mercoledì 10 luglio 2013

Pasolini prossimo nostro - Recensione e opinione di: Giulia Galeazzi, di Federico Pedroni, di GIMON 82.

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini prossimo nostro


Nazionalità:Italia - Francia
Durata: 63 min.
Sceneggiatura:
Fotografia: Deborah Imogen Beer
Effetti:
Musiche:
Cast: Pier Paolo Pasolini e il cast e la troupe di "Salò o le 20 giornate di Sodoma"

Questo documentario è il frutto del tentativo di Giuseppe Bertolucci di riportare alla luce il materiale e il contenuto ideologico che sta alla base della creazione di Salò, uno dei film più controversi e destabilizzanti della storia del nostro cinema. L’opera è stata realizzata andando a ripescare negli archivi di Cinemazero la vasta collezione di immagini che la fotografa Deborah Beer scattò durante la lavorazione del film e una straordinaria serie di conversazioni fra Pasolini e il giornalista Gideon Bachmann.
Salò, o le 120 giornate di Sodoma è l’ultimo lavoro del grande regista, che morì poco dopo aver ultimato le riprese. Fatalmente si pone quindi come una sorta di testamento, anche per il carattere definitivo del suo contenuto. Il far seguire alla Trilogia della vita questa rilettura, quanto mai priva di speranza, del testo del Marchese de Sade (già di uno spiazzante nichilismo) significa dare una chiusa brusca e totale al gioioso universo favolistico che il regista aveva ricostruito.
Del racconto originale viene ripresa la struttura, che elenca, in quella che Klossowski (il filosofo autore del saggio Sade, prossimo mio citato dal titolo del documentario) definì una monotonia sacrale propria delle litanie religiose, tutte le possibilità della violenza psicologica e fisica, in un crescendo inarrestabile e straniante. Il film contestualizza però questo racconto di atrocità e orrore nella Salò fascista, arricchendolo quindi di nuovi significati: la riflessione sui rapporti di forza viene ampliata eminentemente nella direzione del potere politico. La dominazione fascista è definita da Pasolini “arcaica”, per le sue forme rituali e facenti leva su un’adesione, o sottomissione, arazionale. Ma essa diventa a sua volta solo l’immagine esplicita di un potere infinitamente più subdolo, che è quello della società contemporanea.
Pasolini, trent’anni fa, aveva già preso atto dei mutamenti che stavano avvenendo nel mondo occidentale, dei quali solo ora vediamo l’esplosione. Per questo Bertolucci ha ritenuto importante riportare all’attenzione queste amare immagini e riflessioni che ci riguardano oggi più che mai.
La mostruosa reificazione dei corpi delle giovani vittime rappresenta in modo parossistico la mercificazione del corpo nella società dei consumi. Una società in cui la libertà è solo apparente, ma che in realtà esercita un potere tanto più vincolante quanto più invisibile, poiché, concedendo una cosa, ad essa obbliga. Il sesso diventa l’emblema di questo passaggio dalla trasgressione alla costrizione: se nella Trilogia della vita i rapporti erano conquistati, spesso rubati e per questo pieni di giovanile entusiasmo, qui il sesso è solo il modo più estremo per distruggere la libertà, per annichilire l’individualità. Le vittime, nelle mani dei potenti, diventano una cosa senz’anima, dei corpi costretti alla ripetizione meccanica di atti osceni perché privi di qualsiasi sapore. Così nell’odierna società il sesso si trasforma in un obbligo sociale, non essendo più uno spazio autonomo e privato, bensì l’ennesima declinazione della merce. Se Bataille, grande commentatore di Sade, qualche decennio prima poteva ancora dire che «è vero che gli affanni dissociati della vita attuale invadono anche le camere da letto: tuttavia, chiuse a chiave, esse continuano ad essere, nel vuoto mentale quasi illimitato, come tanti isolotti in cui le figure della vita si ricompongono», questa dimensione, nella riflessione di Pasolini, sembra ormai perduta per sempre. Non esiste più uno spazio salvo dalle ingerenze del potere del consumo ed è per questo che i nuovi giovani, che più dovrebbero incarnare la ribellione e la speranza e che invece paiono essere gli schiavi più pazienti, sono per il regista «brutti o disperati, cattivi o sconfitti». La speranza stessa è anzi uno dei più efficaci strumenti della dominazione, in quanto tiene vincolati alla dimensione altra di un futuro che mai ci apparterrà, distogliendo lo sguardo dall’orrore del presente.
È invece fondamentale guardare alla ferocia di questa società che devasta le menti come le antiche civiltà facevano con i corpi, mantenendo di esse la primitiva arbitrarietà (per i quattro aguzzini di Salò il potere è infatti l’anarchia suprema) e spietatezza. Questo riusciva a fare Pasolini con il suo quasi insostenibile film, raccontandoci la nera favola della nostra morte. Questo cerca di fare Bertolucci, riportandoci sulle riflessioni di un uomo che stava per morire proprio a causa della violenza disumanizzante di cui ci aveva parlato, portando con sé il sogno di un altro tempo, in cui la speranza era forse ancora possibile.
di Giulia Galeazzi


La recensione di FilmTv


Emozionante e sconvolgente testimonianza che a distanza di anni si rivela attualissima
Salò o le 120 giornate di Sodoma rimane, a più di trent'anni dalla sua uscita, un film agghiacciante e misterioso, un testamento apocalittico e cupo reso ancora più angosciante per l'assassinio dell'autore avvenuto pochi giorni prima della sua uscita. Adesso Giuseppe Bertolucci ci aiuta, con questo lucido e appassionato film, a gettare una nuova luce sul capolavoro postumo del regista friulano.

Pasolini, Calvino e i fascisti, di Pierluigi Battista, Corriere della Sera 3 maggio 2005

"ERETICO & CORSARO"

Vedi anche: Pasolini corsaro


Pasolini, Calvino e i fascisti
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera 3 maggio 2005

 Erano «borghesi», «fascisti», «pariolini», violenti. L’efferatezza bestiale del loro crimine si era scatenata su due donne indifese, e questo stava a simboleggiare la cifra «sessista» di una sopraffazione senza confini; e perdipiù su donne «proletarie», e questo particolare ne denunciava la propensione al sopruso «di classe», manifestazione estrema e delinquenziale di una condizione di illegittimo privilegio. I tre assassini del Circeo - Izzo, Ghira e Guido - divennero subito la personificazione di qualcosa di ancor più torbido e infernale di un semplice Male politico, incarnazione di una negatività storica - il «fascismo» - che oltrepassava i confini della dimensione politica vera e propria per trasformarsi in tara antropologica, abiezione umana, turba psichica prima ancora che errore ideologico. 

Era il 1975 e la raffigurazione artistica di questo connubio di ferocia e potere sembrava esprimersi nel truculento Salò di Pier Paolo Pasolini. Ma Pasolini, proprio due giorni prima di morire, sorprese ancora una volta il mondo culturale di sinistra e imbastì sul misfatto del Circeo una polemica politico-giornalistica, il cuore di una provocatoria ed estrema «lettera luterana» il cui destinatario era Italo Calvino. A poche ore dalla morte, Pasolini aveva colto nel commento calviniano sul delitto del Circeo (apparso l’8 ottobre sul Corriere della Sera ) il segno di una narcotizzante pigrizia intellettuale, l’aggrapparsi a certezze solide ma inaridite dall’uso e dall’abuso: l’antifascismo rituale, l’identificazione convenzionale tra borghesia italiana e fascismo, la pretesa di fissare una volta per tutte l’inferiorità antropologica e financo umana del «nemico». Un Pasolini tutto diverso da quello lugubre di Salò, il 30 ottobre del ’75 scrisse sul Mondo la sua lettera a Calvino («Tu dici», è l’incipit inequivocabilmente accusatorio) per contraddirlo: «Ho da ridire sul fatto che tu crei dei capri espiatori, che sono: "parte della borghesia", "Roma", i "neofascisti"».
 
Era una sferzata ai comodi clichés della cultura di sinistra e solo la morte all’Idroscalo di Ostia, quarantotto ore dopo, impedì il consueto profluvio di polemiche che negli ultimi anni aveva travolto ogni scorreria «corsara» di Pasolini. Ma resta altresì significativo che l’ultimo scritto pasoliniano sia stato il suo intervento sul Circeo. Non una difesa dei massacratori, ovviamente. Ma l’insofferenza per chiavi di lettura che a Pasolini risultavano terribilmente anacronistiche.
Aveva scritto Calvino:



«questi esercizi mostruosi si presentano con la sguaiataggine truculenta delle bravate da caffè, con la sicurezza di farla franca di strati sociali per cui tutto è stato sempre facile, una sicurezza che fa passare in meno che non si dica dai pestaggi all’uscita della scuola alle carneficine nelle ville del week-end». Una linea di assoluta continuità sembra stabilirsi nell’argomentazione calviniana tra «i pestaggi» neofascisti e le «carneficine».

 
Ma questa continuità è il preludio di un’ulteriore coincidenza socio-politica in cui i «picchiatori fascisti» altro non sarebbero che il frutto marcio di «una parte della borghesia italiana che vive e prospera e prolifera senza il minimo senso di ciò che appartenere a una società significa come relazione reciproca tra gli interessi personali o di gruppo o quelli della collettività».
Con il che i neofascisti responsabili della carneficina diventano il prodotto di una «borghesia» su cui a metà degli anni Settanta, nel clima infuocato di una politicizzazione integrale del discorso pubblico, il ceto intellettuale di sinistra scaglia la sua scomunica storica definitiva.
Ma nell’intervento di Calvino sui criminali del Circeo Pasolini scorge l’esatto contrario della propria rappresentazione del «nuovo» fascismo, quello del «genocidio» culturale dell’elemento genuinamente popolare e della «neolingua» imposta dall’acculturazione violenta della televisione, che rende drasticamente obsoleto il «fascismo» vecchio stile anatemizzato alla Calvino.
Pasolini, rivolgendosi a Italo Calvino:


«i "poveri" delle borgate romane e i "poveri" immigrati, cioè i giovani del popolo, possono fare e fanno effettivamente (come dicono con spaventosa chiarezza le cronache) le stesse cose che hanno fatto i giovani dei Parioli: e con lo stesso identico spirito, quello che è oggetto della tua descrittività». 


Se nella cultura della sinistra il massacro del Circeo rappresentava l’ennesimo capitolo di una lotta di classe a parti rovesciate, nell’immaginazione pasoliniana il mostro dell’omologazione consumistica aveva disintegrato le classi e dunque anche la borghesia nel cui seno, secondo la linea calviniana, sarebbero cresciuti il fascismo e i carnefici del Circeo, i picchiatori e gli stupratori, i «pariolini» e gli sfruttatori.
Ancora Pasolini contro Calvino:



«Tu hai privilegiato i neofascisti pariolini del tuo interesse e della tua indignazione, perché sono borghesi. La loro criminalità ti pare interessante perché riguarda i nuovi figli della borghesia. Li porti dal buio della cronaca alla luce dell’interpretazione intellettuale, perché la loro classe sociale lo pretende». E con accenti che coinvolgono la persona stessa del suo antagonista e anche l’ambiente di cui quest’ultimo è espressione: «Ti sei comportato come tutta la stampa italiana, che negli assassini del Circeo vede un caso che la riguarda, un caso, ripeto, privilegiato».

 
Questo scriveva Pasolini a poche ore da un altro massacro, non nelle case del week-end del Circeo, ma nello squallore dell’Idroscalo di Ostia. Un’altra espressione di bestialità violenta, stavolta non «borghese», ma «popolare».



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Pasolini - La mutazione antropologica dell'Irpinia

"ERETICO & CORSARO"

Vedi anche: Pasolini corsaro



La mutazione antropologica dell'Irpinia
Lucio Garofalo
15 novembre 2005

Ho atteso con ansia che trascorresse la ricorrenza del 30° anniversario della tragica morte di Pier Paolo Pasolini, per provare a scrivere qualcosa su di lui, per riflettere sul prezioso senso della sua figura e della sua opera, a 30 anni di distanza dalla sua precoce scomparsa, per ragionare sull'attualità e sulla verginità delle sue idee così avanzate e così ferocemente presenti oggi più di ieri, in quanto hanno anticipato notevolmente i tempi.
La prima impressione che ho ricavato dalle innumerevoli, scontate ed ovvie celebrazioni dell'evento, è la seguente.
Ormai tutti sembrano appropriarsi (o volersi appropriare) dell'eredità del pensiero pasoliniano, da sinistra a destra, rivalutando e riabilitando post mortem un personaggio che in vita era stato scomodo a tanti e da tanti (troppi) è stato osteggiato, perseguitato e diffamato, mentre oggi sembra far comodo a tanti, forse troppi per i suoi gusti di genio anticonformista.
Ormai il sistema sembra aver inglobato ed omologato persino le analisi e le riflessioni provocatorie e rivoluzionarie dell'intellettuale italiano (e non solo italiano) più geniale, più anticonformista e più eversivo del Novecento.
Ma Pasolini non può essere omologato e assimilato con tanta facilità, e tantomeno le sue idee possono essere addomesticate o neutralizzate nell'atto di sposarle o ripensarle così banalmente. Eppure, l'operazione in corso è proprio quella di un'assimilazione politico-culturale del pensiero pasoliniano, post mortem, in piena regola!
In particolare, l'industria culturale, e lo starsistem in generale, è ferocemente consumista ed ha cinicamente consumato i riti e le celebrazioni pasoliniane, divorando e metabolizzando il significato eversivo e rivoluzionario dell'opera di Pier Paolo Pasolini.

Chissà che cosa avrebbe da dire oggi Pier Paolo Pasolini se fosse ancora vivo...

Chissà quali sarebbero le sue opinioni e le sue provocazioni "corsare" a proposito, ad esempio, della globalizzazione economica neo-liberista e del "pensiero unico" (che Pasolini seppe intuire già 30 anni or sono) , della guerra "preventiva" in Iraq e della nuova strategia del terrore globale, del "cavaliere nero" Silvio Berlusconi e del suo pessimo governo "clerico-fascista" in versione aggiornata, del subdolo tentativo di attuare il "Piano di rinascita democratica" promosso della P2 di Licio Gelli, delle leggi ad personam... E, dulcis in fundo, dell'ultimo colpo di mano, quel "golpe elettorale" pseudo-proporzionalista che non sancisce affatto la restaurazione del precedente sistema proporzionale che, non a caso, era molto più serio e più democratico di questa riedizione mistificante di un modello maggioritario travestito (appunto) di proporzionalismo. Altrimenti, quale senso e quale ruolo bisognerebbe assegnare al "premio di maggioranza" previsto dalla proposta governativa di riforma elettorale?...

2 novembre 1975 - 23 novembre 1980: tempo di anniversari...

Il 2 novembre scorso, e nei giorni immediatamente precedenti e successivi a quella data, si è consumato una rituale e piatta rievocazione del 30° anniversario della scomparsa, violenta e prematura, di Pier Paolo Pasolini.
Senza dubbio, questa morte ha costituito una perdita incolmabile per la cultura e per la società non solo italiana, ma universale.
Non si tratta di una frase fatta, né di una banale constatazione, bensì è la scoperta, magari tardiva, da parte della collettività nazionale, dell'annientamento, fisico e morale, di una coscienza critica estremamente acuta e spietatamente sincera che, per quanto fosse scomoda, ingombrante e destabilizzante, soprattutto per la classe politica dirigente del nostro Stato, esprimeva comunque una voce importantissima ed un pensiero estremamente utile e necessario per capire meglio la direzione presa dalla nostra società, ossia dal nostro destino, a partire ovviamente dalle nostre esperienze particolari e dalle nostre realtà locali, sempre più omologate ad un modello dominante. In tal senso, il pensiero pasoliniano è una preziosissima fonte di ispirazione ed un utile strumento di analisi e di interpretazione dei processi di trasformazione in atto anche nelle mia terra, l'Irpinia, negli ultimi 25 anni (25, infatti, sono gli anni trascorsi dal terribile evento tellurico del 23 novembre 1980).
La straordinaria statura morale, intellettuale ed umana di Pasolini, è soprattutto quella di un geniale precursore del suo tempo, al punto che il suo pensiero può risultare "profetico", ma è solo il frutto di una mente assai acuta e profonda, capace di andare oltre il suo tempo, di andare oltre i momenti e i comportamenti effimeri e transitori, di oltrepassare gli aspetti superficiali e fenomenici, per carpire a fondo la vera natura delle cose.
La validità di molte analisi radicali e "corsare" di Pasolini consiste nell'aver colto nel segno, molto prima di tanti altri, quei cambiamenti sociali e culturali così profondi e drammatici della realtà italiana, che all'epoca (ossia verso la metà degli anni '70) erano ancora ad un livello embrionale e non erano ancora emersi chiaramente in superficie.
Già 30 anni fa Pasolini aveva intuito in modo geniale alcuni segnali di trasformazione di natura strutturale e socio-economica, ma anche di carattere antropologico-culturale, mutamenti che all'epoca erano ancora in nuce, generati dall'avvento e dall'espansione dell'economia capitalistica e dall'imposizione di un'ideologia, quella consumistico-borghese, che Pasolini aveva riconosciuto come il nuovo, vero fascismo, anzi come il peggiore dei fascismi e dei totalitarismi dell'epoca contemporanea.

A quanto pare, non si sbagliava affatto...

Io, ad esempio, risiedo in un piccolo centro dell'Irpinia, che conta meno di 10 mila abitanti. Eppure, mi sembra di stare in una metropoli dispersiva ed alienante. Come mai?...
Probabilmente, il catastrofico sisma del 23 novembre 1980 (che rase quasi interamente al suolo il mio paese) e il successivo processo di ricostruzione urbanistica e sociale, con l'immenso fiume di denaro piovuto dall'alto, possono aver favorito, anche da noi, un'accelerazione improvvisa di quei processi di mutazione antropologica e di omologazione culturale e sociale di massa che Pasolini seppe comprendere e descrivere oltre 30 anni fa.
Infatti, l'infausta data del 23/11/80 segna e costituisce per noi irpini un vero e proprio spartiacque storico e antropologico-culturale.
Ormai non c'è più alcuna differenza tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone interne dell'Italia meridionale, e gli abitanti di un'estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.
Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il basso.
Il predominio assoluto, e assolutistico, dell'economia di mercato, ha generato effetti di alienazione e di omologazione superiori a qualsiasi altra forma di dittatura o di sistema totalitario, dal fascismo al nazismo, e via discorrendo. Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di produzione e di consumo neocapitalista nel giro di pochi lustri. Ciò è accaduto anche da noi, in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni '80, anche per effetto di accelerazioni causate dall'evento sismico e dai processi economico-sociali innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.

Lo "spaesamento" del mio paese natale...

Oggi, il mio paese natale è un luogo di vita alienante, sempre meno comunità a misura d'uomo, e sempre più una realtà a misura di bottegai affaristi e speculatori.
Certo, da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche e secolari, come il clientelismo politico-elettorale, la camorra (in Calabria c'è la 'ndrangheta, che si è recentemente manifestata in tutta la sua barbarie) e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione, le devianze giovanili, l'alienazione, l'emarginazione sociale e la disperazione che sono effetti provocati dalla modernizzazione puramente economica e materiale di una società che è diventata ormai una società di massa.
Purtroppo, già da diversi anni, anche nelle nostre zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca, e via dicendo...
Persino il fenomeno dell'emigrazione si è "aggiornato" e "modernizzato", nel senso che si ripropone in forme nuove e, forse, anche più drammatiche e più gravi del passato.
Infatti, una volta gli emigranti irpini, e meridionali in genere, erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione.
Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di ricongiungersi il più presto possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più la speranza, né l'intenzione di far ritorno alla propria terra natale, anzi molto spesso formano e crescono le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di un'emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre comunità hanno investito molte risorse per farli studiare.
Pertanto, questa è la più grave perdita di ricchezze e di valori per le nostre zone!...
Quelle che un tempo erano piccole comunità a misura d'uomo, depositarie di una memoria storica secolare e dotate di un profonda identità fondata soprattutto sulle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono disgregate e addirittura atomizzate, avendo perso rapidamente la propria dimensione umanistica e popolare, avendo smarrito la propria originale identità socio-culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili e devastanti ripercussioni in termini di alienazione sociale e di vuoto esistenziale.

La "modernizzazione" del Sud come effetto della "post-modernizzazione" del Nord...

Sul piano strettamente economico, quella irpina non è più una società agraria, ma non è diventata qualcosa di veramente nuovo e diverso, ovvero non si è trasformata completamente, e spontaneamente, in un assetto industriale vero e proprio, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali, come quelle che animano le dinamiche e lo sviluppo, forse troppo poco regolato e razionale, dell'economia del mio paese.
Oggi, a 25 anni di distanza dal terremoto, la società irpina è più o meno un "ibrido", sia dal punto di vista economico-materiale, sia sotto il profilo sociale e culturale.
Certo, occorre precisare che sul versante propriamente economico-produttivo, la "modernizzazione" delle nostre zone, che fino a pochi decenni fa erano dominate da un tipo di economia agraria, latifondistica e semi-feudale, è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso e controverso. Ciò si è determinato all'interno di un processo di "post-modernizzazione" del sistema capitalistico su scala globale, ossia in una fase di ristrutturazione tecnologica in chiave post-industriale, delle economie neocapitalistiche più avanzate dell'occidente, con il trasferimento di capitali e di macchinari ormai obsoleti in alcune aree arretrate, depresse e sottosviluppate dal punto di vista capitalistico-borghese come, ad esempio, il nostro Meridione. Voglio puntualizzare che anch'io, come Pasolini, credo nel progresso, ma non nello sviluppo, soprattutto in questo tipo di sviluppo selvaggio ed irrazionale che è generato dalla globalizzazione economica neoliberista.

Una speranza di palingenesi terrena, non ultraterrena...

Voglio concludere la mia analisi condotta in pieno stile pasoliniano, cioè in modo "corsaro" e "provocatorio", con il richiamo ad una speranza e ad una volontà di palingenesi spirituale della mia terra, l'Irpinia, a cui sono visceralmente legato, nonostante tutto.
L'opera e le idee di Pasolini erano disperate, ossia prive di speranza, almeno in apparenza; in realtà erano pervase da un profondo sentimento di religiosità, scevro tuttavia di qualsiasi forma di moralismo o di fondamentalismo. La religiosità pasoliniana era indubbiamente laica.
D'altronde egli era un intellettuale marxista e marxisticamente ha cercato di analizzare e descrivere la realtà del suo tempo, con coraggio, lucidità ed onestà morale ed intellettuale.
A mio parere, il compito dell'intellettuale è certamente quello di provare ad interpretare e a conoscere la realtà, ma è anche quello di tentare di migliorarla.
Insomma, bisogna comprendere e spiegare il reale, l'essere, ma c'è ancora più bisogno di comprendere e spiegare, dunque attuare, l'ideale, il dover-essere. Ma, da solo, l'intellettuale è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze materiali e sociali presenti e operanti nella realtà in un determinato momento storico.
In tal senso, la speranza di rinascita spirituale dell'umanità, a partire dalla mia umanità, deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da proporre e promuovere politicamente, ossia in sede terrena, non ultraterrena.
Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, cambiando magari il mondo in cui viviamo.
Io ci voglio provare scrivendo queste cose. Almeno spero che servano a qualcuno e a qualcosa!


Lucio Garofalo

Fonte:




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