venerdì 6 dicembre 2013

L'editoria su Pier Paolo Pasolini: come riuscire a districarsi

"ERETICO & CORSARO"

Tutti i post su Omicidio Pasolini
 
Immagine presa dal sito Pasolini.net


L’editoria su Pier Paolo Pasolini:
come riuscire a districarsi
di Simona Zecchi
 



"Pier Paolo Pasolini – Una Morte Violenta", (Castelvecchi, 2010) l’inchiesta della prima cronista sul posto la mattina del 2 novembre 1975, Lucia Visca; "Io so…come hanno ucciso Pasolini" (Vertigo Edizioni, 2011) di Pino Pelosi, con il ghost-writing del regista Federico Bruno e l’avvocato Alessandro Olivieri; "Il Patto" (2011) un audio-documentario sulla riapertura delle indagini, del documentarista Roman Herzog, "Nessuna Pietà per Pasolini" (Editori Internazionali Riuniti, 2011) del giornalista Valter Rizzo, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini.

Sono i più recenti contributi dati in stampa che affrontano quella dinamica a forma di matassa che ha avvolto la morte di Pasolini; una matassa che continua a riavvolgersi ogni giorno, ogni anno e a ogni anniversario della morte dell’intellettuale scippato all’Italia ormai 36 anni fa.

Ore 7.00 del 2 novembre 1975: inizia tutto da lì l’assalto mediatico. Una telefonata del brigadiere di Ostia avverte la cronista che si occupava del litorale romano per Paese Sera, Lucia Visca:
< Abbiamo un morto all'Idroscalo. Interessa?>.
È la prima giovane penna che deve marcare stretto il commissariato di zona e fare da spalla alle firme più importanti, a raccontare in un pamphlet/inchiesta quelle prime ore dove già tutti i misteri erano accaduti.

Fino al 3 novembre 1975 ore 8.35 in cui il quotidiano riporta i fatti della notte prima ma senza la sua firma: come l’iter scandito di allora voleva, la gavetta prima e sempre. Visca come tutti sta ancora attendendo le risposte sul movente che ha mosso quelle mani sul corpo di Pasolini.

Il libro di Pelosi, presentato a Roma il 28 ottobre scorso dove fu protagonista un’incursione particolare, quella del fotografo di Pasolini, Dino Pedriali: affermazioni per chiarire, fare distinguo e riuscire ad avere una piccola parte in questa storia affollata di personaggi. Il libro, dicevamo, è l’ultima confessione sempre scevra dell’ultima vera verità, come lo stesso autore e protagonista di quella notte di sangue, Pino Pelosi, scrive nella premessa: Pelosi rivela alcuni fatti che, per chi segue questa storia da un po’ di tempo e a a vario titolo, sono spesso dati per scontati perché a volte presenti negli atti processuali acquisiti negli anni; oppure perché già rivelate prima ma senza il crisma della confessione, magari a mezza bocca oppure riferite da altri "che sanno".
 Poi l’audio-documentario di Roman Herzog "Il Patto", che riapre la questione dal punto di vista giudiziario e col solo ausilio delle voci (da quella di PPP, Alberto Moravia, Ettore Scola o persino i ragazzi dell’Idroscalo e del cugino di Pasolini Guido Mazzon, il cui legale Stefano Maccioni, oltre ad essere il co-autore del libro citato prima è anche stato il fautore, insieme a Simona Ruffini, della riapertura delle indagini nel 2010 su richiesta depositata nel 2009.)

Il documento parte dalla dichiarazione del senatore Marcello Dell’Utri (PDL). La dichiarazione viene ripresa su molti quotidiani

Il racconto sulla riapertura delle indagini prosegue con l’intervento di Walter Veltroni e la risposta sul Corriere dell’ex Ministro della Giustizia Angelino Alfano. Una lettura questa un pò riduttiva sull’input che ha dato il LA alla riapertura delle indagini, visto che quello vero fu dato da Maccioni e Ruffini; il punto è che effetto mediatico e verità dei fatti spesso si sovrappongono e mescolandosi danno soluzioni diverse.

Tuttavia il documentario è molto interessante per i contributi dei vari protagonisti che si avvicendano: giornalisti, avvocati, intellettuali. Tutte testimonianze significative del tempo e dei tempi trascorsi senza le quali è difficile districarsi per capire l’intera vicenda: anche quando queste testimonianze non raccontano il vero, o raccontano solo il verosimile o quello che credono di sapere. "Il Patto" pone la questione, documentata, sul motivo che ha spinto Dell’Utri a fare quella dichiarazione, le cui conseguenze hanno visto l’ultimo atto proprio in questi giorni, quando il procuratore Antonio Ingroia ha chiamato in Procura il senatore per capire meglio questo aneddoto, in riferimento alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel 1970.

Com’è noto, infatti, questa scomparsa viene collegata a quella dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei e a quella di P.P. Pasolini. Lo hanno dimostrato in un’inchiesta giornalistica Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza ("Profondo nero", Chiarelettere 2008) e l’hanno presa in seria considerazione in primis il procuratore di Parma Vincenzo Calia e appunto Antonio Ingroia: in particolare su quanto emerso con riferimento al manoscritto "Petrolio" e al libro "Questo è Cefis" di Giorgio Steimetz; ovvero la tesi secondo la quale lo scrittore ucciso sarebbe venuto a conoscenza dei mandanti dell’omicidio Mattei indicandoli nel proprio romanzo "Petrolio".
"Nessuna Pietà..." di Rizzo, Maccioni e Ruffini contiene due punti essenziali nella storiografia delle piste che vogliono spiegare quel delitto efferato, compiuto in un momento di compromesso storico imminente poi sfumato tra PCI e DC, in un momento in cui le contrapposizioni violente fra"rossi" e "neri" e gli interessi economici alla base di tutto non accettavano le domande di chi voleva capire e per questo indagava anche indietro nel tempo, come Pasolini.

Innanzitutto la pista "Catania" più volte anch’essa suggerita nel corso del tempo. La pista siciliana viene accennata nel Prologo con già 4 protagonisti e a distanza di 10 anni dalla morte del regista: tre giovani e un letterato su un espresso che da Catania portava verso Roma.

Una pista che viene ripresa in un capitolo nel quale l’identità del letterato non viene rivelata per richiesta dello stesso; una conversazione raccolta dal giornalista di Chi l’ha visto Valter Rizzo, che filmò anche l’intervista a Pelosi andata in onda nella trasmissione nel 2009.

L’uomo racconta della Catania vista da Pasolini che utilizzava come rifugio dagli "amici romani" (anche, a suo dire, da Laura Betti attrice e cantante italiana molto vicina a Pasolini e dalla quale difficilmente però lo scrittore si voleva separare; la stessa che ha passato gli ultimi anni della sua vita a prendersi cura del Fondo istituito per il suo amico e collega).

A Catania, rivela l’uomo, Pasolini cercava storie e volti per i suoi film, indagava a livello sociologico sui ragazzi prestati al fascismo imperante di quegli anni. Una Catania in cui Pasolini sembrerebbe aver vissuto un’altra delle sue vite. L’uomo parla delle contraddizioni e dei lati oscuri del poeta per averlo conosciuto in ambito universitario, appunto 30 anni prima, e del suo rapporto irrisolto con l’omosessualità.

Tuttavia, negli anni di cui si parla nel libro questo rapporto che, secondo l’uomo, Pasolini cercava di espiare tramite il pagamento delle prestazioni, Pier Paolo lo aveva già risolto, come si evince dalle lettere pubblicate dal biografo e cugino Nico Naldini ("Vita attraverso le Lettere" Einaudi 1993) e scritte tra il 1955 e il 1975 poco prima di morire: "La mia omosessualità non è più un Altro dentro di me" – Lettera a Franco Farolfi, 1948; "come la libidine, anche la purezza è inesauribile: si ricostituisce dentro per conto suo" – aprile 1954; infine più esplicita già prima nel 1950 a Silvana Mauri: "non m’è ne mi sarà sempre possibile parlare con pudore di me; e mi sarà invece necessario spesso mettermi alla gogna, perché non voglio più ingannare nessuno".

Dunque, lo spartiacque era avvenuto già durante il passaggio letterario e geografico fra il mondo friulano e quello romano della borgata dove Pasolini esprimeva la sua omessualità ormai senza più "pudore". Certo i movimenti dei marchettari catanesi utilizzati come picchiatori e che si spostavano da Catania verso Roma va verificato e collegato con la morte di Pasolini se si vuole inserire questa vicenda con quella di Enrico Mattei.

Certo l’aereo è partito da Catania e lì verosimilmente sabotato. Ma Pasolini è stato ucciso a Roma sul litorale laziale e il territorio, soprattutto in quegli anni ha un significato e una simbologia determinanti.

L’altro punto riguarda il verbale "scomparso" o "dimenticato": quel verbale in cui il ristoratore Panzironi nel riferire agli inquirenti della cena consumata al Biondo Tevere, fa un identikit della persona che accompagnava lo scrittore diversa da quella di Pelosi.
Capelli lunghi biondi invece di ricci e scuri (Pelosi) e subito dopo, in modo contraddittorio, conferma invece l’identità riferita al Pelosi. Un verbale di istruzione sommaria non sconosciuto, già diffuso attraverso un libro di autori vari con la prefazione di Giorgio Galli: "Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo" (Kaos, 1992) un estratto di atti processuali ripresi dalle inchieste fino alla sentenza della corte di cassazione.  

Tra i verbali molte le cose rimaste senza approfondimenti veri, dunque, questo verbale rimane un’incongruenza tra tante, seppure gli spunti si rivelano interessanti e la costruzione della vicenda tutta contribuisce a fare chiarezza su alcuni aspetti.

È doveroso citare tra gli scritti che vogliono riportare l’intellettuale alla memoria collettiva soprattutto dei ragazzi il libro di Fulvio Abbate "Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi" (Dalai Editore, 2011).

Un testo a metà tra il racconto biografico e i pezzi amarcord che rivelano più di qualsiasi opinione il peso culturale e umano rappresentato da Pasolini.

Resta forse difficile districarsi ma allo stesso tempo il contributo di tutti è rivelatore dell’importanza che questa vicenda ha nella storia del nostro paese e insieme può fungere da ausilio tecnico e culturale alle indagini in corso per la prima volta rimaste aperte e non seppellite di fretta.





Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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Omicidio Pasolini, l’ombra dei picchiatori fascisti - Dubbi sulle presunte novità sull’omicidio

"ERETICO & CORSARO"



Prima di leggere L'articolo "Pasolini, l’ombra dei picchiatori fascisti", è necessario partire da una serie di articoli apparsi su "IL Tempo", a partire dal 03/12/2012.
Ovviamente mi astengo dal commentare... 

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Quel cadavere in riva al mare su cui inciampò sora Lollobrigida

03/12/2013 06:08

di Ulderico Piernoli 

L’alba livida e nebbiosa del 2 novembre 1975 riservò una sgradita sorpresa a Maria Teresa Lollobrigida. Sullo stradone in terra battuta che attraversava le baracche dell'Idroscal...


L’alba livida e nebbiosa del 2 novembre 1975 riservò una sgradita sorpresa a Maria Teresa Lollobrigida. Sullo stradone in terra battuta che attraversava le baracche dell'Idroscalo di Ostia, a ridosso della Torre di San Michele inciampò in «un sacco de monnezza». Imprecò contro quei «zozzoni», si avvicinò per spostarlo e s'accorse che era il cadavere di un uomo. Spaventata, chiamò il marito Alfredo e diedero l'allarme: aveva trovato il corpo dello scrittore e regista Pier Paolo Pasolini. Quando le chiedemmo se sapeva chi era quel morto, rispose: «Sì, me l'hanno detto, un certo Pazzolini, Bazzolini, un regista, un frocio».
Se quelle parole suggellavano la morte del poeta e dello scrittore nella visione popolare, borgatara, sulle pagine di questo giornale Geno Pampaloni ne cantava la visione intellettuale, elevandolo al rango di «santo laico». Prima ancora che la signora Lollobrigida trovasse quel cadavere sfigurato, i carabinieri avevano inseguito e fermato un ragazzotto che viaggiava su un'Alfa Romeo Gt 2000 contromano sul lungomare di Ostia. La macchina apparteneva a Pasolini, il conducente è identificato come Giuseppe Pelosi, 17 anni, un «ragazzo di vita» di Guidonia, con piccoli precedenti penali. Quando arriva la notizia del ritrovamento del cadavere dello scrittore, il ladro diventa assassino. Pressato dagli inquirenti, Pelosi racconta quella che è consacrata come la «verità giudiziaria»: l'incontro alla stazione Termini, la cena al ristorante «Al biondo Tevere», a due passi dalla Basilica di San Paolo, la corsa fino a Ostia, la richiesta di un rapporto sessuale, il rifiuto, la lotta furibonda.
«Si trasformò in una belva - racconta Pelosi - I suoi occhi erano rossi rossi e i tratti del viso si erano contratti fino ad assumere una smorfia disumana...Lo stesso bastone me lo tirò in testa, io mi sentii spaccare in due, il cuore mi batteva fortissimo. Lui si fermava poi ribatteva ancora...Fatto qualche metro mi afferrò e mi tirò un cazzotto sul naso...». Bastonate, cazzotti, Pasolini era forte, Pelosi era alla disperazione, un colpo con una tavola tramortisce lo scrittore, lo fa vacillare, Pelosi ne approfitta, sale sull'Alfa grigio metallizzato e scappa, senza neppure accorgersi che è passato sul corpo di Pasolini e gli ha schiacciato il torace.
Pelosi confessa, anche se tenta di far passare il delitto per legittima difesa o quantomeno per omicidio preterintenzionale. Il caso è risolto.
Era una verità politicamente scomoda, inaccettabile per la sinistra e per l'entourage di Pasolini che puntava a spazzare via lo squallore della sua morte, ammantandola della luce del martirio. Oriana Fallaci racconta che molti hanno visto, dalle baracche che baracche non sono, che hanno arredamenti e servizi igienici di lusso. Si rivelerà un falso scoop. Ma allora, quando uscì quell'articolo sull'Europeo, il capocronista Angelo Frignani se la prese di brutto e mi spedì all'Idroscalo in una notte buia e tempestosa, come si scriverebbe in un romanzo d'appendice. Con una rabbia feroce in corpo, insieme con il fotografo Alfredo Festuccia bussammo a tutte le porte, alcune le sfasciammo, per verificare l'arredamento, provammo a gridare per vedere fin dove si sentivano i rumori, dimostrammo che la Fallaci aveva scritto cose non vere, lo scrivemmo su queste pagine. Ma di fronte al «mito» che poteva valere l'articolo documentato di un cronistello, per di più neppure politicamente corretto?
Pasolini «doveva» essere stato ucciso nell'ambito di una «trama nera», di un complotto coperto con l'opportuna confessione di Pelosi, il «colpevole ideale». Tanto più che era difeso dall'avvocato Rocco Mangia (uno dei legali degli assassini del Circeo) e aveva avuto come perito lo «psichiatra nero» Aldo Semerari, poi ammazzato dalla Camorra. Ci si misero anche i carabinieri. Un loro infiltrato nella malavita stracciona del Tiburtino, entrò in contatto con due fratelli di 14 e 16 anni, Franco e Giuseppe Borsellino, orfani di un pugile morto suicida. Credendo di avere a che fare con un malavitoso di rango, i due ragazzi per «accreditarsi» raccontarono di essere complici dell'assassino di Pasolini. Li arrestarono in un amen e in un amen i pubblici ministeri Italo Ormanni e Diana De Martino li misero fuori, il marchio dei millantatori. Ma la frittata era fatta.
Il Tribunale dei minori che giudicava Pino Pelosi lo condannò a una pena relativamente blanda: nove anni, con la «postilla» del «concorso con ignoti». Il Presidente era Alfredo Moro, il fratello di Aldo, uomo integerrimo, qualche dubbio lo ebbe e non se la sentì di chiudere il caso. Lo hanno fatto in seguito la Corte d'Appello e la Cassazione, che cancellarono la postilla.
A distanza di tempo emergono rivelazioni e ricostruzioni a sostegno di tesi una più bislacca delle altre, compreso il furto delle pizze del film «Salò e le 120 giornate di Sodoma» come movente del delitto. Fra una rapina e un soggiorno in centri di disintossicazione, Anche Pelosi ci ha provato, tornando ad accusare i fratelli Borsellino. Nel maggio 2005, alla trasmissione televisiva della Rai «Ombre sul giallo», affermò di non aver partecipato in prima persona all'aggressione di Pasolini, in realtà dovuta a tre persone, a lui sconosciute. Per giustificare la sua reticenza e la confessione del delitto, Pelosi affermò di essere stato minacciato di morte assieme ai suoi genitori e di aver atteso a parlare fino alla morte dei tre.
Vero? Falso? Sicuramente non credibile, almeno per chi, da cronista di questo giornale, ha seguito il caso e le indagini, senza tesi precostituite. Il resto è sovrastruttura politico-intellettuale. E a distanza di quasi 40 si può dire come Tommaso Besozzi per Salvatore Giuliano: di sicuro c'è solo che Pasolini è morto.

Ulderico Piernoli



Fonte:

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DELITTO PASOLINI

Ecco i sospetti sui complici di «Pino la rana»

03/12/2013 06:06

L’inchiesta a una svolta. Ascoltati oltre centoventi testimoni. Molti di loro non erano mai stati sentiti in precedenza.

Delitto di Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta a una svolta. Ascoltati oltre centoventi testimoni. Molti di loro non erano mai stati sentiti in precedenza. Nessuno sapeva i loro nomi e cognomi e nessuno, quindi, li aveva mai fatti sedere davanti a un magistrato o a un investigatore per cercare di far luce sull’omicidio del giornalista, sceneggiatore, poeta, regista, attore e scrittore ucciso la notte fra il primo e il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia.
Non si sono mai fermate, infatti, le indagini sull’assassinio di Pasolini, per individuare chi avrebbe partecipato, oltre a Pino Pelosi, all’omicidio e per capire quale possa essere stato il movente. Adesso, c’è stata una vera e propria accelerazione nelle indagini, tanto che gli investigatori hanno ascoltato oltre 120 testimoni e hanno eseguito, tra l’altro, esami del Dna di decine di persone sospettate di aver partecipato al delitto.
La procura di Roma sta infatti esaminando dalla scorsa estate i risultati investigativi, passando sotto la lente d’ingrandimento gli interrogatori degli oltre centoventi testimoni e sta esaminando la documentazione depositata dagli investigatori che stanno portando avanti indagini sul cold case.
Tra le carte sul tavolo degli inquirenti, anche i risultati compiuti dai carabinieri del Ris di Roma, che hanno esaminato 19 profili genetici. Non solo. Sulle scrivanie del palazzo di Giustizia, ci sono pure i risultati delle indagini sui presunti complici di «Pino la rana», condannato per l’omicidio dello scrittore.
In base a quanto hanno accertato finora gli inquirenti, ci sarebbero elementi che confermerebbero il fatto che a partecipare all’omicidio sarebbero state più persone.
Insomma, l’inchiesta sul delitto di Pier Paolo Pasolini potrebbe arrivare a una svolta in tempi brevi, non appena, cioé, la procura di Roma terminerà di passare al setaccio la numerosa documentazione depositata dagli investigatori.
Per lungo tempo l’opinione pubblica venne tenuta all’oscuro sugli sviluppi delle indagini e del processo, restando del parere di un delitto scaturito in circostanze «oscure». Tra le numerose ipotesi del delitto dello scrittore, «giochi» di potere, lotta al petrolchimico e a trame internazionali. Nel 2010 spuntò un «super» testimone che sollevò il coperchio sul fatto che Pelosi non avesse agito da solo. Ma da quella testimonianza non ci furono sviluppi investigativi concreti. Soltanto un anno dopo, nel 2011, gli inquirenti ripressero in mano il fascicolo dell’omicidio del poeta e a far confluire in un unico fascicolo processuale tutti i documenti che facevano riferimento al delitto del regista.
Quindi, appena le carte sono state raccolte in un unico procedimento, due anni fa è ricominciata la caccia ai complici. Tanto che gli investigatori negli ultimi due anni hanno anche recuperato i reperti esaminati in passato per riavviare nuove analisi utilizzando tecniche scientifiche che precedentemente non esistevano. Adesso la parola è passata al magistrato romano titolare dell’inchiesta, che da mesi ha sulla scrivania i risultati investigativi che portano a ipotizzare, in base a nuovi accertamenti, che Pelosi non abbia agito da solo. E non è escluso che dalle decine e decine di testimonianze possa emergere anche il movente finora rimasto un mistero.

Augusto Parboni



Fonte:

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Pelosi: «Non vogliono scoprire la verità»

04/12/2013 06:07

Parla l’unico condannato per l’omicidio del regista Pier Paolo Pasolini. E dalle intercettazioni conferme sul coinvolgimento di altre persone


«Non vogliono scoprire la verità». Ne è convinto Giuseppe Pelosi, detto «Pino la rana», l’unico condannato per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Un delitto che dopo 38 anni e una sentenza, non è stato ancora mandato in «archivio». Il motivo? La procura di Roma è convinta che Pelosi non abbia agito da solo la notte tra il primo e il 2 novembre del 1975, quando fu trovato senza vita il regista Pasolini all’Idroscalo di Ostia.
«Chi indaga non ha intenzione di scoprire la verità, chi ha partecipato al delitto - continua «Pino la rana» - se volesse veramente capire chi c’è dietro quell’omicidio dovrebbe andare a citofonare a certe persone, come a casa di quel politico lì....quello famoso». Pelosi, che considera le indagini della procura di Roma «inutili» se non scavano in «determinati» ambienti, è stupefatto dagli accertamenti che sono stati compiuti fino ad oggi. Tanto da aggiungere che «se si vuole scoprire come stanno le cose basterebbe andare a indagare nella cerchia di Pasolini, chi frequentava, tra i quali anche politici».
Le considerazioni dell’unico condannato non si fermano qui. Anzi. Per «Pino la rana» nel corso degli anni sarebbero stati distrutti elementi utili a conoscere la verità, che se fossero stati presi in esame oggi, utilizzando le nuove tecnologie, il caso sarebbe stato già risolto. Ma chi ha distrutto queste «prove» processuali? Per Pelosi persone che non sono state mai prese in considerazione durante le indagini. «Non so quali nomi abbiano in mano gli inquirenti - dice Pelosi - ma credo che alcune posizioni non sono state mai esaminate».
Sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori che si occupano di risolvere il «cold case» che risale a 38 anni fa, ci sono, comunque, decine e decine di persone che non sarebbero state mai ascoltate nel corso delle diverse inchieste. Dalla primavera del 2011 alla scorsa estate, sono state svolte numerose indagini disposte dalla magistratura romana. Che hanno portato a convincere gli investigatori ad affermare che l’omicidio di Pier Paolo Pasolini è stato compiuto da più persone oltre a Giuseppe Pelosi. E quali sono, tra gli altri, gli elementi che hanno portato le forze dell’ordine a raggiungere questa conclusione e a metterla nera su bianco? Le «intercettazioni preventive» compiute dalla riapertura delle indagini. Nelle mani della procura, dunque, ci sarebbero anche le conversazioni che sono state registrate dagli investigatori nel corso dei mesi per tentare di dare un nome e un volto ai presunti complici di Pelosi.
Sono gli stessi investigatori, infatti, che hanno riferito al pm titolare delle indagini che gli accertamenti fanno ipotizzare la possiblità che «Pino la rana» non abbia agito da solo. Il magistrato, dunque, appena terminerà di esaminare i cinque faldoni pieni dei risultati investigativi, stabilirà quali atti processuali disporre per andare avanti nelle indagini e valutare quindi quali provvedimenti prendere, semmai, nei confronti di chi è stato ascoltato dagli investigatori: oltre centoventi persone.

Augusto Parboni



Fonte:

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Pasolini, l’ombra dei picchiatori fascisti

Martina Di Matteo, Simona Zecchi 

Pino Pelosi ricostruisce la notte dell’omicidio del poeta. E conferma la presenza all’idroscalo di Ostia di almeno altre sei persone oltre a lui

Cen­to­venti testi­moni sen­titi, 19 nuovi pro­fili gene­tici e nuove inter­cet­ta­zioni. Sono le novità che sareb­bero emerse nelle inda­gini sulla morte di Pier Paolo Paso­lini. Nell’intervista che segue, Pino Pelosi svi­scera alcuni nuovi det­ta­gli che get­tano una luce diversa su moti­va­zione e ambiente in cui sarebbe matu­rato il delitto, esor­tando gli inqui­renti a cer­care anche tra la cer­chia di per­sone più vicine a Paso­lini, nella bor­gata. Pelosi punta poi il dito su quanti tra poli­tici, fami­liari e amici sanno la verità o sanno dove cer­care ma non si impe­gnano. La notte del 2 novem­bre 1975 ancora non svela il volto in chiaro degli assas­sini ed even­tuali mandanti.

Le inda­gini stanno andando avanti: cosa ne pensi di ciò che è appena uscito?


Pelosi ride bef­fardo Spero che appro­dino a qual­cosa. Io ho già fatto i nomi dei Bor­sel­lino al tempo, gli atri 4 non li cono­scevo, era notte, non si vedeva nulla.

Pino, tu avevi indi­cato delle per­sone pre­senti quella notte, un numero pre­ciso. Oltre a te, altri 6: i Bor­sel­lino, due pic­chia­tori insieme all’uomo con la barba, un uomo nella seconda mac­china (nel 2010 un nuovo testi­mone Sil­vio Par­rello rivelò della pre­senza di una seconda mac­china e l’identità dell’uomo che l’avrebbe gui­data). L’uomo con la barba ti avrebbe minac­ciato. Durante la prima inter­vi­sta, dopo 30 anni di silen­zio, avevi dichia­rato che l’uomo avesse un accento sici­liano. Ele­mento che non hai più ritrat­tato. Confermi?

Lo avevo detto per depi­stare, era ita­liano, basta.

Gli altri due erano romani? I Bor­sel­lino, di cui tu hai già par­lato erano vicini al cir­colo Msi del Tibur­tino. Anche i due pic­chia­tori face­vano parte dello stesso ambiente?

Si, poteva essere.

Nel 2011 hai rila­sciato alcune dichia­ra­zioni a Val­ter Vel­troni in cui asse­rivi che la tua prima depo­si­zione ti fosse stata imbec­cata. È così?

Con­fermo di essere stato minac­ciato dall’uomo con la barba, che mi ha get­tato l’anello sul posto e mi ha detto di inven­tarmi la ver­sione. In car­cere poi mi veni­vano a tro­vare per dirmi di con­ti­nuare così.

Avevi 17 anni, come hai fatto ad avere sem­pre la luci­dità per man­te­nere la stessa ver­sione ogni volta?

Ero un ragaz­zino: a vivere nel ter­rore rimani lucido, freddo e con­cen­trato a non sbagliare.

Quando hai rice­vuto in car­cere il famoso tele­gramma che indi­cava Rocco Man­gia come nuovo difen­sore da nomi­nare, hai mai pen­sato che aves­sero pro­po­sto denaro ai tuoi geni­tori? E come face­vano a cono­scere Fran­ce­sco Salo­mone (l’allora gior­na­li­sta de Il Tempo, tes­sera P2 nr. 1911– Ansa 21/05/1981, che aveva indi­cato ai geni­tori di Pelosi di assu­mere Rocco Man­gia come avvo­cato, ndr)?

A me non piac­ciono que­ste asso­cia­zioni con quel mondo. Dice­vano che Rocco Man­gia era l’avvocato degli assas­sini del Cir­ceo e dei fascisti.


Certo, ma quello era in buona parte il mondo da cui pro­ve­niva la manovalanza.

Si ma io non c’entro niente con quel mondo.

L’uomo con la barba è vivo? (ride) Gli altri due, sono morti?

I due pic­chia­tori? Non li ho visti bene ma erano più gio­vani del “bar­bone” che all’epoca aveva 40 anni. Quell’uomo era più impor­tante dei pic­chia­tori, gestiva tutto. Certo potrebbe appar­te­nere all’altro livello.

Non lo cono­sci o hai paura?

Non so nulla. Però mi chiedo per­ché non inter­ro­gano anche tra le pas­sate cono­scenze dello scrit­tore, Ninetto Davoli: per­ché ha fatto rot­ta­mare la mac­china che Paso­lini gli aveva lasciato? Per­ché non glielo chie­dono? La mac­china di Paso­lini poteva essere ulte­rior­mente analizzata.

Se, come hai detto, il san­gue sul tet­tuc­cio della mac­china (lasciata poi incu­sto­dita dall’autorità giu­di­zia­ria, ndr, san­gue lavato via dalla piog­gia, era di Paso­lini, cos’altro pote­vano tro­vare in quella mac­china, oltre ai reperti rin­ve­nuti e oggi sotto esame?

Sotto il sedile.

Cosa poteva esserci sotto il sedile?

Non lo so. Sotto il sedile… niente…

Cosa c’era?

Ma l’accendino mio l’hanno trovato?

È impor­tante que­sto accendino?

Può essere impor­tante come l’anello. Dov’è, chi l’ha preso? È sparito.

Rico­struiamo quella notte: tu eri dav­vero al risto­rante con lui quella sera o eri già all’Idroscalo?

No io ero con lui e con lui sono andato all’idroscalo.


Vin­cenzo Pan­zi­roni pro­prie­ta­rio de «Il Biondo Tevere» fece una tua descri­zione che però non sem­bra cor­ri­spon­derti (biondo, con i capelli lun­ghi fino al collo)…

Può darsi che Pan­zi­roni abbia fatto con­fu­sione con i giorni: il giorno prima Paso­lini era in com­pa­gnia di un biondo.


Dove ti hanno fer­mato i cara­bi­nieri quella notte?

Non mi hanno arre­stato davanti alla fon­ta­nella di Piazza Gasparri ma davanti al locale Tibidabo.

Sei scap­pato da solo su quella macchina?

Sì.

Chi era l’uomo che gui­dava la seconda macchina?

Non lo so. Non si vedeva da qui a tre metri. Ho visto invece bene in fac­cia l’uomo con la barba, asso­mi­gliava all’ispettore Camilli della foto (rife­ri­mento alla foto de Il Tempo del 4 dicem­bre 2013, ndr).

Dici di non cono­scere i due pic­chia­tori ma hai fatto i nomi dei fra­telli Bor­sel­lino quando erano già morti, sarà così anche per i due picchiatori?

Non dirò mai nulla.

I Bor­sel­lino quando sono andati via: prima o dopo di te?

Non li vedevo per­ché erano lon­tani, non so nem­meno se hanno par­te­ci­pato anche loro al pestag­gio. Ma sono arri­vati dopo, con la moto.
Riprende poi dal mazzo dei ricordi: Un mas­sa­cro orrendo che ho potuto rivi­vere inte­ra­mente solo durante le riprese del film di Fede­rico Bruno, (film diretto e pro­dotto da Bruno: Paso­lini. La Verità nasco­sta, ndr) Mi ha fatto impres­sione vedere Alberto (Testone l’attore che inter­preta il poeta e sag­gi­sta, ndr) con tutto il san­gue addosso… Quella sera gri­dava mamma mi stanno ammazzando.

Per­ché era­vate lì?

Per recu­pe­rare le pizze del film Salò o Le 120 gior­nate di Sodoma: Paso­lini ci teneva molto, erano gli ori­gi­nali e voleva pro­prio quelle.

Chi ti ha detto che era per le bobine l’incontro?

I Bor­sel­lino.

E a loro chi lo ha detto?

Non lo so, quando fai certe cose non chiedi niente. Dovevo gua­da­gnare due lire per por­tarlo lì ma non sapevo cosa sarebbe suc­cesso dopo, non sapevo dell’agguato. I suoi amici lo hanno usato, come Citti, l’ho scritto nel mio libro (Io so… come hanno ucciso Paso­lini. — Sto­ria di un’amicizia e di un omi­ci­dio, Ver­tigo 2011).

Non lo avete usato un po’ tutti lì in borgata?


No, io c’ho solo rimesso fami­glia, vita tutto.

In una recente inter­vi­sta hai fatto rife­ri­mento a un uomo poli­tico dicendo: «Chi indaga dovrebbe andare a cito­fo­nare a certe per­sone, come a casa di quel poli­tico lì… quello famoso». Un poli­tico del pre­sente o del passato?

Una dichia­ra­zione mal inter­pre­tata non mi rife­rivo a un poli­tico in par­ti­co­lare. Anche se fosse così non lo direi, non dirò più nulla. Poi il rife­ri­mento era se mai a tutta quella classe poli­tica a lui vicina che non si muove dav­vero per sco­prire chi lo ammazzò.

Chi sono gli intoc­ca­bili di cui parli più volte?

Qual­cuno è morto, qual­cuno è vivo.

Secondo la tua espe­rienza, per com’erano le cose in que­gli anni, cosa signi­fi­cava pestare quasi a morte qualcuno?

Una puni­zione, una tor­tura… forse per qual­cosa che lui aveva scritto sui gior­nali cau­sando danni a qual­cuno. Biso­gne­rebbe capire chi c’era oltre, qual era l’altro livello.



Fonte:

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Dubbi sulle presunte novità sull’omicidio

Martina Di Matteo, Simona Zecchi 

Le novità ripor­tate da «Il Tempo» sull’omicidio di Pier Paolo Paso­lini non con­vin­cono l’avvocato Ste­fano Mac­cioni, con­su­lente di parte di Guido Maz­zon, l’unico fami­liare di Paso­lini a inte­res­sarsi ancora al caso. L’avvocato, depo­si­ta­rio insieme alla cri­mi­no­loga Simona Ruf­fini della richie­sta per la ria­per­tura delle inda­gini nel 2009, è anche co-autore con la stessa Ruf­fini e il gior­na­li­sta Val­ter Rizzo del libro «Nes­suna Pietà per Paso­lini» (Edi­tori Inter­na­zio­nali Riu­niti, 2011). «La noti­zia così for­mu­lata mi ha sor­preso», dice Mac­cioni. In realtà non dice niente di nuovo a parte i 120 testi­moni. Insomma si sapeva che la pro­cura stesse sen­tendo nuovi testi­moni e che dun­que le inda­gini stes­sero andando avanti. Sono in attesa della immi­nente chiu­sura del caso da parte del magi­strato Fran­ce­sco Mini­sci. Noi abbiamo depo­si­tato molte inda­gini difen­sive, abbiamo par­te­ci­pato all’analisi dei reperti e adesso aspet­tiamo di vedere cosa abbia rac­colto l’accusa; siamo alla fine del per­corso dopo l’elaborazione dei dati rac­colti dai cara­bi­nieri. Se fosse una richie­sta di archi­via­zione a cam­biare dei dati di quella notte, fon­data sull’impossibilità di con­dan­nare per­ché le per­sone sono scom­parse, ma che dica che i moventi erano diversi e che Pelosi non era solo sarebbe già una nuova verità e non solo sto­rica. Se il pm chiede l’archiviazione me ne darà avviso e io mi potrei opporre, ma biso­gna capire cosa dirà il gip. Io credo in una richie­sta di archi­via­zione per­ché se avesse indi­vi­duato qual­cuno non avrebbe fatto pas­sare così tanto tempo».




Fonte:
http://ilmanifesto.it/dubbi-sulle-presunte-novita-sullomicidio/



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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