martedì 9 aprile 2013

Il profondo nero dei misteri d’Italia



di Piero Ottone, da la Repubblica, 14 marzo 2009


Sulle stragi di Stato, come sull' immortalità dell' anima, si può discutere all' infinito, senza mai approdare a una certezza. Non sono un esperto, in un caso e nell' altro. Ma sull' argomento delle stragi è comparso un nuovo libro, Profondo Nero, i cui protagonisti, da Enrico Mattei a Eugenio Cefis e a Licio Gelli, hanno incrociato tutti, in un modo o nell' altro, la mia vita professionale: alcuni li ho anche conosciuti e frequentati. Non potevo dunque non leggerlo. Per fortuna, gli autori, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, giornalisti entrambi, scrivono con chiarezza, e hanno corredato il testo di ampie note, bene documentate. Ma interessante è soprattutto la loro tesi: quella di una pista unica per decifrare i tragici episodi che hanno funestato attraverso gli anni la vita pubblica italiana. La morte di Mattei, presidente dell' Eni, di Mauro De Mauro, giornalista, di Pier Paolo Pasolini, scrittore e poeta, sono secondo loro gli anelli di un' unica catena. All' origine c' è un protagonista, Eugenio Cefis, che è, essi dicono, il vero fondatore della P2. Licio Gelli e Silvio Berlusconi sono il punto di arrivo. Inutile aggiungere che i vincitori, come dimostra l' Italia contemporanea, sono loro. Su ogni episodio, naturalmente, nessuna certezza. L' incidente che provocò la morte di Enrico Mattei, l' uomo più potente d' Italia, sarà stato la conseguenza di un attentato, come affermò il pubblico ministero Vincenzo Calia nella richiesta di archiviazione del 1993; a suo dire, l' attentato «comportava il coinvolgimento degli uomini inseriti nello stesso Ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano». Ma chi erano questi uomini?E perché lo fecero? Cefis fu il successore di Mattei: anche Johnson, vice-presidente degli Stati Uniti, fu sospettato da qualcuno di essere coinvolto nell' assassinio di John Kennedy perché gli succedette alla Casa Bianca. Ma questo non basta. Quanto al giornalista De Mauro, può darsi che stesse davvero indagando sulla morte di Mattei, e che fosse sulla pista giusta, tanto da preoccupare i colpevoli: ma neanche di questo vi era certezza; e comunque non basta neanche questo per collegare il sequestro e l' uccisione di De Mauro con l' assassinio, se assassinio fu, di Mattei. È anche vero che l' aggressione e l' assassinio di Pasolini non potevano essere attribuiti soltanto a balordi di periferia: ma chi erano allora i mandanti e gli esecutori? Pasolini stava raccogliendo una documentazione sulla morte di Mattei; e scrisse sulle stragi di Stato un articolo famoso che pubblicammo nel Corriere il 14 novembre del 1974, un articolo che cominciava con le parole: «Io so». Ma neanche lui aveva le prove: «Io so - così scriveva in quell' articolo - perché sono un intellettuale, uno scrittore». E aggiungeva che mettere insieme i fatti, dargli una logica faceva parte del suo mestiere.
Semplifico il discorso, in queste poche righe: gli autori di Profondo Nero sono molto circostanziati. Ma neanche loro pretendono di possedere certezze: si limitano ad avanzare ipotesi. Quel che fa impressione, tuttavia, è che la tesi del disegno eversivo, pur non essendo dimostrata, può essere sostenuta con molti riferimenti concreti: perché la vita pubblica, nel nostro paese, è sempre accompagnata, nel sottofondo, da personaggi sospetti e torbidi eventi. Enrico Mattei non era soltanto il presidente di un ente pubblico, l' Eni, fornitore di energia: disponeva di fondi segreti, così ingenti da consentirgli di fondare più o meno segretamente un giornale, Il Giorno, in concorrenza col Corriere della Sera. Finanziava i partiti, e nell' unico nostro incontro (a Londra, dove ero un qualsiasi giornalista che lui vedeva per la prima volta) parlò come se fosse stato il ministro degli Esteri del nostro paese, in accesa polemica con la politica del governo. E perché Eugenio Cefis, prima successore di Mattei all' Eni, poi presidente della Montedison, faceva incetta di giornali? Ne fondò uno a Torino, un altro a Milano, comperò il Messaggero a Roma e cercò di mettere le mani sul Corriere, alla fine riuscendoci, perché diede garanzie finanziarie a Andrea Rizzoli, che lo acquistò. Per noi in via Solferino, Cefis era diventato un incubo. Perché la brama del nostro quotidiano era diventata, per lui, un'ossessione? Diceva in giro, disse anche a me, che i giornali gli servivano per fare favori agli uomini politici, nell' interesse di Montedison, ma non mi pare che lo sviluppo della chimica in Italia fosse la sua prima aspirazione.E che cos' era la P2, questa associazione segreta alla quale aderirono personaggi delle Forze Armate, diplomatici, alti funzionari dello Stato, uomini politici, giornalisti (tra i quali il mio successore alla direzione del Corriere ), e di cui lo stesso Cefis faceva parte? In uno Stato che funzionava male, governato da una classe politica inefficiente, uomini di potere agivano in segreto. Per migliorarne il funzionamento? Aspiravano soltanto a una riforma per rafforzare l' esecutivo, secondo il modello gollista? O volevano instaurare una dittatura, anche disposti a uccidere per conseguire i loro obiettivi? La partenza improvvisa di Cefis dall' Italia, quando abbandonò tutto, fu misteriosa anch' essa.
Adesso, concludono gli autori di Profondo Nero, «ci sono voluti trent' anni, ma il golpe bianco è quasi compiuto. Con Berlusconi (tessera P2 n. 625), tre volte premier, con record di longevità governativa, che aspira al Quirinale ed è indicato proprio da Gelli come erede prediletto. Il golpe è stato realizzato senza eserciti e senza divise... Dopo la morte di Falconee Borsellinoe dopo gli attentati mafiosi del 1993 si è compiuta la svolta politica che ha cancellato la Dc, il Psi e i partiti laici minori, e ha aperto la strada alla Seconda Repubblica, con la discesa in campo di Berlusconi, in un' Italia letteralmente ipnotizzata dall' imperio mediatico televisivo...».
Esiste, possiamo aggiungere, un blocco di potere economico ormai abbastanza omogeneo e molto potente, con Geronzi a Mediobanca al posto di Cuccia. E queste non sono ipotesi. Sono certezze.

(16 marzo 2009)

Fonte:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/page/4/?s=pasolini




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I termini di un paragone. Analogie e coincidenze nelle opere di Pasolini e Foucault

"ERETICO & CORSARO"


Le vite e le opere di Pier Paolo Pasolini e Michel Foucault sono caratterizzate da numerose coincidenze, risonanze e convergenze: anticipiamo un saggio di Wu Ming 1 tratto dalla Nuova Rivista Letteraria, semestrale di letteratura sociale.

di Wu Ming 1

Nel corso degli anni, leggendo diversi libri di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) e Michel Foucault (1926-1984), mi sono reso conto di numerose coincidenze, risonanze e convergenze, non solo tra le loro opere, ma anche tra le loro vite. Non posso dire con sicurezza di averle còlte per primo: su entrambi i suddetti è ormai disponibile una letteratura sterminata, inassimilabile da chiunque. L'ermeneutica pasoliniana e quella foucaultiana producono a getto continuo nuove «letture» più o meno pertinenti, e nelle varie lingue i libri si contano a centinaia, forse migliaia. Può dunque darsi che altri abbiano già steso «appunti» simili ai miei. Al momento, però, ne dubito. Pur seguendo - nei limiti delle mie possibilità e competenze - il dibattito su Pasolini e su Foucault, e avendo trovato alcuni (pochi ma importanti) riferimenti incrociati, non mi è ancora capitato di leggere una trattazione dei molti parallelismi fra i due autori. Cosa sorprendente, dato che certe analogie, come suol dirsi, saltano agli occhi.

Ho preso la decisione di rendere pubbliche queste «noterelle» dopo aver letto il recente libro di Roberto Esposito Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana (Einaudi, 2010). Esposito propone una genealogia alternativa della nostra filosofia, un phylum di alterità e critica al potere che include «non-filosofi» come Leopardi e Pasolini, oltre a pensatori/politici come Gramsci, Tronti, Negri etc. Un capitolo del libro è dedicato a Pasolini e alla sua «biopolitica»; in parole povere: al suo partire sempre dai corpi, al suo descrivere i modi in cui il potere incide sui corpi i propri codici, alla disperata riflessione su come i corpi potrebbero resistere a tale codificazione. Per Pasolini, è noto, scrivere e militare significava «gettare il proprio corpo nella lotta».

«Biopolitica» è un concetto introdotto da Michel Foucault nelle pagine finali de La volontà di sapere (1976), primo volume di una progettata - e rimasta incompiuta - «Storia della sessualità». E il corso di Foucault al Collège de France per l'anno 1979 si intitolava: «Nascita della biopolitica». La trattazione di Esposito ha rafforzato la mia convinzione che si possa stabilire una connessione forte tra lo scrittore italiano e il filosofo d'Oltralpe.

Cosa sapevano l'uno dell'altro?

Non risulta che Pasolini fosse un lettore di Foucault: nei suoi scritti non ho trovato alcuna menzione del filosofo francese. Eppure negli anni Sessanta il futuro polemista «corsaro» studiò con grande interesse gli strutturalisti (lo testimoniano i saggi raccolti nel 1972 in Empirismo eretico), confrontandosi con le teorie di Roland Barthes e altri autori di quella temperie. La stessa temperie da cui stavano emergendo post-strutturalisti come Foucault e Deleuze. Inoltre, Pasolini lesse i libri di Pierre Klossowski sul marchese De Sade, tanto che Klossowski è citato, con felice anacronismo, in un dialogo di Salò. Klossowski era un buon amico di Foucault, e Sade era uno degli oggetti di studio prediletti da quest'ultimo, che se n'era occupato sin dai tempi di Storia della follia nell'età classica, opera concepita e scritta nei tardi anni Cinquanta. A ispirare l'interesse foucaultiano per Sade era stato Georges Bataille, altro scrittore letto da Pasolini durante la stesura di Salò.

A conti fatti, c'erano tutte le «precondizioni» per una conoscenza di Foucault da parte di Pasolini. Nondimeno, sembra plausibile affermare che, quando Pasolini morì nel novembre 1975, Foucault non fosse ancora entrato nel suo radar. Mi si lasci introdurre un elemento di "ucronia", un come-sarebbe-potuta-andare: se Pasolini fosse sopravvissuto, probabilmente avrebbe letto gli scritti foucaultiani sulla sessualità, trovandovi riflessioni molto vicine alle sue. Mentre Pasolini vergava la sua Abiura della «Trilogia della vita», Foucault stava scrivendo La volontà di sapere.
E' d'altronde possibile che, durante la stesura de La volontà di sapere, Foucault avesse tra i suoi riferimenti Pasolini. Del fatto che avesse letto Pasolini abbiamo addirittura una testimonianza autografa.

Il 23 marzo 1977, quasi un anno e mezzo dopo la morte di Pasolini, Le Monde pubblica una recensione del suo documentario Comizi d'amore, proiettato di recente in una retrospettiva parigina. L'autore della recensione, intitolata «I grigi mattini della tolleranza», è proprio Michel Foucault. Quest'ultimo legge il film del '63 alla luce delle analisi successive di Pasolini («corsare» e «luterane»), che implicitamente fa coincidere con le proprie. Foucault dà mostra di aver letto gli Scritti corsari e visto svariate altre pellicole pasoliniane, a cominciare da Mamma Roma. Ecco gli ultimi capoversi dell'articolo:

«Il film [...] può servire da punto di riferimento. Un anno dopo Mamma Roma, Pasolini continua su ciò che diventerà, nei suoi film, la grande saga dei giovani. Di quei giovani nei quali non vedeva affatto degli adolescenti da consegnare a psicologi, ma la forma attuale di quella "gioventù" che le nostre società, dopo il Medioevo, dopo Roma e la Grecia, non hanno mai saputo integrare, che hanno sempre avuto in sospetto o hanno rifiutato, che non sono mai riuscite a sottomettere, se non facendola morire in guerra di tanto in tanto. E poi il 1963 era il momento in cui l'Italia era entrata da poco e rumorosamente in quel processo di espansione-consumo-tolleranza di cui Pasolini doveva redigere il bilancio, dieci anni dopo, nei suoi Scritti corsari. La violenza del libro dà una risposta all'inquietudine del film. Il 1963 era anche il momento in cui aveva inizio un po' ovunque in Europa e negli Stati Uniti quella messa in questione delle forme molteplici del potere, che le persone sagge ci dicono essere "alla moda". E sia pure! Quella "moda" rischia di rimanere in voga ancora per un po' di tempo, come accade in questi giorni a Bologna.» (traduzione dal francese di Raoul Kirchmayr, tratta da Aut Aut n. 345, «Inattualità di Pasolini», gennaio-marzo 2010)
[L'ultima frase è, ovviamente, un riferimento alla rivolta di massa seguita all'uccisione di Francesco Lorusso.]

A pensarci, è alquanto implausibile che Foucault - studioso del sadismo, dei meccanismi disciplinari e del rapporto sesso-potere - non avesse visto Salò, proiettato in anteprima al Festival di Parigi il 22 novembre 1975, dopo la morte violenta del suo autore e regista.

Le courage de la vérité
Che Foucault, negli ultimi anni della sua vita, avesse in mente il percorso poetico/critico e le riflessioni di Pasolini, parrebbe evidente anche dal titolo del suo ultimo corso al Collège de France (1984), quello dedicato al concetto di parresìa, ovvero al «parlare franco», al «discorso veritiero» della cultura greca. Il corso si intitolava: «Il coraggio della verità», e a quanto mi consta, nessuno ha riconosciuto la citazione pasoliniana. Eppure l'espressione figura uno degli scritti più conosciuti del Pasolini corsaro: «Il romanzo delle stragi», noto anche col titolo «Che cos'è questo golpe?», uscito sul Corriere della sera il 14 novembre 1974. Pasolini scrive (corsivi miei):
«Il potere [...] ha escluso gli intellettuali liberi [...] dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io [...] potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico [...] compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.»

Due vite

Pasolini e Foucault erano quasi coetanei. Nacquero a quattro anni di distanza l'uno dall'altro e furono battezzati con due nomi. Si chiamavano entrambi Paolo: Paul-Michel Foucault e Pier Paolo Pasolini.
Nacquero e crebbero in provincia, sospesi tra città e campagna: Foucault tra Poitiers e la fattoria dei nonni a Vendeuvre-du-Poitiers; Pasolini tra Bologna e Casarsa. Ebbero un rapporto forte con la madre (che sarebbe loro sopravvissuta) e di quasi estraneità col padre (che sarebbe morto prima di loro). Vissero l'occupazione tedesca dei rispettivi Paesi, e nelle loro educazioni ebbe un ruolo importante la Resistenza (più tragicamente nel caso di Pasolini, che perse il fratello Guido).
Più o meno alla stessa età si iscrissero ai rispettivi partiti comunisti: Pasolini nel 1947, Foucault nel 1950. Ne uscirono due anni più tardi, e in malo modo: Foucault nel 1952, in polemica con l'antisemitismo diffuso nel PCF; Pasolini espulso dal PCI nel 1942, dopo lo scandalo di Ramuscello. Per la diversa natura dei due partiti (quello francese tetragonamente stalinista, quello italiano meno rigido e più dotato di «contrappesi» quali l'eredità di Gramsci), mentre la rottura di Foucault fu assoluta, Pasolini poté ristabilire un rapporto e un confronto, seppure a tratti molto critico.

Si stabilirono nelle capitali dei rispettivi Paesi. Attraversarono marxismo e psicanalisi. Vissero la loro attività intellettuale in modo «militante» e, in modi diversi, polemizzarono con la «nuova sinistra» nata dal '68. Viaggiarono in Africa e negli Stati Uniti. Si interessarono alle arti underground e alla controcultura USA.
Fin da giovanissimi si scoprirono omosessuali.
Furono aggrediti fisicamente durante o subito dopo «spedizioni» notturne legate al sesso: Foucault fu picchiato a Tunisi nel 1968 (probabilmente da elementi in borghese della polizia politica); Pasolini fu aggredito a Roma diverse volte, fino alla fatidica serata all'Idroscalo.

All'affermarsi dei movimenti di liberazione omosessuale, Pasolini e Foucault ammisero - implicitamente o esplicitamente - di rimpiangere la (o di provare piacere nella) dimensione del segreto e della doppiezza. In una lettera aperta a Calvino dell'8 luglio 1974, poi raccolta negli Scritti corsari, Pasolini si paragonò con un certo compiacimento a Mister Hyde: «Io, come il dottor Hyde, ho un'altra vita.» Foucault, in alcune interviste, descrisse la vecchia, codificata clandestinità in toni sottilmente elegiaci.
Morirono in circostanze legate alla loro ricerca del sesso: Pasolini massacrato all'Idroscalo di Ostia (da chi?) dopo aver rimorchiato Pelosi; Foucault consumato dall'AIDS, probabilmente contratto nelle saune gay di San Francisco.

Una diversa violenza sui corpi

La «Trilogia della vita» (composta dai film Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte) metteva in scena il sesso e il suo "linguaggio", la potenza dell'eros, la lotta contro ciò che blocca il desiderio.
La presa di distanza che Pasolini esprime nella Abiura della «Trilogia della vita» (1975) ha molto in comune con quel che scriverà Foucault un anno dopo nel primo capitolo de La volontà di sapere, intitolato «Noialtri vittoriani»: è falsante descrivere il rapporto tra sesso e potere solo in termini di repressione del primo da parte del secondo; «scegliere il sesso non significa di per sé essere contro il potere», perché il «divieto del sesso» non è la strategia universale del potere, semmai è una strategia locale, singolare, che in certe fasi e in certi luoghi prevale sulle altre. Il rapporto tra sesso e potere si basa su un continuo «discorso sul sesso», sollecitato in tanti modi, e dunque una società può esercitare il potere sul sesso anche «iper-sessualizzando» le pratiche e i discorsi.

Scrive Pasolini:
«Io abiuro dalla Trilogia della vita, benché non mi penta di averla fatta. Non posso negare la sincerità e la necessità che mi hanno spinto alla rappresentazione dei corpi e del loro simbolo culminante, il sesso [...] Nella prima fase della crisi culturale e antropologica cominciata verso la fine degli anni Sessanta - in cui cominciava a trionfare l'irrealtà della sottocultura dei "mass-media" e quindi della comunicazione di massa - l'ultimo baluardo della realtà parevano gli "innocenti" corpi con l'arcaica, fosca, vitale violenza degli organi sessuali [...] Ora, tutto si è rovesciato. Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza. Secondo: anche la "realtà" dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico; anzi, tale violenza sui corpi è diventata il dato più macroscopico della nuova epoca umana.»

Negli stessi anni in cui i movimenti omosessuali cominciavano la loro lunga battaglia per libertà e apertura, Foucault e Pasolini misero in guardia tutti quanti (etero e gay), esortarono a sospettare di quella libertà e di quell'apertura, sostenendo che il problema della sessualità non era più - o non era soltanto - la sua repressione. Ipostatizzare una strategia locale (il divieto del sesso), descriverla come operativa sempre e comunque, significava non capire che il rapporto tra sesso e potere può essere di segno molto diverso e non per questo produrre soggettività più libere.

Pensiamo al «berlusconismo», qui inteso nell'accezione più ampia, come manifestazione esemplare, plateale e molto italiana di quello che Jacques Lacan definì il «discorso del capitalista», cioè l'esortazione al godimento immediato, a scapito di ogni regola e legame sociale. Nel «discorso di Berlusconi» non c’è pruderie né tantomeno «divieto del sesso», anzi: c'è la continua titillazione para-pornografica dell’immaginario, e l'accusa di «moralismo bacchettone» è usata come clava contro chiunque si azzardi a criticare l'andazzo corrente. E’ precisamente lo scenario dell’Abiura.

Il «discorso di Berlusconi» dimostra anche il rapporto tra potere e sesso è fatto di strategie diverse tra loro, mai riducibili ad unum, a un'unica logica a cui ricondurre ogni mossa. Basti un esempio: nell'Italia berlusconizzata si auto-alimenta da tempo un circolo vizioso tra incitazione all'omofobia (con sempre più episodi di violenza di strada) e rutilante esibizione/esaltazione del gay famoso e possibilmente di destra (da Platinette a Signorini a Lele Mora, passando per Dolce & Gabbana).
Il potere non si basa sul divieto del sesso, ma sulla continua sollecitazione di un discorso sul sesso, che può sì includere strategie di interdizione e condanna, ma tali strategie interagiscono con altre finalizzate alla spettacolarizzazione, alla mercificazione, alla distrazione di massa, alla creazione di perversi «doppi vincoli» tra l'imperativo «Godi!» e la condizione «Purché tu rimanga al tuo posto».

Postilla su Pasolini e il Dopostoria

Anche alla luce di questo, è riduttivo, anzi, è del tutto fuori luogo dire che Pasolini fu un «reazionario». E' una misera scorciatoia. Certamente gli piaceva épater les modernes, e azzardò contrattacchi partendo dal rammarico per la scomparsa dell' «illimitato mondo contadino», ma in realtà, soprattutto nei suoi anni «corsari» (e già a partire dal '68), Pasolini cercò di attaccare il nemico non nelle postazioni che stava abbandonando, bensì in quelle che stava per occupare.
Si ricorda sempre l'incipit «Io sono una forza del passato, / solo nella tradizione è il mio nome», ma quei versi andrebbero riletti ponendo attenzione alle prime quattro parole: «Io sono una forza». Il tempo è il presente, e non c'è un accasciarsi nella perdita, non c'è facile melancolia: il poeta è una forza, una forza che viene dal passato ma agisce nel presente, anzi, nel presente avanzato. Il poeta sta assistendo ai «primi atti del Dopostoria» da una postazione paradossalmente privilegiata («dall'orlo estremo di qualche età / sepolta...»). E' la postazione di chi, incarnando la cesura tra tradizione e futuro, intuisce cosa riservi quest'ultimo e può aggirarsi in esso, «più moderno d'ogni moderno».

(11 luglio 2011)



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Silvio Parrello – La morte di Pasolini




Silvio Parrello, detto Er Pecetto, continua a dedicarsi alla ricerca della verità sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Avendolo conosciuto in giovinezza, fu testimone diretto delle intricate vicende che portarono alla tragica fine del poeta. Da allora, ha provato in vari modi a riportare l’attenzione su questo crimine irrisolto, ma i suoi appelli sono sempre stati frustrati dall’unica verità stabilita, ovvero la colpevolezza del solo Pino Pelosi.
Sebbene in queste righe si occupi solamente degli esecutori materiali dell’omicidio, lascia comunque capire come la regia di quella sera sia stata molto accurata.
Si ricordi che si tratta della personale verità di Silvio Parrello, e che la Verità, quella perfetta, è forse destinata a rimanere imprigionata nella più buia burocrazia.
Indagine sul delitto di Pier Paolo Pasolini
A distanza di oltre dieci anni dalla mia personale indagine sulla morte di P.P.P., emerge con chiarezza una verità completamente diversa da quella processuale. Iniziamo dall’incontro che Pasolini ebbe con Pelosi alla stazione Termini la sera del 1° novembre 1975. Non fu casuale, ma fu un appuntamento già fissato in precedenza, in quanto i due si frequentavano da alcuni mesi. Quella notte il ruolo di Pelosi era solo quello di accompagnare l’intellettuale ad Ostia per recuperare le bobine del film ‘Salò’, che i due fratelli Borsellino, amici di Pelosi, avevano rubato su commissione a fine di estorsione; fu a quel punto che scattò l’idea dell’omicidio. Quando Pelosi e Pasolini finirono di cenare al ‘Biondo Tevere’, montarono in macchina e si avviarono in direzione di Ostia. I due furono seguiti dai fratelli Borsellino in sella alla loro Vespa e da una moto Gilera 125 rubata guidata da Giuseppe M. Lungo il percorso si accodarono una Fiat 1500 con a bordo tre balordi, che successivamente massacrarono di botte il Poeta, ed un’Alfa Romeo simile a quella di Pasolini, con una sola persona, la stessa che investì e uccise lo scrittore schiacciandolo sotto le ruote. Alla fine della mattanza, quando i sicari fuggirono, sul luogo del delitto rimasero solo in due: Pino Pelosi e Giuseppe M., che presero la macchina del Poeta per scappare. Percorsi pochi metri Pelosi si sentì male, scese dalla macchina e vomitò, mentre il suo ‘caro’ amico proseguì la fuga, e, giunto sulla Tiburtina, abbandonò l’Alfa Romeo di Pasolini, e si dileguò. Pelosi, rimasto all’Idroscalo solo e appiedato, venne fermato ad Ostia a Piazza Gasparri dalle Forze dell’Ordine, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto.  Alle tre del mattino, due ore dopo l’omicidio, due poliziotti telefonarono a casa di Pasolini all’Eur, comunicando alla cugina Graziella Chiarcossi che la macchina di P.P.P. era stata trovata abbandonata sulla Tiburtina. Di questa telefonata la Chiarcossi ne parlò più volte con Sergio Citti, il quale, cinque mesi prima della sua morte, verbalizzò il fatto alla presenza dell’avvocato Guido Calvi. Durante il processo, l’automobile di Pasolini fu periziata dai periti Ronchi, Ronchetti e Merli, e si capì immediatamente che si trattava di una blanda e superficiale perizia; i tre non si recarono mai sul luogo del delitto. Al contrario, quella presentata da Faustino Durante, nominato dalla famiglia, è ben diversa, e appare con chiarezza che ci fu un’altra macchina ad uccidere l’intellettuale. All’indomani del delitto, quella stessa automobile fu portata da Antonio Pinna in riparazione presso una carrozzeria al Portuense. Il primo carrozziere, Marcello Sperati, viste le condizioni dell’auto, si rifiutò di eseguire il lavoro, mentre il secondo carrozziere, Luciano Ciancabilla, la riparò. Il 12 Febbraio 1976, nell’indagine sull’omicidio di P.P.P., il maresciallo dei carabinieri Renzo Sansone fa arrestare i due fratelli Borsellino. La notizia venne data alla stampa il 14 febbraio 1976, lo stesso giorno in cui scomparve Antonio Pinna, la cui auto fu trovata all’aeroporto di Fiumicino, e del quale non si seppe più nulla fino al venerdì di Pasqua del 2006. Quel giorno venne a trovarmi nel mio studio di pittore e poeta un sedicente figlio di Antonio Pinna, tale Massimo Boscato, di cui nessuno conosceva l’esistenza, neanche i parenti più stretti, nato da una relazione tra Pinna e una donna del Nord Italia. Il sedicente figlio era alla ricerca del padre, e, tramite un suo amico che prestava servizio alla DIGOS ed una ricerca condotta da lui stesso, risultava che Antonio Pinna era stato fermato a Roma nel 1979, alla guida di un’auto con la patente scaduta. Oltre a questo, il fascicolo che lo riguardava recava la dicitura TOP SECRET.
Questa è la mia verità, ma purtroppo non posso documentarla.
Silvio Parrello
Roma, 19 luglio 2011
fonte: 
http://antarchia.com/2011/07/28/silvio-parrello-la-morte-di-pasolini/



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PASOLINI IN TRIBUNALE

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I fatti di Casarsa
 Pasolini denunciato per corruzione di minorenne.Condannato in primo grado, Pasolini viene assolto in appello; il ricorso in cassazione della Pubblica Accusa è giudicato inammissibile. Nel 1952 Pasolini verrà assolto "perché il fatto non costituisce reato e per mancanza di querela".  

Ragazzi di vita
La Presidenza del Consiglio dei ministri promuove un'azione giudiziaria contro il romanzo Ragazzi di Vita.
Pasolini viene citato in giudizio per contenuto osceno del romanzo, Il processo viene rinviato perché i giudici non hanno letto il libro. Il Pubblico Ministero chiede l'assoluzione degli imputati "perché il fatto non costituisce reato". I giudici accolgono la richiesta e dissequestrano il libro.
 
Querela del comune di Cutro
Il 17 novembre 1957 il ragioniere Vincenzo Mancuso, sindaco del comune di Cutro in provincia di Catanzaro, querela Pasolini per "diffamazione a mezzo stampa". Pasolini in un suo articolo sul Sud del paese aveva scritto "A un distendersi di dune gialle, in una specie d'altopiano, è il luogo che più mi impressiona di tutto il viaggio. E' veramente il paese dei banditi, come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente che siamo fuori dalla legge, o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano al loro atroce lavoro, c'è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia..."Il tribunale di Milano pronuncia sentenza di non doversi procedere.

Fatti di Anzio.
Due giornalisti hanno dichiarato di aver visto parlare Pasolini con due ragazzi al porto di Anzio, per poi andare al ristorante. Usciti dal ristorante i giornalisti chiedono ai ragazzi che cosa avesse detto loro Pasolini; questi indicando altri ragazzi a bordo di una barca nel porto confessano che il poeta ha chiesto loro "Quanti anni hanno?" Alla risposta "Dodici anni", aveva commentato: "Però avranno dei bei cazzetti". I giornalisti hanno così informato la polizia.
Il procuratore di Velletri, competente per territorio, invia la pratica al
procuratore della Repubblica di Roma. Quest'ultimo gliela rimanda non ravvisando il reato di corruzione di minorenne, ma al più, il reato di turpiloquio. Il procuratore generale di Velletri invia, allora, il procedimento alla pretura di Anzio. Interrogati, i minori dichiarano di aver ricevuto cento lire dai due giornalisti per parlare del fatto. La querela viene archiviata perché non si ravvisano ipotesi di reato.

Fatti di via Panico
 La notte tra il 29 e il 30 giugno 1960, in via Panico scoppia una furibonda rissa tra due gruppetti di ragazzi. Tra la confusione generale, a una ragazza viene rubato un anello con granati del valore di ventiquattromila lire, mentre un altro ragazzo viene derubato di una catenina e di un orologio d'oro. La refurtiva verrà ritrovata in casa di uno dei partecipanti alla rissa, Luciano Benevello. Interviene Pasolini che, con la sua Giulietta, accompagna Benevello a casa. Pasolini viene accusato di aver voluto deliberatamente agevolare la fuga di Benevello e di aver partecipato, egli stesso, alla rissa. La stampa si accanisce sul caso e criminalizza lo scrittore. Il 16 novembre 1961 il Tribunale di Roma assolve Pasolini per insufficienza di prove.   

Fatti del Circeo
Il commesso di un bar a S. Felice Circeo, sostiene che uno sconosciuto, dopo aver bevuto una Coca-Cola e dopo aver fatto molte domande, avrebbe indossato un paio di guanti neri, inserito nella pistola un proiettile d'oro e cercato di rapinarlo dell''incasso della giornata.
Il barista cerca di reagire e colpisce con un coltello la mano del rapinatore, che fugge.Il giorno successivo il barista vede passare per strada una Giulietta, in cui riconosce il suo rapinatore: prende il numero di targa e fa una denuncia ai carabinieri. In quella Giulietta c'è Pier Paolo Pasolini. I carabinieri di Roma perquisiscono l'abitazione e la macchina di Pasolini in cerca della pistola. Pasolini ammette di essere entrato nel bar, di aver bevuto una Coca-Cola, di aver fatto alcune domande, ma di essersi poi diretto a S. Felice Circeo, dove stava lavorando alla sceneggiatura di Mamma Roma. La sua versione non convince e viene rinviato a giudizio.
I giornali della sinistra e quelli moderati difendono Pasolini contro l'assurda accusa, mentre i giornali di destra attaccano, come al solito, senza mezze misure lo scrittore.Il processo si apre a Latina. L'avvocato difensore di Pasolini, il democristiano Carnelutti, viene sospettato dai giornali di essere l'amante dello scrittore. Pasolini viene condannato a quindici giorni di reclusione, più cinque per porto abusivo di armi da fuoco e diecimila lire per mancata denuncia della pistola, con la condizionale. I difensori presentano immediatamente appello. Il 13 luglio 1963 la corte d'appello di Roma dichiara di non doversi procedere contro Pasolini per estinzione del reato intervenuta per amnistia. L'avvocato di Pasolini, Berlingieri, ricorre in cassazione per ottenere l'assoluzione con formula piena, ma ottiene solo un'assoluzione per mancanza di prove.

Denuncia Antonio Vece
Antonio Vece, un maestro elementare di Avellino sporge denuncia presso la polizia giudiziaria di Roma contro Pasolini. Dichiara di essere stato avvicinato da Pasolini, di essere salito sulla sua Giulietta, di essere stato portato in aperta campagna, minacciato, malmenato e derubato di un capitolo di un suo romanzo. Due giorni dopo, al commissariato di polizia di Centocelle, confessa di aver inventato ogni cosa. Viene denunciato per simulazione di reato, che sarà archiviata in data 2 dicembre 1965. 

Causa civile Pagliuca

L'ex deputato democristiano, avvocato Salvatore Pagliuca, cita in giudizio Pasolini e la società Arco film. La denuncia si riferisce al film Accattone, e al fatto che un personaggio di malavita del film, ha lo stesso nome dell'avvocato. Chiede la soppressione del suo nome dal film e il risarcimento per danni morali e materiali. Pagliuca usa questa vicenda a scopi elettorali per la propria elezione al parlamento. Non viene rieletto e il giudizio si chiude con una sentenza che respinge il risarcimento dei danni morali e con l'obbligo di eliminare il nome del Pagliuca dal film. Obbliga Pasolini e la Arco Film al risarcimento dei soli danni materiali.


Mamma Roma.

Il tenente colonnello Giulio Fabi denuncia alla procura della Repubblica di Venezia il film Mamma Roma, proiettato alla XXIII Mostra del cinema di Venezia, per offesa al comune senso della morale e per il contenuto osceno. Soliti attacchi dei giornali della destra italiana, che questa volta si traducono in atti di boicottaggio e di violenza da parte dei gruppi di estrema destra. Il 5 settembre 1962, il magistrato giudica infondata la denuncia e dichiara di non doversi procedere l'azione penale.


Aggressione Di Luia. 
Serafino Di Luia insieme ad altri giovani neofascisti appartenenti ad associazioni di estrema destra, aggredisce Pasolini durante la proiezione di Mamma Roma, nel cinema Quattro Fontane di Roma. Ne nasce una rissa, cui partecipano, in difesa di Pasolini, Citti e altri amici del regista. A questa seguono una serie di aggressione fasciste a cui Pasolini non farà mai seguire una denuncia. Laura Betti, amica di Pasolini, viene aggredita e picchiata da un giovane che risulterà aderente a "Nuova Italia" e che partecipò alla rissa del cinema Quattro Fontane. 

Querela Bernardino De Santis. 
"Un giorno, un pazzo m'ha accusato di averlo rapinato (con guanti e cappello neri, le pallottole d'oro nella pistola): tale accusa è passata per buona e attendibile, perché a un livello culturale sottosviluppato si tende a far coincidere un autore coi suoi personaggi: chi descrive rapinatore e rapinato" [Pier Paolo Pasolini, articolo apparso su "L'Espresso"]. Per queste parole, Bernardino De Santis, il barista rapinato al Circeo, querela Pasolini per diffamazione. Il 31 gennaio 1967, il Tribunale di Roma "dichiara di non doversi procedere" contro Pasolini, "per essere il reato estinto per intervenuta amnistia".  

Processo per il film Teorema
Il sostituto procuratore della Repubblica di Venezia denuncia Pasolini, quale autore del film Teorema, per offesa al comune senso del pudore. Il 13 settembre 1968, la procura della Repubblica di Roma ordina il sequestro del film per oscenità. Il Tribunale di Venezia assolve Pasolini "perché il fatto non costituisce reato". La corte d'appello conferma la sentenza di primo grado. 

Incauto affidamento
 Nel 1969 Pasolini viene denunciato dalla polizia stradale al pretore di Bologna, per aver affidato la guida della sua automobile, Giulietta TI, a Carmelo Tedesco, sprovvisto di patente di guida. Pasolini in giudizio dichiara di aver dato la macchina a Ninetto Davoli che a sua volta l'ha prestata a un giovane con la patente, che insieme al Tedesco si è fermato a un distributore. Invitato a spostare l'auto mentre il giovane patentato non è presente, Carmelo Tedesco viene fermato dalla polizia stradale. Il pretore di Bologna assolve Pasolini "perché il fatto non sussiste". 

Invasione di edificio
Pasolini, insieme a Zavattini, Massobrio, Ferreri, Angeli, Maselli e De Luigi, viene processato per aver turbato l'altrui possesso di cose immobili, trattenendosi oltre l'ora stabilita nei locali del Palazzo del cinema di Venezia. I fatti si riferiscono alla dura contrapposizione per l'autogestione da parte degli autori cinematografici della Mostra del cinema di Venezia. Pasolini e gli altri imputati vengono assolti "perché i fatti ascritti non costituiscono reato" 

La morte di cinquanta pecore (Porcile)
Giovanni Longo di Nicolosi (Catania), allevatore di ovini, denuncia Pasolini e il produttore Gianvittorio Baldi, in quanto responsabili della morte di cinquanta pecore. Longo asserisce che la notte tra il 24 e 25 novembre 1968, in contrada Serra La Nave di Nicolosi, un branco di cani affamati e infreddoliti, dopo essere stati liberati il giorno precedente al termine delle riprese di Porcile, si sono introdotti nell'ovile ammazzando cinquanta pecore. Il procedimento dura cinque anni. Il 20 novembre 1971, il Tribunale civile di Catania respinge la richiesta di risarcimento danni. 

"Lotta Continua"
Dal primo marzo 1971 Pasolini risulta ufficialmente direttore responsabile del periodico "Lotta Continua", organo di un gruppo extraparlamentare dell'estrema sinistra. Ciò è dovuto alle leggi italiane che impongono che ogni pubblicazione debba avere un direttore iscritto al ruolo dei giornalisti professionisti. Così gli esponenti di Lotta Continua chiedono agli intellettuali italiani iscritti all'albo dei giornalisti, di assumere a rotazione la carica di direttore del loro periodico. Pasolini accetta, pur non condividendo la linea politica di Sofri e compagni, è quindi direttore di "Lotta Continua" dal 1 marzo al 30 aprile 1971. Il 18 ottobre 1971, la corte d'assise di Torino processa Pasolini insieme agli altri esponenti di Lotta Continua per aver svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dello Stato; e di avere, quindi, pubblicato e istigato a commettere delitti. Il 18 ottobre 1971, la Corte d'assise di Torino sospende il processo e rinvia a nuovo ruolo.

Processo per il film Decameron. 

Il film, ispirato alle novelle del Boccaccio, subisce una persecuzione continua. Fioccano le denuncie da tutte le parti del paese. Il film viene sequestrato. E' il segno più evidente di una serie di paranoici di cui Pasolini è ormai bersaglio privilegiato.

Processo per il film I racconti di Canterbury. 

Il procuratore della Repubblica di Benevento (dove fu proiettato per la prima volta il film) accusa Pasolini di oscenità. Dopo tre giorni, e su richiesta del Pubblico Ministero, il giudice istruttore archivia la denuncia. Il film viene giudicato quattro volte e quattro volte prosciolto dall'accusa di oscenità.
Altre otto denunce arrivano alle procure di: Mantova, Viterbo, Frosinone, Venezia, Latina. Le disavventure giudiziarie seguite al film I racconti di Canterbury danno un quadro chiaro del clima persecutorio in cui si muoveva Pasolini.

Processo per il film Il fiore delle Mille e una notte
Il film, prima ancora di essere immesso nel circuito cinematografico, viene denunciato da una donna che l'ha visto in anteprima.Il giudice istruttore del tribunale di Milano decreta di non doversi promuovere azione penale contro il film.

Processo [postumo] per il film Salò o le centoventi giornate di Sodoma
Il film viene censurato e se ne vieta la distribuzione. Il divieto viene annullato nel dicembre del '75; segue una denuncia dell'Associazione nazionale per il buoncostume all'autorità amministrativa. Il produttore del film, Alberto Grimaldi, viene processato dal tribunale di Milano, e imputato presso la procura di Venezia per presunta corruzione di minorenni. Quest'ultima supposizione si rivelerà inammissibile. Il tribunale di Milano condanna Grimaldi a due mesi di reclusione, duecentomila lire di multa, e dispone il sequestro del film. Il ricorso in appello porta all'assoluzione di Grimaldi, e al dissequestro del film solo a condizione di alcuni tagli. Il film viene tagliato per un totale di cinque minuti. Nel giugno del 1977 il pretore di Grottaglie in provincia di Taranto, Evangelista Boccumi, dispone un nuovo sequestro del film. Dodici giorni dopo il sostituto procuratore della Repubblica di Milano stabilisce che il sequestro di Salò è palesemente illegittimo, e ne dispone l'immediato dissequestro.

Fonte:
http://www.scudit.net/mdpasprocessi.htm



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Di Adriano Sofri
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