giovedì 19 settembre 2013

Ripenso a Pasolini e mi viene in mente l’Ecclesiaste

"ERETICO & CORSARO"

Ripenso a Pasolini e mi viene in mente l’Ecclesiaste

di Vincenzo Cerami



L’incontro che noi artisti abbiamo avuto con Benedetto XVI, il 21 novembre, ci ha portato a riflettere sul senso del nostro lavoro da una prospettiva particolare. Il Papa in qualche modo ha chiesto ai presenti di rivisitare il rapporto tra arte e teologia, tra il racconto della vita e la spiritualità della voce narrante.
In tempi per fortuna tramontati il mio maestro, nonché mio insegnante alle scuole medie, Pier Paolo Pasolini, diceva che il “contrario” della religione non è il comunismo (che, benché abbia preso dalla tradizione borghese lo spirito laico e positivista, è in fondo molto religioso) ma il capitalismo (spietato, crudele, cinico, puramente materialistico, causa di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, culla del culto del potere, covo orrendo del razzismo). 
La religione dei popoli è un moto naturale e sincero di una società innocente, indissolubilmente legata ai misteri del creato. È stata la borghesia a gettare una luce strumentale sulla spontanea vocazione cristiana alla pietas. Il laicismo è la religione del liberismo. L’umanesimo cristiano riguarda, appunto, l’uomo, nella sua nudità creaturale, così ben evocata da Qohélet già prima di Gesù.
Sono passati molti anni da quando Pasolini, negli anni Cinquanta, diceva a noi, giovanissimi studenti in pieno boom economico, che non dovevamo affatto vergognarci delle nostre umili, spesso meridionali origini. Ci diceva che la vera qualità della vita non aveva nulla a che fare con il benessere e le vanità.
Oggi, a ricordare le sue parole, mi viene in mente, appunto l’Ecclesiaste. Nel Sessantatré i giovani gridavano “vogliamo tutto”, nel Sessantotto tutti dovevano avere il diritto di comprare tutto: questo il senso reale di quella “rivolta” piccolo-borghese nel cuore del neocapitalismo. E oggi vige il mito della longevità: vince chi arriva prima a cent’anni.
Quasi mezzo secolo fa è morta la morte. Spauracchi delle dolci, struggenti parrocchie italiane erano Nembo Kid e le cambiali. Il mondo è mutato di colpo: civiltà e progresso hanno finito per non andare più d’accordo, tanto da far parlare il mio professore di “mutazione antropologica”. Un diluvio ha riversato nelle cantine ettolitri di fango e ha scollato dalle bottiglie le etichette di tutti i vini, ordinari e preziosi, che galleggiano sul pantano. Le bottiglie sono lì, nude, uguali, infreddolite, senza più marchio di qualità.
E oggi, nella profonda crisi economica che attraversiamo, una volta che abbiamo rinunciato a uno zodiaco di riferimento etico e spirituale, non stiamo correndo il rischio di diventare più poveri, bensì miserabili. Senza la coscienza d’essere non solo materia ma spirito è già l’inferno.
Non ricordo epoca più corrompibile dell’attuale, dove perfino i corpi, con la loro sacralità, sono messi sul mercato, senza alcuno scrupolo. Non c’è libertà in una democrazia nella quale il cittadino non è più padrone dei propri gesti, agisce all’interno di una cultura subdolamente coattiva.
Da mezzo secolo l’arte racconta tutto questo, nelle sue mille forme, nei suoi linguaggi evocativi e indiziari, nella sua instancabile vocazione a dirci in quale mondo viviamo. Ce lo racconta e basta. Sta a noi tirare qualche conclusione, e magari renderci conto di ciò che non va nello spazio in cui viviamo. L’artista, che non è né un filosofo né un sacerdote, non ha strade da indicarci, egli mette al servizio della verità il suo bruto e istintivo talento di creatore di forme. La sua religiosità si esplicita soprattutto nell’inseguire un’idea di perfezione che gli serve da punto di riferimento nel momento in cui raffigura una visione del mondo. È un’idea astratta, ontologica, che sta in piedi per fede.
Se chiedo a un artista com’è per lui l’isola felice in cui vivono gli archetipi perfetti dell’umanità, egli resta muto. Invero, per sapere dove andare bisogna prima capire dove siamo. Ma non possiamo avere conoscenza di noi stessi se non ci rapportiamo a un’identità assoluta che ci dia un orientamento. L’arte lavora all’interno di questo sillogismo, tenta eternamente e vanamente di sciogliere un nodo. Ma non è importante farlo, per l’artista tutto è artifizio, è pre-testo per comunicare attraverso le emozioni un’idea. E non può esistere alcuna emozione senza uno spirito che la crei e un altro che la accolga.
“L’arte è la strada più breve tra uomo e uomo”, scriveva Malraux, ma a condizione che nelle sue azioni l’uomo sia costantemente orientato dal sentimento della perfezione, che, sappiamo, non appartiene a questo mondo.

L’Osservatore Romano

Fonte:
http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/12/18/ripenso-a-pasolini-e-mi-viene-in-mente-lecclesiaste/#more-9289





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I segreti del cinema italiano nei racconti dei Gesuiti

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I segreti del cinema italiano nei racconti dei Gesuiti
di Paolo Tritto
"F052 Codici culturali" - www.f052.it - 25 giugno 2011

Ho incontrato padre Virgilio Fantuzzi al termine di una manifestazione per ricordare Pier Paolo Pasolini e il suo Vangelo secondo Matteo. Padre Fantuzzi, gesuita, è docente di analisi del Linguaggio cinematografico alla Pontificia Università gregoriana e critico cinematografico della “Civiltà cattolica”. Ma è anche, più semplicemente, un amico di tanti personaggi del cinema. Nemmeno lui sa spiegare cosa lo leghi a questo mondo apparentemente così distante dalla Chiesa. Dice che, per esempio, Bernardo Bertolucci lo ha punzecchiato per tutta la vita; ma a un certo punto, chissà perché, ha iniziato a manifestargli grande simpatia. «Io ho cominciato ad apprezzarlo» dice il gesuita, «quando uscì “L’assedio”, un film che mi è piaciuto molto».
Padre Fantuzzi è uno scrigno di ricordi, anche divertenti. Come quando racconta un aneddoto riferito proprio al Vangelo secondo Matteo. Si era ormai alla vigilia dell’inizio delle riprese e Pasolini, che non voleva attori professionisti per il film, non aveva ancora trovato chi dovesse interpretare il ruolo non certo secondario di Gesù. In seguito, il produttore riferirà al padre gesuita che questa situazione lo aveva preoccupato non poco e l’orientamento del regista lo lasciava alquanto perplesso. Addirittura negli ultimi giorni Pasolini aveva preso in considerazione l’eccentrica idea di affidare la parte a un seminarista del Russicum, il collegio pontificio che preparava i futuri sacerdoti da inviare in Unione Sovietica nell’eventualità - per la verità, piuttosto remota allora - del crollo di quell’ateismo di Stato che dominava il regime comunista. Si trattava dunque di un personaggio con la fisionomia di un pope della Chiesa slava, dalla caratteristica corporatura massiccia e la barba foltissima.
Padre Fantuzzi ricorda che il produttore Alfredo Bini era letteralmente afflitto nel vedere che il suo più importante film sarebbe stato rovinato dall’interpretazione di un personaggio dall’aspetto così rozzo e sgradevole. Con quella specie di pope russo nei panni di Gesù, il fiasco sarebbe stato certamente totale. Ma nel corso del provino cui fu sottoposto il seminarista del Russicum, improvvisamente si aprì la porta ed entrò uno studente spagnolo che si chiamava Enrique Irazoqui. «Benché Bini non fosse un grande credente» commenta divertito il gesuita, «in quel momento gridò al miracolo». Irazoqui gli sembrava un segno inviato dal Cielo per salvare il suo film. Fortunatamente “l’intervento divino” spinse anche Pier Paolo Pasolini a rivedere i suoi piani e così il Vangelo secondo Matteo scampò al disastro.
Il rischio di un insuccesso, infatti, era già nell’aria. Bisogna capire i tempi in cui si colloca il Vangelo di un Pasolini che era stato appena condannato dalla magistratura per vilipendio della religione di Stato. Una faccenda particolarissima perché la Chiesa aveva mostrato di non ritenere La ricotta una pellicola oltraggiosa nei confronti della religione. E agli atti del processo era stata anche allegata la lettera di padre Domenico Grasso, un altro gesuita ed esponente di spicco del Vaticano; nella lettera, padre Grasso affermava: «credo che non si possa tirare la conclusione del vilipendio alla religione». Nonostante ciò, la condanna per vilipendio alla religione di Stato ci fu. Evidentemente la “religione di Stato” era altra cosa rispetto alla “religione della Chiesa”.
Questo fa capire quanto grande fosse allora il conformismo all’interno della cultura dominante e quanto profonda l’ostilità nei confronti del “marxista, omosessuale e ateo” Pier Paolo Pasolini. Dice padre Virgilio Fantuzzi: «Attorno a lui c’era denigrazione. Aveva una pessima fama alimentata da una stampa malevola».
Terminata la conversazione con padre Fantuzzi, mi torna alla mente l’incontro di tanti anni fa con un altro critico cinematografico della Compagnia di Gesù, padre Nazareno Taddei, un mito nei cineforum parrocchiali di trenta-quarant’anni fa. Lo intervistai nel corso di una cena, quando parlò ininterrottamente per un’ora e mezza. Cercò di spiegarmi il suo metodo di lettura delle pellicole cinematografiche, un metodo un po’ cervellotico che doveva servire a una comprensione su basi scientifiche del film. Non so se il metodo era realmente efficace. Comunque, padre Taddei è ricordato soprattutto per il suo rapporto con Federico Fellini. Molto scalpore fece una recensione della Dolce vita dove il gesuita dichiarava il suo apprezzamento per il film. Si trattava di un giudizio rispetto al quale padre Taddei riteneva di avere le spalle ben coperte, avendo registrato un parere positivo da parte del cardinale Siri, l’arcivescovo di Genova che passava per un intransigente tradizionalista. Se c’era stata quell’apertura da parte del porporato genovese, Taddei riteneva che attorno al suo giudizio sulla Dolce vita non ci dovessero essere dissensi. E invece i dissensi ci furono e vennero paradossalmente dalla curia milanese alla guida della quale c’era il cardinale Montini, futuro papa, che tutti consideravano progressista e aperto alla modernità.
L’incidente gli costò caro e padre Taddei fu mandato in esilio a Monaco di Baviera, anche se poi, si trattò di un provvedimento che non divenne mai realmente esecutivo. Ricordava il padre gesuita che a Monaco, di fatto, ci andò due volte per una decina di giorni.
Comunque, chi ci rimase veramente male fu proprio Federico Fellini. Taddei ha rivelato in un’intervista concessa qualche anno fa ad Andrea Fagioli: «I miei superiori mi diedero l’incarico di farne una “lettura” ponderata, oggettiva, per il nostro mensile “Letture”, senza preoccuparmi delle voci di polemica che già da quella sera erano nate tra la posizione di Siri e quella di Montini. Rividi il film diverse volte e per ben dieci giorni e quasi dieci notti studiai la “lettura”. Ne discutevo anche con lo stesso Fellini, il quale, per tutta quella prima settimana, mentre la folla faceva la ressa per andare a vedere il film, veniva da me ogni pomeriggio. Era addoloratissimo e umiliato, a volte piangeva…»
Il “pasticcio” fu dovuto a padre Angelo Arpa, un altro gesuita che operava a Genova e che per questo aveva una certa influenza sul cardinale Siri. Gian Luigi Rondi, scrivendo sul mensile "30Giorni", in occasione della morte di padre Arpa, ha ricostruito la vicenda della  Dolce vita: «Il cardinale Siri prese le difese del film, alcuni scrittori gesuiti (padre Nazzareno Taddei su "Letture") non risparmiarono consensi ben soppesati e meditati, ma ci volle tempo prima che il clamore e le molte riserve ufficiali si calmassero. Si leggano i retroscena di quell’episodio nell’ultimo libro di padre Arpa pubblicato nel ’96, L’arpa di Fellini. Insieme con altri argomenti (“Fellini persona e personaggio”, “Sesso e sessualità in Fellini”) c’è un capitolo intitolato “La dolce vita: cronaca di una passione”, che padre Arpa, con segreta ironia, sottotitolò “Pandemonio politico, religioso e culturale che la creatura felliniana scatenò nella Roma degli anni Sessanta”. Si chiariranno molti equivoci».
Dopo la morte di padre Nazareno Taddei, è stato intitolato al suo nome un premio cinematografico che durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è assegnato al film in Concorso capace di «esprimere autentici valori umani con il miglior linguaggio cinematografico».

 



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"Radio Vaticana" Un'analisi del Vangelo secondo Matteo

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"Radio Vaticana"
Un'analisi del Vangelo secondo Matteo
In studio, padre Virgilio Fantuzzi
CITTÀ DEL VATICANO, giovedì, 3 novembre 2005

A distanza di 30 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), poeta, scrittore e regista cinematografico, assassinato il 2 novembre del 1975, la “Radio Vaticana” ha voluto dedicargli un ampio servizio di analisi incentrato principalmente su un suo film: “Il Vangelo secondo Matteo”. Il programma “Al di là della notizia” di “105-live”, canale in diretta della emittente pontificia, si è infatti voluto unire alle numerose commemorazioni in ricordo di Pasolini, definendo la sua come una figura “complessa e anche discussa ma senz’altro significativa nel panorama culturale italiano del secolo scorso”.
Ospite in studio padre Virgilio Fantuzzi, S.I., docente di Analisi del Linguaggio Cinematografico alla Pontificia Univesità Gregoriana, nonché critico cinematografico della rivista quindicinale curata dai Gesuiti “La Civiltà Cattolica”, ha delineato una breve critica del film di Pasolini ispirato al Nuovo Testamento.
Dopo un breve excursus sulle migliori produzioni cinematografiche nel panorama italiano ispiratisi alla vita di Gesù, padre Fantuzzi, che ha potuto conoscere personalmente Pier Paolo Pasolini e che a lui era legato anche da rapporto di amicizia, ha affermato che il film “ha il vantaggio di attenersi al testo di Matteo e di seguirlo alla lettera”.
Pasolini lesse il Vangelo, per sua stessa ammissione, per la prima volta nel 1942, e la seconda ad Assisi nel 1962, quando ebbe l'idea del film. La scelta successiva del Vangelo di Matteo fu dettata dal maggior risalto dato dall’Apostolo all’umanità del Cristo, al suo essere uomo tra gli uomini.
Un anno prima di girare Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini si recò in Terra Santa con il sacerdote biblista, don Andrea Carraro, e il dottor Lucio Settimio Caruso, volontario della Pro Civitate Christiana di Assisi, per prender contatto con i luoghi dove si erano svolti i fatti che intendeva raccontare nel film.
Successivamente il film venne girato in Lucania, un paesino del Meridione che ben si prestava a riprodurre la Palestina dei tempi di Gesù, con un cast di attori rigorosamente non professionisti, fra cui compare anche la madre del regista nei panni di Maria adulta.
Quando fu presentato, nel 1964, il film se da una parte fu duramente contestato da alcuni esponenti della cultura del tempo, dall’altra fu ampiamente apprezzato dalla critica cattolica, tanto da ricevere quello stesso anno il gran prix dell'Office Catholique International du Cinema.
“Pasolini – ha continuato padre Fantuzzi – diceva di non essere credente anzi si era dichiarato, anche nel periodo precedente al film, ateo, marxista […] con un atteggiamento che per chi non la pensava come lui poteva anche risultare un po’ indisponente. ... Ora, ci si può domandare come mai una persona come lui che si dichiarava ateo e marxista, che era visto di ‘malocchio’ da tutti i benpensanti del suo Paese e forse anche al di fuori dei confini dell’Italia, abbia deciso ad un certo punto
di fare un film sulla figura di Gesù. [...] “In questo suo volersi attenere alla lettera del Vangelo secondo me c’era da parte sua un atteggiamento di rispetto nei confronti del Testo Sacro così come un mettere le mani avanti per non farsi coinvolgere a livello personale più di tanto: ‘questo lo dice Matteo, non è che lo dica io’”.
Padre Fantuzzi ha poi ricordato quando da studente di Teologia aveva tentato di conoscere Pier Paolo Pasolini, sfruttando una amicizia in comune, dopo essere rimasto “molto colpito e molto emozionato” dal film, che aveva suscitato in lui, “giovane religioso zelante”, “una emozione di carattere estetico e una di carattere religioso. [...] Ho cominciato a pensare, se un ateo e marxista mi dà un’emozione che non è soltanto di natura estetica ma anche di carattere religioso, vuol dire che non é poi così
lontano da me, come lui dichiara. E per questo motivo ho voluto mettermi in contatto con lui, per andarglielo a raccontare”, ha detto.
Il padre gesuita ha quindi descritto le reazioni del regista a questi commenti: “Non mi ha detto che avevo ragione, però mi ha fatto capire che lui gradiva questo mio apprezzamento”.
Circa l’approccio da non credente alla trattazione della vita di Gesù, padre Fantuzzi ha detto che se nel progetto del film Pasolini aveva scelto di attenersi scrupolosamente al testo di Matteo così da non far trapelare il proprio pensiero “quando poi si é trovato in medias res, durante le riprese del film medesimo, ha capito che non poteva tenersi su questo atteggiamento di distacco. [...] E quindi ad un certo punto – ha continuato il padre gesuita – […] ha dovuto cambiare stile in corso d’opera
proprio perché si era reso conto che se avesse insistito su quell’atteggiamento previo, previsto, programmato sarebbe andato incontro ad un fallimento sul piano della realizzazione estetica”.
come testo di fede e allo stesso tempo l’impossibilità di non cascarci dentro”.
In un articolo pubblicato lo scorso anno su “La Civiltà Cattolica” (cfr. “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini”, in Civ. Catt. 2004 IV 360-373), padre Virgilio Fantuzzi riportava quanto scritto dal letterato nel 1963 sulla figura di Gesù, che dal racconto di Matteo appariva “mite nel cuore, ma ‘mai’ nella ragione, che non desiste un attimo dalla propria terribile libertà”.
Durante la lavorazione della sceneggiatura Pasolini sosteneva: “la figura di Cristo dovrebbe avere la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalità pratica, compromesso, conformismo”.
Nel corso del programma radiofonico, padre Fatuzzi ha spiegato quindi che “Pasolini considerava la figura di Gesù, e in particolare il Gesù di Matteo, come una figura di opposizione, un grande contestatore nei confronti di una società che si avvia verso un futuro contrassegnato dal cinismo, dal rapporto tra gli uomini e tra le nazioni. [...] Lui stesso è stato una figura di opposizione e lo ricordano in tanti proprio perché questo mondo ha bisogno di qualcuno che dica che le cose come stanno
non stanno bene”, ha commentato. “Penso e spero che questo ricordo possa fare del bene”, ha infine concluso.





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