sabato 25 maggio 2013

Pasolini e il sacro, 50 anni dopo

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini e il sacro, 50 anni dopo

Ai primi di aprile del 1963 cominciarono le riprese de Il Vangelo secondo Matteo. Il ricordo e un bilancio. Parla un critico d'eccezione, il gesuita Virgilio Fantuzzi.


Esattamente cinquant’anni fa, ai primi di aprile del 1963, ebbero inizio le riprese del film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Nell’imminenza del cinquantesimo anniversario dell’uscita della pellicola nelle sale (l’anno successivo, 1964), la professoressa Angela Felice, direttrice del Centro studi Pasolini di Casarsa della Delizia (Pordenone), ha invitato in Friuli Enrique Irazoqui, che nel film di Pasolini ricoprì il ruolo più importante, quello di Cristo.
L’occasione è stata la presentazione a Casarsa di un documentario di Valeria Patané, dal titolo Album, girato l’anno scorso a Cadaqués, il piccolo centro sulla Costa Brava dove ora Irazoqui abita con la moglie. La regista ha filmato l’incontro, mezzo secolo dopo, tra Enrique, che all’epoca del film aveva 19 anni, e Giacomo Morante (nipote della scrittrice Elsa), che nel 1963, all’età di 15 anni, ebbe nel film la parte dell’apostolo Giovanni. E la proiezione, venerdì sera, presso Cinema Zero di Pordenone, de Il Vangelo secondo Matteo.
Tra gli esperti che hanno preso parte all’evento, il gesuita padre Virgilio Fantuzzi, mantovano, classe 1937, critico cinematografico della Civiltà Cattolica, già docente di Analisi del linguaggio cinematografico presso la Pontificia Università Gregoriana, il quale è stato molto vicino a Pasolini. Parliamo con lui dell’autore friulano e del suo Vangelo secondo Matteo, un film dedicato “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”, che rimane a giudizio di molti il più bel film mai girato sulla vita di Cristo. Ma che all’epoca destò più di una polemica. Pur in una fase storica, quella del centro-sinistra, che vedeva l’avvicinamento di comunisti e cattolici, la scelta pasoliniana di affrontare la narrazione della vita di Cristo suscitò sospetti e malumori sia presso l’intellighenzia del Pci (che accusò Pasolini di ambiguità ideologica e di misticismo) sia nell’ambito del cattolicesimo più conservatore (che non apprezzava il trattamento del soggetto sacro da parte di un autore lontano dalla Chiesa). Mentre – va ricordato – l’Ocic (Office Catholique International du Cinéma) gli assegnerà il proprio riconoscimento alla Mostra del Cinema di Venezia.
- Padre Fantuzzi, in quali aspetti, in particolare, risiedono le ragioni della bellezza del “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini?
“Si tratta di un film unico nel suo genere per più di un motivo. Innanzitutto la fedeltà filologica al testo biblico. Nella miriade di film girati su Gesù, spesso troviamo opere che scadono facilmente in un certo manierismo, nell’oleografia e nell’agiografia. Invece Pasolini ha puntato tutto sull’essenzialità, un’asciuttezza stilistica che si pone nella scia delle sacre rappresentazioni popolari, in cui l’altro protagonista, accanto a Cristo, è il popolo cristiano, la coralità dei fedeli. Pasolini instaura, inoltre, un rapporto fecondo con la tradizione iconografica dell’arte religiosa, un rapporto sottolineato e amplificato dalla scelta delle musiche, Bach soprattutto, per la colonna sonora”.
- Come si è posto personalmente Pasolini di fronte al soggetto sacro?
“Pasolini ripeteva di essere ateo, ma il livello ragginuto dal suo film non si spiega senza una profonda partecipazione emotiva al tema. A me sembra che è come se Pasolini si fosse identificato, a un certo grado, con il testo stesso del Vangelo di Matteo, che egli ha tradotto in immagini, in quello che chiamava ‘cinema di poesia’”.
- Che effetto le fa rivederlo oggi, cinquant’anni dopo?
“Quando lo vidi la prima volta, nel 1964, da seminarista, fu per me una sorpresa. Nel corso degli anni ogni volta che l’ho rivisto, questa sorpresa non è diminuita”.
- Lei ha frequentato a lungo Pasolini. Come l’ha incontrato?
“L’ho incontrato per la prima volta nel 1965. Allora ero un giovane studente di teologia, ero entrato nella Compagnia di Gesù 10 anni prima e incominciavo a interessarmi di cinema. Avendo visto Il Vangelo secondo Matteo, c’era qualcosa che non mi tornava: Pasolini infatti si definiva ateo e materialista, mentre io da quella pellicola avevo ricevuto una forte impressione a livello non solo artistico ma anche spirituale. Così mi feci presentare a Pasolini e iniziò una serie di incontri in cui parlavamo di letteratura, di cinema, ma anche di religione”.
- Che tipo di religiosità era la sua?
“La prima cosa che devo riconoscere è il fatto che egli dimostrò sempre una grande solidarietà nei confronti della mia vocazione religiosa. Quelli erano gli anni del post Concilio, in cui si verificò un vertiginoso calo delle vocazioni, oltre alla fuoriuscita di seminaristi e anche sacerdoti. Il ’68 fece il resto. Presso noi religiosi si sentiva parlare spesso di ‘crisi di identità’. Ebbene, su questi argomenti Pasolini con me non ebbe mai una parola meno che delicata. Anzi, potrei dire che alla mia vocazione religiosa ha giovato più la frequentazione di Pasolini che certe lezioni accademiche alla Gregoriana. Nei confronti di papa Paolo VI nutriva sentimenti di rispetto e simpatia. Nella sua opera, del resto, non mancano i segni di un forte senso del sacro, di un umanesimo cristiano che era stato una componente fondamentale nella sua educazione. La sua religiosità si esprimeva anche nella vita. Era una persona estremamente generosa, che senz’altro ha donato più di quanto abbia ricevuto”.
Roberto Carnero

Fonte:
http://www.famigliacristiana.it/costume-e-societa/cultura/visto/articolo/pier-paolo-pasolini-e-il-sacro-50-anni-dopo.aspx




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La poesia dell’impoetico “Trasumanar”

"ERETICO & CORSARO"

Vedi anche: Pasolini - Opere


La poesia dell’impoetico “Trasumanar”

di Pierpaolo Pasolini
Nota di Lucio Marini


Tra i libri di poesie “civile” del ‘900, Trasumanar e Organizzar è, a mio avviso, il più significativo, non tanto per (l’evidente) impegno “civile”, appunto, ma per la straordinaria carica innovativa, su più versanti, che Pasolini esprime in questa raccolta.

Un luogo comune della critica è che le ultime poesie di Pasolini, e dunque anche questa raccolta, siano segnati da una crisi, quasi di identità e di ruolo, del poeta. E si indica in questa “fuga dalla letterarietà” (cito la nota a firma R.G. dell’edizione Garzanti del 1976), una delle caratteristiche principali, dal punto di vista stilistico, dell’intera opera. Tanto da vederla come un anticipo dei “modi e dello spirito provocatorio dei successivi interventi polemici” (si riferisce, credo, ai successivi saggi Lettere luterane e Scritti corsari) e quasi a latere di più importanti lavori in altri settori (il cinema ad esempio). Peraltro, anche nella nota sopra citata, si conviene oltre, in verità senza molto entusiasmo, che il libro è indiscutibilmente un libro di poesia, nonostante la sua tentazione, per così dire, verso la prosa. Ma non ci viene però spiegato perché e come, questo libro sia - e senza mezzi termini - un grande libro di poesia.
Se è vero che la poesia di Trasumanar segna una rottura, sia con le avanguardie, sia con l’iniziale terzina pasoliniana, è perché tale frattura è il risvolto di una frattura interiore fra il poeta e il suo tempo storico, che viene da lui avvertita e puntualmente tradotta in un verso adatto ad esprimerla. Ne Le ceneri di Gramsci o L’usignolo della Chiesa Cattolica siamo di fronte a un Pasolini che, dentro la tradizione (sia stilistica che culturale e concettuale) e benché in forte dialettica con essa, cerca una nuova poesia capace di esprimere un sogno civile. Il verso dunque, pur lontano dal formalismo tradizionale, sta dentro la tradizione anche nella forma, perché evidentemente il poeta la ritiene adatta ad esprimere un rinnovamento sia artistico che civile.
In Trasumanar le cose sono diverse. Ed è vero che la cocente delusione politica e civile di Pasolini (espresse nei suoi corsivi sulla stampa, raccolti poi in volume – Il caos, 1979) segna il libro, ma è anche vero che Pasolini non abbandona la tradizione e che, anzi, Trasumanar è forse il suo libro più vicino alla tradizione. E per far questo egli abbandona, nella poesia, soltanto le convenzioni tradizionali (quelle che si esprimono nel verso fonoprosodicamente “corretto”), ma non certo la sua sostanza, l’afflato, le sue ragioni più profonde, in una sorta di restauro, di disincrostamento da tutte quelle ragioni che poco hanno a che fare con essa. Che cos’è il verso, infatti, se non convenzione? qualcosa che si è sedimentato nel tempo ed ha assunto una forma che, con discutibili trasformismi, si è imposta essa stessa come essenza della poesia? E se il verso è convenzione, cosa impedisce al poeta di esprimere un suo verso? La poesia, sembra dire Pasolini, con c’entra nulla con questa incursione dell’intellettualistico, dell’estetico, del calcolo, del gioco artigiano nell’ispirazione (la forma più banale della poiesis, quella che ha offerto il destro a Platone per negare alla poesia lo statuto di manifestazione originale di pensiero, o ad Aristotele per relegarla a un ruolo mimetico della realtà). La poesia invece è segno dell’uomo, è un suo individuale atto di libertà che si impone sopra qualsiasi regola o convenzione: è atto di libertà e pertanto non può essere costretta dentro un canone. La poesia è, per l’uomo, il respiro del suo profondo, il luogo della sua verità che rifiuta qualsiasi collocazione o convenzione. Ed è in questo luogo soltanto che è possibile riscattarsi dalla massificazione. Siamo quindi di fronte, civilmente, alla rivolta individuale del poeta contro il sistema – in questo caso letteraria -, pur senza abbandonare – come in un certo senso fecero le avanguardie – un dialogo serrato e critico con il sistema stesso. Anche qui, dunque, siamo dentro una tradizione, che è la tradizione dell’umano minacciato dal meccanismo massificante. Ed è qui che viene messa a nudo in tutta la sua paradossalità, la degenerazione della tradizione, e nello stesso tempo si tenta in recupero delle sue radici autentiche. Pasolini rilancia le radici dell’umanesimo contro la degenerazione dell’umanesimo, così come Nietzsche smaschera le mistificazione dell’umano troppo umano. E come non vedere, in questa luce, l’evidente parentela con la grande poesia – umanistica, appunto – degli epici e dei tragici greci? quel gusto di sondare i nodi più profondi e più scomodi della convivenza e dell’esistenza stessa, che è la nota costante da Eschilo, o anche da Omero, sino alla fine della grande stagione tragica? Pasolini non fa altro che riscrivere quelle tragedie e quei poemi, in un linguaggio che è figlio del suo tempo, raccontando la tragedia del non-senso, in dialettica con la degenerazione e la banalizzazione che il nostro tempo ha fatto dell’arte. Se infatti lo spirito della grecità e quello di costruire, leggendo gli avvenimenti e i fatti, il significato della convivenza, anche attraverso un significato di ordine e regolarità espressa nel verso, Pasolini recupera questo ordine rapportandolo al respiro individuale, unico possibile (e originario) punto di partenza per ricostruire un mondo di senso, da quando questo ordine e questa regolarità, da simbolo o significante, sono diventati il significato stesso, privo di riferimenti con il mondo. Mentre la poesia greca costruisce la tradizione poetica, Pasolini la decostruisce, ma non è questa un’operazione anti-poetica. L’impoetico, se mai, sta nel voler riproporre in modo esasperato una poesia che non ha più nulla da dire, o una poesia che ha perduto il suo centro ed è diventata soltanto uno strumento, una disciplina che in qualche modo deve servire uno scopo o un’ideologia (ciò che egli chiama zdanovismo). E in questo contesto posso essere d’accordo con chi sostiene che egli rifiuti, nell’ultima parte della sua vita, la poesia, e non creda più in essa (ma quale poesia?). Egli stesso infatti dà adito a questo equivoco, quando scrive che la poesia è inutile (infatti, la vera poesia, non è utile a nessuno, perché non è un bene di produzione o di consumo, ma un bene e basta – è quindi uno stato, un essere, un fatto, un gesto, come respirare). L’utilità ne sancirebbe dunque la natura impoetica, il suo asservimento, la sua metabolizzazione in un sistema, fatto per la massa e non per l’uomo libero. 
Trasumanar e organizzar non è dunque un libro contro la poesia, un’opera nella quale Pasolini esprime la sua crisi poetica. E’ invece un libro da rivisitare, per le giovani generazioni di poeti, non per una qual “grandezza” o anche originalità di stile, ma per il semplice fatto che non poteva essere scritto in altro modo che in quello. Se Pasolini lo avesse fatto, avrebbe tradito se stesso e non solo la poesia, perché di lui (come di pochi) si può scrivere, senza timore di sbagliare, che vi è perfetta coincidenza fra vita e poesia, che “poesia” e “identità” sono la stessa cosa. Una mente come la sua, non poteva più permettersi di scrivere poesia come la scrisse in precedenza. Troverei infatti singolare che l’autore de Il caos o degli Scritti corsari, avesse potuto scrivere L’enigma di Pio XII in terzine, magari a rima alternata e con metro dantesco (e, non dimentichiamolo, quello stile fu la rivoluzione ai tempi di Dante): ne sarebbe uscito un impaccio, una masturbazione intellettuale, una farsesca prostituzione di ogni suo convincimento umano e artistico. 


*** 
Trasumanar e organizzar pone, nel contempo e tra le molte questioni, una riflessione sul rapporto fra poesia e ideologia, forse non più così evidente oggi (non che non lo sia: è che sono cambiate le ideologie, sono diventate più sfuggenti, più striscianti e per questo più insidiose). Le poesie della raccolta infatti sono scritte, all’incirca, negli anni che corrono dal 1965 al 1971. In quella temperie culturale, tutto veniva ideologizzato, e l’arte non fu risparmiata a questo scempio (ce ne ricordiamo molto bene, anche se eravamo allora molto giovani, noi sui 45 anni più o meno: anche un cucchiaio di minestra assumeva un aspetto ideologico e doveva essere “spiegato” in riferimento a qualche massimo sistema). Persino Pasolini stesso, anche se raramente, è stato tentato dall’ideologia (ho in mente alcune interviste rilasciate alla televisione) ma si vedeva che questo suo cedere all’ideologia era l’espediente di parlare a nuora perché suocera intenda, cioè di usare il linguaggio dell’ideologia per poter prendere a cornate coloro che così ragionavano (non ultimi i “big” del PCI): usava quindi il solo codice ad essi comprensibile, appunto per farsi capire. Pasolini si difende dall’ideologia esercitando in modo esasperato, come pochi intellettuali del suo tempo, la facoltà della critica, che è uno strumento del filosofo più che del poeta, anche se egli la esercitò ovviamente come artista (che non cerca i fondamenti delle sue convinzioni, ma le esprime “a pelle”, a differenza del filosofo che cerca una certa “evidenza” sulla quale appoggiarsi). Ed in questo ruolo di artista-critico o artista-che-critica, egli costruisce la sua personalità, la coesione della sua identità. Non dunque l’artista che sogna, l’artista che celebra, l’artista che denuncia o che soffre o che piange, ma l’artista che critica, con atteggiamento intrusivo e non passivo. Non è soltanto, il suo, un ribellarsi a parole, ma un ribellarsi eversivo anche se, ovviamente, non violento (i mass media infatti ci hanno indotto a temere questa parola, associandola tout court a fatti criminali, mentre, in sé, non ha questo valore ideologicamente attribuito– il contrario dell’eversione è infatti, è la conservazione, ma di quale “ordine”?).
Pasolini vive in modo appassionato e a tal punto questo criticismo, che lo sente da poeta. La poesia di Transumanar infatti, è un raro esempio di come il pensiero possa diventare poesia, quando la passione lo infiamma o quando l’ironia cambia il segno di ciò che, detto in altro modo, esprimerebbe solo enfasi, retorica, assolo di trombone. Trasumanar è prima di tutto un libro appassionato, che in questa passione tutto consuma, che il lei risucchia anche le sottigliezze del ragionamento, le riprese degli avvenimenti civili e politici, i commenti, ecc. Per questo riesce ad essere un libro di poesia, laddove si rasenta (secondo una visione formalmente tradizionale della poesia) la prosa. In questa passione che tutto risucchia e ritempra come il crogiolo di un altoforno, la fa da padrona la poesia, ossia la visione im-mediata del mondo che l’artista ci propone.
E non è vero che Pasolini, come è stato scritto, abbandona anche il “tono” della poesia. C’è invece un tono, ed è evidentissimo, soltanto se ci si metta in questa prospettiva, di leggere con passione ciò che un linguaggio apparentemente prosastico grida con passione. Ho scritto sopra che egli non poteva scrivere in altro modo che in quello: ed è proprio nel diverso “tono” di queste liriche che si giustifica l’affermazione. Pasolini evita il tono nasale della lirica tradizionale, evita i falsetti o gli scarponi di certi sperimentalismi o avanguardismi, evita retoriche o contro-retoriche, semplicemente perché non gli sono congeniali, o non sono adatti al suo sentire. Ma soprattutto non sono congeniali a una lirica che intende fortemente cercare il “Tu” del colloquio per esporre delle ragioni, convincere, toccare nel segno. Ecco allora il senso questo tono pacato, quasi dimesso e quotidiano, accuratamente lontano da ogni artificio retorico codificato; “democratico”, per così dire, nel senso che ha per obiettivo il coinvolgimento del lettore in un dialogo che lo vuole parte attiva. Per scrivere la sua poesia civile (o meglio: per salvare la sua poesia dall’insignificanza), l’artista ha inventato un nuovo artificio retorico, che è quello di evitare quanto più possibile gli artifici retorici. Ed è proprio questo insistente rivolo d’acqua di accenti pacati e colloquianti che si insinua e scava una sua breccia nella sensibilità del lettore. Possiamo dire che sia questa un’operazione anti-letteraria? Dipende da cosa si intenda per “letteraria”: le ambivalenze e i paradossi stanno nel termine stesso. Dipende se per “letteratura” intendiamo solo quella canonica dei “professori” o qualcosa di vivo, incontenibile e inafferrabile e dunque anche non classificabile. A me pare che Pasolini, al di là di tutto questo, sia uno fra i poeti più “letterati” della seconda metà del secolo; ma non certo un “professore”.
E qui bisogna stare attenti anche a non dare troppo credito alle dichiarazioni di Pasolini stesso che, da gran narciso qual era, scriveva sornione: “e se qualche verso mi riesce passabilmente / è per semplice abitudine” (e ovviamente, questa ed altre provocazioni, devono a mio avviso essere collocate nella giusta prospettiva, di come si intende l’inutilità della poesia e che cosa davvero significhi “verso”). Ecco dunque che il cerchio si chiude e, quasi paradossalmente, il Pasolini che “ricusa” la poesia diventa l’estremo difensore delle sue ragioni più profonde. Il tradimento della poesia è infatti l’ideologia, l’operazione dubbia di tradurre in versi (gli zdanovisti) una visione ideologica o filosofica della realtà, un pensiero che vuole “spiegare” il mondo anziché viverlo, agirlo con l’innocenza e l’immediatezza dell’artista.
Trasumanar e organizzar è dunque un libro più che mai vivo e attuale, dopo trent’anni dalla sua prima apparizione (1971), un libro che non cessa di insegnare e che può essere un buon punto di partenza, anche contro le ideologie (anche in poesia, anche in poesia...), ora più di allora nascoste e difficili da smascherare. E per la poesia, in qualunque forma si manifesti.

Fonte: http://www.poiein.it/autori/P_Q/pasolini.htm


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