese a fuggire. Ma i tre gli furono di nuovo addosso e continuarono a colpirlo. Stavolta con le tavolette di legno e anche con le catene. Ciascuno di loro aveva in mano una tavoletta e i due teppisti più grossi avevano in mano anche le catene. Il testimone che, terrorizzato, si rifiuta di raccontare la storia alla polizia, dice anche che, a un certo punto, vide i tre giovanotti in faccia.

Erano circa le una del mattino e le urla dell'alterco continuarono, udite da tutti, per quasi o circa mezz'ora. Vide anche che Pasolini cercava di difendersi. Quando Pasolini si abbatté esanime, i due ragazzi corsero verso la sua automobile, vi salirono sopra, e passarono due volte sopra il corpo dello scrittore, mentre Giuseppe Pelosi rimaneva a guardare. Poi i due scesero dall'automobile, salirono sulla motocicletta, partirono mentre Giuseppe Pelosi gridava: «Mo' me lasciate solo, mo' me lasciate qui». Continuò a gridare in quel modo anche dopo che i due si furono allontanati. Allora si diresse a sua volta verso l'automobile di Pasolini, vi salì e scappò.

La scena sarebbe stata vista non soltanto da chi era nelle "baracche" ma anche da una coppia appartata dentro un'automobile, poco lontano. E tale versione risolverebbe i dubbi che tutti hanno avanzato fino a oggi sulla possibilità che un uomo robusto e sportivo come Pasolini potesse essere sopraffatto da una persona sola, anzi da un ragazzo di diciassette anni, meno forte di lui. E il caso di sottolineare che in un primo tempo fu detto dalla polizia che nelle unghie di Pasolini erano stati trovati residui di pelle. Secondo la versione ora fornita, Pasolini tentò disperatamente di difendersi. Sul volto e sul corpo di Giuseppe Pelosi non esistono segni di una colluttazione. Tali segni, o tali graffi, si dovrebbero trovare sul volto o sul corpo degli altri due teppisti.

Perché il Pelosi non parla e si assume tutta la responsabilità? È legato anche lui al mondo della droga? Perché lui stesso ha messo sulla pista la polizia raccontando di avere perso un anello che nessuno, fino a quel momento, sapeva che fosse suo? È possibile perdere un anello durante una colluttazione? Oppure l'anello è stato gettato lì di proposito, e il Pelosi ha parlato, raccontando tutto, e la polizia non ce ne dà notizia?
Fonte:
http://vitaliquida.blogspot.it/2010/03/la-morte-di-pasolini-quando-oriana.html#!/2010/03/la-morte-di-pasolini-quando-oriana.html



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Pasolini...Povero Cristo




Povero Cristo

La storia e la personalità di Pier Paolo Pasolini raccontate da Valerio Riva


"Coscientemente ho cercato la morte dopo una breve giovinezza, che pure a me pare eterna, essendo l'unica, l'insostituibile che io avessi avuto in sorte. Coscientemente ho rinunciato all'inenarrabile gioia di essere al mondo... ma ho pagato questa rinuncia con uno strazio tale che solo un vivo può comprenderlo". Queste parole, di trent'anni fa, Pier Paolo Pasolini le scrisse, idealmente, a nome di suo fratello Guido, ucciso il 7 febbraio 1945 nel tragico eccidio di Porzùs, nel Friuli. Le ritrova per me Giuseppe Zigaina, il pittore di Cervignano intimo amico di Pasolini: l'altro giorno, frugando tra le pubblicazioni di quella "Academiuta" (a metà tra scuola dominicale e accademia folclorica) che Pasolini aveva fondato a Casarsa, gli sono capitate sott'occhio: una specie di testamento spirituale vergato, oltre la morte, dalla pietà fraterna. Poi è squillato il telefono con l'annuncio della morte dell'amico, e Zigaina è partito per Roma. Adesso si rigira in mano questa paginetta: "Credo", dice assorto Zigaina, "che se potesse, dopo la morte, Pier Paolo riscriverebbe le stesse parole per sé". E mi sottolinea una seconda frase: "Non c'è confronto possibile fra tutto ciò che è di codesta vita e il silenzio terribile della morte..."; e Pasolini è precipitato anche lui nel silenzio terribile della morte, e queste frasi suonano come una straziante, impossibile invocazione alla felicità da parte di uno che era troppo diverso dagli altri. "Ma è mai stato felice, quest'uomo?" chiedo allora a Zigaina e a Nico Naldini, il cugino e l'amico fedelissimo di Pasolini, dall'infanzia ad oggi. Mi rispondono tutti e due, senza esitare: "È stato anche molto felice. Ma poche volte".
54 anni di vita, la maggior parte dei quali triturati dal rovello di sentirsi respinto e offeso fin nell'attimo in cui la gloria più sembrava arridergli; un'adolescenza spezzata da una tragedia familiare (la morte del fratello, lo strazio della madre, il rancore del padre); una giovinezza difficile; una maturità accidentata dalle polemiche e dai processi, lui che era un uomo così mite e riguardoso. E solo due o tre momenti di grande, totale, solare felicità.
Il primo di quei momenti è il tempo del Friuli, di Casarsa della Delizia, dove si era trasferito, da Bologna, al seguito del padre ufficiale di carriera e della madre maestra. La campagna e i giochi dei ragazzi lungo gli argini; la montagna e le pazze corse con gli sci; la poesia che nasce. È un mondo perfetto dove l'entusiasmo del ragazzo molto dotato si dilata quasi senza costrizioni, trasformando l'innocenza infantile e la scoperta della sessualità nel mito di una paidìa trionfante. Il 7 febbraio 1945 quel mondo s'incrina, ma non si spezza. La morte del fratello Guido è brutale, in un modo che quasi preconizza la morte di Pier Paolo. Membro di una formazione di partigiani "bianchi" del Friuli, Guido è ucciso nello sterminio del comando della "Osoppo" per opera di garibaldini, cioè comunisti, persuasi (a torto) che gli osovani avessero avuto intelligenza col nemico. La morte di Guido è uno strazio: ferito, fugge, cerca scampo in casa d'una donna, è scovato, trasportato altrove in fin di vita e sterminato. Da qui cominciano per il fratello sopravvissuto il calvario e l'apoteosi.
Per una misteriosa rivalsa, Pasolini si avvicina proprio ai comunisti, affascinato da un episodio di lotta di classe dell'immediato dopoguerra: le lotte bracciantili all'epoca del lodo De Gasperi. Al quasi ellenistico idillio originale si sovrappone e si fonde la felicità di sentirsi profeta e vate d'un pezzo di popolo, che si ritrova nella propria lingua e nel proprio orgoglio. Ma l'arcadia, anche sociale, non è possibile. Vigilia delle elezioni del 18 aprile '48: un ragazzetto confessa al parroco d'aver avuto rapporti sessuali con Pasolini: il prete, violando il segreto del confessionale, corre a raccontarlo a quelli della Dc; i giornali cattolici sbandierano il fatto a prova della protervia comunista. Frettolosamente il Pci locale prende le distanze dallo scomodo poetino. Pasolini ha 28 anni. Fugge a Roma. Due anni di miseria, di umiliazione, di non lavoro o di lavori malpagati. Eppure è il suo secondo periodo di grande felicità. Giorno e notte percorre in lungo e in largo la Roma barocca, e il suo fasto, e la Roma popolare, e la sua triviale e insieme inesauribile fantasia. Una realtà sontuosa e stracciona, gloriosa e bieca; ma Pasolini è un re Mida che trasforma il mondo che tocca.
Il suo eros, la sua forza fisica, la sua gioia di vivere sembrano non avere limitazioni; l'umiliazione del '48 pare dimenticata. Ma la gloria e i processi che gli arrivano a metà degli anni Cinquanta, con Ragazzi di vita, lo spingono in una "diversità" che più lo imprigiona e più gli sembra oscena, disumana. "Diverso" com'è per costrizione sociale, da questo momento lotterà disperatamente per non rinnegare se stesso. Ma come i suoi "Riccetti" non riescono a uscire dall'adolescenza se non con la morte, così per Pasolini le soluzioni ottimistiche di Una vita violenta (diventare un buon "compagno") non risolvono nulla. Il terzo e ultimo momento di felicità è quello della scoperta della sopravvivenza del sottoproletariato nel Terzo mondo, in Arabia, in Africa, e dell'eros panico che ancora vi fiorisce. Ma è una felicità di ritorno. Il ricordo della friulana felicità originaria gli dà l'illusione che l'estremo attimo fosse fatto durare. Ma, anche questo paradiso cambia rapidamente. È il tempo che ormai manca a Pasolini.
A metà degli anni Cinquanta Pasolini visitava la realtà 24 ore su 24; nel '60, come scrisse, vi dedicava l'intero pomeriggio e la notte; nei giorni che hanno preceduto la sua morte, non gli rimaneva, per andare in cerca della sua realtà differente da quella di tutti gli altri, se non qualche ora notturna. A Parigi, il giorno prima di morire, racconta Philippe Bouvard, guardava sempre l'orologio: veniva da Stoccolma, aveva fretta di tornare a Roma. A Roma, quel giorno fatale, ebbe troppi impegni. Quel paio d'ore, tra le 22, quando lasciò Ninetto Davoli e la famiglia, e l'una circa in cui morì, erano un tempo troppo breve per la felicità.

Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5717




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Pasolini,ma che cosa aveva in mente? - di Alberto Moravia


"ERETICO & CORSARO"



Ma che cosa aveva in mente?

Da L'Espresso del 09/11/1975

La storia e la personalità di Pier Paolo Pasolini raccontate da Alberto Moravia


Chi era, che cercava Pasolini? In principio c'è stata, perché non ammetterlo?, l'omosessualità, intesa però nella stessa maniera dell'eterosessualità: come rapporto con il reale, come filo di Arianna nel labirinto della vita. Pensiamo un momento solo alla fondamentale importanza che ha sempre avuto nella cultura occidentale l'amore; come dall'amore siano venute le grandi costruzioni dello spirito, i grandi sistemi conoscitivi; e vedremo che l'omosessualità ha avuto nella vita di Pasolini lo stesso ruolo che ha avuto l'eterosessualità in quella di tante vite non meno intense e creative della sua.
Accanto all'amore, in principio, c'era anche la povertà. Pasolini era emigrato a Roma dal Nord, si guadagnava la vita insegnando nelle scuole medie della periferia. È in quel tempo che si situa la sua grande scoperta: quella del sottoproletariato, come società rivoluzionaria, analoga alle società protocristiane, ossia portatrice di un inconscio messaggio di ascetica umiltà da contrapporre alla società borghese edonista e superba. Questa scoperta corregge il comunismo, fino allora probabilmente ortodosso di Pasolini; gli dà il suo carattere definitivo. Non sarà, dunque, il suo, un comunismo di rivolta, e neppure illuministico; e ancor meno scientifico; né insomma veramente marxista. Sarà un comunismo populista, "romantico", cioè animato da una pietà patria arcaica, non comunismo quasi mistico, radicato nella tradizione e proiettato nell'utopia. È superfluo dire che un comunismo simile era fondamentalmente sentimentale (do qui alla parola "sentimentale" un senso esistenziale, creaturale e irrazionale). Perché sentimentale? Per scelta, in fondo, culturale e critica; in quanto ogni posizione sentimentale consente contraddizioni che l'uso della ragione esclude. Ora Pasolini aveva scoperto molto presto che la ragione non serve ma va servita. E che soltanto le contraddizioni permettono l'affermazione della personalità. Ragionare è anonimo; contraddirsi, personale.
Le cose stavano a questo punto quando Pasolini scrisse Le ceneri di Gramsci, La religione del nostro tempo, Ragazzi di vita, Una vita violenta e esordì nel cinema con Accattone. In quel periodo, che si può comprendere tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, Pasolini riuscì a fare per la prima volta nella storia della letteratura italiana qualche cosa di assolutamente nuovo: una poesia civile di sinistra. La poesia civile era sempre stata a destra in Italia, almeno dall'inizio dell'Ottocento a oggi, cioè da Foscolo, passando per Carducci su su fino a D'Annunzio. I poeti italiani del secolo scorso avevano sempre inteso la poesia civile in senso repressivo, trionfalistico ed eloquente. Pasolini riuscì a compiere un'operazione nuova e oltremodo difficile: il connubio della moderna poesia decadente con l'utopia socialista. Forse una simile operazione era riuscita in passato soltanto a Rimbaud, poeta della rivoluzione e tuttavia, in eguale misura, poeta del decadentismo. Ma Rimbaud era stato assistito da tutta una tradizione giacobina e illuministica. La poesia civile di Pasolini nasce invece miracolosamente in una letteratura da tempo ancorata su posizioni conservatrici, in una società provinciale e retriva.
Questa poesia civile raffinata manieristica ed estetizzante che fa ricordare Rimbaud e si ispirava a Machado e ai simbolisti russi, era tuttavia legata all'utopia di una rivoluzione sociale e spirituale che sarebbe venuta dal basso, dal sottoproletariato, quasi come una ripetizione di quella rivoluzione che si era verificata duemila anni or sono con le folle degli schiavi e dei reietti che avevano abbracciato il cristianesimo. Pasolini supponeva che le disperate e umili borgate avrebbero coesistito a lungo, vergini e intatte con i cosiddetti quartieri alti, fino a quando non fosse giunto il momento maturo per la distruzione di questi e la palingenesi generale: pensiero, in fondo, non tanto lontano dalla profezia di Marx secondo il quale alla fine non ci sarebbero stati che un pugno di espropriatori e una moltitudine di espropriati che li avrebbero travolti. Sarebbe ingiusto dire che Pasolini aveva bisogno, per la sua letteratura, che la cosa pubblica restasse in questa condizione; più corretto è affermare che la sua visione del mondo poggiava sull'esistenza di un sottoproletariato urbano rimasto fedele, appunto, per umiltà profonda e inconsapevole, al retaggio di un'antica cultura contadina.
Ma a questo punto è sopravvenuto quello che, in maniera curiosamente derisoria, gli italiani chiamano il "boom" , cioè si è verificata ad un tratto l'esplosione del consumismo. E cos'è successo col "boom" in Italia, e per contraccolpo nella ideologia di Pasolini? È successo che gli umili, i sottoproletari di Accattone e di Una vita violenta, quegli umili che nella Passione secondo Matteo Pasolini aveva accostato ai cristiani delle origini, invece di creare i presupposti di una rivoluzione apportatrice di totale palingenesi, cessavano di essere umili nel duplice senso di psicologicamente modesti e di socialmente inferiori per diventare un'altra cosa. Essi continuavano naturalmente ad essere miserabili, ma sostituivano la scala di valori contadina con quella consumistica. Cioè, diventavano, a livello ideologico, dei borghesi. Questa scoperta della borghesizzazione dei sottoproletari è stata per Pasolini un vero e proprio trauma politico, culturale e ideologico. Se i sottoproletari delle borgate, i ragazzi che attraverso il loro amore disinteressato gli avevano dato la chiave per comprendere il mondo moderno, diventavano ideologicamente dei borghesi prim'ancora di esserlo davvero materialmente, allora tutto crollava, a cominciare dal suo comunismo populista e cristiano. I sottoproletari del Quarticciolo erano, oppure aspiravano, il che faceva lo stesso, ad essere dei borghesi; allora erano o aspiravano a diventare borghesi anche i sovietici che pure avevano fatto la rivoluzione nel 1917, anche i cinesi che avevano lottato per più di un secolo contro l'imperialismo, anche i popoli del Terzo mondo che una volta si erano configurati come la grande riserva rivoluzionaria del mondo. Non è esagerato dire che il comunismo irrazionale di Pasolini non si è più risollevato dopo questa scoperta. Pasolini è rimasto, questo sì, fedele all'utopia, ma intendendola come qualche cosa che non aveva più alcun riscontro nella realtà e che di conseguenza era una specie di sogno da vagheggiare e da contemplare ma non più da realizzare e tanto meno da difendere e imporre come progetto alternativo e inevitabile.
Da quel momento Pasolini non avrebbe più parlato a nome dei sottoproletari contro i borghesi, ma a nome di se stesso contro l'imborghesimento generale. Lui solo contro tutti. Di qui l'inclinazione a privilegiare la vita pubblica, purtroppo borghese, rispetto alla vita interiore, legata all'esperienza dell'umiltà. Nonché una certa ricerca dello scandalo non già a livello del costume ma a quello della ragione. Pasolini non voleva scandalizzare la borghesia, troppo consumistica ormai per non consumare anche lo scandalo. Lo scandalo era diretto contro gli intellettuali, che, loro sì, non potevano fare a meno di credere ancora nella ragione. Di qui pure un continuo intervento nella discussione pubblica, basato su una sottile e brillante ammissione, difesa e affermazione delle proprie contraddizioni. Ancora una volta Pasolini si teneva alla propria esistenzialità, alla propria creaturalità. Solo che un tempo l'aveva fatto per sostenere l'utopia del sottoproletariato salvatore del mondo; e oggi lo faceva per criticare la società consumista e l'edonismo di massa. Aveva scoperto che il consumismo era penetrato ormai ben dentro l'amata civiltà contadina. Ciononostante, questa scoperta non l'aveva allontanato dai luoghi e dai personaggi che un tempo, grazie ad una straordinaria esplosione poetica, l'avevano così potentemente aiutato a crearsi la propria visione del mondo. Affermava in pubblico che la gioventù era immersa in un ambiente criminaloide di massa; ma in privato, a quanto pare, si illudeva pur sempre che ci potessero essere delle eccezioni a questa regola. La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nei suoi romanzi e nei suoi film, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.

Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5719




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Pasolini,perché non sempre eravamo d'accordo - Umberto Eco

"ERETICO & CORSARO"


Perché non sempre eravamo d'accordo

Da L'Espresso del 09/11/1975

La storia e la personalità di Pier Paolo Pasolini raccontate da Umberto Eco


Quando ho sentito la notizia alla radio ho avuto un primo moto di rimorso: mesi fa, a proposito del suo articolo sull'aborto, lo avevo attaccato con cosciente cattiveria, e lui se ne era molto risentito, contrattaccando (una sola battuta nel corso di un'intervista) con altrettanta cattiveria. E al saperlo morto ammazzato, così bruttamente, ho avuto un sentimento di colpa, come se quei segni sul suo corpo fossero le tracce di un lungo linciaggio, a cui anch'io avevo preso parte.
Poi mi sono reso conto che non era quello il punto. Lottatore per vocazione, per rabbia e per baldanza, Pasolini l'attacco lo cercava, lo stimolava quando la reattività pubblica si assopiva, si sentiva vivo solo quando poteva dire: "Perché mi sparate addosso?".
Lui sosteneva: la società mi lincia perché sono diverso, e certo il primo moto di ribellione gli era venuto dal sentirsi respinto ai margini per quella sua diversità sessuale che esponeva a tutti i venti con esasperata sincerità. Ma questa stessa sincerità lo aveva, per così dire, autorizzato a gestire pubblicamente la sua diversità. Certo, la società non perdona mai del tutto ai diversi, se non li punisce li ricatta con l'ironia, ma lui avrebbe almeno potuto sentirsi in fase di armistizio. E invece dall'esperienza originaria della diversità sessuale, gli era venuto l'altro impulso (forse più sublimato, o più socializzato, non so) a crearsi una situazione di diversità ad oltranza. Con un fiuto rabbioso per le posizioni impopolari. Una vocazione alla emarginazione, dunque, a dispetto del successo, anzi usando il successo come frombola per lanciare altre provocazioni che obbligassero gli altri a sparargli addosso. Un gioco pericoloso, sul filo della corda, dove le idee che metteva in questione contavano sino a un certo punto, talora erano tipiche scelte teatrali: il gioco del Bastian contrario. Si diceva una volta, per scherzo, che un giorno avrebbe affermato che i poveri sono cattivi per avere la soddisfazione di vedersi svillaneggiato da tutti: bene, lo ha fatto.
Era qualcosa di più di una vocazione masochistica, qualcosa di più ambizioso e di più tragico: una mimesi mistica del Crocifisso, naturalmente a testa in giù, nella scia di quegli gnostici che asserivano che il Figlio per arrivare alla purificazione, avesse dovuto commettere tutti i peccati possibili. Se questo è vero, egli era l'ultima personificazione di un superomismo romantico, il poeta che vive di persona il proprio ideale estetico; salvo che l'esteta della decadenza incarnava sogni di gloria fastosa ed egli invece sogni di spaesamento e persecuzione; quindi se modello c'era, era Rimbaud e non D'Annunzio: anche nel successo egli aveva scelto di testimoniare l'emarginazione. La conoscenza primitiva della emarginazione sua e altrui lo aveva segnato per la vita, così che non poteva più rifiutarsi a questo gioco, anche se la società era disposta a integrarlo. Anche in questo è stato contraddittoriamente coerente, astuto come il serpente e candido come la colomba. Ciò che lo limita è semmai il fatto che avesse deciso di emarginarsi come testimone dei propri umori e non come portavoce di una coscienza collettiva. Di qui l'esito oggettivamente regressivo di certi suoi appelli eversivi: il confondere la società futura con una società "naturale", adolescente e incontaminata solo nei suoi ricordi privati. Che è poi il rischio del poeta quando presenta la memoria come utopia. Di qui le sue lucciole pauperistiche, i paradossi di un paternalismo preindustriale tutto sommato più "naturale" del consumismo tecnologico. Ma è che la violenza positiva del suo messaggio non stava nei contenuti, bensì negli effetti di cattiva coscienza che riusciva a produrre. Erano un pretesto per essere rintuzzato e testimoniare così che l'emarginazione esisteva ancora. Segno di contraddizione, il suo genio consisteva nell'impostare il gioco in modo che a contestarlo ci si cadeva dentro. Anche ora, dopo la sua morte. All'obiezione: "Sei morto come uno dei tuoi personaggi, non sei contento?", egli risponderebbe: "Sono morto, siete contenti?". E a dirgli: "Hai cercato di mostrarci che il mondo della borgata selvaggia del dopoguerra era più puro e mite di quello della borgata consumistica, e sei morto in un episodio da borgata all'antica", egli obietterebbe: "Parlavo della violenza di oggi e sono morto oggi, mi ha ucciso la vostra violenza che mi ha spinto a una ricerca impossibile".
Allora, per uscire dal suo gioco, non resta che vedere se si può utilizzare la sua morte come lezione che non riguardi lui solo. Ci provo. Egli ci ha ripetuto che c'erano dei diversi respinti ai margini, e che non avremmo mai capito appieno la loro sofferenza. La sua morte ci ricorda che, per quanto rispettato dalla società, un diverso deve pur sempre tentare la sua ricerca in luoghi oscuri, dove c'è violenza, rabbia e paura (la stessa del ragazzetto che fugge come un pazzo sulla macchina della sua vittima). E se i diversi che hanno il coraggio di definirsi tali devono ancora rifugiarsi ai margini, come i diversi che hanno paura, questo significa che la società non ha ancora imparato ad accettare né gli uni né gli altri, anche se fa finta di sì.
Certo Pasolini avrebbe potuto permettersi di vivere la sua diversità altrove che non alla macchia. Può darsi abbia voluto continuare a farlo per orgoglio. Ora ci impone un esame di coscienza fatto con umiltà.

Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5720




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Pasolini, a rischio della vita




A rischio della vita

Da L'Espresso del 09/11/1975

La storia e la personalità di Pier Paolo Pasolini raccontate da Giovanni Testori


Sull'atroce morte di Pasolini s'è scritto tutto; ma sulle ragioni per cui egli non ha potuto non andarle incontro, penso quasi nulla. Cosa lo spingeva, la sera o la notte, a volere e a cercare quegli incontri? La risposta è complessa, ma può agglomerarsi, credo, in un solo nodo e in un solo nome: la coscienza e l'angoscia dell'essere diviso, dell'essere soltanto una parte dl un'unità che, dal momento del concepimento, non è più esistita; insomma, la coscienza e l'angoscia dell'essere nati e della solitudine che fatalmente ne deriva. La solitudine, questa cagna orrenda e famelica che ci portiamo addosso da quando diventiamo cellula individua e vivente e che pare privilegiare coloro che, con un aggettivo turpe e razzista, si ha l'abitudine di chiamare "diversi".
Allora, quando Il lavoro è finito (e, magari, sembra averci ammazzati per non lasciarci più spazio altro che per il sonno e magari neppure per quello); quando ci si alza dai tavoli delle cene perché gli amici non bastano più; quando non basta più nemmeno la figura della madre (con cui, magari, s'è ingaggiata, scientemente o incoscientemente, una silenziosa lotta o intrico d'odio e d'amore) e si resta lì, soli, prigionieri senza scampo, dentro la notte che è negra come il grembo da cui veniamo e come il nulla verso cui andiamo, comincia a crescere dentro di noi un bisogno infinito e disperante di trovare un appoggio, un riscontro; di trovare un "qualcuno"; quel "qualcuno" che ci illuda, fosse pure per un solo momento, dl poter distruggere e annientare quella solitudine; di poter ricomporre quell'unità lacerata e perduta. Gli occhi, quegli occhi; la bocca, quella bocca; i capelli, quei capelli; il corpo, quel corpo; e l'inesprimibile ardore che ogni essere giovane sprigiona da sé, come se in esso la coscienza di quella divisione non fosse ancora avvenuta, come se lui, proprio lui, fosse l'altra parte che da sempre ci è mancata e ci manca. Mettere dl fronte a queste disperate possibilità e a queste disperate speranze il pericolo, fosse pure quello della morte, non ha senso. Io penso che non s'abbia neppure il tempo per fare dì questi miseri calcoli; tanto violento è il bisogno di riempire quel vuoto e di saldare o almeno fasciare quella ferita.
Del resto, chi potrebbe segnalarci che dentro quegli occhi, dentro quella bocca, quei capelli e quel corpo, si nasconde un assassino? Nella mutezza del cosmo queste segnalazioni non arrivano; e anche se arrivassero, torno a ripetere che il bisogno di vincere quell'angoscia risulterebbe ancora più forte e ci vieterebbe d'intendere.
Si parte; e non si sa dove s'arriva. Per sere e sere, una volta avvenuto l'incontro, l'illusione riprecipita in se stessa. Ma nella liberazione fisica s'è ottenuta una sorta di momentanea requie; o pausa; o riposo. La sera seguente tutto riprende; giusto come riprende il buio della notte. E così gli anni passano. La distanza dal punto in cui l'unità perduta è diventata coscienza si fa sempre maggiore, mentre sempre minore diventa quella che ci separa dal reingresso finale nella "nientità" della morte; e dalle sue implacabili interrogazioni. Le ombre, allora, s'allungano; più difficile si rende la possibilità che quell'incontro infinite volte cercato, finalmente si verifichi; più difficile, ma non meno febbricitante e divorante. La vicinanza della morte chiama ancora più vita; e questo più o troppo di vita che cerchiamo fuori di noi, in quegli incontri, in quegli occhi, in quelle labbra, non fa altro che avvicinare ulteriormente la fine. Così chi ha voluto veramente e totalmente la vita può trovarsi più presto degli altri dentro le mani stesse della morte che ne farà strazio e ludibrio. A meno che il dolore non insegni la "via crucis" della pazienza. Ma è una cosa che il nostro tempo concede? E a prezzo di quali sacrifici, dl quali attese o di quali terribili e sanguinanti trasformazioni o assunzione di quegli occhi e di quelle labbra?

Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5721



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Non era questo il processo voluto da Pasolini

"ERETICO & CORSARO"





Pasolini, attacco al potere

Ovvero, processo alla DC.
I post che formeranno quella che è un' analisi di quanto è accaduto tra il 1974 e la notte tra il l'1 e il 2 novembre del 1975, sono un lavoro collettivo fatto dagli editori della pagina facebook 



Indice del lavoro > Qui


( Man mano che i post si aggiungeranno a formare l'insieme di questo lavoro, verranno aggiunti qui - probabilmente alla fine del lavoro sarà necessario creare una pagina indice.)



Non era questo il processo voluto da Pasolini
Da La Repubblica del 28/03/1978

E' già stato rilevato che il secondo messaggio delle Brigate rosse, riecheggia alcuni temi che sono stati propri dell'estrema sinistra italiana, dallo stalinismo degli anni '50 alle formulazioni del '68. Si può aggiungere che l'iniziativa specifica del cosiddetto "processo" al massimo leader della Dc riprende un argomento che era stato dell'ultimo Pasolini. Questi non era congeniale al Pci stalinista (che lo aveva espulso) e aveva criticato il movimento del '68, da lui ritenuto piccolo borghese, solidarizzando, in una famosa poesia, coi poliziotti figli di contadini che fronteggiavano le manifestazioni studentesche. Eppure nel '75 Pasolini immaginava la catarsi e il rinnovamento della vita politica italiana attraverso un processo da intentarsi alla Dc quale responsabile della degradazione della società. Dopo il 15 giugno '75 Pasolini immaginava come pubblico accusatore ideale di questo processo il Pci, da egli ritenuto unico elemento di onestà in mezzo alla corruzione, unico fattore aggregante in una collettività in disgregazione. E' noto che il Pci respingeva drasticamente questa impostazione, perché impegnato nella sua linea politica di possibile collaborazione con una Dc rinnovata. Collaborazione della quale l'accesso comunista all'area di governo avrebbe dovuto costituire il primo atto significativo. Se collochiamo al giusto posto questi elementi del quadro, riusciamo a capire da quali precedenti e in quale momento acquista significato la tragica svolta della vita politica italiana che porta la data 16 marzo. Da un lato la lunga assenza di ricambio al governo ha impedito lo svilupparsi nella nostra società di elementi di cultura liberal-democratica in grado di rendere diffusa la convinzione che l'Italia potesse trasformarsi senza traumi e senza catarsi. Dall'altro lato l'ingresso del Pci nell'area di governo avviene con un ritardo ed in condizioni tali che la sfida delle Brigate rosse deriva la sua maggiore pericolosità da una situazione estremamente deteriorata. Se nella sinistra italiana è rimasta, minoritaria ma tenace, la convinzione che la Dc non fosse un partito da sostituire al governo ma un regime da abbattere con la violenza e da processare, è perché la sua identificazione con tutto il potere per un terzo di secolo in un paese di lunga tradizione cattolica ne ha fatto un caso unico in Occidente. Quando dopo il 20 giugno si è constatato che neppure una sinistra con il 47 per cento dei voti riusciva a indurre una Dc con il 39 per cento a concordare un ragionevole governo di coalizione, la convinzione della inamovibilità della Dc dal potere si è ulteriormente consolidata. Non è una giustificazione, ma un'amara constatazione il fatto che la lotta armata si sia intensificata dopo il 20 giugno '76. Pur tuttavia si era giunti a metà marzo all'accettazione del Pci nella maggioranza parlamentare. Ma di un governo la cui inadeguata composizione è stata rilevata anche da Luigi Granelli nell'intervista qui pubblicata pochi giorni fa dopo il rapimento di Moro. E' comunque al momento di ingresso del Pci nella maggioranza che le brigate rosse hanno lanciato alla sinistra una sfida che il loro ultimo messaggio contiene nei suoi termini essenziali. A mio giudizio la sfida è questa: il Pci entra nell'area di governo con tanto ritardo e in una situazione tanto deteriorata, che non riuscirà ad impedire l'ulteriore degradazione delle istituzioni. E attraverso questa disgregazione, si amplierà lo spazio per una lotta armata che riprenda alcuni temi e alcuni motivi della trentennale lotta della sinistra e soprattutto del Pci. Se questo è il terreno della sfida, a me pare che la risposta valida sia la dimostrazione da parte della sinistra che l'Italia è ancora una democrazia rappresentativa suscettibile di migliorare e non uno Stato che oscilla tra l'evidente decozione e la tentazione repressiva. Quando il Pci sostiene oggi che la nostra democrazia rappresentativa è aperta a tutte le innovazioni; quando afferma che oggi il terrorismo mira soprattutto a impedire un processo di evoluzione democratica con il Pci come protagonista, sviluppa un'analisi che ha una sua coerenza teorica, ma che richiede ancora una concreta dimostrazione politica. Cioè che l'evoluzione democratica sia possibile, che la Costituzione del 1948 possa essere applicata per intero. Ritengo anch'io che la sinistra possa ancora essere protagonista di una svolta democratica nel quadro della Costituzione. Ma occorre darne la dimostrazione a partire da subito: l'opinione pubblica e i militanti progressisti hanno subìto troppe delusioni, perché possano oggi credere sulla parola ai dirigenti del Pci e del Psi. Darne la dimostrazione subito significa non accartocciarsi sulla tematica proposta dalla lotta armata. Traggo due esempi da "La Repubblica" del 25 marzo: "Il processo Lockeed sarà rinviato", si informa a pagina 7. E a pagina 6 uno dei nostri migliori economisti, Claudio Napoleoni, eletto deputato nelle liste del Pci, scrive che le attuali deliberazioni del governo in materia di politica industriale vanno "al di là di ogni previsione, anche la peggiore, sull'inadeguatezza della legge 675 ai fini della formazione di una politica industriale dotata di senso". Ebbene: a me pare evidente che tutta la sinistra che rifiuta la lotta armata si attende dall'ingresso del Pci e del Psi nella maggioranza che si restauri lo Stato di diritto anche nei confronti dei potenti del sistema e che si ponga mano a una politica industriale dotata di senso, sostituendo immediatamente tutti i dirigenti delle imprese pubbliche responsabili del dissenso attuale. Senza segni evidenti di cambiamento, non c'è predica di politici o di intellettuali che possa rinvigorire le nostre istituzioni democratiche. E se agli intellettuali si possono chiedere analisi che siano per quanto possibile valide, tocca ai politici prendere decisioni che siano per quanto possibile risposte alle attese. Questa sembra a me la risposta adeguata alla sfida del 16 marzo.


Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=4070





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Pasolini, scandalo senza eredi


Eretico e Corsaro




Pasolini, scandalo senza eredi
Da Corriere della Sera del 03/11/2000
La memoria

Pasolini conosceva - di più, ne era specialista - un segreto che noi intravedemmo solo grazie al femminismo: il segreto dei corpi. Che noi non abbiamo, ma siamo un corpo. Che quando facciamo l'amore, mangiamo, giochiamo a pallone, pensiamo pensieri e scriviamo poesie e articoli di giornale, è il nostro corpo che lo fa. Pasolini riconosceva il proprio corpo, e dunque quelli degli altri. Sapeva che esistono i popoli, le nazioni, le classi, le generazioni, e una quantità di altri vasti ingredienti della vicenda sociale, ma li guardava al dettaglio nel modo di camminare e di pettinarsi, di urtarsi per gioco o di ghignare per minaccia. Si sentiva in dovere di essere marxista, ma il suo era un marxismo delle fisionomie, dei gesti, dei comportamenti e dei dialetti. "È da questa esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici". Il sentimento così forte del proprio corpo e di quello degli altri, tenerezza e colluttazione, seduzione e ripudio, "amore a sputi in faccia", passa nel corpo della sua prosa, ma controllato e quasi raziocinante.

Più direttamente passa nelle immagini, negli autoritratti e le interviste e i documentari con la sua voce, o nelle fotografie da uomo nudo o da calciatore, e nel suo cinema. Là le descrizioni di cose viste e rivelate al suo occhio di iniziato diventavano le cose stesse. Gli articoli degli ultimi anni, articoli di moda, per così dire, erano spesso didascalie di immagini, di facce e gesti e fogge. Le fotografie di Pasolini, in questo quarto di secolo, sono state la sua commemorazione più frequente. Succede così a chi, avendo qualcosa da dire, sente di doverlo dire col proprio corpo. A chi sente che, per lui, vivere significa mettere in vista e a repentaglio il proprio corpo.

Farò qualche nome proverbiale: il mahatma Gandhi, il Che Guevara, e anche don Milani. Perfino lady Diana e madre Teresa di Calcutta, per quella volta in cui furono filmate insieme mentre passavano tra i giacigli dei lebbrosi, la vecchia infima e curva che trascinava per mano la giovane dalle gambe lunghe, e per quell'altra volta che morirono pressoché insieme, la vecchia e la giovane, come due candele nella stessa ventata. Corpi, persone. I digiuni, la malattia, la disgrazia, il martirio, fanno di persone simili dei predestinati. I loro tavoli di obitorio sono deposizioni sacre, le loro passioni sono imitazioni di Cristo. I loro visi sono fatti per andare sulle magliette dei ragazzi. Non è detto che siano poeti più grandi di altri poeti, o santi più santi, o combattenti eroici più eroici, o principesse sventate più belle di altre belle: sono persone che hanno seguito il destino del proprio corpo - fino in fondo. Meno vicine ai propri concorrenti di professione - altri poeti, altri santi, altri combattenti, altre principesse - che alle dive e ai semidei dello spettacolo, a Jimmy Dean o a Marilyn Monroe o a John Lennon.

La stessa canzone - la stessa candela - può trasferirsi dall'una all'altra. Per questo Pasolini non ha avuto eredi, benché in tanti si fossero messi in coda. Non bastava avere idee scandalose - che già non riesce così bene, e tanto meno agli imitatori - bisognava essere scandalosi. E gli epigoni erano senza corpo, e non lo sapevano: e quando se ne accorgevano, facevano troppo chiasso per attirare l'attenzione. Il corpo di Pasolini era fatto dall'inizio per fare alla lotta e all'amore. Quando il suo fratello minore Guido - che aveva fatto a pugni per lui, per ricacciare in gola ai ragazzi l'insulto fatto a Pier Paolo, "è una femminella" combatteva da partigiano in montagna e veniva ammazzato a tradimento da altri partigiani, il corpo di Pier Paolo inaugurava i turbamenti dell'amore nella piana friulana. Si addestrava a dare e ricevere, a darle e riceverle.

L'omosessualità non è il punto, benché sia la principale delle condizioni. C'è l'esperienza dell'aggressione e della ferita, dell'esibizione e dell'abbandono: e poi, bisogna avere delle cose da dire. Pasolini è stato un dilettante, si dice: è vero. Purché nel nome di dilettante entri la sofferenza; e anche la competenza. Il dilettante Pasolini non era un autodidatta. Aveva fatto buoni studi, i migliori. Sapeva, se non scoprire ciò che solo la ricerca specialistica consente di scoprire, dove e come trovare le buone scoperte, e tradurle nella propria prima persona. Conosceva il giorno e batteva la notte. Presentiva la propria ultima notte: purché non si ripeta la bestemmia che l'aveva voluta. Solo in questo senso la sua morte fu il punto d'arrivo di una congiura.

Ci avevano messo mano colposamente burocrati scolastici e genitori perbene, agenti dell'ordine e giudici dell'ordine, preti di destra e di centro e di sinistra. Naturalmente, questo non vuol dire meno che si trattò di un orrendo assassinio. Lo si voleva buffone di lusso e capro espiatorio: "Questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni" lo scriveva a Calvino. Mi sono chiesto quanti personaggi così abbia avuto l'Italia. Pochissimi.

Chi può paragonarsi alla sua presa sui sentimenti vivi delle persone? Altri letterati, forse? Italo Calvino è stato un grande scrittore - algido, si dice di lui non so perché, non è affatto algido - e leader culturale, e ha anche raggiunto una gran popolarità, addirittura nel santuario dell'incoronazione umanistica, la scuola. Forse ha avuto più potere di Pasolini, che a suo modo ne ebbe parecchio: tuttavia Calvino non è stato un eccitatore di passioni. Al contrario. Quanto al corpo, se lo è tenuto per sé e i suoi. Alcuni suoi ritratti fotografici sono bellissimi, ma non vanno sulle magliette. Qualcosa di simile vale per altre e altri.

Un posto a parte ce l'ha Dario Fo. Metterei a confronto con Pasolini solo don Milani, per strano che possa sembrarvi. Dalla scuola di Barbiana Pasolini era stato subito attratto, e del resto non gli sfuggiva niente di ciò che di nuovo e periferico spiazzasse le cronache (come il ' 68, per entrare nel quale scrisse la mediocre poesia su Valle Giulia, come un provocante biglietto di presentazione: il testo più citato, meno letto, e più equivocato dei nostri tempi). Anche a Barbiana aveva avuto un incontro malriuscito, e poi la cosa non andò avanti.

Don Milani era a sua volta uno fuori gioco, prete dall'obbedienza scandalosa, perseguitato da cappellani militari vescovi giudici e giornalisti, messo per giunta al bando dalle città e dalla pianura, e fieramente deciso a fare di quell'esilio la sua evangelica trincea. Una tonaca da curato di montagna segnala un corpo d'uomo almeno quanto lo nasconde e umilia. "Un po' femmineo", secondo Pasolini, e, nella Lettera, di un "puritanesimo sessuale degno delle più castigate edizioni paoline". Quel prete - maestro maschio di ragazzi maschi quasi tutti, e vendicatore di loro su una malcapitata professoressa donna - era anche lui, nella veste e nell'esilio, e poi nella malattia portata eroicamente e nella morte precoce, un corpo che si era messo in gioco, che aveva trovato un linguaggio suo e sicuro: di buoni studi e di esperienza vissuta intransigente e originale. Quando la Lettera a una professoressa arrivò ai suoi destinatari del '68, col breve ritardo di un anno, don Milani era morto giovane, e seppellito nel più minuscolo e fuori mano dei cimiteri, e quella morte sembrò un sacrificio; la morte illustrò la Lettera, e viceversa.

Anche don Milani ebbe aspiranti imitatori, meno golosi dei pasolinisti, perché il suo vuoto non era sulla prima del Corriere: anche loro fallimentari. Perché alle persone, ma specialmente a queste, che sanno di avere e essere un corpo, magari per infagottarlo e sottrarlo, non si può credere di somigliare imitandone le idee, né imitandone la vita. (Figurarsi la vita e le idee insieme).

Bisogna che se ne ricordi chi costruisce genealogie alla propria parte, o le riaggiusta: che le idee si misurano sulla vita dei loro autori, e viceversa. Fatto sta che don Milani può andare sulle magliette dei ragazzi. (Come, agli antipodi della canonica di Barbiana, il papa Wojtyla: il quale, idee a parte, ha un corpo, è un corpo, gran novità nel suo mestiere, e due volte scandaloso, nel vigore sportivo e nella malattia e vecchiaia). C'era stato Pannella, e Pasolini se ne riconobbe debitore. Pannella è più parlatore che scrittore. Nel 1974 l'immagine del processo penale al potere, al Palazzo, Pasolini la prese da Pannella. Pannella aveva avuto la temerarietà di far testimoniare dal proprio corpo digiuno la fame del mondo. Ci fu un tempo in cui la gente aveva di Pannella, più ancora che di Pasolini, la sensazione che sarebbe finito male: forse lo pensava anche lui.

Pasolini non ha avuto eredi, dunque. Successe però dopo la sua morte qualcosa che sembra contraddire quello che ho detto finora sui personaggi trascinatori di passioni, e forse lo conferma a contrario. Parlo del rilievo pubblico e politico che si guadagnò, quasi di malavoglia, Leonardo Sciascia. Sciascia aveva avuto da tempo il successo, e già Pasolini gli aveva riconosciuto "una certa forma di autorità", un'autorità "solamente personale: legata cioè a quel qualcosa di debole e di fragile che è un uomo solo".

Sciascia era laconico fino al silenzio e fisicamente restio fino a passar inosservato, e la sua stessa scrittura era frenata e discreta. Era, nello stesso modo del suo successo, un anti-Pasolini. Perciò il cambiamento fu ancora più singolare. Esso venne dopo la morte di Pasolini, e anzi come una specie di conseguenza di quella. Come se nel vuoto di quella Sciascia non avesse premeditato di avanzarsi, ma vi fosse stato attratto, e una volta là accettasse fino all'oltranza la sfida polemica e la recisione delle opinioni. Lo dichiarò così, nel 1981: "Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c'è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte".

Lo Sciascia polemista diventò drastico fino alla rottura dei legami personali, e si indusse all'impegno politico diretto e scorbutico, in Sicilia prima poi nel Parlamento: e quando, prima di tornare da quella escursione estroversa alla sua timidezza scettica, ne trasse il risultato più impegnato, il libro sull'Affaire Moro (1978), lo aprì con le pagine indirizzate al morto Pasolini, con un rimpianto struggente e una complicità fraterna. Così l'intellettuale più lontano dall'azione e dalla corporeità diventò, quasi per contrasto, sulle stesse colonne del più ufficiale quotidiano italiano, un popolare eccitatore e divisore di coscienze.

Dopo, non c'è stato molto altro. La correttezza politica è necessaria, finchè non diventi stucchevole e perbenista, ma non suscita sfidanti all' ordine mentale costituito. D'altra parte i suoi trasgressori per partito preso hanno spesso cura di tener distinte le loro enormità verbose dall'assicurazione sulla vita. La televisione, quando è troppo frequentata, annulla la distanza e con essa il carisma. Regala il successo colossale ma facile: quello di "uno qualunque del pubblico".

I corpi, nel frattempo, hanno trionfato, come in un carnevale. C'è stata la resurrezione, nel mondo di qua. Pasolini rivendicava per sé una vissuta "competenza in facce" (e in maschere senza facce dietro, come quelle dei capi democristiani), e gliela ributtavano addosso con l'insulto di "esteta": ora la competenza in ogni centimetro cubo di corpo è diplomata, e la parola è degli estetisti. Le facce non occorre andare a guardarle nelle strade del mondo, a Torvajanica o a Praga o a Isfahan, per misurare quanto siano diventate uguali e quanto resistano differenti. Basta guardarle in televisione - lo si può fare perfino da una galera, e poi scriverne sulla prima pagina di un grande quotidiano.

Fonte:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5722



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