domenica 8 dicembre 2013

PASOLINI VOLLE INCONTRARE FRATE AVE MARIA

"ERETICO & CORSARO"



PASOLINI (scrittore, regista)
volle incontrare Frate Ave Maria
FLAVIO PELOSO
Pubblicato su : Messaggi di Don Orione, 32(2000) n.100, p.45-50
Quando stava elaborando la sceneggiatura de "Il vangelo secondo Matteo" andò a Sant'Alberto di Butrio
a chiedere all’eremita cieco come “vedeva” Gesù e il vangelo.

Pier Paolo Pasolini affidò a cinque “quaderni rossi”, scritti tra l’estate 1946 e l’autunno del 1947, e pubblicati nel 1998 nel primo dei due volumi a lui dedicati nei Meridiani Mondadori, le sue note autobiografiche riguardanti le lotte giovanili e gli ultimi impulsi della fede adolescenziale continuamente sconfitta (“Fino a quindici anni io credetti in Dio con l’intransigenza dei ragazzi”) fino alla resa: “Io sono stanco di essere così intoccabilmente eccezione, ex lege”. Dopo essere stato “tentato dalla mistica”, come Virgilio Fantuzzi ha scritto, (1) Pasolini annotò nel 1947: “Messo dunque tutto a tacere, sono passato, dopo una breve visita al Calvario, dall’orto dell’infamia al giardino di Alcina e mi ci trovo bene”. Questo addio alla religione non fu mai, però, totale e definitivo. Restò come nostalgia, spesso come ribellione, sempre come vuoto di senso mai riempito da alcunché d’altro, per quanto di volta in volta affascinante. (2)

Una pagina di “storia religiosa”, sempre difficile da scrivere e tanto più di un personaggio come Pasolini, è venuta discretamente alla luce collegata ad un incontro con la ieratica figura di Frate Ave Maria, un eremita cieco della Divina Provvidenza (Don Orione), dichiarato “venerabile” nel dicembre 1997. (3)
Quando Pasolini seppe della morte di Frate Ave Maria (21.1.1964), inviò ad Angela Volpini, che gli aveva comunicato la notizia, il suo libro “Poesia in forma di rosa” (1961-1964) (4) con uno scritto posto come segnalibro tra le pp. 42-43. Gli segnalava una pagina autobiografica nella quale egli alludeva al suo incontro con l’austero e felice eremita cieco, incontrato all’eremo di Sant’Alberto di Butrio qualche mese prima.


E cerco alleanze che non hanno altra ragione
d’essere, come rivalsa, o contropartita,
che diversità, mitezza e impotente violenza:
Gli ebrei… i negri… ogni umanità bandita…
E questa fu la via per cui da uomo senza
umanità, da inconscio succube, o spia,
o torbido cacciatore di benevolenza,
ebbi tentazione di santità. Fu la poesia.

Certamente la “tentazione di santità”, poi di fatto espressa con la poesia e con l’arte, fu risvegliata dall’incontro sorprendente con Frate Ave Maria.

Era la primavera del 1963. Pier Paolo Pasolini stava lavorando alla ideazione del film “Il vangelo secondo Matteo”. (5) Egli era interessato a conoscere da persone ritenute “mistiche” e “sante” come pensassero a Gesù, come si immaginassero le scene del vangelo, come le avrebbero volute rappresentate. Angela Volpini gli parlò di Frate Ave Maria che ella conosceva e frequentava dal 1958. (6) Pier Paolo Pasolini decise di salire all’eremo. Ci voleva molta buona volontà e tempo per farlo. Isolato com’era, l’eremo era raggiungibile, dopo avere lasciato l’auto a qualche chilometro di distanza, solo con una lunga camminata tra i monti sempre più irti e disabitati dell’Oltrepò pavese. In compagnia della Volpini, Pasolini arrivò dall’eremita già noto per fama di santità. (7)
Di questa ascesa a Sant’Alberto di Butrio, lasciò traccia nel sopra ricordato libro “Poesia in forma di rosa”, segnato a ricordo di Frate Ave Maria.


Una sera tra boschi
cedui, chissà, tra macchie indissolubili
di viole sulle crode, tra vigneti e lumi
serali di villaggi, sotto vergini nubi…
A vincere fu il terrore. Voglio dire che fu
più grande il terrore della realtà e della solitudine,
di quello della società. Amara gioventù,
preda di quella immedicabile coscienza
di non esistere, che ancora è la mia schiavitù…
(8)

E veniamo ai ricordi di Angela Volpini. Frate Ave Maria era in chiesa, dietro l’altare. Pregava. Pasolini, appena entrato nell’antica abbazia, ammirava gli affreschi quattrocenteschi. Dopo qualche minuto di silenzio, frate Ave Maria disse: “Benvenuti pellegrini della speranza!”.
Pasolini attraversò la chiesa, andò dietro l’altare luogo abituale delle lunghe ore di preghiera di frate Ave Maria e si presentò. Il frate gli disse di prendere una sedia e di mettersi accanto a lui. “E come mai – attaccò - un grande artista, un personaggio così famoso, è interessato a conoscere un povero cieco, che sa solo dire "Gesù, Maria, vi amo: salvate le anime!"”.
Pasolini disse qualcosa. E subito cominciò il colloquio che si prolungò per un paio d’ore. Loro due soli. Finalmente, il respiro affannoso del frate annunciava che frate Ave Maria stava scendendo gli angusti gradini di pietra che dalla chiesa conducono al piccolo chiostro. Pasolini tentava di aiutarlo, ma egli lo fermò bonariamente: “Queste pietre sono mie amiche. Le calpesto tante volte al giorno per andare da Gesù, non ho niente da temere da esse!”. E rise, divertito della sua stessa battuta. E proseguì ritirandosi nella sua cella.
Pasolini continuò la visita agli angoli più nascosti ed artistici dell’eremo. Ogni tanto, usciva con qualche esclamazione del tipo: “Che luogo! Che uomo! Che colloquio straordinario!”.

Più tardi commentò più diffusamente. “Frate Ave Maria aveva tutta l’attenzione per me. Parlava con tale naturalezza, pur nel suo linguaggio religioso, da risultare non solo rispettoso, ma affascinante. Non si è stupito del mio scetticismo e mi ha detto che il ‘suo Gesù’ ama più i lontani che i vicini, che non si scandalizza di niente e che solo Lui conosce davvero il cuore umano. Di fronte a lui, io artista, non mi sono sentito, come succede spesso nei luoghi seri ed importanti, un po’ fuori contesto... Anche il frate è un originale come me, un creativo... Ha inventato la sua vita, strana per il buon senso comune, ma vera e affascinante. Anche lui è un figlio d’arte, riesce a trasformare in bella e straordinaria una vita che, analizzata razionalmente, è la morte civile e la follia”. Poi, l’acuto ed inquieto scrittore volle rimanere ancora qualche tempo solo. E si incamminò verso il vicino bosco. Forse annotò qualcosa di quell’incontro.
La Volpini profittò per andare alla cella di frate Ave Maria per ringraziarlo e congedarsi. “L’amico che mi hai portato oggi – le disse frate Ave Maria - ha bisogno di vedere tanta fede, tanto amore, tanta innocenza, per far uscire dal suo cuore il suo grido d’amore, oltre che di denuncia. Stagli vicino. Se quest'uomo potesse servire il Signore, chissà che cose meravigliose farebbe!”.
Poi, quando Pasolini ritornò per accomiatarsi, Frate Ave Maria l’accompagnò alla porta e quasi gli gridò, con la sua voce roca: “Voglio dirle che qui c’è un altro amico, che sa solo pregare, ma che pregherà tanto perché lei faccia cose bellissime”.

Non sappiamo cosa si siano detti quei due grandi spiriti. Certamente, conversarono sulla sceneggiatura del film “Il vangelo secondo Matteo”, scopo primo della visita dell’artista. Ma parlarono di molto altro in quelle due ore. Frate Ave Maria certamente avrà raccontato di sé e della sua avventura di “cieco veggente, perché illuminato dalla fede” . (9)
E Pasolini avrà parlato delle sue inquietudini e ribellioni. E di che altro? Il poeta e regista solo confidò di essere rimasto colpito dalla libertà e dalla creatività di quest’uomo. Indotto, conosceva profondamente l’animo umano, tante persone e situazioni del mondo. Ne aveva interesse.
Resta il fatto che in quella famosa pagina di Pasolini inviata dopo aver appreso della morte di frate Ave Maria, troviamo scritto:


Ché io arriverò alla fine senza
aver fatto, nella mia vita
la prova essenziale, l’esperienza
che accomuna gli uomini, e dà loro
un’idea così dolcemente definita
di fraternità almeno negli atti dell’amore!
Come a un cieco: a cui sarà sfuggita,
nella morte, una cosa che coincide
con la vita stessa, - luce seguita
senza speranza, e che a tutti sorride,
invece come la cosa più semplice del mondo –
una cosa che non potrò mai condividere.
Morirò senza aver conosciuto il profondo
senso d’essere uomo, nato a una sola
vita, cui nulla, nell’eterno, corrisponde.

Si tratta di una lucida confessione gridata dal buio dell’anima reso, forse, ancor più drammatico dopo uno sprazzo di genuina luce.
Pasolini non dimenticò più questo incontro. Frate Ave Maria e Sant’Alberto gli rimasero nell’animo e nelle parole. (10) Quel luogo e quell’amico li considerò un ‘rifugio della speranza’. Amabili.



NOTE
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1. V. Fantuzzi, Pasolini tentato dalla mistica, "Avvenire", 30.10.1998, p.22.

2. Pasolini ricercò soprattutto nell’arte quella funzione salvifico-liberatoria che è propria della religione. Ne scrisse nella scheda di presentazione de “Il vangelo secondo Matteo”: “Se l’opera d’arte è in qualche profondo e misterioso modo un’autoterapia, di cosa guarisce, poi, se non dalla vita stessa – che è imperfezione, senso del rinvio, senso dell’incompletezza? Mi sono, in definitiva, così poco liberato attraverso l’operazione artistica, che quei famosi, maligni, cocenti, inafferrabili "elementi religiosi" sono ancora lì, intatti. Tanto è vero che se penso a un film futuro (molto lontano) penso con più insistenza a una vita di Charles de Foucauld che a qualsiasi altro (un santo che non parla mai di Dio – pensandovi sempre ossessivamente…)”; in Il Cinema “nazional-popolare”, p.109.

3. Per conoscere Frate Ave Maria e l’eremo di Sant’Alberto: Frate Ave Maria. La luminosa notte di un cieco, Ed. Piccola Opera della Divina Provvidenza (Don Orione), Roma 1964; Frate Ave Maria, Lettere dall’eremo, a cura di Don Flavio Peloso, Ed. Piemme, Casale M. 1996; Sparpaglione Domenico, Una gemma d’Oltrepò. S.Alberto di Butrio. Storia, arte, fede, IV ed., Barbati Orione editore, Seregno 1990.

4. Edito da Garzanti nel 1964.

5. Il film, scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, fu presentato in prima visione alla XXV Mostra di Venezia il 4.9.1964. Ebbe il “Premio speciale della critica” ed altri alti riconoscimenti artistici. È considerato un grande capolavoro del cinema.

6. La testimonianza dell’incontro di Pasolini con frate Ave Maria è di Angela Volpini, registrata durante un colloquio avuto il 28.3.1997. Angela Volpini si recava spesso da Frate Ave Maria per chiedere consiglio, cfr. Summarium ex processu canonizationis, p.422.

7. Cesare Pisano, questo il nome di battesimo, nato a Pogli di Ortovero (Savona) il 24.2.1900, rimase cieco a 12 a causa di una scarica di fucile sugli occhi, partita per gioco da un compagno. Dopo la gioventù trascorsa nella disperazione, incontrò il beato Don Luigi Orione che lo aiutò a “vedere”. Convertitosi, divenne Eremita della Divina Provvidenza e camminò deciso sulla via della santità. Scoperto nel suo isolatissimo eremo di Sant’Alberto di Butrio, divenne riferimento di tanta gente che a lui si rivolgeva per consiglio, preghiera, consolazione. Furono ad incontrarlo anche personaggi come Tommaso Gallarati Scotti, Nino Salvaneschi, Don Brizio Casciola, Riccardo Bacchelli, Boggiano Pico, Don Zeno Saltini, P. Juan Arìas. Morì il 21.1.1964. Il 19.12.1997. Giovanni Paolo II lo dichiarò “venerabile”.

8. Le allusioni all’escursione a Sant’Alberto e all’incontro con Frate Ave Maria sono riconoscibili nella trasfigurazione poetica alla luce dell’indicazione di Pasolini stesso, ma anche da qualche riscontro oggettivo.

9. Ebbe a scrivere: “ Dicono che io sono cieco. Ma io affermo, con tanta compassione per gli altri: io non sono veramente cieco. I veri ciechi sono quelli che non vedono Gesù, e Gesù si vede con la luce della fede... Così un cieco che vede Gesù, non è più cieco; è un grande sapiente, uno che vede lontano, tanto lontano...”. Rimase famosa la celebrazione che egli volle fare per il 25° e 50° anniversario della sua cecità. Per l’occasione, compose anche una iscrizione: “Convertisti in luce le mie tenebre e in gioia la mia tristezza, sicché la mia luce, l'unica mia gioia sei Tu solo, o Gesù Figlio di Dio! O Gesù Dio Mio! O Gesù Figlio di Maria!”.

10. “Non sono mica frate Ave Maria!”, ricorda d’essersi sentita dire varie volte da Pasolini la Volpini quando gli poneva qualche critica o richiamo al bene.
Fonte:
http://www.host-lime.com/do/messaggi/articolo.asp?ID=202



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La dissoluzione della forma poetica nell'ultimo pasolini

"ERETICO & CORSARO"


La dissoluzione della forma poetica nell'ultimo pasolini

Articolo tratto dal n. 16 della rivista letteraria Ulisse

DALLE TERZINE AL MAGMA, DALLA METRICA AL MONTAGGIO.
LA DISSOLUZIONE DELLA FORMA POETICA NELL’ULTIMO PASOLINI

Il percorso poetico di Pasolini è forse il più adatto a esemplificare, nei modi estremi che all’autore sono propri, il profondo mutamento che investe le forme e la concezione stessa del poetico tra la codificazione metrica ed espressiva degli anni Trenta-Quaranta e la deregolamentazione degli anni Sessanta-Settanta.
Il Pasolini poeta nasce e si forma nell’alveo di una tradizione formale che, sebbene spesso avvertita come esaurita e impotente a esprimere il valore e il senso della realtà e perciò discussa e non di rado avversata, lascia nelle prime prove poetiche il segno profondo della propria eredità. In tal senso Pasolini incarna l’atteggiamento più proprio della modernità nei confronti della tradizione, se è vero che in lui il rapporto con il passato letterario è perennemente controllato e consapevole, filtrato da un costante discrimine che induce alla selezione e alla relazione piuttosto che all’epigonismo o al rifiuto. Già prima che il Pascoli, assunto a metà degli anni Cinquanta come architrave della storiografia poetica novecentesca e nume tutelare di «Officina»(1), iniziasse a funzionare come modello metrico ed espressivo delle Ceneri di Gramsci, nel 1942 in Poesie a Casarsa Pasolini aveva compiuto scelte emblematiche del suo rapporto, profondo quanto selettivo, con la tradizione. L’importanza dell’esordio poetico pasoliniano, com’è noto generosamente avallato da Contini(2), non sta infatti solo nella novità linguistica dell’uso di quel dialetto «di cà da l’aga», vergine di tradizione letteraria e di codificazione scritta, ma anche, specie nella riscrittura de La meglio gioventù del 1954, nella sapiente tessitura delle influenze formali che concilia la moderna poesia simbolista con le antiche letterature provenzali, e contamina il tutto con le strutture più proprie della poesia popolare, di cui Pasolini si occupa approfonditamente nei primi anni Cinquanta. La struttura formale e metrica del Pasolini friulano, come ha dimostrato fondatamente lo studio di Furio Brugnolo(3), rappresenta la prova più evidente non solo di una fedeltà alle istituzioni poetiche, ma anche di una fascinazione e predilezione per le forme chiuse e regolari che, anche attraverso l’uso costante della rima, ribadiscono la tradizionale dominante melodica del testo. Isomorfismo strofico, integrità ritmico-sintattica del verso, monometria del singolo testo, compongono un modello poetico che non identifica la propria valenza innovativa con la trasgressione prosodica, ma che semmai la affida alla «rievocazione agonistica»(4) dei modelli, innestando sulla vecchia e solida pianta della tradizione un intenso repertorio di motivi autobiografici e simbolici – Narciso, Il Figlio e la Madre, l’acqua – ovvero quella «posizione violentemente soggettiva» di cui parla Contini(5). L’uso di modelli metrici antichi e codificati rappresenta perciò un primo segnale dell’attitudine pasoliniana a costruire quello che lui stesso definisce il «tempo metastorico della poesia»(6), ovvero a concepire il linguaggio poetico come forma assoluta e a conferire così alla poesia una valenza atemporale che ne fa il luogo di rivelazione del sacro. In tal senso l’ipotesi che tenteremo di dimostrare è che il radicale cambio dei paradigmi poetici pasoliniani avvenuto intorno alla metà degli anni Sessanta, con l’abbandono della formulazione metrica del testo e l’allestimento di componimenti fondati sul principio sintattico del montaggio, non rappresenti un tradimento, bensì un ribadimento con mezzi diversi, di quella essenziale valenza assoluta e finalità di ierofania che Pasolini assegna alla poesia.
Il repertorio delle istituzioni metriche utilizzato da Pasolini a partire dai suoi esordi fino alla fine degli anni Cinquanta, in quel periodo poetico più tardi siglato come «la mia vecchia poesia»(7), è la prova di un’identità interamente costruita entro i confini del letterario, sebbene modernamente orientata verso la direzione dell’inquietudine formale quanto teorica, se è vero che per Pasolini la «libertà stilistica» non deve essere pretesto per un’elusione della problematica storica, morale, ideologica(8). Il passaggio dalla prima poesia friulana alla grande stagione poematica degli anni Cinquanta, mediato da alcune raccolte in lingua tra cui L’usignolo della Chiesa cattolica, da un punto di vista metrico conferma una sostanziale fedeltà all’orizzonte delle istituzioni poetiche, ampliato verso direzioni inconsuete, con un’apertura rilevante ai modelli stranieri poematici – soprattutto quelli angloamericani di Eliot e Pound – e alla dimensione storica della poesia popolare. La seconda parte de La meglio gioventù, Romancero, rappresenta in tal senso il superamento della dimensione lirica e la costruzione di strutture poematiche a forte componente teatrale, che aspira alla proposizione poetica di un’epica popolare. È in questa sede che nascono alcune soluzioni metriche che, dalle Ceneri di Gramsci in poi, diverranno sigle proprie della poesia pasoliniana: pensiamo ad esempio all’uso del doppio settenario nel poemetto I Colùs, un metro che avrà una lunga storia nella poesia di Pasolini, dando origine a testi importanti come Recit in Ceneri e Supplica a mia madre in Poesia in forma di rosa; all’uso sistematico della rima imperfetta, vera e propria istituzione metrica pasoliniana, che nasce con le poesie friulane ma che nelle Ceneri di Gramsci accentua la sua valenza innovativa perché «tende ad essere neutralizzata tramite enjembement, o comunque ad essere assorbita nel continuum sintattico»(9); o più in generale pensiamo all’uso variato di metri tradizionali – non tanto ancora l’endecasillabo dantesco, quanto piuttosto il novenario carducciano e pascoliano, assunti come testimoni di un dialogo incessante con le forme poetiche della tradizione, ma tutt’altro che preservati da infrazioni e forzature ritmiche, secondo quel «ricupero dello spirito […] che vorremmo dir musicale» delle forme chiuse di cui parla Caproni in un saggio dedicato alla Meglio gioventù(10).
L’atteggiamento metrico del Pasolini precedente gli anni Sessanta è stato già da tempo formulato da Siti come compresenza di «attrazione» e «violazione» nei confronti della norma, con particolare riferimento all’istituzione dell’endecasillabo(11). Che effettivamente nelle Ceneri di Gramsci prevalga, come vuole Siti, un endecasillabo forzato in una duplice direzione di «complicazione» e di «semplificazione»(12), o che al contrario in questa raccolta la costante prosodica sia data dal ripetersi di tre o quattro accenti ritmici, secondo l’interpretazione nata con Fortini e ripresa da Mannino(13), certo è che Le ceneri di Gramsci presentano un panorama fondato sulla variazione di quel metro endecasillabico che rappresenterà per tutto il secondo Novecento il tassello formale più evidente e conflittuale di relazione con la tradizione metrica italiana(14).
Le ceneri di Gramsci è in tal senso l’irripetibile punto di equilibrio tra istanze discorsive e soggettive da una parte, e dall’altra un ampio quadro di istituzioni metriche e formali, che include non solo lo schema metrico prevalente, proprio di otto poemetti su undici, ovvero la scansione strofica in terzine di endecasillabi e l’uso della terza rima, secondo una linea che associa Dante ai Poemetti pascoliani, ma anche la strofa di novenari della tradizione tardo-ottocentesca, ripresa in L’umile Italia, i distici martelliani di Recit, la struttura della canzone provenzale e dell’ottava di Canto popolare. L’istanza argomentativa che percorre il testo pasoliniano necessita però di strumenti metrici e retorici malleabili, che garantiscano continuità ai diversi tratti versali e che amplino la portata strutturale della griglia metrica. Di questa esigenza connettiva si fa carico l’uso caratterizzante dell’enjembement versale e strofico, di memoria foscoliana e pascoliana, così come la valenza ritmicamente impropria dello stesso endecasillabo, sottoposto a una torsione ritmica generata dalla moltiplicazione degli ictus principali del verso, e l’istituzionalizzazione della rima imperfetta. Tutto questo produce un modello metrico che è insieme ancorato alle istituzioni formali ma pronto a infrangersi fino alla dissoluzione. È in tal senso significativo il fatto che la regolarità dello schema metrico vada progressivamente a ridursi negli ultimi poemetti della raccolta, a partire dal Pianto della scavatrice, non a caso il testo che tematizza la frattura dei tempi, tra un passato irrecuperabile e un futuro segnato dalla perdita dell’armonia («La luce/ del futuro non cessa un solo istante// di ferirci»)(15).
A partire dalla raccolta successiva alle Ceneri, La religione del mio tempo, ma con un’accentuazione decisa in Poesia in forma di rosa e Trasumanar e organizzar(16), viene progressivamente a perdersi nella poesia pasoliniana proprio quell’equilibrio tra l’utilizzazione di strumenti metrici e formali collaudati e la spinta soggettiva alla loro «violazione», nonché tra l’istanza discorsiva, ritmicamente prosastica, non di rado confessionale, e le istituzioni metrico-prosodiche più propriamente poetiche. L’esautoramento dei codici espressivi poetici dal proprio orizzonte testuale è in stretta relazione con la percezione della crisi e della frattura segnata dagli anni Sessanta(7). E non si tratta certo soltanto di un computo sempre più lacunoso di schemi metrici regolari, che vanno via via cedendo il posto a una più netta oratio soluta, quanto di una progressiva perdita di fiducia nell’incisività del dispositivo espressivo canonizzato come “poetico”, fondato sulla coerenza e sulla tenuta testuale e basato su fenomeni di isotopia fonica, ritmica, metrica. Se, ad esempio, la prima sezione della Religione del mio tempo comprende ancora due testi pienamente riconducibili, per tonalità e scelte metriche ed espressive, alla stagione delle Ceneri – la strofa di endecasillabi sfrangiati a vario intreccio di rime del poemetto La ricchezza e il distico di doppi settenari a rima baciata di A un ragazzo -, le sezioni successive collazionano una varietà di schemi metrici fortemente personalizzati, come gli epigrammi della seconda sezione, tipicamente assertivi piuttosto che argomentativi, e la canzone petrarchesca reinterpretata nell’ultima sezione delle Poesie incivili(18).
Ma è soprattutto a partire da Poesia in forma di rosa che il discorso poetico pasoliniano sembra sempre più farsi irriconducibile a un canone metrico e formale definito. Non solo per quella varietà di moduli espressivi cui l’autore allude nella sua straniata definizione del testo - «libro di poesie e poemi – di Temi, Treni e Profezie, di Diari, e Interviste e Reportages e Progetti in versi»(19) - quanto per una complessiva valenza di struttura non necessitata che caratterizza la raccolta. Pur mantenendosi ancora in qualche componimento una parvenza di forma metrica codificata – le terzine de La Guinea e di Poesia in forma di rosa, i distici di Supplica a mia madre, la forma-ballata di Ballata delle madri -, l’eterogeneità complessiva delle scelte espressive della raccolta, insieme alla radicale opzione di svuotamento dei modelli metrici, fanno sì che già con Poesia in forma di rosa si affermi quella fuoriuscita dai canoni metrici che sarà pienamente compiuta qualche anno più tardi col verso informale e decisamente prosastico-giornalistico di Trasumanar e organizzar. La misura endecasillabica, occasionalmente presente in Poesia in forma di rosa, in testi come La realtà o La Guinea è sottoposta a un’oscillazione ben più radicale di quella «violazione» che caratterizzava l’uso poetico del primo Pasolini, tanto che, come scrive Raffaella Scarpa, siamo piuttosto davanti a «componimenti polimetrici in cui l’endecasillabo sembra più che scritto mimato»(20):
L’endecasillabo così transita, continuamente in andata e in ritorno, dal fortilizio della terzina dantesca, più raramente il distico, passando, in lacerti e accenni, alle poesie-fiore (anche queste, evidentemente, rigidità formali) e il sintatticamente detto, per cui il verso-frase livella i rilievi prosodici, giustificando l’a capo con esclusive motivazioni linguistiche. (21)
L’eterogeneità formale dei testi che compongono le diverse sezioni di Poesia in forma di rosa rappresenta l’esibizione polemica di una dissoluzione del modello poetico univoco e codificato, che produce antitesi formali multiple, dal testo iconico dei calligrammi di Nuova poesia in forma di rosa fino alla trasandatezza prosastica di Progetto di opere future, dalla forma-diario di L’alba meridionale e Israele fino al poema-sceneggiatura Una disperata vitalità.
Con Poesia in forma di rosa Pasolini approda dunque pienamente a una rivendicata ed esibita rinuncia a quello stigma della letterarietà rappresentato da una riconoscibile formulazione metrico-prosodica del testo, che nella modernità non si identifica ovviamente con le forme chiuse e codificate della tradizione, ma che richiede comunque dei requisiti individuabili e ricorrenti. Lo stesso Pasolini, con un’enfatizzazione affidata all’espediente grafico delle maiuscole, in Una disperata vitalità segnala metapoeticamente la fuoriuscita dalla metrica come approdo a un territorio di assoluta e irrelata anarchia, il «magma»:
«Versi, versi, scrivo! versi!(maledetta cretina,versi che lei non capisce priva com’èdi cognizioni metriche! Versi!)versi NON PIU’ IN TERZINE!Capisce?Questo è quello che importa: non più in terzine!Sono tornato tout court al magma!Il Neo-capitalismo ha vinto, sonosul marciapiedecome poeta, ah [singhiozzo]e come cittadino [altro singhiozzo.» (22)
Il «magma» - categoria metaforica utilizzata in quegli stessi anni anche da un poeta antitetico a Pasolini come Luzi(23) - nel discorso pasoliniano definisce icasticamente la spinta centrifuga operata nei confronti del testo poetico, ormai incapace di opporre la propria ratio espressiva al vorace disordine della realtà e dei linguaggi. Non a caso, nei saggi coevi poi raccolti in Empirismo eretico, Pasolini focalizza la forza distruttiva e fagocitante della lingua tecnologica e omologatrice della comunicazione e del Neocapitalismo, in forza della quale «nel futuro non ci sarà più richiesta di poesia»(24).
Dalla metà degli anni Sessanta in poi, per Pasolini la poesia è possibile solo a condizione che essa deponga la forma stessa del testo poetico e indossi la maschera del linguaggio magmatico dell’attualità: con Trasumanar e organizzar, uscito nel 1971 dopo la radicalizzazione del ruolo pubblico oppositivo del Pasolini intellettuale, appare ormai compiuto quel ciclo che conduce dalle forme chiuse della poesia friulana degli anni Quaranta alla totale dissoluzione metrica degli anni Sessanta-Settanta. Il verso informale che caratterizza la raccolta priva i testi non solo dei pur aperti vincoli metrici del versoliberismo, ma anche di qualunque connotazione ritmica e fonica, offuscando ogni possibile ricorsività di caratteri formali, a vantaggio di un discorso esemplato sul modello stilistico dell’articolo giornalistico. L’apparente estroversione dei significati dovuta alla cancellazione di ogni meccanismo di condensazione analogica, cela in realtà un complesso messaggio che mira a discutere e a ridefinire i confini stessi del poetico. Il catalogo delle infrazioni del codice è ricchissimo, e peraltro presenta non pochi punti di contatto con la rivisitazione dei parametri formali della poesia operati in quegli stessi anni dalla Neoavanguardia: la fuoriuscita da metri e ritmi poetici prevede versi del tutto prosaicizzati, un andamento dialogico con frequente uso dell’apostrofe in una trama discorsiva volutamente trasandata, la cancellazione di quel ritmo affannosamente argomentativo fondato sull’enjembement, la prevalenza della paratassi e di un’espressività tendenzialmente apodittica. Siamo davanti, come scrive Tricomi, a «un genere discorsivo inedito per violare le convenzioni della comunicazione letteraria»(25), che utilizza forme paratestuali come note e asterischi, oltre a infrazioni interpuntive e ortografiche, montaggio di citazioni e frammenti della lingua dell’attualità, duplicazioni e riprese testuali. La stessa unità di misura del verso è spesso di difficile individuazione, in quanto la segmentazione versale non risponde più a criteri né sillabici né ritmici, ma sembra dettata da un arbitrio discorsivo governato dalla sintassi piana e spesso lapidaria. L’organizzazione strofica è del tutto irregolare e spesso inesistente, e nel medesimo testo tendono a convivere frequenti monostici e lasse prosastiche che enfatizzano la dominante grafica e visiva.
Di fronte a questo appariscente «grado zero della metrica»(26), che proprio nella poesia dell’ultimo Pasolini istituisce in maniera lampante ed estrema il verso informale della poesia italiana del tardo Novecento, c’è però da chiedersi se non sia comunque possibile ipotizzare l’esistenza di un principio compositivo generale intorno al quale si organizzi una nuova modulazione del testo, e se la disarticolazione metrica non possa leggersi come il sintomo di una ricerca di nuovi assetti espressivi del testo poetico non necessariamente in negativo, ovvero come assenza di componenti formali canonizzate. Se è vero che nella modernità letteraria i caratteri metrici non si identificano con le forme codificate, ne consegue che il verso informale dell’ultimo Pasolini potrebbe celare una qualche ricorsività dei principi compositivi del testo, che ne definiscano se non una nuova metrica, almeno la ratio formale ed espressiva prevalente. La chiave di volta va a nostro avviso cercata in quella tendenza tipicamente pasoliniana all’interdiscorsività e all’ibridazione di generi e codici espressivi, che nella poetica dell’autore supplisce a un mancato plurilinguismo(27). È in tal senso significativa la coincidenza cronologica tra il profondo mutamento dei paradigmi poetici e la scoperta e la pratica dei nuovi linguaggi espressivi del teatro e soprattutto del cinema È lo stesso Pasolini a fornirci una chiave della rivoluzione del suo modello poetico nella miscidazione dei codici espressivi quando, nella prefazione al volume antologico delle sue poesie uscito nel 1970, Al lettore nuovo, a proposito della sua recente attività cinematografica scrive:
[…] tutti questi film io li ho girati «come poeta». Non è qui il caso di fare un’analisi sull’equivalenza del «sentimento poetico» suscitato da certe sequenze del mio cinema e di quello suscitato da certi passi dei miei volumi di versi. Il tentativo di definire una simile equivalenza non si è mai fatto, se non genericamente, richiamandosi ai contenuti. Tuttavia credo che non si possa negare che un certo modo di provare qualcosa si ripete identico di fronte ad alcuni miei versi e ad alcune mie inquadrature. (28)
A ciò Pasolini aggiunge l’influsso espressivo della scrittura teatrale, condensata in sei tragedie scritte nel 1966 (ma erroneamente egli le ascrive al 1965):
Ma, dal ’64 in poi, non ho scritto solo poesia attraverso il cinema: è solo per un anno o due che ho completamente taciuto come «poeta in versi» (pur scrivendo delle cose che son rimaste inedite e incomplete): nel ’65 sono stato un mese a letto ammalato, e, durante la convalescenza, ho ripreso a lavorare – e- forse perché durante la malattia avevo riletto Platone, con una gioia che non so descrivere – mi son messo a scrivere del teatro: sei tragedie in versi, a cui ho lavorato per tutti questi cinque anni […]. Evidentemente, in quel periodo, potevo scrivere versi solo attribuendoli a dei personaggi, che mi facessero da interposte persone. (29)
Se il codice teatrale sembra aver influito sull’assetto metrico ed espressivo degli ultimi testi poetici di Pasolini accentuando l’elemento dialogico e il movimento grafico e strutturale del testo, l’influsso modellizzante interdiscorsivo andrà invece cercato soprattutto nel cinema. E non tanto ovviamente, come afferma anche Pasolini, a livello contenutistico, ma per l’apporto formale e compositivo della pratica cinematografica, che andrà verificato su alcuni testi poetici degli ultimi anni. Di tale apporto cercheremo di focalizzare essenzialmente due aspetti: l’utilizzazione delle tecniche di montaggio e la sostituzione semiotica della componente fonica del testo poetico con quella visiva. L’effetto di tali opzioni espressive di ispirazione cinematografica sarà individuato in una dinamizzazione autofagocitante della forma poetica antitetica alla configurazione metrica del testo, ma coerente con gli sviluppi del pensiero pasoliniano su letteratura e realtà.
La saggistica cinematografica di Pasolini, risalente agli anni 1965-67 e raccolta in volume in Empirismo eretico nel 1972, torna spesso a riflettere sulle unità minime delle immagini – chiamate im-segni – e sulla loro modalità compositiva in una sintassi cinematografica(30). Si tratta di una questione non lontana dalle elaborazioni che in quegli stessi anni, soprattutto nell’ambito della Neoavanguardia, mettono in discussione le unità minime della versificazione, tanto la base sillabica del verso, quanto lo stesso concetto metrico-prosodico di “verso” connotato da isosillabismo e/o da isocronismo ritmico, alla ricerca di unità più ampie e dinamiche e di nuove modalità compositive del testo(31). La griglia metrico-prosodica, insieme all’uso connettivo dell’enjembement e della rima imperfetta, garantiva alla poesia del primo Pasolini una norma certa tanto rispetto all’identità del verso che alla necessità di composizione tra le unità minime del testo. A partire dagli anni Sessanta, se è vero che, come scrive Rinaldi, «la percezione della realtà è ormai filtrata dagli stereotipi del linguaggio cinematografico»(32), è legittimo ipotizzare che gli stessi mezzi tecnici utilizzati nella sintassi del cinema tendano a dispiegare le proprie potenzialità anche nell’ambito compositivo della poesia. A orientare l’ordine compositivo del testo poetico sarà allora il montaggio, la tecnica di composizione sintattica connotante il cinema pasoliniano, prediletta proprio per la sua qualità straniante e antinaturalistica e la sua capacità di riscrivere la realtà secondo un ordine associativo piuttosto che consecutivo. Tanto che negli scritti teorici di Pasolini, il montaggio si attesta come il trait-d’union tra cinema e poesia. La tecnica del montaggio, con la sua attitudine a «far sentire la macchina», definisce per Pasolini la «tradizione tecnico-stilistica di un “cinema di poesia”»:
[…] la macchina, dunque, si sente, per delle buone ragioni: l’alternarsi di obbiettivi diversi, un 25 o un 300 sulla stessa faccia, lo sperpero dello zoom, coi suoi obbiettivi altissimi, che stanno addosso alle cose dilatandole come pani troppo lievitati, i controluce continui e fintamente casuali con i loro barbagli in macchina, i movimenti di macchina a mano, le carrellate esasperate, i montaggi sbagliati per ragioni espressive, gli attacchi irritanti, le immobilità interminabili su una stessa immagine ecc. ecc., tutto questo codice tecnico è nato quasi per insofferenza alle regole, per un bisogno di libertà irregolare e provocatoria, per un diversamente autentico o delizioso gusto dell’anarchia: ma è divenuto subito canone, patrimonio linguistico e prosodico, che interessa contemporaneamente tutte le cinematografie mondiali. (33)
I caratteri che Pasolini assegna alla tecnica del montaggio – di associazione incongrua tra le unità minime, di iperbolizzazione del dettaglio, di negazione dell’armonia, di esibizione dell’artificio compositivo, di resa simultanea del distinto – sono gli stessi che si possono facilmente rintracciare nella sua ultima produzione poetica, e ne costituiscono la stessa ragione compositiva.
Un esempio di come la tecnica del montaggio supplisca nel tardo Pasolini alla funzione metrica è dato dal poemetto Patmos, in Trasumana e organizzar, modulato su una tonalità profetica e sacrale innestata su un drammatico evento del presente, la strage di Piazza Fontana del 1969. Leggiamone alcuni passaggi:
Oreste Sangalli, 49 anni:

«Presente!»affittuario della cascina Ronchetto in via Merula 13 a Milanomettiamo la sordina alla tromba di quell’Unolascia la moglie e due ragazzi, Franco di 13 e Claudio di 11fare d’gni erba un fascio degli estremistisi era recato al mercato di Piazza Fontanava bene per i giornali indipendenti (dalla Verità)come tutti i venerdì in compagnia di Luigi Melonima un presidente della Repubblica!Si erano momentaneamente lasciati a Porta TicineseNon si può predicare moderazionee si erano dati appuntamento a Piazza Fontanain un paese dove è appunto la moderazione che va maleHanno trovato entrambi la mortee dove non si può essere moderati senza essere banalipoco dopo essersi ritrovati.Luigi Meloni, 57 anni presente:commerciante di bestiame abitava a Corsico in Via Cavourcon la moglie e il figlio Mario, studente di 18 anni.Possiede qualche piccola proprietà immobiliare.Era venuto a Milano con la vettura del Sangalli.E quando l’ebbi veduto io caddi ai suoi piedi come morto.Ma egli pose sopra di me la sua destra e disse:Non temere, io sono il Primo e l’Ultimo.Io sono il Medio, parvero dire Rumor e i suoi colleghi.Non si può essere medi, qui, senza essere privi d’immaginazione.Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente.Giulio China, 57 anni, presente!!Era uno dei più importanti commercianti di bestiame di Novara,
dove possedeva due cascine. Lascia la moglie e due figlie sposate.Ho subìto la morte, ma ecco, ora vivo nei secoli dei secoli. (34)
Il montaggio è qui reso evidente dall’alternanza variamente giocata fra tre differenti ordini di discorso: l’inventario di cronaca delle vittime di Piazza Fontana, designate coi loro nomi, età, dati anagrafici, occupazioni, caratteri, in una tonalità che ricorda gli epicedi narrativizzati dell’Antologia di Spoon River di Lee Master; il discorso politico sulle dichiarazioni del Presidente Saragat e di altri esponenti democristiani dopo l’eccidio, in cui emerge il topos pasoliniano dell’invettiva proprio della sua ultima stagione saggistica; la riproposizione del Libro dell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni, esiliato sull’isola di Patmos, dal tono decisamente profetico. È evidente che a conferire identità formale al testo non è più un principio sillabico o ritmico, quanto l’elemento dell’alternanza versale ottenuta mediante singoli versi o lasse versali interpolate e interferenti, che motivano peraltro il titolo metapoetico della sezione in cui il testo è inserito, Poemi zoppicanti. L’effetto espressivo ottenuto da Pasolini in Patmos mediante le composizione delle tre stringhe discorsive è la costruzione di un orizzonte metastorico. Le parole di Giovanni, il referto della strage, il commento politico, sono condotti su un medesimo asse temporale attraverso il montaggio di lacerti che sembra abolire o manipolare la dimensione spazio-temporale. Il principio del montaggio poetico produce non solo quella valenza onirica che Pasolini attribuisce al cinema(35), ma anche la costruzione di un tempo metafisico, ottenuto mediante il montaggio di versi o gruppi di versi paragonabili a fotogrammi montati in sequenza. In questo tempo sottratto alla propria storicità si afferma quella che Dorfles definisce l’«inconsecutio temporum» prodotta dal montaggio mediante l’«abolizione della normale continuità di spazio e tempo»(36).
Il montaggio cinematografico e quello poetico sono dunque associati da una medesima finalità mitizzante di creazione di una sincronicità metatemporale. In tal senso il montaggio poetico supplisce alla funzione di memoria e di ricognizione delle forme letterarie che nella poesia del primo Pasolini ha avuto l’assetto metrico del testo. Molti dei testi poetici dell’ultimo Pasolini procedono in base a un assemblaggio che vanifica la temporalità dei fatti, costruendo quello che l’autore definisce, nel saggio Osservazioni sul piano-sequenza, un «presente storico».
Scrive Pasolini:
Il tempo del piano-sequenza, inteso come elemento schematico e primordiale del cinema – cioè come una soggettiva infinita – è dunque il presente […]; il cinema (o meglio la tecnica audiovisiva) è sostanzialmente un infinito piano-sequenza, come è appunto la realtà ai nostri occhi e alle nostre orecchie, per tutto il tempo in cui siamo in grado di vedere e di sentire […]. Ma dal momento in cui interviene il montaggio, cioè quando si passa dal cinema al film (che sono dunque due cose diverse, come la langue è diversa dalla parole), succede che il presente diventa passato […]: un passato che, per ragioni immanenti al mezzo cinematografico, e non per scelta estetica, ha sempre i modi del presente (è cioè un presente storico). (37)
Il montaggio è allora il mezzo ideale per concepire ed esprimere un tempo metastorico e assoluto, che esprima quella sacralità immanente, celata nella realtà e nel presente, il cui svelamento è sempre stato per Pasolini l’obiettivo e il senso ultimo della poesia(38). La scoperta del linguaggio cinematografico fornisce perciò al Pasolini poeta una valida alternativa all’uso sacralizzante dello strumento metrico, inteso come tecnica metastorica. Ma Patmos non fa che evidenziare un principio costruttivo che caratterizza tutta la raccolta di Trasumanar e organizzar, un asintattismo diffuso tra le diverse unità minime di versi o lasse, che problematizza la connessione tra le parti mediante un criterio associativo piuttosto che logico-cronologico. È in ciò evidente che al passaggio dal principio compositivo della metrica a quello del montaggio corrisponde un ribaltamento di segno dell’opera pasoliniana, poiché laddove la metrica ha tradizionalmente funzione connettiva e riconciliativa, il principio del montaggio evidenzia ed esibisce al contrario la disarmonia e la frattura(39). Il principio metrico si lega non a caso nel primo Pasolini a un investimento fiducioso nella parola letteraria come antitesi alla comunicazione ecolalica, che al contrario nell’ultimo Pasolini è assunta come orizzonte unico del linguaggio. Il «magma» e il montaggio sono i prodotti di quella apodittica affermazione che motiva in Una disperata vitalità l’abbandono delle «terzine»: «il neo-capitalismo ha vinto»(40). La forma metricizzata è infatti antitetica al topos dell’informe linguaggio-«balbettio» depotenziato e omologato che segna la metapoetica di Trasumanar e organizzar:
E infatti balbettate anche voi,balbettiamo, ragazzi: PARLIAMO DEL PIU’ E DEL MENOché altro non sappiamo dire. (41)L’abolizione della forma letteraria della parola – la metrica, lo stile – presuppone una nuova libertà verbale che è in realtà vuota comunicazione omologata ai disegni del Potere. In Comunicato all’Ansa (scelta stilistica) si legge:Smetto di essere poeta originale, che costa mancanzadi libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo.Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero.Naturalmente per ragioni pratiche. (42)
Quella che in Trasumanar è stata definita «intenzione gestuale»(43) della poesia non è che la conseguenza della rinuncia a un proprio «sistema stilistico» compatibile coi codici riconosciuti come “poetici”. In tal senso il cinema incide nell’organizzazione formale dell’ultima poesia pasoliniana non solo mediante il principio costruttivo del montaggio, ma anche promuovendo una sorta di rivoluzione semiotica che sostituisce, a supporto della poesia stessa, il segno visivo a quello fonico. Parlando di quelli che definisce i suoi «sceno-testi», ovvero i testi poetici che mimano la forma della sceneggiatura, Pasolini chiarisce che siamo davanti a una richiesta di integrazione di tipo visivo, per cui «l’autore di una sceneggiatura fa al suo destinatario la richiesta di una collaborazione particolare, quella cioè di prestare al testo una compiutezza “visiva” che esso non ha, ma a cui allude»(44). La differenza rispetto alla poesia fondata su referenti metrico-ritmici è evidente:


Un verso di Mallarmé o di Ungaretti raggiunge il suo significato solo attraverso una dilatazione semantica, o una coazione squisito-barbarica dei significati particolare: il che si ottiene attraverso la supposta musicalità della parola o dei nessi delle parole. Ossia dando delle denotazioni non attraverso una particolare espressività del segno, ma attraverso la prevaricazione del suo fonema. Mentre leggiamo, dunque, integriamo in tal modo il significato aberrante dello speciale vocabolario del poeta, seguendo due strade, quella normale, segno-significato, e quella anormale, segno-segno in quanto fonema-significato. (45)
 Dunque accanto all’utilizzazione del montaggio come criterio essenziale della nuova sintassi poetica, alla dissoluzione metrica e formale dell’ultimo Pasolini concorre dunque un altro fattore: la sostituzione di un principio visivo-cinematografico ad uno ritmico-fonico. Ciò significa essenzialmente che non si individua più nell’elemento prosodico e musicale la componente essenziale del testo poetico. Tale presa di distanza dal segno fonico della lingua e della poesia, la cui capacità evocativa risulta imparagonabile a quella visiva, è esplicitata da Pasolini in alcuni passaggi della «sceneggiatura in forma di poema» Bestemmia(46):
Nel film ch’io penso, e a cui ti faccio pensare,lettore,sono un mago rozzo,non voglio più aver bisogno dei filtrievocativi della lingua;la lingua è uno strumento grossolano, concertopuerile di campanelli, che il poeta suonaper evocare stregandola la realtà.Ma è solo quella realtà, che, una volta evocata conta!Essa è la sola cosa bella e veramente amata!Quante parole, strumento e stile,per evocare un’immagine reale di Cristo sulla croce!Ma io, con un uomo in carne e ossa,con una vera croce di legno,con chiodi veri,e, vorrei, con vero sangue e vero dolore,riproduco la realtà con la realtà.La realtà nuova assomiglia,assomiglia soltanto, alla vera realtà evocata;ma è a sua volta una realtà. (47)
L’invenzione stessa del genere della poesia-sceneggatura allude alla necessità di costruire un testo poetico capace di fuoriuscire da se stesso, la cui significatività non discenda da se stesso ma dalla sua capacità di alludere ad altro, di evocare immagini, attivando così nei confronti della realtà un incessante meccanismo dinamico. La forma-poesia diventa così premessa, traccia per qualcos’altro. Si pensi alla più celebre ed esplicita di tali poesie-sceneggiature, Una disperata vitalità, in cui le indicazioni di regia sono esplicitate in didascalie che aprono le sezioni del testo
(«Senza dissolvenza, a stacco netto, mi rappresento/ in un atto – privo di precedenti storici – di/ “industria culturale”»)(48),
e il testo sembra procedere come mediante tratti di un montaggio caotico, evidenziato dall’elencazione e dal segno grafico dei trattini
(«- una barca a motore che rientrava inosservata/ - i marinai napoletani coperti di cenci di lana/ - in incidente stradale, con poca folla intorno..»)(49)
mediante veloci stacchi di inquadratura che segmentano i diversi spezzoni di un’unica scena e fanno in ciò avvertire la presenza della macchina. In alcuni passaggi del testo l’autore segnala le tecniche stesse di ripresa
(«Io volontariamente martirizzato … e,/ lei di fronte, sul divano:/ campo e controcampo, a rapidi flash»)(50),
in una scena descritta come un dialogo in cui i personaggi entrano nelle inquadrature alternatamente, con rapidi stacchi sui due protagonisti e un montaggio veloce di primi piani ad ogni battuta, fino a rompere la sequenza delle inquadrature con un primo piano staccato sul monologo dell’io
(«”E di che parla?”/ “Beh, della mia … della Sua, morte./ Non è nel non comunicare, [la morte]/ ma nel non essere compresi…// (Se lo sapesse, il cobra/ ch’è una fiacca pensata/ fatta tornando da Fiumicino!)»(51).
Il tentativo di mettere in relazione due diversi codici espressivi, quello verbale e quello cinematografico, evidente nel caso degli «sceno-testi», è in realtà una costante dei componimenti poetici dell’ultimo Pasolini. Si pensi ad esempio a Proposito di scrivere una poesia intitolata «I primi sei canti del Purgatorio», che rappresenta il tentativo di “tradurre” in linguaggio cinematografico la luce dantesca, ovvero l’utopia di «trasumanar», di dare corpo di luce alle parole:
Si è ripresentato l’Angelo del Falsetto.16[…]E così vado verso il balbettio-che contiene ogni lingua –Ridendo.[…]Là tra carte svalutate e spregiateTutto ciò che so s’identifichidisonestamente, per partito preso,in una scienza della luce. (52)
Il fine ultimo di questo tipo di meccanismi di contaminazione di codici espressivi è la costruzione di una forma dinamica, che proceda dalla parola all’immagine alla realtà, ovvero di perseguire, come si legge in La sceneggiatura come «struttura che vuol essere altra struttura», «oltre che la forma “una volontà della forma a essere un’altra” […], la “forma in movimento” […]. La sincronia del sistema degli sceno-testi pone come elemento fondamentale la diacronia. Ossia, ripeto, il processo»(53).
Quello dell’ultimo Pasolini è dunque un testo poetico non solo metricamente informale, quanto processuale, dinamico e aperto, e perciò portatore di un concetto di forma antitetico all’iconismo e alla compattezza delle isotopie che connotano il testo metrico della poesia. Una nozione di forma poetica incompatibile con la corrente concezione metrica, anche la più aperta e irregolare, che per sua natura racchiude il testo entro i limiti del definito e del misurabile. Al contrario siamo ora davanti a una forma intesa come relazione: come scrive Gordon, «the apparent formlessness of Trasumanar e organizzar is yet another interrogation of the nature of form itself, and its relation to self and reality»(54).
Nel corso della sua opera, Pasolini ha dunque coltivato una duplice nozione di poesia. La prima designa la poesia come genere, la cui regolamentazione formale pone il discorso poetico agli antipodi rispetto al «balbettio» informe della comunicazione. La seconda è invece una nozione di poesia essenzialista e «translinguistica»(55), non legata cioè al genere, che allude alla poesia come «inespresso esistente»(56), luogo della rivelazione del sacro e del dionisiaco, «qualcosa di buio in cui si fa luminosa/ la vita»(57). Nel Pasolini degli anni Sessanta-Settanta è quest’ultima nozione a prevalere: e bisogna che la poesia rinunci allora ai propri requisiti formali di genere perché se ne salvi l’essenza. Il messaggio sacrale e metastorico della poesia deve essere perseguito ora non più con una strumentazione costruttiva e introversa quale l’ordine metrico, bensì con un’organizzazione formale, come quella realizzata col montaggio delle inquadrature, sistematicamente destrutturata, aperta, relazionale. Risiede in ciò l’ultima delle grandi contraddizioni pasoliniane: perché se da una parte la forma sistematicamente inquieta ed estroversa abiura i motivi fondanti del genere, dall’altra parte questa stessa dissoluzione formale, rinunciando a «significar per verba», allude alla sacralità indicibile del «trasumanar».

Caterina Verbaro

Note:

(1) Il saggio pasoliniano su Pascoli apre il primo numero di «Officina», segnalando l’intenzione di «fondare una revisione di tutta l’istituzione stilistica novecentesca (da farsi appunto in gran parte risalire alla ricerca pasco liana)» (P. P. Pasolini, Pascoli, in «Officina», 1, 1, 1955, ora in id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, tomo 1, Mondadori, Milano 1999, p. 997. L’intenzione critica e storiografica di Pasolini viene espressa ancora più esplicitamente in due lettere riportate in Iid., Note e notizie sui testi, ivi, tomo 2. Nella prima, indirizzata da Pasolini a Francesco Leonetti e Roberto Roversi, si legge: «[…] il Pascoli, se esaminato in funzione dell’istituzione linguistica specie futura, è un pretesto ottimo per dare uno sguardo panoramico su tutto il Novecento» (ivi, p. 2926). Nella seconda lettera, indirizzata a Vittorio Sereni, Pasolini presenta il progetto della rubrica storiografica di «Officina» imperniato sul Pascoli: «“La nostra storia”: in cui verranno collocati studi su poeti o periodi letterari angolati dal punto di vista dei loro effetti culturali e stilistici nel novecento […] con un fine revisorio e tendenziale, lo sforzo, sia pure ancora incompleto e in fieri, di un superamento. Ma avrai meglio un’idea di quello che intendo dire leggendo nel primo numero il mio saggio sul Pascoli» (ivi, pp. 2926-27).
Lo studio di G. Contini, Al limite della poesia dialettale, esce in «Corriere del Ticino» il 24 aprile 1943; ripubblicato in varie sedi, è oggi leggibile in P. Voza, a cura di, Tra continuità e diversità: Pasolini e la critica. Storia e antologia, nuova edizione riveduta e ampliata, Napoli, Liguori, 2000, pp. 53-56.
(2) F. Brugnolo, Il sogno di una forma. Metrica e poetica del Pasolini friulano, in G. Santato, a cura di, Pier Paolo Pasolini. L’opera e il suo tempo, Cleup, Padova 1983, pp. 271-325.
(3) Ivi, p. 307.
(4) Contini, Al limite cit., p. 53.
(5) P. P. Pasolini, La volontà di Dante a essere poeta, 1965, in Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1972, ora in Id., Saggi sulla letteratura cit., tomo 1, p. 1380.
(7) Id., Al lettore nuovo, in Id., Poesie, Garzanti, Milano 1970, ora in Id., Saggi sulla letteratura cit., tomo 2, p. 2517.
(8) «Al di là di questo sperimentalismo storicamente attuale, quale tradizione recente e persistente del novecentismo […] si presenta, con una violenza che trascende l’ambito letterario, la necessità di un vero e proprio sperimentalismo, non solo graduale e intimo, sprofondato in un’esperienza interiore, non solo tentato nei confronti di se stessi, della propria irrelata passione, ma della stessa nostra storia» (Id., La libertà stilistica, 1957, in Passione e ideologia, Garzanti , Milano 1960, ora in Id., Saggi sulla letteratura cit., tomo 1, p. 1231).
(9) Brugnolo, Il sogno cit., p. 325.
(10) G. Caproni, Appunti – Pasolini, in «Paragone», febbraio 1955, p. 83, ora in Voza, Tra continuità cit., p. 66.
(11) W. Siti, Saggio sull’endecasillabo di Pasolini, in «Paragone», XXIII, 270, agosto 1972, pp. 9-61.
(12) Cfr. ivi, pp. 40-41.
(13) Fortini teorizza la prevalenza del verso accentuale nella poesia contemporanea in alcuni interventi degli anni Cinquanta, tra cui Metrica e libertà, 1957, Verso libero e metrica nuova, 1958, Su alcuni paradossi della metrica moderna, 1958, ora tutti raccolti in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, a cura e con introduzione di L. Lenzini e uno scritto di R. Rossanda, Mondadori, Milano 2003, pp. 783-797. L’analisi di Mannino, in conflitto con l’interpretazione metrica di Siti e sulla scorta della teoria fortiniana, rileva la presenza costante di tre o quattro ictus principali nell’endecasillabo, sul modello rispettivamente montaliano e carducciano; cfr. V. Mannino, Il ‘discorso’ di Pasolini. Saggio su “Le ceneri di Gramsci”, Argileto, Roma 1973, pp. 132-146.
(14) Sulla rivisitazione dell’endecasillabo nella poesia contemporanea, si veda R. Scarpa, Endecasillabo e verso libero nella poesia degli anni Sessanta e Settanta, in Ead., Secondo Novecento: lingua, stile, metrica, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2011, pp. 115-146.
(15) P. P. Pasolini, Il pianto della scavatrice, in Id., Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1957, ora in Id., Tutte le poesie, a cura e con uno scritto di W. Siti, Mondadori, Milano 2003, tomo 1, p. 849.
(16) Uscite presso Garzanti nel 1961, 1964, 1971, le tre raccolte sono ora ivi, rispettivamente tomo 1, pp. 889-1078 e 1079-1297, e tomo 2, pp. 3-389.
(17) Si veda ad esempio quanto Pasolini scrive su La religione del mio tempo: «La religione del mio tempo esprime la crisi degli anni Sessanta… La sirena neocapitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall’altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue» (Id., in «Il tempo», 45, 16 novembre 1961).
-(18) Sulle soluzioni formali della Religione del mio tempo si veda l’attenta analisi condotta da A. Tricomi, Sull’opera mancata di Pasolini. Un autore irrisolto e il suo laboratorio, Carocci, Roma 2005, pp. 157-165.
(19) Pasolini, risvolto di copertina di Poesia in forma di rosa, 1964 cit.
(20) Scarpa, Endecasillabo cit., p. 138. Si legga un esempio di falso endecasillabo nella seguente terzina: «La Guinea… polvere pugliese o poltiglia/ padana, riconoscibile a una fantasia/ così attaccata alla terra, alla famiglia» ( P.P. Pasolini, La Guinea, in Poesia in forma di rosa cit., in Id., Tutte le poesie cit., tomo 1, p. 1086). Qui all’ipermetria versale si aggiunge, con l’eccezione dell’ultimo verso, una forte anomalia ritmica relativamente agli ictus principali, che ad es. nel primo verso sono in 5ª, 9ª e 12ª posizione.
(21) Scarpa, Endecasillabo cit., p. 138.
(22) P.P. Pasolini, Una disperata vitalità, in Poesia in forma cit., in Id., Tutte le poesie cit., tomo 1, p. 1185.
(23) Cfr. M. Luzi, Nel magma, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1963, poi edizione accresciuta Garzanti, Milano 1966.
(24) P. P. Pasolini, Nuove questioni linguistiche, 1964, in Id., Saggi sulla letteratura cit.,tomo 1, p. 1269. Scrive infatti Pasolini: «Si può dire insomma che mai nulla nel passato, dei fatti linguistici fondamentali ebbe un tale potere di omologazione e di modifica su piano nazionale e con tanta contemporaneità; né l’archetipo latino del rinascimento, né la lingua burocratica dell’Ottocento, né la lingua del nazionalismo. Il fenomeno tecnologico investe come una nuova spiritualità, dalle radici, la lingua in tutte le sue estensioni, in tutti i suoi momenti e in tutti i suoi particolarismi» (ivi, p. 1264).
(25) Tricomi, L’opera mancata cit., p. 229.
(26) P. Giovannetti, La metrica, in Id., Modi della poesia italiana contemporanea, Carocci, Roma 2005, p. 135.
(27) Cfr. W. Siti, Tracce scritte di un’opera vivente, in P. P. Pasolini, Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano 1998, p. XXIX; F. La Porta, Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà, Le Lettere,
18
Firenze 2002, pp. 61-64; S. Giovannuzzi, Un tempo di passaggio, in Id., a cura di, Gli anni ’60 e ’70 in Italia. Due decenni di ricerca poetica, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2003, pp. 14-15.
(28) Pasolini, Al lettore cit., p. 2511.
(29) Ivi, pp. 2511-12.
(30) «Cos’è, fisicamente, l’im-segno? Un fotogramma Una durata articolare di fotogrammi? Un insieme pluricellulare di fotogrammi? Una sequenza significativa di fotogrammi dotati di durata? Questo deve essere ancora deciso. E non lo sarà finché non si avranno i dati per scrivere una grammatica del cinema» (P. P. Pasolini, La sceneggiatura come «struttura che vuol essere altra struttura», 1965, in Id., Saggi sulla letteratura cit., p. 1495).
(31) Si vedano in particolare gli scritti teorici e critici di A. Giuliani raccolti in Immagini e maniere, Feltrinelli, Milano 1965, oltre alla sua Prefazione a Id., a cura di, I Novissimi. Poesie per gli anni Sessanta, Rusconi e Paolazzi, Milano 1961, ora in R. Barilli – A. Guglielmi, a cura di, Gruppo 63. Critica e teoria, Testo e Immagine, Torino 2003, pp. 32-45.
(32) R. Rinaldi, La morale del travelling. Per una figura poetica pasoliniana, in «Studi pasoliniani», 4, 2010, p. 24.
(33) P.P. Pasolini, Il «cinema di poesia», 1965, in Id., Saggi sulla letteratura cit., pp. 1485-86.
(34) Id., Patmos, in Id., Tutte le poesie cit., tomo 2, pp. 127-128. Sul poemetto si vedano anche le considerazioni di F. Pisanelli, La violence du pouvoir. Le regard de Pier Paolo Pasolini, in «Cahiers d’études italiennes», Novecento… e dintorni. Images littéraires de la société contemporaine, 3, 2003, pp. 108-109.
(35) «[…] il cinema è fondamentalmente onirico per la elementarità dei suoi archetipi (che rielenchiamo osservazione abituale e quindi inconscia dell’ambiente, mimica, memoria, sogni) e per la fondamentale prevalenza della pre-grammaticalità degli oggetti in quanto simboli del linguaggio visivo» (Id., Il «cinema di poesia» cit., p. 1467).
(36) G. Dorfles, Discorso tecnico delle arti, Christian Marinotti , Milano 2003, p. 249. Sul montaggio come tecnica metrica novecentesca si veda P. Giovannetti-F. Lavezzi, La metrica italiana contemporanea, Carocci Roma 2010, pp. 30-31 e 202-204.
(37) Id., Osservazioni sul piano-sequenza, 1967, in Id., Saggi sulla letteratura cit., pp. 1556-1559.
(38) Nell’intervista rilasciata nel 1969 a New York a Giuseppe Cardillo, Pasolini spiega chiaramente la funzione sacralizzante del montaggio: «in Accattone mancano i piani-sequenza, e quindi in Accattone ha un’estrema importanza il montaggio. Accattone è quindi formato da una serie di immagini molto brevi, frammenti brevissimi, ognuno dei quali corrisponde a un momento della realtà, dalla durata breve ed intensa; uso una terminologia abbastanza vaga. Ora cosa significa questo? Il piano-sequenza è la tecnica cinematografica di tipo più naturalistico. Cioè, quando io voglio dare il senso della naturalezza di una scena, faccio un piano-sequenza: sto lì con la macchina da presa, colgo l’intera scena in tutta la sua durata: un uomo entra in una stanza, beve un bicchiere d’acqua, guarda fuori dalla finestra, se ne va. Rappresento, da un certo punto di vista, tutta questa scena senza soluzione di continuità, in maniera che il piano-sequenza ha la stessa durata temporale dell’azione stessa della realtà. E questo quindi è un momento naturalistico del cinema. Ora, la mancanza totale di piani-sequenza in Accattone esclude il momento naturalistico. E invece la presenza di tante inquadrature staccate l’una dall’altra significa che io ho visto la realtà momento per momento, frammento per frammento, oggetto per oggetto, viso per viso. E quindi in ogni oggetto e in ogni viso, visto frontalmente, ieraticamente in tutta la sua intensità, è venuta fuori quella che dicevamo prima: la sacralità» (in Pasolini rilegge Pasolini, intervista con G. Cardillo, a cura di L. Fontanella, Archinto, Milano 2005, pp. 53-54).
(39) Sul principio riconnettevo della metrica, cf r. S. Pastore, La frammentazione e la continuità nella poesia del ‘900: aspetti metrici, Istituti editoriali e poligrafici, Pisa-Roma 1999.
(40) P.P. Pasolini, Una disperata vitalità cit., p. 1185.
(41) Id., Poema politico, in Trasumanar e organizzar, in Id., Tutte le poesie cit., tomo 1, p. 178.
(42) Id., Comunicato all’Ansa (scelta stilistica), ivi, p. 76.
(43) Tricomi, L’opera mancata cit., p. 219.
(44) P.P. Pasolini, La sceneggiatura cit., p. 1492.
(45) Ivi, p. 1493.
(46) Id., Appendice a Bestemmia, in Id., Tutte le poesie cit., tomo 2, p. 1113.
(47) Id., Bestemmia, ivi, p. 1015.
(48) Id., Una disperata vitalità cit., p. 1185.
(49) Ivi, p. 1182.
(50) Ivi, p. 1185.
(51) Ivi, p. 1186.
(52) Id., Proposito di scrivere una poesia intitola «I primi sei canti del Purgatorio», in Trasumanare organizzar, in Id., Tutte le poesie cit., p. 64.
(53) Id., La sceneggiatura cit., pp. 1497-99.
(54) R. Gordon, Rhetoric and irony in Pasolini’s late poetry, in P. Hainsworth e E. Tandello, a cura di, Italian Poetry Since 1956, supplemento a «The Italianist», 15 1995, p. 140.
(55) «L’avvento delle tecniche audiovisive, come lingue, o quanto meno, come linguaggi espressivi, o d’arte, mette in crisi l’idea che probabilmente ognuno di noi, per abitudine, aveva di una identificazione tra poesia – o messaggio – e lingua. Probabilmente, invece – come le tecniche audiovisive inducono brutalmente a pensare - ogni poesia è translinguistica» (P.P. Pasolini, La lingua scritta della realtà, in Empirismo eretico cit., in Id., Saggi sulla letteratura cit., tomo 1, pp. 1504-05)
Fonte:
http://www.lietocolle.info/it/la_dissoluzione_della_forma_poetica_nell_ultimo_pasolini.html



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Amado mio / Atti impuri - Dal cassetto di Pasolini di Renzo Paris - "il manifesto" del 29/9/82

"ERETICO & CORSARO"


Amado mio / Atti impuri
Dal cassetto di Pasolini
di Renzo Paris
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Se i rapporti di Pasolini con la sua omosessualità sono stati scandalosamente al centro del suo personaggio pubblico, nei suoi innumerevoli processi, non hanno avuto la stessa rilevanza nelle opere che finora ci era dato conoscere. Pasolini si era voluto comunista e nel legame tra l'omossessuale e il comunista, lo scandalo giganteggiò, dentro e fuori di lui, fino all'autocensura. Aveva sempre rimandato la pubblicazione, ad esempio, di due romanzi brevi, scritti in gioventù, che ora compaiono insieme in un volume intitolato Amado mio. I motivi per cui Pasolini ci aveva nascosto questo libro, mentre pure aveva riscritto e pubblicato, Il sogno di una cosa, sono ormai consegnati al mistero. Possiamo provare però a fare delle ipotesi. Innanzitutto, da gran letterato qual era, immaginava postume le opere "non finite", dove la forma faceva difetto, dove non si usava sufficientemente il fren dell'arte. Atti impuri, uno dei due romanzi, è stato rimaneggiato dalla curatrice del volume, Concetta D'Angeli, la quale ha dovuto svolgere in prima persona anche quelle parti che nel romanzo erano state scritte in terza. In secondo luogo l'autore di Ragazzi di vita non volle darsi ancora un volta in pasto a chi lo accusava di essere un corruttore di minorenni. Sappiamo che gli ultimi anni di vita li passò scrivendo un romanzo di più di mille pagine, le sue confessioni omosessuali, che gli editori e gli eredi non hanno ancora inspiegabilmente pubblicato. .
Pasolini stesso, a chi lo interrogava sulla sorte del romanzo, come capitò al sottoscritto pochi giorni prima che morisse, rispondeva che aveva deciso di pubblicarlo postumo. Ed era certo un discorso velato di ironia. Ma l'ipotesi forse più convincente è ancora un'altra. Temendo la rottura di immagine di scrittore impegnato a sinistra, di poeta civile (immagine ormai consolidata in tutte le storie letterarie) lo scrittore friulano aveva accuratamente soppresso la sua omosessualità letteraria. La regola dell'universalità dell'arte, primonovecentesca, aveva prodotto più d'un'eco in lui. Le ceneri di Gramsci non poteva sopportare nessuna luce obliqua. Un poeta insomma non accetta etichette di nessun genere. Ma cominciamo con il primo romanzo del volume, con Atti impuri. Il giovane Paolo, appena laureato, renitente alla leva, durante la seconda guerra mondiale, raccoglie attorno a sé un gruppetto di ragazzi del suo paese e dei paesi vicini e insegna loro soprattutto il piacere della lettura poetica. .
In questo lavoro gli é accanto la madre, insegnante di lingue; presenza muta, carica di significati. I fanciulli sono il vero argomento del libro e soprattutto uno di essi, tal Nistuti, che Paolo si accorge di desiderare rapinosamente. Nistuti é figlio di contadini ma anche Bruno, un altro ragazzo che Paolo vorrebbe far suo, lo è. Mentre Nistuti è innamorato, di Bruno ama solo il sesso, la sua "volgarità". Ed è qui che Paolo rivela la sua provenienza di classe, la sua appartenenza alla piccola borghesia di provincia, che certo non vede di buon occhio il sottoproletariato rurale. La vicenda con Bruno è la spia che sia per gli omosessuali che per gli eterosessuali degli anni quaranta, c’è il sesso e c’è l’amore, due cose separate e distinte. Per Nistuti solo amore, anche se non sa vibrare di piacere alla vista di un bel tramonto o al suono del violino o al canto di un usignolo. C’è anche una ragazza in Atti impuri. Si chiama Dina e passa il suo tempo, lei che conosce musica e psicanalisi, a cercare Paolo nella boscaglia, mentre rincorre i ragazzi. La sofferenza amorosa di Paolo, che arriva al parossismo, quasi potesse essere concepita come un’ossessione senza oggetto, è atroce. Il giovane insegnante vorrebbe che tutti accettassero la sua omosessualità, come accettano la sua bravura, la sua bontà. .
Ed è proprio per via dell’intensità di una tale sofferenza che Atti impuri non è un romanzo per omosessuali. Certo può dare fastidio l’idea che l’omosessuale si debba riscattare, debba soffrire, debba sentirsi muto. La problematica cattolica sollevata dal romanzo non è delle più attuali. Che cosa ne penserebbe, ad esempio, uno scrittore come Tony Duvert, che racconta i suoi furenti amori omosessuali in un borgo dell’Africa del nord in Diario di un innocente (La Rosa editore). Forse ne sorriderebbe. Il piacere in Atti impuri è tanto più bramato quanto più lo steccato del divieto è solido. La carne non ha il colore e i contorni "pagani" dei narratori moderni dell’omosessualità. Essa è legata ai tizzoni infernali. E così Dio si accoppia con Mammona. Paolo si muove tra angeli e diavoli, combatte come l’ultimo dei cavalieri di un romanzo cattolico che in Italia ha avuto altri fautori. Quello che caratterizza Atti impuri oltre al sapore violentemente autobiografico, è la energia quasi settecentesca e musicale del personaggio, che fa volentieri della sua sofferenza teatro, culto della bellezza, del manierismo. Può sembrare che tra le bellezze naturali del Friuli, l’amore di Paolo e le atrocità della guerra, non intercorra alcun rapporto. Invece, almeno ad un livello di intenzioni, non è così. Paolo nel suo amore si sente "ammalato". E la guerra è sempre stata una grande malattia. L’unica a far eccezione è la natura, che sembra non occuparsi, spavalda, delle vicende umane. E’ la spia del divino sulla terra? .
Il secondo romanzo breve, un racconto lungo in verità, che ha dato il titolo al volume, è scritto in terza persona. La forma si presenta subito più accuarata. Dove in Atti impuri spirava l’aria della patetica confessione, quasi di fatto personale, in Amado mio tutta la materia omosessuale è distanziata, alleggerita, ancor più teatralizzata. Desiderio, il personaggio conduttore del romanzo, che è però corale, inscena davanti alla platea dei suoi amici, in nottate all’aperto, nei balli, nelle lunghe giornate assolate, vere e proprie performance. Desiderio è frivolo, provocatore, "checca". Pretende baci da tutti i ragazzi della comitiva e soprattutto da uno di loro, soprannominato Iasis, il quale lo farà ingelosire presto. All’aperto, dove si balla e si canta "Amado mio", scoppiano come mortaretti, le effusioni, i trasalimenti, le gelosie e gli accasciamenti del giovane Desiderio. .
Siamo piuttosto dentro un musicall che dentro un idillio alessandrino, come suggerisce Bertolucci nella sua bizzarra presentazione. Alla fine degli anni quaranta certo Pasolini si sente più cresciuto e domina la sua materia con più maestria, ma la materia gli ha fatto lo scherzo a volte di scomparire, tanto è stata travestita, allegerita. Si sarà capito a questo punto che le preferenze del recensore vanno tutte a Atti impuri, che certo aggiunge e suggerisce come nuove all’itinerario pasoliniano. Amado mio prefigura invece, scialbalmente, Ragazzi di vita. .
Detto ciò, i due romanzi, dal punto di vista stilistico, si assomigliano in più punti. L’estrema letteralità delle scelte aggettivali e sintattiche, la presenza di frequenti arcaismi fa pensare al giovane Pasolini che si allontana dal suo infuocato materiale di vita attraverso una ricerca letteraria più neoclassica che sperimentale. L’amata filologia è presente in entrambi i romanzi, ma con esiti diversi, se non opposti.


Da "il manifesto" del 29/9/82
Fonte:
http://www.claudioferrarini.it/immagini/amado%20mio.html




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