martedì 21 maggio 2013

Siamo tutti in pericolo / intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"

Vedi anche: Pasolini corsaro

Siamo tutti in pericolo / intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini
    "Siamo tutti in pericolo". Intervista a Pier Paolo Pasolini, L’Unità 1 novembre 1975 mercoledì 11 maggio 2005, di Redazione Antenati- 34221 letture 
  
Questo che pubblichiamo è il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto "Tuttolibri" del quotidiano "La Stampa" l’8 novembre del 1975
Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato.
Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono.
"Ecco il seme, il senso di tutto - ha detto - Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti.

Metti questo titolo, se vuoi:
"Perché siamo tutti in pericolo"".
Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò "la situazione", e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La "situazione" con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della "situazione". Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo...
Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, "assurdo" non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, "la situazione", e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. (...)

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?
Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.
Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo... È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?
Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire "evidenza". Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è "stare con i deboli". Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei "consumato" avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.
No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere "di che segno sei". Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse - se ha ancora un soffio di vita - in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non facio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la "situazione". È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del "cantando sotto la pioggia". Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.
Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di fari libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato "la vita violenta". Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione "più avanzata"...
Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?
Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
Non vorrei parlare più di me,forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così - non so se accetti questa domanda - come pensi di evitare il pericolo e il rischio?
È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. "Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina". Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma





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Le foto di Cinemazero e i documenti del Centro Studi Pier Paolo Pasolini, in mostra.

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Notizie



La mostra verrà inaugurata mercoledì 22 maggio al Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona
PORDENONE- Cinemazero di Pordenone e il Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa confermano il loro importante ruolo nella conservazione della memoria pasoliniana.
Saranno disponibili fotografie e documenti dei due rappresentanti regionali alla mostra “Pasolini Roma” al Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, curata da Jordi Balló, Alain Bergala e Gianni Borgna (23 maggio – 15 settembre 2013).
Cinemazero e Centro Studi Pasolini si troveranno al fianco dei più importanti archivi italiani nell’esposizione dei preziosi e multiformi materiali attraverso i quali si è ricostruito il percorso analizzato, che copre gli anni romani dal 1950 al 1975.
Cinemazero possiede l'unico archivio al mondo a rappresentare nella sua totalità le scene del film maledetto “Salò o le 120 giornate di Sodoma”: l’eccezionalità degli scatti non è sfuggita ai curatori della mostra, impreziosita da queste fotografie di assoluta rarità (in particolar modo la parte proveniente dal fondo Bachmann e Beer) che coprono interamente l’opera del poeta.
In mostra anche le foto di una scena di ballo scattate da Deborah Beer che alcuni critici interpretarono come inedito secondo finale per “Salò”, un possibile spiraglio di speranza in uno dei film di Pasolini più intriso di nichilismo, nonché ultima opera prima della morte.
Di evidente rilievo scientifico ed espansione internazionale anche la partecipazione del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa, in stretta sinergia con la Soprintendenza Archivistica per il Friuli Venezia Giulia e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che esporrà preziose carte pasoliniane autografe, alcune lettere – tra cui spiccano quella a Ennio Flaiano del 1963 e a Jean-Luc Godard del 1967 – e soprattutto il fascicolo n.2 della serie dei celebri “Quaderni Rossi”.
Proprio la riconosciuta eccezionalità del patrimonio e la competenza dei due centri culturali regionali ne motivano la presenza in progetti espositivi e di ricerca di questa importanza, come dimostra il tour che porterà i preziosi documenti pasoliniani negli altri prestigiosi musei europei che hanno promosso la mostra insieme al Centro di Barcellona, quali la Cinémathèque française di Parigi (ottobre 2013-gennaio 2014), il Palazzo delle Esposizioni di Roma (3 marzo - 8 giugno 2014) e infine il Martin Gropius Bau di Berlino (11 settembre 2014 – 5 gennaio 2015).

Fonte:
http://www.pordenoneoggi.it/notizie/le-foto-di-cinemazero-e-i-documenti-del-centro-studi-pier-paolo-pasolini-009007




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Pasolini - Bisognerebbe processare i gerarchi DC - [lettera inviata al direttore de Il Mondo, 1975]

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Pasolini, attacco al potere
Ovvero, processo alla DC.
I post che formeranno quella che è un' analisi di quanto è accaduto tra il 1974 e la notte tra il l'1 e il 2 novembre del 1975, sono un lavoro collettivo fatto dagli editori della pagina facebook 


Indice del lavoro > Qui


( Man mano che i post si aggiungeranno a formare l'insieme di questo lavoro, verranno aggiunti qui - probabilmente alla fine del lavoro sarà necessario creare una pagina indice.)


Pasolini - Bisognerebbe processare i gerarchi DC
[lettera inviata al direttore de Il Mondo, 1975]


Caro Ghirelli, credo che mi resterà a lungo impressa nella memoria la prima pagina del «Giorno» del 21 luglio 1975. Era una pagina anche tipograficamente particolare: simmetrica e squadrata come il blocco di scrittura di un manifesto, e, al centro, un’unica immagine anch’essa perfettamente regolare, formata dai riquadri uniti di quattro fotografie di quattro potenti democristiani.
Quattro: il numero di De Sade.
Parevano infatti le fotografie di quattro giustiziati, scelte dai familiari tra le loro migliori, per essere messe sulla lapide. Ma, al contrario, non si trattava di un avvenimento funebre, bensì di un rilancio, di una resurrezione. Quelle fotografie al centro della monolitica pagina del «Giorno» parevano infatti voler dire allo sbalordito lettore, che quella lì era la vera realtà fisica e umana dei quattro potenti democristiani. Che gli scherzi erano finiti. Che le raggianti risate di chi detiene il potere non sfiguravano più le loro facce. Né le sfigurava più l’ammiccante furbizia. Il brutto sogno si era dissolto nella chiara luce del mattino. Ed eccoli lì, veri. Seri, dignitosi, senza smorfie, senza ghigno, senza demagogia, senza la bruttura della colpevolezza, senza la vergogna della servilità, senza l’ignoranza provinciale. Si erano rinfilati il doppiopetto e li baciava in fronte il futuro delle persone serie.
Sarei però ingiusto se non aggiungessi che il «Giorno» non è stato il solo ad assumersi il ruolo di rassicurare, in quel momento, la nazione, e di dare il crisma della pacificazione generale alla soluzione del quadrumvirato (e poi a quella del «rispettabile» Zaccagnini).

Anche il “Corriere della Sera” ha manifestato, per esempio, lo stesso sentimento di sollievo.
E del resto tutta la stampa italiana: anche quella borghese più sprezzantemente all’opposizione. Ciò che se ne desume è questo: tutto il mondo politico italiano era, ed è, pronto ad accettare sostanzialmente la continuità del potere democristiano, o con fiducia «miracolistica», mascherata da serietà professionale, o con gratificante disprezzo.
 
Ora, quando si saprà, o, meglio, si dirà, tutta intera la verità del potere di questi anni, sarà chiara anche la follia dei commentatori politici italiani e delle élites colte italiane. E quindi la loro omertà.
Del resto tale «verità del potere» è già nota, ma è nota come è nota la «realtà del Paese»: è nota cioè attraverso un’interpretazione che «divide i fenomeni», e attraverso la decisione irrevocabile, nelle coscienze di tutti, di non concatenarli.

Non praticare più la «divisione dei fenomeni», rendendoli, così, logici in un tutto unico, significherebbe rompere - e certo pericolosamente - una continuità. Ma non anticipiamo...

Tu, caro Ghirelli, ti sei accinto da qualche settimana all’impresa di dirigere una rivista politico-culturale. Mai una simile impresa è stata più difficile che in questi anni, perché mai la distanza tra il potere (quello che in un articolo di varietà ho chiamato il «Palazzo») e il Paese è stata più grande. Si tratta (dicevo) di una vera e propria diacronia storica: per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali nel Paese. La meccanica delle decisioni politiche del Palazzo è come impazzita: essa obbedisce a regole la cui «anima» (Moro) è morta.
Ma c’è di più, come accennavo. I fenomeni (impazziti e marcescenti) del Palazzo avvengono in comparti stagni, ognuno, si direbbe, dentro l’invalicabile area di potere di uno degli appartenenti alla mafia oligarchica, che, provenuta dal fondo della provincia più ignorante, governa da qualche decennio l’Italia.
Ognuno di tali potenti si assume le sue responsabilità (mai però, finora, pagate): e grazie a questa separazione delle responsabilità, salva l’insieme del potere. Ciò di cui è colpevole Andreotti non è colpevole Fanfani, ciò di cui è stato colpevole Gronchi non è stato colpevole Segni, e così via e viceversa. Nessuno ha mai avuto il coraggio di abbracciare con un solo sguardo l’Insieme.
Nel tempo stesso, fuori dal Palazzo, un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia (coincidendo con la sua prima vera unificazione): mutazione che, per ora, lo degrada e lo deturpa. Ma anche qui le nostre coscienze di osservatori si sono macchiate dell’imperdonabile colpa di avere, come dicevo, «separato i fenomeni» di tale degradazione e deterioramento: di non averne mai osato abbracciare con un solo sguardo l’Insieme. 
 



Ti faccio due esempi minimi ma tipici.

I) A proposito della «separazione dei fenomeni» di Palazzo, ecco un divertente aneddoto. Dopo la famosa notte in cui è stato, peraltro ingiustamente, ridotto a capro espiatorio, Fanfani si è sfogato contro un suo protetto ingrato, uno (non ricordo come si chiami) di quella che, del resto volgarmente, si definisce «greppia» del potere. Costui (è Fanfani a parlare) si era a lungo prosternato davanti al potente segretario della DC per ottenere non so che carica ministeriale: l’aveva adulato nel modo più osceno («gettando la sua giacca sotto i miei piedi» dice esattamente Fanfani). In conclusione, Fanfani ha concesso quella carica, tanto ardentemente desiderata, al suo adulatore. Sappiamo, così, come in Italia viene concessa una carica pubblica a livello di governo. Ora, se tutto ciò accade, vuol dire o che un regime parlamentare non funziona (e allora hanno ragione gli extraparlamentari), oppure che bisogna farlo funzionare... Ma, ancora, non anticipiamo. Anche gli osservatori più informati, non scomponendosi (sia pure per eccesso di aristocratico disprezzo) di fronte a questa impudente confessione di Fanfani, si sono resi, intanto, suoi complici: ma, quel che è peggio, hanno appunto continuato a non voler considerare questa elargizione di cariche pubbliche come una delle tante tessere che formano un mosaico: non hanno voluto vedere il mosaico.


II) A proposito della «separazione dei fenomeni» del Paese, mi viene in mente, fra le tante, la notizia apparsa qualche tempo fa sui giornali a proposito di un convegno sulla criminalità minorile in Italia. I dati che in quella notizia giornalistica si riassumevano, in merito alla criminalità minorile, erano terrificanti: tali da rivoluzionare del tutto l’idea che si ha del «minore» in Italia. Ma anche qui: la «criminalità minorile» non è nella nostra coscienza che una delle tessere (anzi, la formula di una delle tessere) che compongono il mosaico della realtà italiana. Che non si può guardare nel suo insieme se non a costo di restare impietriti.


Dunque, per quanto riguarda un osservatore, o un luogo di osservazione com’è una rivista (per esempio quella che tu dirigi):
a) ciò che succede nel Palazzo e ciò che succede nel Paese sono due realtà separate, le cui coincidenze sono solo meccaniche o formali: ognuna in effetti va per conto suo;
b) in queste due diverse realtà, la stessa diacronia che le separa si ripete nei fenomeni che avvengono nel loro interno.

La causa prima di tale separazione tra il Palazzo e il Paese, e della conseguente separazione dei fenomeni all’interno del Palazzo e del Paese, consiste nella radicale mutazione del «modo di produzione» (enorme quantità, transnazionalità, funzione edonistica): il nuovo potere reale che ne è nato ha scavalcato gli uomini che fino a quel momento avevano servito il vecchio potere clerico-fascista, lasciandoli soli a fare i buffoni nel Palazzo, e si è gettato nel Paese a compiere «anticipatamente» i suoi genocidi.
Tu mi dirai:
«Questa tua lettera mi sembra un pochino goffa e ripetitiva. Quandoquidem et Cato dormitat?».
Si, è vero, ma qui è finita la prima parte, diligente, della presente mia lettera. E vengo alla conclusione che, essendo perfettamente logica, è anche sconvolgente.
Nel meccanismo (Palazzo, Paese, Nuovo Potere) che ti ho descritto, intervengono anche altre forze: il PSI, il PCI, che da tale meccanica sarebbero libere. E sarebbero libere precisamente perché la loro interpretazione della realtà dovrebbe essere culturale e non pragmatica: politicizzando il tutto, se ne dovrebbe vedere l’insieme: e quindi il principio: per cui si potrebbe, appunto, ricomincare.
Perché allora sia il PSI che il PCI sospendono ogni forma, sia pur timida, di interpretazione dell’Insieme, adeguandosi anch’essi alla regola prima cui si attengono tutti gli osservatori politici italiani, di ogni classe e partito, la regola cioè di intervenire solo fenomeno per fenomeno?

Le ipotesi sono due:
I) Il PSI e il PCI non possiedono più una interpretazione culturale della realtà, essendosi ormai identificati, nel pragma e nel buon senso, con la DC: accettazione dello Sviluppo, con quanto di democratico, tollerante, progressista esso (falsamente, io sostengo) comporta. In tale ipotesi valgono certamente le pazzesche sollecitazioni, che si levano ormai da ogni parte, alla DC di «imparare» qualcosa dal PCI, specie nel suo rapporto reale con le masse. Ed effettivamente in tal caso il PCI avrebbe qualcosa da insegnare alla DC, qualcosa di indubbiamente fondamentale: l’onestà.
II) Il PSI e il PCI possiedono invece, ancora, la loro visione ormai classica di interpretazione «altra» della realtà, ma non ne fanno uso. E non ne fanno uso perché, se ne facessero uso, essi dovrebbero ricorrere, logicamente, a soluzioni estreme.
E quali sarebbero queste soluzioni estreme?
Forse quelle degli estremisti?
Non proprio:
ciò non rientrerebbe nel metodo, ormai ben stabilizzato, del PSI e specialmente del PCI: tali soluzioni estreme si manterrebbero nell’ambito della Costituzione e del parlamentarismo: anzi, sarebbero - secondo uno stile semmai di carattere radicale - l’esaltazione della Costituzione e del parlamentarismo.


In conclusione, il PSI e il PCI dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia. Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. Anzi, no, non come Nixon, restiamo alle giuste proporzioni: come Papadopulos. Visto fra l’altro che Nixon è stato salvato da Ford dal processo vero e proprio. Nel banco degli imputati come Papadopulos.
E quivi accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente (sperando nell’eventualità che, almeno, venga prima o poi celebrato un «processo Russell» finalmente impegnato e non conformistico e trionfalistico com’è di solito):
indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.

Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla.


Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999
(Il Mondo, 28 agosto 1975; poi in Lettere luterane)




Fonte:



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Curatore Bruno Esposito

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In morte di Pasolini di Rossana Rossanda

"ERETICO e CORSARO"





In morte di Pasolinidi Rossana Rossanda
dal "manifesto" del 4 novembre 1975





Con commossa unanimità di accenti, da destra e da sinistra, la stampa italiana piange Pier Paolo Pasolini, l'intellettuale più scomodo che abbiamo avuto in questi anni. Diventato, anzi, scomodissimo. Non piaceva a nessuno, quel che negli ultimi tempi andava scrivendo. Non a noi, la sinistra, perché battagliava contro il 1968, le femministe, l'aborto e la disobbedienza. Non piaceva alla destra perché queste sue sortite si accompagnavano a un'argomentazione sconcertante, per la destra inutilizzabile, sospetta. Non piaceva soprattutto agli intellettuali; perché erano il contrario di quel che in genere essi sono, cauti distillatori di parole e di posizioni, pacifici fruitori della separazione fra "letteratura" e "vita", anche quelli cui il 1968 aveva dato cattiva coscienza. Solo di essi, Sanguineti ha avuto, ieri, il coraggio di scrivere "finalmente ce lo siamo tolto dai piedi, questo confusionario, residuo degli anni cinquanta". Gli anni cioè della lacerazione, apocalittici, tragici. Finalmente, per l'intellettuale di sinistra, superati. Questa pressoché totale unanimità è certo la seconda pesante macchina che passa sul corpo di Pasolini. Come della prima, chi ha la coscienza a posto può dire: "se l'è cercata". Per chi non ha queste certezze è invece l'ultimo segno di contraddizione, di questa contraddittoria creatura: una contraddizione vera, non ricomponibile in qualche artificio dialettico. Giacché se una cosa è certa è che questo improvviso riconoscersi tutti nelle sue ragioni, ora che è morto e in questo modo, è davvero l'ultimo sbeffeggiamento che gli restituisce questo nostro mondo non amato. Non è, infatti, il tradizionale omaggio al defunto illustre, e neppure la consueta assoluzione per il defunto in vita detestato. Se tutti scrivono sullo stesso registro (l'Unità, in un corsivo commosso, abbozza perfino un'autocritica, mentre il partito radicale lo iscrive post mortem) è perché ognuno, dalle ragioni di Pasolini, pensa oggi di poter trarre il profitto suo. Non diceva che i giovani sono, ormai, come una schiuma lasciata da una mareggiata che ha distrutto i vecchi valori? che una collettività deve darsi un ordine, un sistema di convivenza, un modello? Su questo sono d'accordo tutti, salvo dare ciascuno, a questo ordine e a questa denuncia, il segno che più gli conviene. Pasolini, l'intellettuale più outsider della nostra società culturale, fornisce con la sua indecorosa morte la prova ferrea che così non si può andare avanti. Così comoda, che tutto il resto è perdonato.
Penso che su questo fervore e i suoi corollari, Pasolini avrebbe - se è lecito immaginare questo gesto in un uomo così dimessamente gentile - sputato sopra. Che, se ne fosse uscito vivo, oggi sarebbe dalla parte del diciassettenne che lo ha ammazzato di botte. Maledicendole, ma con lui. E così fino all'inevitabile, forse prevista e temuta, altra occasione di morte. Ma con lui perché era il mondo, queste le creature della sua vita più vera ("io li conosco questi giovani, davvero, sono parte di me, della mia vita diretta, privata") in cui cercava, ostinatamente, una luce. In loro, non nel mondo d'ordine, che non sono solo i commissariati di polizia.
Qui tornava perché nella sua visione del mondo altre strade non c'erano. La sua denuncia dello "sviluppo", dei valori del consumismo, del profitto, dell'appiattimento da essi indotto in una società preindustriale dove ancora potevano prevalere i rapporti personali, non alienati, non passivamente accolti era - come in genere è in questo filone, che ha esponenti illustri, cattolici e laici - unidimensionale come la società che criticava; era vissuta come fine della storia, imbarbarimento, di fronte al quale soltanto cercar di arretrare. Arretrare, finché un rifiuto opposto a questo tipo di "sviluppo" - e chi può opporvisi se non il margine, o un terzo mondo non ancora arrivato a questa soglia? - non avrebbe offerto un'ancora di salvezza. Altrove, salvezze non vedeva, per questo Pasolini tornava, ostinatamente, in borgata e più gli sfuggiva, più vi tornava tormentosamente. Tanto più che in tutti i sensi doveva presentarglisi come una frustrazione, una contraddizione. Cercava un rapporto autentico, e non tesseva, invece, un rapporto mercificato? cercava un rapporto libero e non ripeteva lui stesso - l'intellettuale ricco che arriva con l'Alfa e paga il ragazzo davanti a lui, socialmente e personalmente tanto più fragile - un rapporto fra oppressore e oppresso? né l'umiliazione che ne doveva ricevere in cambio (quante prove, meno tragicamente finite, di questa sua morte deve aver vissuto; l'irrisione del compagno occasionale, il rifiuto, la resistenza di chi si fa usare ma si sente usato, e quindi si ribella) poteva assolverlo dal fatto che entrava egli stesso in questo meccanismo alienante. Nel quale l'interlocutore diventava sempre più sfuggente, più "oggetto". Diverso da un tempo, quando il ragazzo veniva con lui ma mantenendo una sua figura, una sua dimensione non integrata, non asservibile, come il Tommaso di Una vita violenta. Oggi non era più così: il ragazzo che lo ha ucciso ha poco in comune col borgataro d'un tempo. Dovrebbe esser rilasciato domani, ai sensi dei valori che reggono questa società (oltre che di un'umanità elementare) perché non è da dubitare della testimonianza della sua borgata, e cioè che non aveva gran voglia di lavorare - e chi ce l'ha - ma era pronto e prossimo a rientrare nell'ordine della famiglia, solo provvisoriamente e venalmente violato. Nulla, in questa storia, è davvero uguale a quel che sembra. Non il ricco vizioso che cerca amori nascosti fra gli emarginati, giacché nessuno come Pasolini viveva più semplicemente la sua inclinazione omosessuale e avrebbe potuto soddisfarla, in una società ormai più permissiva, senza rischi di sorta. Non il giovane vizioso, che non c'è: né come vizioso, né come delinquente, e neppure come volontariamente deviante, ribelle alla norma.
Morte accidentale nell'inseguimento di un fantasma, si potrebbe dire. Con soddisfazione per i più, con amarezza per chi di Pasolini aveva stima e rispetto. E funerali, adesso, con assunzione in gloria da parte di chi, quel fantasma, ha prima costruito e poi esorcizzato. Se Pasolini è oggi così lodato, se probabilmente in buona fede tanti si riconoscono in metà del discorso che lui faceva, è perché l'altra metà per lui essenziale, quella in cui riponeva la sua speranza, non aveva fondamento. Quante discussioni, le poche volte che lo incontravo, e sempre le stesse; le stesse che ripeteva puntualmente con Moravia. È vero che il capitale ci ha disumanizzato. È vero. È vero che la conformizzazione al suo modello è mostruosa. È vero che essa è così potente, da riflettersi persino in chi la nega; nel 1968, quando scrisse la famosa poesia sugli scontri di Valle Giulia, Pasolini vedeva nello studente il prodotto d'un ceto che può perfino "provare" la rivoluzione, cosa che al poliziotto, figlio di bracciante meridionale, non è permessa; e coglieva una parte di verità. È vero che oggi, e non ieri, si può parlare di aborto, e non solo perché è maturato il movimento femminista, ma la società maschile pensa a "economizzarsi". È vero che scuola dell'obbligo e Tv sono organismi del consenso. È vero che il fascista non è così diverso dal democratico, nei suoi modelli culturali, come era nel 1922. Vero tutto, e tutto parziale: perché ogni volta che Pasolini toccava con mano queste scomode verità, l'ambiguità del presente, faceva seguire un salto indietro, verso l'umanità non ambigua di "prima", invece che cogliere nello studente, nel femminismo, nella scolarizzazione, nella stessa conformizzazione, il principio d'una sicuramente spuria, ma vitale via d'uscita in avanti. L'idea che questo itinerario si dovesse compiere fino in fondo e di qui ritrovare il filo d'un mondo restituito all'umanità, era in lui sempre più lontana. Avrebbe potuto essere uno scettico, diventava, in senso classico, un "reazionario".
E questo oggi viene sfruttato, questa è la seconda macchina che passa sul suo corpo. Giacché del valore dirompente, violento, di questa sua "reazione" nulla resta, nella elegia delle prime, seconde e terze pagine che gli sono dedicate. Avrà un funerale borghese, e fra qualche tempo il comune di Roma gli dedicherà una strada. Lo ammazzeranno meglio, i suoi veri nemici, che non il ragazzo dell'altra sera. Nel quale, prima di perire, deve aver visto soltanto la via senza uscite in cui s'era cacciato, la dimensione del suo errore.
E pensare che cercava l'angelo della passione secondo Matteo.

Fonte:
http://www.iltuoforum.net/forum/il-libro-ritrovato-f44/pier-paolo-pasolini-1922-1975-t2801.html




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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