giovedì 16 maggio 2013

Lampi sull'Eni. Petrolio e il capitolo scomparso

"ERETICO & CORSARO"

tratto da archivio storico dell'Unità

Lampi sull'Eni. Petrolio e il capitolo scomparso
Il 10 gennaio del 1975 Pier Paolo Pasolini dichiara: “Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”.
Il poeta quel libro non riuscirà a terminarlo e il manoscritto sarà pubblicato postumo da Einaudi nel 1992 con il titolo scelto dall’autore: Petrolio.
L’11 marzo 2010 l’Adnkronos batte una notizia strana. Eccola: “Il mistero resta fitto. Alla ventunesima Mostra del Libro Antico di Milano il capitolo inedito 'Lampi sull'Eni' di 'Petrolio' di Pier Paolo Pasolini non c’è. Il suo ritrovamento era stato annunciato da Marcello Dell'Utri, senatore del Pdl e bibliofilo. Ma alla mostra 'L'appunto 21' del romanzo incompiuto dell'intellettuale assassinato nel 1975 non ci sarà”.
La prima domanda è quasi scontata: che ci azzecca Marcello Dell’Utri con Pasolini? Ovvero, perché il senatore del PdL ha annunciato in pompa magna il ritrovamento di un inedito di Pasolini e poi ha fatto un passo indietro?
La storia l’ha raccontata lo stesso Dell’Utri, o almeno ne ha proposto la sua versione. Eccola.
Il 2 marzo il senatore, non nuovo a boutade legate alla sua passione per i libri rari, annuncia che alla Mostra del Libro Antico "“Un inedito che potrebbe svelare molti misteri italiani. Si infittisce così ''il giallo della tragica scomparsa di Mattei, la stessa scomparsa di Pasolini e forse qualche altro fatto dell'epoca che ormai fa parte dei cosiddetti misteri d'Italia. Quelle cose che ancora oggi sono tutte da scoprire".
"Non si facciano strumentalizzazioni, non parlo di queste cose perché obiettivamente non so ancora cosa ci sia stato dietro a questi misteri. Certamente un cosiddetto giallo quello sì, potrebbe esserci stato e se venisse fuori una trama vera con la soluzione finale, sarebbe un bene per tutti".
"Non ho ancora letto queste pagine, ho letto una sintesi. Non saprei dire se queste scritture siano di Pasolini o meno. In ogni caso, aspetto di vedere questo dattiloscritto che mi è stato annunciato. Però - rimarca il senatore bibliofilo - c'è una cosa interessante: si è scoperto o meglio dissotterrato forse un libro che era scomparso, libro dal quale Pasolini trae le argomentazioni per il famoso capitolo 'Lampi sull'Eni' di 'Petrolio'. Questo libro ('Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente' di un autore anonimo che si firma Giorgio Steimetz, ndr) è un libro che fu editato nel 1972 e sparì dal mercato, in maniera direi quasi rocambolesca perché non fu proprio neanche depositato nelle biblioteche nazionali per il deposito obbligatorio, quello legale. Per cui già la scoperta di questo libro mi sembra interessante, poi vedremo il resto. L'appuntamento è alla Mostra del Libro antico".
Da quanto si riesce a capire qualcuno proveniente da Roma va da Marcello Dell’Utri (probabilmente a causa della sua nota passione per i libri rari) e gli propone di acquistare un capitolo inedito e “perduto” del libro incompiuto di Pier Paolo Pasolini. Il senatore è tanto sicuro di poterlo avere che addirittura ne annuncia l’esposizione alla Mostra del Libro Antico. Poi accade qualcosa e il capitolo ritrovato scompare di nuovo.
Questa la versione di Dell’Utri. Ma il mistero resta fitto. Qualcuno nell’apprendere la notizia non ha potuto trattenersi dal dire:”Ecco chi ce l'aveva!” Al di là delle vicende poco chiare che potrebbero riguardare il manoscritto, resta irrisolto il problema dell’attribuzione. La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, ha sempre sostenuto che il capitolo non è scomparso perché non c’è nessun capitolo sfuggito ai curatori dell’edizione Einaudi del 1992. Però nel capitolo successivo Pasolini fa riferimento alle imprese antifasciste nella Resistenza di Mattei dicendo di averne già parlato nel paragrafo 'Lampi sull'Eni'. Per cui o Pasolini questo capitolo non l’ha mai scritto, pur avendo in animo di farlo, oppure “qualcuno” potrebbe averlo rubato nelle ore successive alla sua morte.
Dell’Utri potrebbe avere semplicemente mentito, ovvero aver fatto una “sparata delle sue” per richiamare attenzione mediatica sulla Mostra del Libro antico a lui tanto cara, oppure potrebbe essersi spaventato dalla prospettiva di dover spiegare da chi e come lo ha avuto, o anche il misterioso visitatore potrebbe essersi eclissato dopo il clamore delle dichiarazioni del senatore per lo stesso motivo.
Ma la storia non è finita.
Il 17 marzo Walter Veltroni presenta un'interrogazione parlamentare al ministro Sandro Bondi, mettendo in dubbio l'esistenza di quel capitolo.
Stiamo parlando – dice Veltroni in aula – del volume Petrolio
di Pierpaolo Pasolini, che è l'ultimo volume al quale ha lavorato nei tre anni che hanno preceduto la sua morte. Si tratta di un volume incompiuto dedicato ad una complessa storia immersa nelle vicende italiane degli anni Sessanta e Settanta, uscito con alcune parti incomplete, in particolare con un capitolo che, siccome il libro è strutturato per appunti, è l'appunto 21, del quale esiste il titolo che, nell'edizione pubblicata da Einaudi, (edizione curata filologicamente in maniera molto attenta dal professore Roncaglia), è intitolato «Lampi sull'ENI». È un appunto in bianco perché non risulta da nessuna parte che sia stato autenticamente scritto. Vi è un richiamo nel capitolo successivo all'appunto 21, ma da molte parti si lascia intendere, o si interpreta, questo richiamo come un richiamo a qualcosa di cui si aveva in testa la struttura, ma che sarebbe stato successivamente scritto. Sia come sia, non risulta né nella disponibilità della famiglia, né nella edizione pubblicata da Einaudi, l'esistenza di questo capitolo, peraltro, evidentemente, importante - se non altro per il titolo - nella struttura dell'opera e, essendo l'ultima opera di uno dei più grandi intellettuali italiani, per la cultura del nostro Paese.
Questo è il tema del quale stiamo parlando perché qualche settimana fa, tra il 3 e 4 marzo, questo capitolo è salito alla ribalta della cronaca allorché un senatore della Repubblica, il senatore Dell'Utri, ha annunciato di esserne in possesso. Faccio riferimento a frasi tra virgolette citate da giornali assolutamente non sospettabili di malizia che in questo caso sarebbe, peraltro, culturalmente non giustificabile in quanto parliamo di una cosa che o c'è o non c'è.
Mi riferisco ad un'intervista rilasciata a Il Tempo dal senatore Dell'Utri il giorno 3 marzo: «Sono quindici pagine inquietanti. Con feroci accuse a Cefis. Se avrò la conferma dell'autenticità allora ci troviamo di fronte ad un materiale che scotta... - Perché usa il condizionale? - Perché sono in possesso di un dattiloscritto di una quindicina di pagine che non è l'originale, si tratta di una sorta di sunto dei 78 fogli che componevano il capitolo scomparso. Come se qualcuno li avesse letti e condensati...». «Ha letto quelle pagine?» gli domanda la giornalista; risposta: «Parlano dell'ENI dell'epoca, di loschi intrecci, di particolari sulla morte di Enrico Mattei. Contengono feroci accuse a Cefis». Chiede la giornalista. «Insomma, ordine, affinché questo mistero della storia del nostro paese venga chiarito un tuffo in uno dei gialli irrisolti di questo Paese?». «In più di un giallo - dice Dell'Utri - perché si collega ad altri enigmi. La morte di Mauro De Mauro quella dello stesso Pasolini». Sono frasi di un senatore della Repubblica.
Su Libero, sempre Dell'Utri afferma: «Si pensa che in queste pagine l'autore abbia indirettamente parlato di molti aspetti oscuri della storia dell'ENI come lo stesso attentato a Mattei. Io le ho lette e le ho trovato inquietanti». Già qui non si capisce se abbia letto il sunto o il testo integrale. Qualcosa, però si è lasciato sfuggire su Il Giornale Alessandro Noceti, il curatore dell'iniziativa presso la quale il senatore Dell'Utri ha annunciato che sarebbe stata esposta questa parte mancante del romanzo Petrolio. Cito testualmente: «Si tratta di un testo di 120 pagine - siamo passati da 78 a 120 - inedite ritrovate pochi giorni fa. Le pagine erano all'interno di una cassa. La cassa apparteneva ad un istituto che ne è anche il proprietario».
Sul Corriere della Sera del 12 marzo, dopo che il senatore Dell'Utri aveva smentito che sarebbero stati pubblicati questi fogli perché ha sostenuto che chi li aveva era improvvisamente sparito, c'è scritto: «La persona che me le ha promesse è scomparsa». Domanda: «Ma lei le ha viste?». Risposta: «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poter leggere con calma dopo».
Invece, come abbiamo visto, nelle altre interviste sosteneva di averli letti, esaminati e persino ne descriveva il contenuto in una forma assolutamente inquietante, cioè come pagine che avrebbero consentito all'Italia di sapere delle verità sulla morte di Mattei, di Mauro De Mauro, e sulla morte dello stesso Pier Paolo Pasolini.
Domanda di Paolo Di Stefano del Corriere della sera: «Che fisionomia avevano?». Risposta: «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano»; poi preciserà che sono esattamente 78 di un totale di circa 200. Inoltre, sono sempre parole di Dell'Utri riportate da la Repubblica: «C'è un giallo perché credo che questo capitolo sia stato rubato dallo studio di Pasolini; è un capitolo inquietante per l'ENI, di grande interesse, perché si lega alla storia del Paese, a Eugenio Cefis, alla morte misteriosa di Enrico Mattei e di Pasolini».
Ne Il Messaggero del 9 marzo c'è un'intervista al senatore Dell'Utri: «Ma quindi lei il capitolo non ce l'ha? No, non ce l'ho. Ma l'ha visto? Si, me lo hanno mostrato. E poi? E poi chi me lo ha proposto è sparito». Sempre su Il Messaggero, stavolta del 12 marzo: «Io so chi è il proprietario, lo conosco, ma sono giorni che lo cerco e non si fa trovare; evidentemente si è spaventato per il clamore che avete suscitato voi giornalisti». I giornalisti si sono limitati a riportare delle frasi il cui carattere evidentemente rilevante è palese. Ancora su La Stampa del 3 marzo: «C'è un giallo. Credo sia stato rubato dallo studio di Pasolini».
Che cosa possiamo decriptare da queste dichiarazioni tra loro separate, confuse e contraddittorie? Stiamo parlando di un testo che, se esiste, ha un'importanza che il senatore Dell'Utri ha sintetizzato molto efficacemente, e cioè, se esiste, avremmo a disposizione un materiale che ci consentirebbe di fare luce su questi momenti della storia.
Pier Paolo Pasolini stava scrivendo questo romanzo, per cui si era documentato particolarmente; presso il Gabinetto Vieusseux, che conserva le carte di Pier Paolo Pasolini, esistono ampi materiali di quello che Pasolini aveva raccolto per scrivere queste pagine. Il senatore Dell'Utri dice che le ha lette, o ne ha letto un sunto. Non si capisce bene se e perché questo sunto di quindici pagine non gli sarebbe stato consegnato, non essendo l'originale di 78, o come dice l'altra persona di 200, di proprietà di un istituto. Insomma c'è una grande confusione e un grande mistero attorno alla vicenda di questo capitolo.
Se questo capitolo esiste come è arrivato nelle mani di qualcuno? Questo capitolo, se esiste, doveva essere a casa di Pier Paolo Pasolini. Chi lo ha portato via dalla casa? Chi lo ha consegnato a mani diverse da quelle della famiglia e dei curatori della sua opera? Come è arrivato a questo fantomatico interlocutore che si sarebbe rivolto al senatore Dell'Utri, mostrandogli o facendogli leggere l'integrale o un sunto, il cui contenuto il senatore Dell'Utri evidentemente conosce bene, perché ne parla nei termini drammatici nei quali ne ha parlato? Questa è un'ipotesi, cioè l'ipotesi che Pier Paolo Pasolini abbia veramente scritto questo capitolo e che questo capitolo dunque sia stato trafugato da qualcuno e messo nelle mani di altri che non avevano titolo per averlo.
È evidente che in questo caso si tratterebbe di qualcosa di illegale, e come tale dovrebbe essere affrontato e perseguito. Ma dobbiamo fare anche altre ipotesi, cioè che questo capitolo non esiste (come dice la sua famiglia). Ma se questo capitolo non esiste, se questo capitolo Pier Paolo Pasolini non l'ha mai scritto (nonostante avesse raccolto molto materiale e tra questo materiale, e nella misteriosissima vicenda attorno a questa storia, c'è come base di riferimento un testo che fu pubblicato nel 1972 e fatto sparire nel giro di poche ore dal mercato, libro che Pasolini aveva avuto da qualcuno, e c'è anche il riferimento degli storici che si sono occupati di questa vicenda su chi lo avrebbe consegnato a Pasolini; si tratta, lo ripeto, di un testo di base, di un libro contro Cefis che fu pubblicato nel 1972), di cosa stiamo parlando? Perché il senatore Dell'Utri annuncia all'opinione pubblica, al mondo culturale di questo Paese, di avere avuto a disposizione un sunto o l'integrale di un testo, e dice - avendolo letto - che questo testo consentirebbe di sapere di più su misteri come il caso Mattei, la sparizione di Mauro De Mauro e la morte dello stesso Pier Paolo Pasolini?
Questa è la ragione, signor Ministro, per la quale mi sono permesso di disturbarla: chiedere che cosa il Governo intende fare per chiarire questa vicenda. Non stiamo parlando di una vicenda che attiene esclusivamente ad una discussione di carattere letterario e intellettuale che, peraltro, sarebbe comunque importante nell'ambito delle responsabilità del Ministero. Qui stiamo parlando di qualcosa di più importante che ha a che vedere con la storia e la parte più dura e più oscura della storia italiana.
Personalmente sono tra coloro - questa è una mia opinione personale - che ritengono che sulla morte di Pier Paolo Pasolini debba essere fatta luce. Lo penso da anni e ne sono ancora convinto. Sono state emanate sentenze, peraltro, contraddittorie nei tre gradi di giudizio, ma comunque alla fine è stata emanata una sentenza che ha stabilito una verità processuale della quale bisogna prendere atto.
Dal punto di vista storico rimangono in me moltissimi dubbi e sono dubbi accompagnati da una parte consistente dell'opinione pubblica, ma in questo momento non c'entrano. In questo momento ciò su cui mi permetto di richiamare l'attenzione del Governo è sapere che cosa il Governo intende fare per dire una parola di verità su questa vicenda. Si tratta di un senatore della Repubblica che ha reso dichiarazioni pubbliche e che afferma di aver avuto a disposizione un testo, di averlo consultato e letto. Riporta i contenuti di questo testo e, dunque, dobbiamo essere messi nella condizione di sapere se questo testo esista o non esista.
Ritengo che il Governo abbia gli strumenti o comunque il dovere di intervenire per chiarire quello che rischia, altrimenti, di essere uno dei tanti misteri, anche con tutti i rischi che possa essere inteso come un gioco di segnali o di altre cose che non è bene che in un momento così avvelenato della vita del nostro Paese possano essere messi in circolo
".
Il Ministro Sandro Bondi, presente in aula gli risponde immediatamente.
"
Sono lieto di rispondere personalmente all'interpellanza urgente dell'onorevole Veltroni e dell'onorevole Ventura perché anch'io sono sinceramente interessato a capire e a far luce, se sarà possibile, sulla vita drammatica di uno dei più grandi intellettuali e scrittori del nostro Paese, e su alcuni aspetti ancora oscuri della storia del nostro Paese. Ciò mi permette in primo luogo di precisare che il Ministero per i beni e le attività culturali non ha mai avuto notizie formali dirette della possibile esistenza di un dattiloscritto contenente un capitolo del romanzo postumo Petrolio di Pier Paolo Pasolini.
Al riguardo proprio a seguito della interpellanza sua, onorevole Veltroni, e dell'onorevole Ventura, ho ritenuto opportuno e necessario prendere contatti diretti con il senatore Marcello Dell'Utri, il quale mi ha confermato quanto lui stesso ha comunicato nelle scorse settimane ad alcuni organi di informazione nel corso di interviste e dialoghi che lei stesso questa mattina ha citato ampiamente, tratti da diversi quotidiani e da diverse riviste anche di carattere culturale.
Il senatore Dell'Utri mi ha confermato quanto ha comunicato agli organi di informazione e cioè che, effettivamente, avrebbe preso visione e letto un manoscritto di circa settanta pagine di carta velina che avrebbe dovuto costituire proprio un capitolo del romanzo di Pier Paolo Pasolini. Il senatore Dell'Utri sarebbe stato contattato qualche tempo fa da una persona che gli avrebbe mostrato questo manoscritto e lo stesso senatore Dell'Utri aveva la speranza di poterlo esporre nel corso della «Mostra del libro antico» di Milano, come lui stesso ha detto alla stampa.
Dopo la risonanza che questa notizia ha avuto sulla stampa, come lei ha ricordato, questa persona non avrebbe più preso contatti con il senatore Dell'Utri, facendo cadere, quindi, la possibilità di esporre questo manoscritto alla «Mostra del libro antico» di Milano, presumibilmente - e cito le parole dello stesso senatore Dell'Utri - intimorita dall'eco che tale notizia aveva nel frattempo suscitato.
Personalmente non so niente di più di quello che in questo momento ho riferito. Era doveroso, da parte mia e da parte del Ministero, rispondere immediatamente alla sua interpellanza urgente, considerata l'importanza che questa vicenda può avere non solo per la storia della nostra letteratura, naturalmente, ma anche - lo ripeto - per fare piena luce sulla vita di Pier Paolo Pasolini e su alcune vicende ancora misteriose della nostra storia nazionale visto che, come lei ha ricordato, in questo manoscritto vi sarebbero riferimenti, appunto, ad aspetti, momenti e vicende della nostra storia, come gli avvenimenti dell'ENI, del Cefis e altri temi sui quali ancora sarebbe necessario fare piena luce.
In conclusione, mi riservo di svolgere, per quanto di mia competenza e di mia responsabilità, a seguito della sua interpellanza urgente, degli ulteriori accertamenti anche attraverso il Comando generale dei carabinieri per la difesa del patrimonio culturale del nostro Paese e nel caso in cui avrò ulteriori notizie - ma anche nel caso in cui non ne avrò - informerò immediatamente il Parlamento, così come ho fatto questa mattina
".
Poi oggi
una lettera di Veltroni è stata pubblicata su il Corriere della Sera. Vi si chiede la riapertura delle indagini sull’omicidio del poeta.di Igor Patruno

Fonte:
http://www.igorpatruno.it/1/lampi_sull_eni_petrolio_e_il_capitolo_scomparso_4739156.html






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Pasolini - PROFONDO NERO

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PROFONDO NERO

PROFONDO NERO - igor patrunoDi sequito un capitolo del libro PROFONDO NERO, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, edito da A Chiare Lettere. Il libro avanza l'ipotesi di un collegamento tra l'inchiesta che Pasolini stava conducendo per scrivere Petrolio, il romanzo rimasto incompiuto sul quale stava lavorando da almeno tre anni, e la sua tragica morte.

Dario Bellezza, amico e discepolo di Pasolini, nel suo libro Il poeta assassinato scrive: «Pier Paolo mi disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuto dei documenti compromettenti su un notabile Dc». E aggiunge: «Per me, ne sono più che convinto, c’è stato un mandante ben preciso che va ricercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano».

C’è davvero un potente democristiano dietro l’uccisione di Pier Paolo Pasolini? Chi è? E lo stesso personaggio che, negli appunti di Petrolio, diventa il simbolo vivente della perversa natura del potere in Italia? Pasolini, scrivendo l’ultimo romanzo della sua vita, vuole sferrare un attacco frontale a quell’uomo temuto e misterioso? Quello che sappiamo è che Pasolini, scrivendo Petrolio, è letteralmente ossessionato da Cefis. Il famoso «articolo delle lucciole», quello in cui il poeta diceva che avrebbe dato l’intera Montedison, per avere in cambio una luc¬ciola, si conclude con il riferimento all’uomo forte dell’industria italiana: «A ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola» (Corriere della Sera, 10 febbraio 1975). Un messaggio? Una sfida? Sappiamo anche che, prima di mettere mano a Petrolio, Pasolini ha letto avidamente il libro Questo è Cefìs. L'altra faccia dell’onorato presidente, scritto da un tal Giorgio Steimetz, da alcune fonti indicato come pseudonimo del giornalista Corrado Ragozzino,quest’ultimo direttore dell’agenzia di stampa Ami (Agenzia Milano Informazioni). Il libro glielo ha mandato in fotocopia lo psicoanalista Elvio Fachinelli, come attesta una lettera del 20 settembre 1974.
In quell’anno, Fachinelli dirige una rivista, «L’erba voglio», che curiosamente si è occupata molto di Cefis, di cui ha pubblicato articoli e interventi. Perché il volume arriva a Pasolini in fotocopia?
Il libro di Steimetz, edito nell’aprile del 1972 dalla stessa Ami (finanziata tra gli altri dall’Ente minerario siciliano di Graziano Verzotto), era immediatamente sparito dalla circolazione, al punto che ancora oggi è irrintracciabile anche nelle più importanti biblioteche e non compare mai in nessuna bibliografia. Non certo per caso.
Scrive Steimetz nel suo volume su Cefis:
«Ridurre al silenzio, e con argomenti persuasivi, è uno dei tratti di ingegno più rimarchevoli del presidente dell’Eni». Gli fa eco Pasolini, in Petrolio, descrivendo il suo personaggio Troya:
«Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare in ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui, era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire».
Negli archivi del Gabinetto Viesseux di Firenze, dove sono conservate, oltre al manoscritto originale di Petrolio, anche le carte preparatorie del romanzo e i materiali che Pasolini andava consultando, si trovano ancora le fotocopie del libro «proibito» di Steimetz, con le note e gli appunti manoscritti del poeta.
Anche il pm Gaia ne ha fortunosamente rintracciato una copia, su una bancarella di Pavia, e lo ha inserito tra gli atti della sua inchiesta, sottolineando che tutte le pagine sulle attività imprenditoriali di Troya-Cefis e sulle società a lui collegate, Pasolini le deve proprio al libro di Steimetz, di cui Petrolio rappresenta, per questa parte, né più né meno che la parafrasi letteraria.
Ben diverso è il discorso per quanto riguarda il ritratto psicologico di Troya. Qui Pasolini ci mette del suo, va oltre l’analisi giornalistica di Steimetz: il poeta costruisce il suo personaggio immaginando di aver scrutato e scandagliato a fondo l’animo di Cefis che, a quel tempo, durante la stesura di Petrolio, è diventato ancora più potente, essendo ormai più che saldo al timone della Montedison. Attenzione ai passaggi: nel 1967 Cefis è presidente dell’Eni. Nel 1971 conquista la Montedison e ne diventa presidente, comprando le azioni con l’aiuto di Enrico Cuccia (Mediobanca) e Fanfani. Pasolini studia i movimenti della finanza italiana e ne analizza i rapporti con il potere politico.
Per Pasolini, Cefis è una chiave di accesso per comprendere la profonda degenerazione della politica italiana.
Lo scrittore ne coglie le ambiguità e le riassume sotto la categoria che lui stesso chiama del «misto». Oggi, quella che Pasolini individua come tratto distintivo della classe politica italiana, si potrebbe definire «vocazione alla trasversalità», una caratteristica che permea tutta la cultura politica e che trova le sue radici proprio nella formazione «mista» (repubblicana e cattolica, ovvero comunista e pretesca nello stesso tempo) della Resistenza, fucina della successiva Assemblea Costituente, a sua volta progenitrice della classe politica italiana.
Scrive Pasolini che Troya, alias Cefis, rivela un «misto della sua personalità, che si manifesta sin dai tempi della sua giovinezza», come dimostra anche la sua esperienza di partigiano in una «formazione mista degasperiana e repubblicana», che lottava sui monti della Brianza.
Ed ecco la descrizione del protagonista Aldo Troya, alias Eugenio Cefis, come la presenta Pasolini in Petrolio. È l’Appunto 22.

Lui, Troya, è un uomo sui cinquant’anni, ma ne dimostra meno. La prima cosa che colpisce in lui è il sorriso. Colpisce, prima di tutto, perché si sente subito che è un sorriso divenuto stereotipo poi. Egli è un uomo pubblico, quindi è costretto a sorridere, a quanto pare: ma il suo anziché essere un sorriso, è [...] rassicurante, splendente, anzi, radioso, da «uomo medio», che essendo un bravo padre di famiglia, un simpatico lavoratore, un buon cattolico, non ha niente da rimproverarsi: [nemmeno naturalmente, quel suo sorriso] con tutti i denti fuori con cui dichiara in fondo di non prendere tanto sul serio la vita, dato che già la vita di per se stessa è bella, degna di esse¬re vissuta, e proprio in quel modo. No. Non si trattava di un sorriso di questo genere, tanto comune e diffuso tra gli uomini pubblici. 11 sorriso di Troya è invece un sorriso di complicità, quasi ammiccante: è decisamente un sorriso colpevole. Con esso Troya pare voler dire a chi io guarda che lui lo sa bene che chi io guarda io considera un uomo abbietto e ambizioso, capace di tutto, assolutamente privo di un punto debole, malgrado quella sua aria da cx collegiale povero e da leccapiedi da sagrestia: e vuoi dire al tempo stesso, a chi io consi¬dera tale, che lo può pure fare, e che, se per caso, su questo punto, ci fossero dei conti da regolare, la cosa era, oggettivamente, rimandata sine die (cioè al giorno in cui Troya non fosse stato più un potente). [...] Troya, cioè, sorridendo furbescamente, voleva far sapere ininter¬rottamente, senza soluzione di continuità, e a tutti che egli era furbo. Quindi che lo si lasciasse andare, per carità, che lui «sapeva certe cose», «aveva certi affari urgenti d’importanza nazionale» (che un giorno o l’altro si sarebbero saputi), che lui «era così abile e diciamo pure stri¬sciante» da cavarsela sempre nel migliore dei modi e nell’interesse di tutti. Naturalmente, essendo un sorriso di complicità, era anche un sorriso mendico: mendicava cioè compassione, sulla sua manifesta col¬pevolezza. [...] Ecco tutto ciò che si sapeva attualmente sulla sua per¬sona. Il linguaggio con cui egli si esprimeva era la sua attività, perciò io, per interpretarlo, dovrei essere un mercialista, oltre che un detecti¬ve. Mi sono arrangiato ed ecco cosa sono venuto a sapere”.

Al Gabinetto Viesseux, oltre alle fotocopie del libro di Steimetz, è possibile rinvenire altri materiali relativi a Cefis, come un suo discorso all’Accademia militare di Modena, pronunciato il 23 febbraio 1972, e i ciclostilati di altre conferenze; e persino l’originale di una conferenza intitolata Un caso interessante: la Montedison, tenuta l’11 marzo 1973 presso la Scuola di cultura cattolica di Vicenza, con annotazioni a margine dello stesso Cefis, da lui mai pronunciate.
Scrivendo Petrolio, Pasolini è davvero immerso nella personalità e nella psicologia di Cefis. Al punto che nel paragrafo dal titolo Storia del petrolio e retroscena (corrispondente agli appunti 20-30 di Petrolio, oggi alle pp. 117-118 del libro), l’autore si ripromette di inserire tutti i discorsi di Cefis, «i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito».
Petrolio è il romanzo che nel 1975 si configura come una dettagliata e ossessiva fenomenologia di Cefis, uomo-simbolo del potere italiano. Cefis è in quel momento il potentissimo manovratore della finanza italiana con solidi legami nei servi¬zi segreti. 


C’è un legame tra la sfida di Pasolini e la sua morte?

Fonte:
http://www.igorpatruno.it/1/profondo_nero_4739365.html


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Il ragazzo che non parlava mai

"ERETICO & CORSARO"


Il ragazzo che non parlava mai
Sono nato a Torpignattara, una zona della città che negli anni '50 segnava il confine tra i margini estremi del centro e la periferia. La stradina natia, chiusa tra orti e pratoni, venne asfaltata per la prima volta nel 1969, quando la mia famiglia si era da poco trasferita altrove. Di fronte il balconcino dove ho trascorso tanti pomeriggi della mia infanzia c'era l'osteria del "Sor Nino", il padre del pugile Franco Festucci. Il figlio aveva sposato una attricetta senza particolari doti espressive, Franca Marzi, proprio l'anno prima che Federico Fellini ne nobilitasse la maschera vistosamente ingrassata e sciatta con il ruolo della prostituta Wanda ne Le notti di Cabiria. Qualche anno dopo il matrimonio il padre organizzò nell'osteria una sorta di festa a cui parteciparono anche gli amici ed i colleghi di Franco. Tra gli altri capitarono Tiberio Mitri e Renato Tontini. Fu un evento e se ne parlò per mesi, anzi per anni.
A Torpignattara vivevano anche Franco e Sergio Citti. Loro due, insieme a Pier Paolo Pasolini e a Ninetto Davoli andavano spesso a cena in una trattoria con l'entrata proprio su via di Torpignattara Un locale intasato di odori intensi, sempre immerso nel fumo delle tante sigarette accese, che si apriva improvvisamente in cortiletto interno a cielo apero, stretto tra le mure dei palazzi circostanti.
Tra Torpignattara e Villa Certosa, un agglomerato di casupole quasi isolato su una modesta altura, c'erano ancora solo pratoni, piccoli orti e stradine sterrate.
Ci andavo con gli amici a "giocare a pallone" su campetti improvvisati, dove lo spazio delle porte era segnato da barattoli arrugginiti. Tra questi ce n'era uno taciturno. Talvolta si univa a noi. Calciava benissimo. Nessuno però gli dava confidenza, ne lui la cercava. Finita la partitella se ne andava senza dire nulla, senza salutare nessuno. Sapevo che abitava in una casupola della borgata Gordiani, assieme alla madre e alla sorella. Quando chiedevo notizie di lui i miei amici si guardavano tra loro e sorridevano senza commentare. Una domenica mattina lo incontrai, assieme alla sorella, su un pullman che transitava per via Torpignattara e che, assieme ai miei genitori, prendevo per raggiungere il lido di Ostia. Il Pullman era gestito da un privato e offriva il servizio Roma Sud - Ostia solo il sabato e la domenica. Giunto ad Ostia si fermava a richiesta davanti gli stabilimenti. Nel tardo pomeriggio faceva il medesimo percorso al contrario. Lui e la sorella scesero al Vittoria, lo stesso dove andava la mia famiglia a quei tempi. Ricordo una passeggiata sulla spiaggia assieme alla sorella. Aveva un visino anonimo e un seno già prosperoso nonostante l'età. Credo mi piacesse. Ad un tratto ci raggiunse il fratello e finimmo la passeggiata insieme, senza scambiarci nemmeno una parola. Se cerco di visualizzarlo mi viene in mente l'immagine di noi tre sulla battigia, tra le grida dei ragazzini, le signore con i costumi interi e i pattini rossi e bianchi, pronti ad essere sospinti in acqua. Quando tornammo alla spiaggia del Vittoria mio padre ci venne incontro e con uno sguardo mi fece capire che voleva parlarmi. Lo seguii sotto l'ombrellone e là venni a sapere che non gli piaceva il fatto che fraternizzassi con quel tipo. Ricordo ancora il suo breve rimbrotto: "Lasciali stare! La madre è una mignotta. Batte tutte le sere al Mandrione e lui è un 'marchettaro'. Si fa pagare da certe persone che invece di andare con le donne vanno con i ragazzi". Devo confessare che nell'ingenuità dei miei quattordici o quindici anni (non ricordo con precisione l'anno) non capii bene cosa potesse spingere quelle "certe persone" a cercare la compagnia del mio giovane amico.
Seppi solo molti anni dopo che quel ragazzo taciturno era poi finito nel giro dei giardinetti della Stazione Termini e conosceva benissimo Pino Pelosi.



di Igor Patruno
Fonte:


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PASOLINI. I TESTIMONI DEL DELITTO

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PASOLINI. I TESTIMONI DEL DELITTO


PASOLINI. I TESTIMONI DEL DELITTO - igor patrunoIl primo testimone che racconta una storia diversa da quella di Pino la Rana lo trova, la mattina del 2 novembre Furio Colombo, allora cronista de La Stampa, all’Idroscalo. La conversazione tra lui e l’individuo sarà ricostruita solo nel 1995 nel film di Marco Tullio Giordana, Pasolini. Un delitto italiano. In sintesi emerge che Pelosi non ha agito da solo.
Oriana Fallaci si becca una condanna per reticenza pur di mantenere riservata l’identità dell’informatore che le racconta una possibile dinamica degli eventi. Oriana era scrupolosa ed aveva incontrato l’informatore due volte, la seconda assieme a Libero Montesi, vicedirettore de l’Europeo il 13 novembre del 1975, ovvero il giorno prima della pubblicazione dell’articolo “Ucciso da due motociclisti”.
La Fallaci indicherà la sua fonte soltanto come “persona”, senza precisarne il sesso, “informata dei fatti” e non ne rivelerà mai l’identità. Si può supporre che fosse un frequentatore, probabilmente maschio, delle “baracchette” dell’Idroscalo, utilizzate indifferentemente da prostitute e omosessuali, e dai loro clienti. La “persona” racconta però de relato, ovvero racconta una dinamica che le è stato a sua volta riferita da un presunto testimone oculare. Racconta che Pasolini era giunto all’Idroscalo con la sua Alfa 2000 GT insieme a Pelosi, seguito da due individui su un “motorino”.
Un collaboratore della Fallaci riesce a far leggere l’articolo ad un altro “testimone”, non si capisce se diretto o indiretto, dell’omicidio. Fallaci lo chiama il “ragazzo che sa”. Forse si tratta di uno che ha partecipato all’aggressione, oppure di un “marchettaro” del giro dei giardinetti di Piazza dei Cinquecento che ha avuto informazioni di seconda mano. Ma potrebbe anche esserci un’altra ipotesi. Nonostante fornisca un paio di “conferme” che, guarda caso, lo stesso Pelosi riprenderà nell’ultima ricostruzione, “il ragazzo che sa”, prima di scomparire per sempre, propone la versione “minimalista” dell’aggressione, ovvero il tentativo di furto finito male: “Gli volevamo solà er portafojo e…”. Pier Paolo Pasolini però il portafoglio non lo aveva. Quando andava in giro di notte il portafoglio non se lo portava mai. Ninetto Davoli lo conferma. Erano stati a cena insieme dal Pomodorino a San Lorenzo proprio la sera del 1 novembre e Pier Paolo aveva pagato il conto staccando un assegno. Sempre secondo Davoli, oltre al libretto aveva un po’ di denaro contante appresso, “altrimenti – annota l’attore – avrebbe fatto al ristoratore un assegno di importo maggiore del conto della cena per farsi dare del contante”. Quelli che hanno conosciuto Pasolini hanno riferito che lo scrittore si era ritrovato altre volte in situazioni difficili da gestire, ovvero in presenza di individui che volevano solo rapinarlo e sapeva benissimo come comportarsi. Non avrebbe mai rischiato la vita per due o trecentomila lire. Qualche dubbio sul ruolo del “ragazzo che sa” allora viene. Si potrebbe addirittura ipotizzare che abbia provocato di proposito l’incontro con il collaboratore di Oriana Fallaci per “depistare” l’attenzione della giornalista da uno scenario più inquietante di quello del “tentativo di furto finito male”.
Dopo la pubblicazione dell’articolo “Ucciso da due motociclisti”, Oriana Fallaci incontra nel suo ufficio un tal Libero Malusà che il 12 novembre del 1975 dichiara in Questura di essere la “fonte” della Fallaci. Il tentativo sembra essere quello di screditare la giornalista. Il Malusà sostiene, di fronte ai poliziotti della Mobile, che la Fallaci avrebbe pubblicato le sue ipotesi senza precisare che si trattava semplicemente di deduzioni. Non ci vuole molto a capire che è una bufala. Libero Malusà, noto anche come Ivano Ferro, non solo non è l’informatore con cui la giornalista ha parlato, ma solo un millantatore che sostiene di aver fatto un sogno nel quale gli sarebbe apparsa la visione di una catenina e di un anello. Dalla “visione” lui avrebbe tratto una serie di considerazioni sull’omicidio.
Nonostante le ricerche effettuate dalla Questura di Roma, l’identità della “persona informata dei fatti” da cui Oriana Fallaci avrebbe avuto due incontri, resta sconosciuta. Non dubito dello scrupolo di Oriana Fallaci, tuttavia le dichiarazioni da lei raccolte sono “lacunose” e probabilmente inesatte almeno per due motivi. La prima motivazione è che essendo di “seconda mano” hanno già subito un taglio interpretativo alla fonte, la seconda motivazione è che l’informatore avrà certamente alterato anche lui il racconto recepito per non rischiare di essere individuato. In sintesi non reggono molto.
Sergio Citti, uno dei migliori amici di Pier Paolo Pasolini, aiuto regista in alcuni dei suoi film e fratello di Franco, il protagonista di Accattone, qualche giorno dopo la morte di Pasolini va all'Idroscalo, raccoglie testimonianze e gira un filmato riprendendo tutti i particolari del luogo del delitto. Il filmato viene assunto agli atti dell’inchiesta della magistratura e resta perciò secretato. Ho avuto modo di parlare con chi aiutò Sergio Citti a girare il filmato e sembra che il regista abbia avuto un colloquio con un “pescatore” di Ostia che avrebbe assistito all’aggressione di Pasolini e che sarebbe stato in grado di ricostruire in parte la dinamica degli eventi.
Sergio Citti ha sempre sostenuto che Pier Paolo cadde in un tranello tesogli, con la complicità di un piccolo malavitoso, tal Sergio Placidi, da qualcuno che voleva “ucciderlo”. Secondo Citti il tranello sarebbe scattato in seguito al furto di alcune “pizze”, avvenuto a Cinecittà, contenenti delle scene del film Salò. Pasolini ci teneva a recuperarle. Ma la prospettiva del recupero delle “pizze” è solo un pretesto: il furto potrebbe essere stato realizzato da individui che con Sergio Placidi non c’entrano nulla. Nei fatti Placidi indica a Citti una strada per entrare in contatto con chi avrebbe trafugato gli spezzoni di Salò da Cinecittà. Sergio ne parla immediatamente con Pier Paolo.
Un contatto diretto con Pasolini potrebbe essere stato stabilito attraverso un altro personaggio di cui si sono perse le tracce, taleAntonio Pinna, altro piccolo malavitoso del quartiere Donna Olimpia, assiduo frequentatore del poeta nelle sue ultime settimane di vita per motivi rimasti tuttora oscuri. Antonio Pinna il 14 febbraio 1976, a processo iniziato, scompare nel nulla, la sua auto viene rinvenuta parcheggiata all'aeroporto di Fiumicino, nel quartiere Donna Olimpiasi può trovare ancora oggi qualcuno disposto a dirti che fu eliminato perché sapeva la verità sulla morte di Pasolini.


di Igor Patruno






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Omicidio Pasolini - Tra sfondo sessuale e documenti scomparsi su Cefis

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Tra sfondo sessuale e documenti scomparsi su Cefis
di Paolo Di Stefano
Sul “Corriere della Sera” di mercoledì 6 febbraio, Paolo Di Stefano dedica questo ampio articolo a Frocio e basta (Effigie, 2012), scritto da Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti.
I tanti che, appena si sollevano dubbi sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, sorridono invocando il complottismo, possono stare tranquilli: avranno sempre ragione. Nessuno riuscirà mai a dimostrare nulla sulla morte dello scrittore. Intanto, per gli altri, i cosiddetti «complottisti», gli interrogativi restano. Che Pasolini sia stato ammazzato per ragioni sessuali rimane la verità ufficiale: il diciassettenne Pino Pelosi lo uccise all’idroscalo di Ostia nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 in una rissa. Punto. Questa certezza aveva molti vantaggi: per i letterati confermava l’idea di una morte coerente con la figura anomala dell’intellettuale che aspirava a entrare nel mito; per il movimento gay diventava l’emblema della violenza subita dagli omosessuali. Prende piede da qui la messa a fuoco fatta da Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti nel libro Frocio e basta, edito da Effigie.
La versione ufficiale subì un forte scossone quando, nel maggio 2005, Pelosi ritrattò la sua confessione, sostenendo di essersi accusato perché sotto minaccia: disse di poter ormai parlare perché gli autori della minaccia erano morti. Precisò che sul luogo del delitto c’erano due auto; che Pasolini si trovava lì per ricevere da un ignoto due bobine di Salò trafugate; che già conosceva lo scrittore. Emerse inoltre che il giovane con cui Pasolini cenò quella sera non era Pelosi ma un biondo con i capelli lunghi. Sono ritrattazioni che trovano conferma in altre testimonianze. Eppure nell’interpretazione dell’opera e della vita (compresa la morte) dello scrittore di Casarsa ha sempre funzionato una sorta di effetto metonimia: la parte (il sesso) per il tutto. «Pretendere di ricavare dalla sessualità dell’autore una verità sull’opera è una procedura fallace e criticabile – scrive la Benedetti -, ma volerne ricavare addirittura la verità del suo omicidio offende la logica, e ancor più il senso civile della verità, che non si fermano a ciò che è verosimile ma chiedono fatti e prove».

È vero che alle lacune probatorie non si riesce a rimediare nemmeno evocando Petrolio, ma ciò che non si può liquidare con una battuta è che l’elaborazione di quel libro, da parte dell’intellettuale più ascoltato del momento, entra in un insieme inquietante. È l’insieme delle morti che hanno come movente l’oro nero. Nel 2003 lo scriveva già il magistrato Vincenzo Calia nella Richiesta d’archiviazione del caso Mattei, citando appunto Petrolio. In quel romanzo incompiuto, che mescola l’allegoria erotica con i riferimenti alla storia e all’attualità politico-economica, l’autore arriva alle stesse conclusioni a cui venticinque anni dopo sarebbe giunto Calia dopo la sua lunga indagine. Lo scrive in uno schema riassuntivo intitolato Appunti 20-30. Storia del petrolio e retroscena: «In questo preciso momento storico (I Blocco politico) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)». Troya è il nome che nella finzione lo scrittore attribuisce a Eugenio Cefis. Era quanto aveva rivelato, peraltro, un misterioso libro firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz e intitolato Questo è Cefis. Il libro, uscito nel 1972 per l’Agenzia Milano Informazioni di Corrado Ragozzino, racconta la spregiudicata avventura di un capitano d’industria tra pubblico e privato, tra Stato e centri di potere occulto. L’Agenzia era finanziata dal democristiano Graziano Verzotto, della corrente rumoriana, braccio destro siciliano di Mattei e informatore segreto di Mauro De Mauro, il giornalista de «L’Ora» di Palermo ucciso nel 1970 mentre indagava sul caso Mattei, arrivando più meno alle stesse conclusioni riguardo alla responsabilità di Cefis. Il libro di Steimetz fu fatto sparire sistematicamente dalla circolazione, ma tra le carte di Pasolini, oggi depositate al Gabinetto Vieusseux, ci sono le fotocopie, che lo scrittore utilizzò come fonte. Tra quei materiali figurano anche altri documenti, sempre procurati da Elvio Facchinelli, animatore della rivista «L’Erba Voglio»: si tratta di tre conferenze (una inedita) di Cefis, compreso un discorso pronunciato all’Accademia militare di Modena il 23 febbraio 1972, che Pasolini voleva inserire nel romanzo, come cerniera tra la prima e la seconda parte.
Va inserito qui il mistero delle pagine di Petrolio che si presume siano sparite come cinque anni prima era sparito, con il suo autore, il dossier scritto di De Mauro che concludeva il lavoro commissionatogli dal regista Francesco Rosi sull’omicidio Mattei. Il libro di Benedetti e Giovannetti ricostruisce, sulla base di inchieste giudiziarie e giornalistiche, il complicato intreccio tra servizi segreti, politica, ambienti economici (centrale la figura dell’avvocato Vito Guarrasi, braccio destro di Cefis in Sicilia), gerarchie militari e criminalità organizzata che portarono alla morte non solo di De Mauro, ma anche del magistrato Pietro Scaglione, assassinato da Luciano Leggio e Totò Riina nel maggio 1971, il giorno prima che andasse in tribunale per testimoniare sulla vicenda De Mauro. E pure il vice questore di Palermo Boris Giuliano, il 21 luglio 1979, verrà fatto fuori dalla mafia dopo aver completato le indagini su Mattei. In coincidenza con questi omicidi spariscono sistematicamente i documenti più scottanti sugli affari e i delitti che riguardano il petrolio italiano.
Ora, non è affatto scontato che il famoso Appunto 21, di cui nel manoscritto rimane solo il titolo (Lampi sull’Eni), sia stato trafugato. Ma ci sono elementi che concorrono a questa ipotesi: intanto nell’Appunto 22 Pasolini lo cita come un capitolo già scritto, che doveva contenere, tra l’altro, riferimenti espliciti al periodo partigiano di Cefis, oscurato da un episodio compromettente. Di un’effrazione in casa Pasolini nei giorni successivi all’omicidio parla un cugino dello scrittore, Guido Mazzon, che ricorda una telefonata in cui la cugina Graziella Chiarcossi comunicava quel furto. Nel marzo 2010, Marcello Dell’Utri annunciò che quelle carte sarebbero state esposte alla Mostra del libro antico di Milano, salvo poi tirarsi indietro. Nella mostra c’era, insieme al libro di Steimetz e altrettanto introvabile, un altro volume, intitolato L’uragano Cefis: autore misterioso, editore misterioso. Dell’Utri disse di aver visto i 78 fogli del capitolo Lampi su Eni: il caso vuole che Pasolini dichiarò di aver scritto 600 pagine e ciò che rimane sono 522 fogli. Dell’Utri aggiunse che si trattava di veline gialle, esattamente come tanti fogli Extrastrong di carta Fabriano che costituiscono il manoscritto del romanzo. Può darsi che il senatore avesse imparato a memoria la parte, al punto da far coincidere alla perfezione tutti gli elementi. Difficile dire.
Difficile sapere perché un senatore della Repubblica abbia fatto questo annuncio, per poi smentirlo. Incredibile che, legandoli a quel ritrovamento presunto, abbia fatto dichiarazioni su risvolti oscuri della storia italiana (Mattei, Cefis, Pasolini…) senza poi essere minimamente sollecitato a spiegare meglio e a metterci sulle piste del testo inedito. Dopo un’interpellanza parlamentare di Walter Veltroni, tutto è sprofondato nel silenzio. Gli anticomplottisti ne saranno felici.
“Corriere della Sera”, 6 febbraio 2013

Fonte:
http://sconfinamento.wordpress.com/2013/02/12/omicidio-pasolini-2/



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