sabato 6 luglio 2013

PASOLINI - UN DELITTO ITALIANO ‘INTERMINABILE’

"ERETICO & CORSARO"


UN DELITTO ITALIANO ‘INTERMINABILE’
La verità, vi prego, sulla morte
di Pasolini
 
Pino Pelosi, unico condannato per l’assassinio del poeta delle “Ceneri di Gramsci”, racconta in un libro la sua versione a 36 anni dal fatto. Spiega che a uccidere trucemente Pier Paolo furono altre persone, ma non chiarisce nulla, né sui motivi dell’omicidio, né sulle sue eventuali complicità con i killer. Il suo pluridecennale silenzio causato dalle ‘minacce’ ricevute, le tante menzogne sostenute, le persistenti contraddizioni, incoerenze e omertà delle attuali ‘rivelazioni’ suscitano troppi dubbi sulla sua attendibilità e buona fede. Su una cosa, però, ha ragione: sulla brutale fine dello scrittore si continuerà a parlare e a ricercare ancora a lungo.
di Domenico Donatone
«Ora spero che con questo mio scritto io contribuisca

ad affermare chi sono veramente i cosiddetti angeli neri,

anche se su questa storia penso che il sipario

non calerà mai definitivamente.»

(P. Pelosi, da Io so… come hanno ucciso Pasolini, Vertigo ed., 2011)

Verrebbe spontaneo, alla luce delle vicende mediatiche e giudiziarie che hanno riguardato nuovi riscontri sulla morte dello scrittore Pier Paolo Pasolini, cambiare il titolo del libro del poeta inglese W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore in La verità, vi prego, sulla morte di Pasolini. Questo perché un Paese costretto a non conoscere la verità ma ad apprenderla attraverso lacerti e bocconi, ha bisogno, o avrebbe con molta urgenza (e l’urgenza è una necessità democratica), di liberarsi della «macchina del fango» e dell’omertà che fluttua, quasi sempre presente, nei fatti di cronaca politico-giudiziaria. Ma saremmo altrettanto degli ingenui a ritenere che questo è possibile senza ammettere che ciò che deve riguardare il cambiamento non richiede un lavoro talmente impegnativo, logorante, dal basso quanto dall’alto della società, che è più facile rassegnarsi che perseverare, più facile demordere che persistere. Alcune cose si preservano nel tempo, si salvaguardano, solo se si mantiene ferma una posizione culturale, di principi, quasi assoluta (e se si ha la capacità e l’onestà nel farlo). Si combatte anche sapendo che si è soli! Questo fece Pasolini (e forse in virtù della sua sineciosi non desiderava essere emarginato e offeso, ma criticò ugualmente il suo tempo storico), soprattutto negli anni Settanta fino alla sua morte, avvenuta nella notte tra l’1 e il 2 Novembre del 1975.
Se il fuoco della grande passione civile che fu di Pasolini può trovare riscontro ancora adesso, questo è utile, per non dire indispensabile, ma altrettanto si potrebbe rimanere increduli e disorientati se questo stesso fuoco che alimenta la coscienza di chi, ritenuto e resosi responsabile di atti delinquenziali, fosse all’improvviso il solo metro di giudizio di un delitto che è avvolto dal mistero. Parliamo di Pino Pelosi, tornato alle cronache nel 2005 per aver fatto nuove dichiarazioni sul delitto Pasolini. Chi è Pino Pelosi è noto a tutti; quello che egli ha dichiarato nel corso degli anni, dal giorno del suo arresto fino a quello della sua condanna definitiva (nove anni, sette mesi e dieci giorni) per aver assassinato Pier Paolo Pasolini, è meno noto, avendo egli agito in concorso con persone sconosciute. Riscontro, quest’ultimo, totalmente decaduto nelle fasi di riesame del processo, per cui Pelosi, per la cronaca e per la storia, è colui che ha assassinato Pasolini la notte di trentasei anni fa. A questa versione giudiziaria, ottenuta, come si è scritto, con «molta fretta», con un avallo semplicistico da parte della magistratura, pochi hanno creduto e nessuno, che abbia capacità di discernimento, può credere che Pelosi, da solo, abbia potuto aggredire e uccidere Pasolini riducendolo in quello stato. Un corpo martoriato, lesionato, colpito con violenza alla testa e nelle parti intime con molta precisione, sormontato, in fine, da un’auto, per gli inquirenti guidata da Pelosi stesso. Pensare a un delitto generato da una lite tra omosessuali fa comodo a molti, ai quei “colletti bianchi” a cui Pelosi si riferisce. Pensare ad un delitto compiuto per mettere a tacere un intellettuale scomodo, autore del romanzo delle stragi, cambia drasticamente il quadro di interesse.
Quello di Pasolini è un delitto ancora irrisolto. Come irrisolto è il delitto di Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, avvenuto il 10 Agosto del 1867, anch’esso compiuto per mano di ignoti. Il delitto Pasolini è un delitto politico. Pino Pelosi non lo dice chiaramente, ma apre uno spazio di maggior riflessione dal momento che gran parte della ricostruzione su quanto accaduto si scontra con aspetti del processo che fanno pensare ad un coinvolgimento delle alte sfere del Potere. Così dicendo, egli si allinea a quella verità che è propria di una meccanica di intuizione cara a Pasolini e che scatta quando si dichiara «Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concerto la tensione anticomunista) e infine a criminali comuni, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).[i]» Così la nuova vita di Pino Pelosi, o più semplicemente quella che egli desidera rifarsi, si palesa con l’imperativo morale dell’Io so.






Io so… come hanno ucciso Pasolini, è, infatti, il titolo del libro-diario, edito da Vertigo, 2011 (€ 15,00; pp. 123) che Pino Pelosi ha scritto come atto finale, forse risolutivo (?), della vicenda Pasolini. Un libro che subito genera dibattito, riapre dilemmi, focalizza la ricostruzione non solo sulla notte dell’aggressione e dell’omicidio, ma anche sulle giornate precedenti in cui alcuni amici di borgata di Pelosi (che frequentavano la sezione del MSI del Tiburtino) organizzano un’estorsione ai danni dello scrittore. Il libro pone attenzione anche sul processo subìto, sul metodo di investigazione e di difesa (assai blando, discutibile), fino alla scoperta di essere diventato un capro espiatorio[ii] e, quindi, persona innocente dei fatti.
Va detto subito che il testo di Pelosi, rapido e corrente nella scrittura, determina coinvolgimento quanto dubbio: dubbio sulla capacità di Pelosi-testimone di condurre a distanza di così tanti anni un’operazione di verità obiettiva, senza che la mente vacilli. Questo libro, infatti, nonostante il suo scopo nobile, nel tentativo di svelare il mistero che avvolge il delitto Pasolini, getta altro mistero sullo stesso. Perché? Perché Pelosi non sa dire, perché egli non sa davvero oppure non vuole dire, chi furono i soggetti che hanno agito nel buio e i referenti della malavita romana (?) che hanno fatto da cornice affinché il delitto fosse insabbiato con dovizia nelle sue prove più imbarazzanti, ad iniziare dall’auto dello scrittore visibilmente danneggiata e sporca di fango. L’auto (un’Alfa Gt 2000) viene lasciata fuori, all’aperto, nel cortile della caserma dei Carabinieri nei giorni successivi il sequestro, soggetta alla pioggia e alle intemperie che hanno cancellato tracce, impronte sulla carrozzeria, fino alla sua demolizione eseguita da Ninetto Davoli nel 1981. Demolizione effettuata attraverso un dissequestro rapido, ma qualcuno ancora cerca l’Alfa del poeta nei vari depositi giudiziari della Capitale, senza trovarla. Il motivo che spinge il lettore a non avere un quadro risolutivo è un altro e sta nel fatto che Pino Pelosi si rende un testimone che proroga ciò che ricorda, egli decide di parlare con cadenza frammentaria, a tratti, a scansione, quando più ricorda elementi di quella tragica notte all’Idroscalo di Ostia. Lo fa perché davvero non ricorda bene un evento accaduto ormai trentasei anni fa, oppure perché non sa tutto o non vuole ancora dire tutto? Ipotesi plausibili. D’altronde non avremmo motivo di non credere a Pino Pelosi, ad una persona che si è fatta il carcere pagando, come egli sostiene, per tutti, e che dal carcere continua a entrare e uscire perché la sua vita è stata rovinata da quanto accaduto quella notte. Oppure, proprio per questo fattore di inconcludenza, diffuso e aleatorio, che genera una spontanea diffidenza non sempre giustificabile, non abbiamo un motivo valido per credere a tutto quello che dice Pelosi, perché troppi sono i silenzi squarciati da improvvise rivelazioni, da importanti ravvedimenti segnati da dichiarazioni che non combaciano.
Può essere d’aiuto vedere l’intervista che Pelosi ha rilasciato nel 2006 al blog di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it) in cui egli afferma di non sapere che nell’auto di Pasolini quella notte c’erano tre milioni di lire portati per pagare in contanti i fratelli Borsellino, in cambio della restituzione delle bobine del film Salò. Film rubato in precedenza dallo stabilimento cinematografico Technicolor, sempre a Roma. In quella intervista Pelosi dichiara: «Seppi in seguito che Pasolini aveva tre o quattro milioni sotto un tappetino della macchina, e nessuno li toccò, perciò… non si parla né di trappole, né di rapine, né di furti e né di niente.» Il giornalista allora gli chiede: «Perciò conferma che fu un delitto premeditato?», e Pelosi risponde: «No! Non usiamo questi cosi, questi paroloni… il mio pensiero è che questi volevano dare addosso al comunista o al gay non lo so. Secondo me! Non so se secondo il caro amico Giuseppe Lo Bianco [si riferisce all’autore del libro Profondo nero ndr] non so quanto dava fastidio questo personaggio.» Ed è abbastanza strano che nel 2006 Pelosi non sapesse dei soldi (i soldi, di solito, non si dimenticano mai!) per poi scriverlo (o ricordarlo) nel libro nel 2011. «Alzò il tappetino dove stavo seduto e mi fece vedere un mucchio di soldi da cento e da cinquantamila lire tutti legati con delle fascette di carta, tolse due banconote da cinquantamila lire e mi disse: “Mettile in tasca”. Ma io non volli accettarle; mi sentivo in colpa perché sapevo che qualche soldo me lo avrebbe dato il Bracioletta. Glielo dissi. Si mise a ridere e aggiunse: “Mi pare giusto. È per questo che sei preoccupato?». Nonostante queste incongruenze, Pelosi scrive: «Ci sono voluti trent’anni per prendere il coraggio a due mani e rivelare pubblicamente di non essere stato l’assassino di Pasolini e di essermi accusato dell’omicidio solamente perché sotto minaccia. Nel 2005, infatti, nel corso della trasmissione Ombre sul Giallo di Franca Leosini, ho riferito di essere stato aggredito da tre persone che parlavano con accento siciliano, che mi picchiarono e che uccisero Pasolini. Era solo l’inizio di una verità. Una verità, purtroppo, ancora filtrata dalla paura. […] Pino Pelosi si è trovato coinvolto in una storia più grande di lui, non in grado di capire minimamente cosa stesse accadendo. Ero troppo piccolo, troppo ingenuo per capire quale fosse la portata di quello che sarebbe successo. Pino Pelosi non è e non vuole apparire come vittima del sistema, ma ha finito per essere stato usato dal sistema. Pino Pelosi era un “ladro di motorini”. Era quello che sapeva fare, ma non sarebbe mai stato capace di fare del male a nessuno.»



3 novembre 1975: sotto il lenzuolo il cadavere martoriato di P.P. Pasolini all'Idroscalo di Ostia



Quest’autodifesa è legittima quanto umana, eppure egli nel rivelare la verità produce un tratto di contraddizione che a poche pagine torna evidente da sue spontanee dichiarazioni. «Decisi di rilasciare un’intervista in televisione alla giornalista Franca Leosini, rivelando una grande parte della verità inerente l’omicidio di Pasolini. Senza dare troppi particolari, feci i nomi dei fratelli Borsellino e indicai la presenza di altri tre adulti sulla scena del delitto. Descrissi la dinamica dei fatti, diedi i connotati di uno degli uomini, ossia di quello che mi tenne fermo e mi colpì al volto. Per paura di aver detto troppo e di finire male per mano di quelle persone, magari ancora viva o facente parte di un’organizzazione malavitosa, diedi una falsa pista dichiarando che gli aggressori parlavano in dialetto siciliano o calabrese e che la Fiat 1500 era targata CT.» Insomma, Pelosi ha il desiderio di scrollarsi di dosso la fama di assassino, di dire la verità, ma parla contraddicendosi, motivando la cosa perché ha paura. Una paura che si è affievolita con il trascorrere del tempo, ma che potrebbe ancora essergli dannosa per le cose che può dichiarare. Pelosi dice che furono due le auto presenti la notte dell’omicidio, che tre furono gli aggressori del poeta e che i fratelli Borsellino (soprannominati Bracioletta e Labbrone) parteciparono come astanti. Pelosi ricostruisce anche la dinamica dell’estorsione che, di fatto, è il movente che porta alla morte dello scrittore, che, però, nell’intervista al blog di Grillo sembra escludere. Pasolini viene ricattato dai Borsellino perché desidera riavere indietro le bobine di Salò o le 120 giornate di Sodoma, ultimo film-denuncia del poeta, mentre Pelosi dichiara di essere stato usato come “esca” dai fratelli Borsellino, i quali, a loro volta, rispondevano agli ordini di un certo Sergio Placidi, (uno spacciatore di droga della Roma bene), in quanto nel quartiere di Casal Bruciato si era diffusa la voce che Pelosi era diventato “frequentatore” assiduo del poeta. A questo punto i Borsellino (oggi entrambi deceduti) hanno pensato di tirare in ballo l’amico. In questo modo Pelosi ha fatto da tramite, pur essendo ignaro delle intenzioni reali dei Borsellino di aggredire Pasolini oppure di ucciderlo attraverso una ritorsione politica, il cui piano rimarrebbe ancora sconosciuto. Certamente questi elementi sono favorevoli ad una riapertura delle indagini sul delitto dello scrittore, e non è nemmeno nostra intenzione diffidare totalmente da Pelosi.
Il caso, quindi, merita ancora tanta attenzione, anche se scoraggia sapere che tante prove sono andate perdute, che tanta verità è stata insabbiata. Le parole di Pelosi non sono comunque vane, e non spetta di certo ad un critico allarmare o diffidare, ma spetta alla magistratura capire cosa c’è dietro il delitto Pasolini. Riaprire il caso è un atto dovuto a Pasolini, al suo “sacrificio” in termini meta-letterari. Tant’è che Walter Veltroni nel 2010 ha tanto caldeggiato che si riaprissero le indagini, scrivendo un’accorata lettera all’attenzione al Ministro della Giustizia Angelino Alfano e al suo Guardasigilli, che ha ottenuto la riapertura del caso. Per cui ad essere determinante in questa vicenda, oltre alle dichiarazioni di Pelosi, che nel libro sono giornalisticamente interessanti anche se corrispondono al tentativo, legittimo, dell’autore di scagionarsi definitivamente dall’ignominia, dal marchio di assassino, sono maggiormente i nuovi strumenti di investigazione della polizia scientifica. Questi, utilizzati secondo le giuste opzioni, potrebbero sollecitare riflessioni ed analisi ancora più profonde, determinare ulteriori risultati delle tracce ematiche evidentissime sulla camicia del poeta, quanto sugli abiti che Pelosi indossava la sera del delitto.
Il libro, dunque, non è importante perché è scritto da Pino Pelosi (il che in questa Italia scoraggiata può suscitare anche facili irritazioni, ulteriore antipatia o diffidenza, e come sostiene anche Walter Veltroni «Ha detto molte verità il ragazzo [riferendosi a Pelosi ndr] e, dunque, forse nessuna verità. Mi domando che interesse avesse, in quel momento, a riaprire una vicenda per la quale aveva già scontato la pena. Ma non conta.[iii]»), ma perché insieme alle altre dichiarazioni di altri testimoni dell’omicidio quanto di soggetti che hanno captato la presenza di personaggi loschi, quali Sergio Placidi e Antonio Pinna (quest’ultimo appartenente al Clan dei Marsigliesi, portò l’auto di Pasolini da un meccanico per fare riparare la carrozzeria), contribuisce alla costruzione del puzzle tutto italiano della verità di un delitto su cui, a detta di Pelosi e non solo sua, il sipario non calerà mai definitivamente.



[i] Vedi «Morire per le idee (vita letteraria di P.P. Pasolini)» di R. Carnero, Bompiani, 2010.
[ii] «Mangia mi suggerì [avvocato nominato dalla famiglia Pelosi ndr] di accollarmi l’omicidio e di mantenere questa linea, sostenendo a spada tratta che sul luogo del delitto ci fossi solamente io. […] Mi fece incontrare Franca Maria Trapani, giornalista della rivista “Gente”, e mi fece intervistare dentro il suo studio in cambio di un pagamento di tre milioni di lire. Mantenni la stessa versione. Mi disse che c’erano alcune foto fatte dalla Scientifica relative al sormontamento del corpo da far sparire ma che a questo ci avrebbe pensato qualcun altro. Io raccontai ogni cosa a Mangia. Gli dissi che non ero stato io ad ammazzare Pasolini; che non ero stato neppure io a montargli sopra con la macchina, ma lui mi disse di stare tranquillo e che sarebbe stato meglio per tutti mantenere quella versione. Doveva ridursi tutto ad un fatto isolato strettamente legato a me e a Pasolini. Impostò la difesa sulla “colpevolezza senza complicità”, diversamente da quanto avevano iniziato a fare gli Spaltro. […] Io non ero in condizione di accusare nessuno, ma certo è che si preferì non disturbare i “colletti bianchi” che “forse” qualcosa di interessante avrebbero saputo raccontare…» (P. Pelosi, Io so… come hanno ucciso Pasolini, ed. Vertigo, 2011)
[iii] Ibidem
Fonte:


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Il fascismo secondo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"
Vedi anche: Pasolini corsaro



Il fascismo secondo Pasolini

“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”.

Pier Paolo Pasolini
Fonte:
http://www.iltuoforum.net/forum/il-libro-ritrovato-f44/pier-paolo-pasolini-1922-1975-t2801.html



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"Ogni volta che sentivamo il rumore di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare"


Eretico e Corsaro

"Ogni volta che sentivamo il rumore
di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare"


[...] quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare...

[...] Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. “Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!” gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. “‘E donne”, disse poi, facendo una rovesciata. “Vaffan...”, gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa.

[...] Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza. Allora il Roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti. [...]

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita


 
* * *

Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente. 
È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dell’equilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco. Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il "gioco": sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale, in quella foto, la posa e lo sguardo, l’abito e la strada.
È la fotografia più bella del Pasolini calciatore perché il calcio al pallone è in essa un gesto di libertà e di gioia. A indovinare dall’esterno, non si direbbe neppure una partita vera e propria, con tutta probabilità si trattava piuttosto di un incontro non prestabilito: una di quelle occasioni offerte dal caso in mezzo alla strada che lo scrittore aveva accolto di buon grado, unendosi, com’era solito fare, a quelle situazioni in cui non si contrasta e non si segnano dei goal, ma si fa semplicemente volare e correre il pallone, si prova qualche finezza, si urla e si ride mentre la palla l’hanno gli altri.
Pasolini si prende la libertà di sporcarsi e di sudare quando non dovrebbe, di rovinare i suoi vestiti e magari di dimenticarsi di qualche appuntamento. Di sicuro quel mattino annodandosi la cravatta non prevedeva questa piccola occasione per scalmanarsi, ma quando essa si è presentata non ha avuto bisogno di prepararsi o cambiarsi, e neppure di togliersi la giacca. Ha chiamato, ha detto - passamela! - e via.
È il modo di essere libero e tipico del bambino, che può correre senza remore dietro al pallone anche fuori della chiesa, dopo la prima comunione, con il vestito della festa e i mocassini, perché a vedere una palla che salta e rotola non si può star lì a guardare. Oltre i quindici o sedici anni, la vita attenta e pulita opprime, nega la possibilità di un simile divertimento, così estemporaneo e "anarchico", e vedere il poeta in cravatta che gioca per strada a trenta e a quaranta mette addosso una qualche malinconia.

Altra foto. Lo scrittore col pallone tra i piedi sopra una pezza d’erba. Stavolta ha intorno parecchi ragazzi scamiciati. Ancora quella condizione libera, a profusione continua e quasi magmatica, del gioco del pallone, che nella periferia romana riempie le strade e i pomeriggi, tutti gli spiazzi i prati secchi e le comitive.
Tra Pietralata e Monteverde imbattersi in una "partitella" doveva essere cosa abituale e Pasolini partecipava, secondo la testimonianza di Ninetto Davoli, sempre volentieri e con un’accensione di entusiasmo, una sorta di piacevole impellenza alla quale era ben facile arrendersi. In borgata il calcio è continua "improvvisazione", qualche passaggio e qualche corsa, strilli risate e parolacce. Chiunque arriva può aggregarsi. Schiamazzi e polverone sono un basso continuo, sonoro e figurativo; tra sterri e immondizie, nel paesaggio urbano in costruzione di "case non ancora finite e già in rovina" c’è sempre un circolo di giovani o uno sciame di ragazzini che si riversa negli spazi desolati rincorrendo una palla.
Stukas, il nome di battaglia del Pier Paolo Pasolini mezzala, quello che uccellava Citti e Davoli nella polvere dei campetti romani o Reja e Galeone nelle spiagge assolate di Grado, quello fissato col "doppio passo" di Biavati, quello che delirava per Marchesi e Sansone, Reguzzoni e Andreolo, le colonne del "Bologna più potente della storia".
Perché Pasolini adorava il calcio. Lo giocava allo sfinimento, più volentieri di giorno perché senza occhiali non ci vedeva granché. Era tecnico, saettante, sempre nel vivo dell’azione. Circondato dal rispetto, dall’ammirazione dei compagni. E corretto, mai un insulto, uno sgambetto agli avversari. Ecco, magari se perdeva s’immusoniva di brutto, gli successe anche dopo averle sonoramente prese dalla troupe di Bernardo Bertolucci nelle pause delle riprese di Novecento e delle Centoventi giornate di Sodoma.
Pasolini ha catalogato il gioco e i suoi protagonisti. "Il linguaggio del calcio – sosteneva – è Rivera che tocca la palla in un certo modo". L’invenzione. Il ricamo. Il ghirigoro del genio. E’ solo in quell’attimo che si manifesta il linguaggio. Quello del rossonero, per lui, era un calcio in prosa, ma poetica, da "elzeviro". Come quello di Mazzola, con una differenza: "E’ piu’ poeta di Rivera, ogni tanto interrompe la prosa ed inventa lì per lì due versi folgoranti". E ancora: "Riva gioca un calcio in poesia, è un ‘poeta realista’, Bulgarelli gioca un calcio in prosa, è un ‘prosatore realista’".
E il dribbling, il gol, gli attimi che lo entusiasmavano come un appassionato qualsiasi. "Il gol è ineluttabilità, folgorazione, stupore. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Anche il dribbling è di per sé poetico. Infatti il sogno di ogni giocatore è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se si può immaginare una cosa sublime è proprio questa. Ma non succede mai. E’ un sogno, che ho visto solo realizzato nei ‘Maghi del pallone’ da Franco Franchi".
Pasolini si divertiva anche a tranciare giudizi impietosi ("Chinaglia è una mezza punta goffa e delirante, che in tal ruolo non vale neanche un decimo di quello che vale il delizioso, lampeggiante Bettega") e a confessare "sbandate" improvvise ("Capello è un grande. Perché sa fare rifiniture in velocità. Il segreto del gioco moderno, sul piano individuale, è l’esattezza massima alla massima velocità, correre come pazzi ed essere nello stesso tempo stilisti"). Sono concetti espressi quarant’anni fa. Ma luccicano come pepite appena dissotterrate. A conferma che la modernità del pensiero pasoliniano continua a spandersi ovunque. Persino nel calcio, persino nelle curve degli stadi. 


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Pier Paolo Pasolini, il confronto con Cristo e la sua visione religiosa della Vita

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Pier Paolo Pasolini, il confronto con Cristo e la sua visione religiosa della Vita


Avevo tredici anni e abitavo nei pressi di Villa Gordiani, a quell’epoca vivevo nelle strada, pur venendo da una famiglia benestante, per sette anni sin dal l’inizio abbandonai la scuola e vissi vagabondando sia di giorno che di notte tra le distese periferie Romane: Torre dei schiavi, Quarticciolo, Villa Gordiani, Centocelle, il Mandrione, dove i canti delle puttane erano ninnananne, il Casilino ecc. Ma ero avvezzo alla strada, perché fino dai sei ai dieci anni alla Pisana, vissi solo nella strada, non ricordo di aver fatto le elementari. La mia lingua era il Romano, ma il Romano delle borgate e non il Romanesco ottocentesco del Belli, che si differenziava da questo dialetto, come una lingua colta da una lingua popolare. Questa lingua era ricchissima di vocaboli e di espressioni, le quali erano tutte attinenti alla vita delle Borgate Romane è di questa lingua che Pasolini s’innamorò, purtroppo questo dialetto è quasi scomparso, anche io che parlavo solo in quel dialetto e lo conoscevo perfettamente mi rimangono solo poche espressioni. La prima volta che vidi “il Vangelo secondo Matteo” in televisione avevo quattordici anni, ne rimasi colpito, affascinato, turbato, fino allora la figura del Cristo per me non aveva nessuna importanza, una figura anonima come qualunque altra. Dopo questa visione, tornai ad essere quello di prima, nato libero fuori da qualunque condizione esterna sia religiosa, sociale, scolastica e famigliare, solo la condizione del vivere, come puro atto esistenziale, puro atto animale, in estrema libertà di vagabondare in quelle periferie che Pasolini ha ben descritto nei suoi romanzi e nelle sue poesie; e in queste periferie che sentii il nome di Pasolini che girava con la Maserati e pagava i ragazzi per le sue debolezze sessuali, (nella lingua Romana si chiamavano Froci), nella lingua Pasoliniana era una (omofilia del sangue). Una volta passai vicino ad una bancarella di libri usati, ce n’erano moltissimi e dentro di me pensai , come fa la gente a leggere i libri, la consideravo una perdita di tempo, essendo allora semianalfabeta, anche nei giornaletti guardavo solo le figure. Poi a sedici anni e mezzo venni a vivere a Ladispoli e qui a diciassette anni scoprii la passione dei libri. D’allora lessi accanitamente, tutta la letteratura Francese, Russa, Tedesca, Inglese e la letteratura antica, poco quella italiana, leggevo soprattutto romanzi e saggi critici, per capire quello che studiavo, fino a quando sono andato a fare il militare divorai centinaia di libri. Il militare fu una pausa, in quel periodo non lessi nessun libro, quando mi congedai, tornai a casa e ripresi a leggere, ricominciai a studiare la letteratura universale. Un giorno in una discussione tra amici, spuntò il nome di Pasolini e qualcuno dei miei amici mi disse “tu che studi letteratura che ne pensi di Pasolini”? Io risposi : per me non vale niente è un povero Frocio. Un anno dopo cominciai a vedere i suoi film e a leggere le sue poesie e i suoi libri, e mi rivenne in mente Il vangelo secondo Matteo, e d’allora cominciai ad amare questa grande figura da farne un vero e proprio culto. Una mattina di novembre del 1975 un mio amico mi venne a svegliare e mi disse: hanno ammazzato Pasolini. Il dispiacere fu enorme che per una settimana ebbi la febbre a quaranta, ero rimasto orfano all’età di sedici anni e di nuovo un padre mi veniva tolto, si ricreò quel vuoto e quella solitudine che provai fin da quando abbandonai le acque materne e questa solitudine cosmica, che l’universo ha creato dal suo Big Bang la si può sentire nelle notti stellate dentro il movimento d’ogni creatura cosmica e la riporterò in tutta la mia opera poetica “la trilogia del tempo che muore”.

Pier Paolo Pasolini: sono un ateo che vede la vita nella sua religiosità. Questa sua religiosità trapela in modo diverso da tutti i suoi scritti e in tutti i suoi film, tranne per Salò, che ormai deluso, solo, amareggiato, dopo l’abiura alla trilogia della vita, esprimeva appieno ciò che era divenuta la nostra società con l’avvento del consumismo e della omologazione. La religiosità che più si evidenzia dai suoi film il (vangelo secondo Matteo e la Ricotta) è quella del Cristo: il Cristo umano, terreno, rivoluzionario, venuto a sovvertire le leggi dei padroni, degli oppressori a sconvolgere il potere costituito, a dare scandalo; questo Cristo nel Vangelo secondo Matteo, si appropria delle parole del vangelo e rimane un rivoluzionario, che distrugge ogni forma di casta ed evidenzia la povertà e la sofferenza del popolo, degli schiavi, delle puttane e di ogni essere umano che vive emarginato e sofferente, fino a dire che gli ultimi saranno i primi. Questo Cristo, che esprime tutta la sua religiosità in questa lotta che sconvolgerà il mondo antico e lo minerà alle sue radici e lo farà morire sulla croce, dopo essere stato flagellato, accettando su di sé il dolore del mondo è in questo dolore umano che il Cristo si identifica, e in questa sua umanità si esprime la sua religiosità. La lotta che fece Cristo era quella di cambiare profondamente la società, quella Pasoliniana è stata quella di non cambiarla di rimanere nel passato, di non distruggere tutta la nostra cultura formatasi dalla morte del Cristo all’avvento del consumismo, duemila anni di umanesimo gettati alle ortiche per sostituirli col puro consumo,in fondo è la nostra nuova religione che ci è entrata dentro e che non ce ne possiamo più separare.
in Accattone la religiosità si esprime nel popolo, il popolo della borgate romane, non che il popolo delle borgate sia stato un popolo religioso, anzi tutto il contrario, la sua religiosità era soltanto formale. La sua religiosità era data dall’estrema povertà in cui vivevano e all’adattamento alla miseria e alla fame, nelle baracche in cui vivevano piene di figli e di miseria, l’unica cosa che potevano fare erano i figli benedetti dalla provvidenza e dalla gioia di vivere e non come oggi: (l’aborto, negazione della vita, omicidio legalizzato, sfregio della donna e non più come atto divino e ripetizione della creazione di tutto l’universo) e per uscire da questa miseria i ragazzi sceglievano le strade più maldestre: il rubare, l’essere magnaccia e far prostituire le loro donne, per quei pochi luccichii d’oro che portavano al collo e alle dita. La religiosità espressa da Pasolini era come quella del Cristo, la religiosità della povertà della gente e degli esseri emarginati, dei ladri e delle puttane. Fu scandolo quando Pasolini adoperò per le sue inquadrature le musiche di Bach, che sono profondamente religiose.
La mia esperienza del Cristo è trivalente, studiando e rappresentando teatralmente la poesia di David Maria Turoldo (Sillabe divine, Mario Pozzi), questa poesia puramente Cristiana, sia per spiritualità, sia per umanità, dà al Cristo quel porto, quel rifugio che ogni anima attanagliata dalle sua tenebre cerca la sua luce “io sono la verità e la vita, chi crede in me non morrà ma vivrà in eterno”. Turoldo era uno studioso della bibbia e i suoi dubbi sull’Eterno si manifestano nei (canti ultimi), dove il salmista Qoelet, pone come nostro fine il nulla, il Divino nulla, tema Leopardiano (e la natura ci pose come fine solo la sepoltura); questo nulla lo contrappone col dolce salmo del Cantico dei Cantici, dove nella notte la fiammella ardente della fanciulla attende lo sposo, ed ecco lo sposo, la dolce e tenera figura del Cristo, luce nelle tenebre del mondo.
Ritornando alla figura del Cristo Pasoliniano, andiamo al film “La Ricotta” dove il dualismo del Cristo Ecclesiale, formale, accademico con la scena trasgressiva della deposizione si differenza nella figura di Stracci, povero Cristo delle borgate che per pura fame,(beati gli umili e i mansueti, perché è per loro il regno dei cieli), si presta ad ogni umiliazione per riempirsi la pancia, fino a morire come il Cristo sulla croce per indigestione. Pasolini fu sempre attratto per le sofferenze del popolo, prima per l’immenso mondo contadino dove in esso vedeva la profonda religiosità umana di questa gente che viveva come l’uomo era vissuto, legato alla terra e alle stagioni e al dominare della natura e in questa natura si celava la sua Divinità, che l’uomo rispettava, perché da essa dipendeva.
Mamma Roma, interpretato da Anna Magnani, Pasolini ebbe dei dubbi su Anna Magnani, perché non rispondeva al suo canone di donna del popolo, ma ad un canone borghese. La storia è quella di una prostituta che vuol abbandonare il suo destino per divenire una piccola borghese, ha un figlio che adora e lo strappa dal paesello dove era stato allevato per portalo a vivere in una delle borgate Romane per inserirlo in una vita piccolo borghese, quando sembrava che c’era riuscita, il suo vecchio protettore si ripresenta e la costringe a tornare sulla strada, il figlio dopo diverse peripezie, morirà in prigione su un vecchio tavolaccio invocando la madre che lo aveva tolto dal paesello dove viveva tanto bene. Pasolini per questa scena adoperò la figura del Cristo morto del Mantegna. Questo film, nonostante le musiche classiche a tema religioso, le inquadrature che riportavano la vita di quelle borgate, la disperazione della madre e per la morte del figlio, non riesce a dare un senso religioso, perché nel tema trattato non c’è nulla di religioso; c’è solo la povera vita di una prostituta che cerca una vita borghese e in questo rovinerà il figlio.
In Teorema, dove un bellissimo giovane, attraverso l’ossessività del sesso, viene a sconvolgere una famiglia dell’alta borghesia milanese, Pasolini identificava la borghesia come il male del mondo, entropia borghese, incapace di essere felice e questa sua infelicità la deve espandere a tutti gli esseri viventi. La figura del padre anche quando avrà la sua crisi di coscienza troverà solo il deserto e il suo perduto grido(Munch). La famiglia, incapacità di comunicare tra loro, solitudine, infelicità, disperazione. La religiosità di Pasolini anche qui si esprime nella figura della serva, che abbandonata la casa si rifugia nel suo mondo contadino e per ascesi viene venerata ma ammuffisce, presagio della fine del mondo contadino e con lui tutti i suoi valori. La figura di Riccetto analfabeta e ingenuo, la sua religiosità è la più pura, incontaminata, la religiosità della vita che basta a se stessa, la sua allegrezza, la sua spontaneità.
In Medea la religiosità Pasoliniana è arcaica legata al principio del tempo, alla società rurale, che nei loro credi religiosi e sacrificali celebravano la vita, la vita ferma nel tempo e del suo ripetersi, finché una nuova società sostanzialmente laica viene a rubare il vello d’oro e a dissacrare quel mondo. Giasone, viene allevato dal centauro nel mito della natura dove in ogni suo manifestarsi è celato il sacro, il mistero. Il centauro svelerà a Giasone che lui non è suo padre, ma lo raccolse dalle acque e i suoi genitore erano Dei e Re e che lo zio uccidendo il padre le aveva tolto il regno, che solo col recupero del vello d’oro lo può riconquistare e che il vello d’ora sta in una terra lontana. Poi Giasone diverrà adulto e il centauro non sarà più un mito sacro, ma sarà laico, dedito alla ragione e alle sue passioni. Giasone su invito dello zio parte alla conquista del vello d’oro e con l’aiuto di Medea che col fratello ruberà il vello d’oro e lo ucciderà seminando i pezzi del suo corpo per sfuggire all’ira del padre. Medea discesa nella nuova terra già non riconosce più la sacralità della nuova terra non ne sente più il mistero. Portandola in questa società laica, estranea alla sua vera natura e per essere abbandonata e tradita da Giasone, Medea sfogherà tutta la sua furia devastatrice come quella della natura su i propri figli uccidendoli, compiendo quest’atto tragico con pura lucidità, umilierà Giasone e lo condannerà al suo rimorso.
In Epido Re la religiosità è tutta personale, il tema è tutto autobiografico, il contrasto tra padre e figlio e il suo amore e odio e lo smisurato amore per la madre, quasi una schiavitù, dalla poesia (A mia madre), (il mito e il fulcro del soggetto e la tragedia è il massimo del mito, Pier Paolo Pasolini). Epido, viene fatto abbandonare dal padre con i piedi tagliati e legati sul monte Citreonte a certa morte, perché l’oracolo di Delfi da lui interrogato gli predette che il primogenito lo avrebbe ucciso, il pastore Euforbo lo trovò e lo consegnò a i regnanti di Corinto che lo allevarono. Ma il destino di Epido è già segnato come predetto dall’oracolo di Delfi, va incontro al suo destino inconsapevolmente, se è vero che le colpe dei padri ricadono sui figli innocenti (tema delle tragedie Greche), sarà condannato per l’incestuoso rapporto con la madre e l’uccisione inconsapevole del padre a vagabondare cieco, dopo essersi tolto la vista. Il tema svolto, tramite la tragedia di Sofocle è molto complesso e Pasolini identifica in questa tragedia i suoi rapporti personali con il padre e la madre. Il rapporto d’amore con la madre e il suo esclusivo vincolo, lo portarono all’omosessualità. Pasolini non aveva in sé nessuna componente femminile, se non quella dell’anima, (Il mio amore è per la donna, infante e madre), era un uomo a tutti gli effetti sia negli atteggiamenti che nel suo modo d’essere, e nella poesia (a un figlio mai nato), dove una giovane puttana dolce come un ragazzo, gli venne incontro festosa, Pasolini la fece salire nella macchina e nella felicità della vita, ebbe l’unico rapporto sessuale della sua vita con una donna. Il tema del padre e il figlio e la madre è un tema antichissimo, è il tema peculiare della nostra vita e in questo c’è una religiosità profonda, mitica, ancestrale che deriva dalla stessa natura delle cose e se questa natura viene in qualche modo alterata o sconvolta, tutto l’equilibrio naturale prende altre soluzioni e si perde nel mistero. Pasolini definì questo film, film di psicanalisi, io non credo nella psicanalisi, scienza riduttiva come tutte le scienze fine a se stesse. Pasolini di questo tema ne fece un dramma personale, già in Affabulazione, anticipa i temi di Epido, nel contrasto sessuale tra il rapporto col padre e il recupero del figlio tramite il suo mistero. Nella poesia a mia Madre (ho bisogno di corpi senza anima, perché l’anima sei tu e tu sei la mia schiavitù) e questa schiavitù che lo seguì per tutta la vita lo vincolerà alla sua omofilia.
Pasolini aveva una cultura laica, profondamente classica, occidentale, e non conosceva profondamente la cultura Russa e la sua anima, anche se aveva letto molti scrittori Russi. Prendo ad esempio da (Descrizioni di descrizioni), l’analisi che fece dei due romanzi di Dostoevskij, (Delitto e castigo e i Fratelli Karamazov), la descrizione è sempre freudiana, complesso di Epido, il super uomo di Nietzsche, i rapporti ossessivi della madre e della sorella portano il protagonista a compiere il delitto come per liberarsi della schiavitù della madre e della sorella, in delitto e castigo. Nei fratelli Karamazov l’analisi è il complesso del padre che i figli hanno e per liberarsi da questo complesso sempre freudiano compiono, simbolicamente il parricidio tutti e tre insieme ecc. Questa versione Pasoliniana dei due romanzi è sbagliata, perché come scrisse Giuseppe Ungaretti (come può il fioco lumino della psicologia occidentale dar luce alle tenebre Dostoevskijane). Dostoevskij amava profondamente Cristo, si era salvato davanti ad un plotone di esecuzione all’ultimo minuto, per le sue idee liberali ed era stato deportato per sette anni in Siberia tra la peggiore feccia umana con la sola consolazione della bibbia e del nuovo Testamento, unico libro che potevano tenere, e lì analizzò l’animo umano nelle sue più profonde tenebre dove si celano i suoi demoni. (Delitto e castigo), è la storia di uno studente che uccide una vecchia usuraia e per sbaglio la sorella convinto che l’omicidio fatto dalla sola ragione per un suo fine utile sia senza colpa, (questo concetto sarà allargato a tutta la nuova società nascente, i Bolsceviki ,e l’avvento del socialismo ateo, nel romanzo i Demoni), dopo l’omicidio lo studente crollerà per il rimorso e convivrà con i suoi demoni fino all’incontro di una fanciulla prostituta, che per l’amore della sua famiglia che viveva in stato d’indigenza e in estrema povertà si prostituiva, in questa candida fanciulla troverà quella purezza di Cristo e tramite lei confesserà il peccato e pagherà la sua colpa e avrà la sua resurrezione. Il romanzo è molto complesso, oltre al tema dominante vi si aggirano figure umane di tutti i generi nella loro assoluta solitudine e disperazione, come in tutti i romanzi di Dostoevskij. Nei fratelli Karamazov, Dostoevskij riassume quasi tutto quello che aveva scritto nei suoi romanzi precedenti. La storia ruota su un parricidio commesso da uno dei suoi quattro figli: Dimitri, Ivan, Alioscia e il figliastro Smjerdjakov. Dimitri è la figura centrale del romanzo e incarna l’anima Russa, esagerata fino allo spasimo, sessualmente vorace, per ottenere quello che desidera è pronto a perdersi, ma è anche generoso e pronto a riscattarsi. Ivan, è l’uomo nuovo, ateo, nichilista è convinto che il peccato non esiste e che la ragione può per i suoi fini giustificare tutto, anche l’omicidio (e questo pensiero che per Dostoevskij era il male assoluto, la negazione di Cristo e la vittoria dei demoni sull’uomo e la loro perdizione); porteranno Ivan alla pazzia. Questi discorsi fatti da Ivan al fratellastro Smjerdjakov, debole di mente e rancoroso verso il padre che non l’aveva riconosciuto e lo faceva vivere da servo lo porteranno a commettere il parricidio che lo porterà come giuda al suicidio. Alioscia impersona la purezza, la mitezza, la veggenza della bontà, il profondo amore per l’umanità e ama i fratelli e tenta di salvarli dai loro demoni. Il padre è un vecchio vizioso che non ama nessuno se non il suo piacere, il suo amore per Gruscenka è di puro piacere e lotta con figlio Dimitri per averla, la sua corruzione è totale è un’anima sporca. Dostoevskij poneva Cristo al di sopra di tutto era l’unica via che il popolo Russo dopo mille anni di servilismo e di schiavitù della gleba con la loro profonda religione e amore per la figura del Cristo, potessero salvare la Russia dall’anima demoniaca del male. (Anche se la pura ragione mi dimostrasse che Cristo non esiste, io sceglierei sempre Cristo). Quando conobbi Victor Motko avevo ventisei anni, era il 1977 a Ladispoli dove vivo, ero sulla spiaggia e controluce vidi questo piccolo uomo dalla barba e i capelli lunghi e lanosi di colore nero, fui folgorato come San Paolo sulla via di Damasco. Da qui nacquero i quattro anni più intensi, disperati e felici di tutta la mia vita. Victor Motko, pittore, professore, dissidente Russo, amico di Sakharov e di (Juri Orlov fondatore del Moskow Helsinki Group), arrestato a Mosca nel 1976 e poi detenuto e torturato in un manicomio Psichiatrico, per avere manifestato per la libertà di pensiero e d’espressione, per la libertà religiosa e per i diritti umani allora calpestati nell’Unione Sovietica e costretto ad abbandonare la sua Russia che tanta amava: questo piccolo uomo dalla grande anima e dall’immensa cultura fu uno dei primi col suo sacrificio a contribuire a far cadere il muro di Berlino e a ridare a milioni di persone la libertà e quei diritti che fino allora erano stati calpestati. Victor, quando lo conobbi non sapevo che cosa era un’Icona, Le Sante Icone, fondamento di tutta la religione Ortodossa, in loro si rispecchia la verità del Cristo. Victor oltre ad essere un grande pittore d’Icone come Rublov che tanto amava, era profondamente religioso, il suo amore per Cristo era totale e in questo amore si rispecchiava tutto il suo amore per la Russia antica, che sempre ha rappresentato nei suoi dipinti, da esule, da fuori uscito e anche in questi dipinti traspare la sua profonda religiosità. Mille anni di storia Russa, fino all’avvento della rivoluzione Bolscevica che in un attimo spazzò quell’immenso patrimonio culturale etico e religioso che sotto la sua trinità: Cristo, lo Zar e il popolo si era costruito dando all’anima Russa quella peculiarità che i suoi pittori, poeti, romanzieri, musicisti e registi hanno così ben descritto. Quest’anima millenaria era incarnata nell’anima di Victor. I primi tempi che ci conoscevamo, Victor aveva grandi progetti, Mario voglio andare in Egitto per studiarne l’arte, poi a Parigi in Olanda per vedere Van Gogh, il suo amato Van Gogh, voleva girare il mondo, doveva andare in America come tutti i suoi compagni dissidenti che stavano in aspettativa qui a Ladispoli per i documenti necessari per poter essere accettati dagli Americani e invece è stato sempre con me per più di cinque anni. In questi cinque anni, l’anima di Victor si fece sempre più disperata, la sua nostalgia della Russia fu totale, ossessiva, disperata e questa disperazione lo portava a bere in modo assurdo e ad essere completamente in balia degli altri, indifeso come un bambino fino a portarlo alla pazzia, alla malattia; un giorno mi disse, Mario sei come San Tommaso se non vedi non credi, quando non avrai più Victor ne avrai grande nostalgia, a quasi sessant’anni non è passato un giorno che la figura di Victor non sia riflessa nella mia mente e nella mia anima (e l’anima mia è triste fino alla morte). Non vedo più Victor dalla Pasqua del 1981, quando ormai malato mi venne a cercare a casa e non trovandomi si arrabbiò, andò alla stazione di Ladispoli ruppe un vetro e lo portarono alle carceri di Civitavecchia e da quel giorno non lo vidi mai più. Dieci anni dopo, (Era) Gorbaciov, andai alla ambasciata Sovietica di Roma, l’addetto culturale di allora fece delle ricerche, ma in Russia non era rientrato. Victor, penso, sia morto malato in qualche ospedale e messo in una fossa comune, desaparecidos, sorte toccata a quasi tutti i grandi geni: (Leopardi, Mozart, Leonardo ecc ). L’allegria è un passero di breve volo. Un passero lascia sulla neve una lieve traccia che il vento cancella subito. Il dolore è un aratro che sconvolge la terra per le messi future (Marina Cvetaeva). E il dolore è stato il compagno fedele di Victor e la sua allegria di breve volo ed io all’età di trent’anni rimasi di nuovo orfano e quel vuoto nel cosmo Pasoliniano, venne riempito dai fantasmi della morte, della tragedia, attraverso la memoria, la desolata memoria di ciò che è stato e non tornerà mai più e la malattia della vita fu sovrana.
I due film Pasoliniani dove non c’è nulla di religioso sono: Porcile e Salò, quando Pasolini in questi film affronta il tema della borghesia e del potere, in questo tema non c’è nulla di religioso, ed è questa mancanza di religiosità che rende sterile e infelice la Borghesia e il potere che si accanisce contro chi è diverso da lui per pura malvagità, perché essendo lui infelice vuol rendere infelici tutti gli altri, l’intero mondo. In Porcile il tema è quella del nuovo potere che abbandona il vecchio potere per costruire un altro, dominante e di puro consumo servendosi dei figli e illudendoli che la loro rivoluzione, la trasgressione, il loro abbandono di tutto il tempo antico e passato, potesse dargli un nuovo mondo, un mondo giusto (Il sessantotto), distruggendo se stessi hanno solo favorito il potere che li ha sfruttati per i loro fini. Qui il figlio ribelle che analizza tutto questo, si farà mangiare dai porci e di lui non rimarrà nulla neanche la memoria, perché chi non si integra nel potere deve essere eliminato, così che gli operai non sappiano nulla. Il film ha molti altri temi come il deserto e i ladroni che mangiano carne umana ma sono liberi a contrasto delle sequenze moderne, il paragone è sempre tutto Pasoliniano, la metastoria, la nuova preistoria che cancella la storia e anche in questo tema non c’è nulla di religioso, c’è la barbarie come puro atto dell’esistere, come rivolta fine a se stessa.
Salò, film terribile demoniaco senza ombra di nessuna religiosità, il nuovo potere si è costituito, tutto il mondo antico è stato cancellato i duemila anni di storia sono stati sepolti e al loro posto, l’uomo nuovo è un oggetto vuoto, dedito al consumo, arido, un nulla vivente, e così viene martirizzato, brutalizzato sodomizzato, flagellato e condannato senza nessun appello come nel (processo di Kafka) nelle sequenze dei gironi. Solo nel grido (Dio perché ci hai abbandonato), come Cristo sulla croce gridò, ma anche qui non c’è nulla di religioso è un grido arido, vuoto di sola sofferenza, come tutto il film è tutta un’inquadratura di dolore, di sofferenza, di vuoto, dove ogni speranza viene cancellata. Il film è terribile, che la mia coscienza e la mia dignità d’uomo non può accettare, ma rappresenta ogni sopruso, ogni prevaricazione, ogni tortura, ogni sfruttamento che l’uomo fa sull’uomo e il demone Dostoevskijano è ben rappresentato fino a far dire a David Maria Turoldo, che sulla terra non ci rimanga neanche più un lichene.
San Paolo, ne rimane la sceneggiatura, il film non fu mai realizzarlo, ma fu profetico quarant’anni dopo un Afro Americano viene eletto alla presidenza degli Stati Uniti, votato dalla stragrande maggioranza del popolo Americano composto da tutte le razze del mondo. E questo ha dimostrato la vera natura democratica dell’America e che le cose nel mondo possono cambiare lentamente. ylenia Carrisi poetessa, ho scritto per lei il monologo dell’amore e della sua solitudine, come Alban Berg scrisse per la figlia di Alma Mahler il famoso concerto per violino (in memoria di un angelo). Io sono un Poeta, l’epigone della poesia italiana, perché questo grande dono che ha brillato fin dalla nascita nell’anima dell’uomo è stato divorato, (il conte Ugolino, Mario pozzi). Ho ereditato da tutti i grandi poeti Italiani che mi hanno preceduto il loro sapere, il loro essere, la loro spiritualità, la cognizione della vita e della morte e la loro infinita bellezza, i loro sogni e la loro tristezza, il loro dolore. ylenia questa bellissima ragazza, che aveva studiato nelle più prestigiose scuole occidentali, colta, dall’intelligenza particolare, innamorata di Kerouac, inquieta, come tutte le grandi anime, stava scrivendo un libro sugli Afro Americani e questo fu un altro presagio della presidenza di Obama; il suo dolore, la sua tristezza, la sua inquietudine, il suo non adattamento alla vita reale l’hanno portata a soli 24 anni al suicidio, secondo una guardia Americana che la vide gettarsi nel fiume. Anima che io accosto alla mia amata Antonia. Antonia Pozzi, la più grande poetessa del novecento Italiano anche lei morta suicida a soli ventisei anni. La poesia “Il porto” di Antonia Pozzi, rispecchia appieno l’animo di questi due dolci angeli. Tornando al San Paolo, Pasolini riprende il tema del Vangelo, lo spirito rivoluzionario di Paolo che con il suo predicare e il suo messaggio farà crollare tutto il mondo antico, l’idea era di portare la vita di Paolo ai tempi d’oggi, così da spostare il panorama dove aveva vissuto Paolo: Atene, Roma, Gerusalemme, Antiochia , in quello attuale New York, Parigi, Londra, Roma. Nella prima stesura San Paolo doveva morire in una grande strada di una periferia di queste immense città, tra l’indifferenza della gente, incurante del suo martirio, acida, nemica, senza speranza nelle loro aridità, il messaggio doveva essere che in questo caos, (era tornata la parola di Dio). Poi col viaggio in America, a New York e la sua discesa ad Harlem, si schierò con gli Afro Americani e tornarono i temi del Vangelo: povertà, sfruttamento, segregazione, emarginazione. E Pasolini si rifece alla figura di Martin Luther King, e San paolo verrà ucciso in una piccola stanza di un anonimo albergo da un killer.
La trilogia della vita è un inno a tutto il mondo passato, tramite le opere del Boccaccio, di Chaucer e le Mille e una notte, rappresentò la vita attraverso la gioia della sessualità, la religiosità della sessualità, fonte dominante di tutta l’evoluzione umana. Questa trilogia è un inno alla religiosità della vita e al suo modo di concepirla, prima dell’avvento del consumismo, ad un mondo ormai scomparso e che non tornerà mai più. L’impegno sociale di Pasolini lo portò ad abiurare la trilogia, perché all’epoca furono rappresentati film di bassa lega sulla scia della trilogia e per paura di essere sfruttato l’abiurò, con una lunga accusa al mondo consumistico e al suo edonismo. L’usignolo della chiesa cattolica, dolcissimo libro immerso nella storia d’una Casarsa ancestrale, mitica come era L’Italia prima della guerra, con il tempo immoto, coronato dalle dolcissime stagioni, dai vespri, dalle aurore e dai i suoi rossori dolci come gli aprili, le sere dorate, i ruscelli e le fontane e i dolcissimi sospiri in una natura intatta, unica gioia della vita. La scoperta della sua sessualità e del suo peccato(l’omosessualità), l’ombra insaziabile della madre e la dolce figura del Cristo come redentore, infine la scoperta del marxismo ( ma, Pasolini inconsciamente non fu mai né Marxista né comunista, la sua visione del popolo era populista, umana, e vedeva nella natura il silenzio del sacro, dettata dalla sua cultura classica). Le ceneri di Gramsci, la religione del mio tempo, Poesie in forma di rosa, il mondo del dopo guerra e il popolo italiano e i paesaggi della nostra terra, che uscivano da una guerra devastante ma rimanevano intatti nella sua storia e nella sua profonda bellezza. In questi libri di profonda poesia c’è tutta la religiosità Pasoliniana e l’amore ancestrale per questa nostra Italia che duemila anni di storia ne fecero qualcosa di unico al modo. Poesia eccelsa, descrittiva, intimamente disvelata, da rendere questo poeta un gigante, un unico nella poesia Italiana. In questa poesia c’è qualcosa di veramente sacrale e profondamente vivo c’è la vita, chi è nato nella preistoria, nella non storia, non può minimante sapere né sentire quel tempo mitico dove la vita bastava a se stessa e la sua sessualità era incontaminata come le stagioni, le pure stagioni, dove i sogni ci accompagnavano nello svelarsi della vita. Io, sono un poeta ermetico, un poeta visionario, un poeta della memoria come lo era il Petrarca e il Leopardi, ho amato la poesia pura, amandola ho amato la vita e la dignità umana. La mia poesia e totalmente diversa da quella Pasoliniana, è una poesia complessa tutta interiore e di memoria ereditata dai nostri grandi poeti intimi, posseduta dall’amore per la donna e dalla sua sessualità che ne rende il mistero, il mistero del nostro vivere, del nostro disvelare del tempo, nel susseguirsi della stagioni e dei suoi inni, nel gorgo dei ricordi e dei suoi gridi persi nell’infinito, nel tempo cosmico totalmente differente dal tempo umano, tempo soggettivo al nostro sentire, al nostro percepire, al suo mistero che si cela dietro il paesaggio e il richiamo della natura come forza naturale, come madre che è lontana dal nostro sentire dandoci quella solitudine e inquietudine del nostro vivere, che solo l’amore può alleviare; è la poesia del sogno che diventa reale attraverso l’esprimersi della vita.
Caldoròn fa parte delle sei tragedie che Pasolini scrisse in brevissimo tempo, quando fu costretto per un’ulcera a stare sei mesi a letto. Teatro di poesia lo definì, teatro di parola come quello Greco: (Affabulazione, Pilade, Porcile, Orgia , Bestia da stile). La vita è un sogno (Calderòn de la barca), la vita non sta in un sogno solo ma in tanti sogni (Pier Paolo Pasolini), la vita sta in tanti sogni ma porta sempre a un sogno solo (Mario Pozzi). Calderòn, è il sogno di Rosaura che si sveglierà in tre luoghi diversi, i primi due da ricca passerà proletaria due sogni del mondo antico, due sogni quando ancora era permesso il risveglio, nel terzo sogno nel nuovo mondo consumistico, Rosaura non può più svegliarsi, perché quel mondo lo può solo sognare. Questa favola dolcissima vuol dire, che con l’avvento del consumismo i sogni sono diventati incubi. L’incubo del mondo moderno e del suo non saper vivere e il suo stravolgimento di ogni cosa naturale, la perdita dei nostri valori della nostra ricchezza, l’uccisione della poesia. Il tramonto dei sogni, (l’ultima delle mie raccolte di poesia) è l’ultimo guizzo della giovinezza ritrovata, dove (il non potrò più smemorarmi in un grido), Giuseppe Ungaretti, rivive come un sogno sulla frattura del giorno e della notte. E poi? La Poesia Italiana è alla sua fine con tutto ciò che essa contiene. Forse i nostri figli (dall’eco d’una età sepolta), Pier paolo Pasolini, ricostruiranno in un altro sogno la nostra eredità. Se il seme che cade nella terra non muore non rinascerà! (Mario Pozzi 1990).
Tutto finisce dove tutto comincia, la morte di Pier Paolo Pasolini, è stata una tragedia per il popolo Italiano, denigrato e perseguitato per quasi tutta la sua vita adulta, col solo mezzo della parola (le poesie, i romanzi sono parole scritte i suoi film, parole d’immagini), ha tenuto viva la cultura Italiana per oltre trent’anni, destando la partecipazione alla sua lotta migliaia di persone. La coscienza Italiana col benestare di tutta la pseudo intelligenza , le classi di partito e non solo si era acquietata, il frocio era stato ammazzato, ora potevano dormire tranquilli, lo specchio dove vedevano riflessa la loro vera immagine non c’era più. Era stato trucidato, flagellato come Cristo, più di duemila anni fa. Questo grande poeta che fu la coscienza della nostra società decadente, fu crocifisso, il suo martirio come quello di Cristo, pesa sulla coscienza nazionale, come la morte di Garzìa Lorca in Spagna, e di tutti i poeti che sono stati trucidati nei campi di concentramento di Hitler, o nei gulag Sovietici (Opis Mandel’stam), o di ogni uomo libero che con la sola parola esprime le sue idee. La morte non sta nel non comunicare, ma nel non essere compresi, (Pier Paolo Pasolini.
Mario Pozzi - 2010
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Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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