martedì 17 dicembre 2013

Il mio profeta Pier Paolo Pasolini - Lettere di un'amicizia a distanza - Cesare Padovani

"ERETICO & CORSARO"


Il mio profeta Pier Paolo Pasolini 
Lettere di un'amicizia a distanza
Cesare Padovani


Mi sto chiedendo se sia possibile parlare (o scrivere) di Pier Paolo Pasolini senza il tono dell’ufficialità, o senza il cinismo indotto dell’inchiesta, oppure senza quell’indelicato gusto culturale di fare degli excursus nella vita interiore del suo essere uomo. La credo questa un’operazione difficile, data la gara di “prodotti” che recentemente hanno invaso il mercato delle commemorazioni, delle scoperte delle “prove” e del pettegolezzo. Operazione difficile, in quanto la cultura dell’ascolto prudente, attenta ai messaggi importanti, è sopraffatta dall’abitudine allo scandalo. Un grande uomo di cultura, quale appunto Pier Paolo Pasolini, che scrive ad un quindicenne non desta alcuna attenzione (non fa cronaca!), a meno che non ci sia sotto qualcosa… Ma che cosa?

Un lampo di luce, tra le nebbie della Padania

Ero un quindicenne, vivevo in campagna a otto chilometri dal Po, in quella landa padana che ti fascia di nebbia corpo e pensieri. Eppure, in quel grigiore senza tempo, dipingevo, balbettavo poesie e sognavo. Sognavo soprattutto di poter fare un giorno il liceo, e nell’attesa mio padre mi aprì in paese un distributore di benzina. Qualche giornale locale di tanto in tanto mi pubblicava ingenue poesie in quel dialetto veronese imbastardito dal confinante territorio mantovano. Crescevo così senza confronti, coccolato dagli elogi paesani, quando un mattina di maggio del ’53 ricevetti questa lettera, da un certo Pier Paolo Pasolini a me assolutamente sconosciuto.
Roma, 16 maggio 1953
Caro Cesarino,
scusa se intervengo così, sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita, diciamo nella tua vita letteraria. Ho finito in questo momento di leggere (per caso, perché non leggo mai questa roba) un articolo che ti riguarda su “Oggi”: alquanto patetico, a dire il vero, e un po’ umiliante per te. Tu cerca di essere inattaccabile dal male di questa gente che per aumentare la tiratura di un giornale sarebbe capace di qualsiasi cosa, anche di fare (come nel tuo caso) degli indelicatissimi excursus in una vita interiore, approfittando del fatto ch’è la vita interiore di un ragazzo… Bada che la tua posizione è pericolosissima: non c’è niente di peggio di divenire subito della “merce”. Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari, come dicono, per ragioni terapeutiche…), sii geloso di quello che fai, abbine un assoluto pudore: anche perché non sei che un ragazzo, e i tuoi disegni, le tue poesie non possono essere che il prodotto di un ragazzo. Eccettuati, ch’io sappia, Rimbaud e Mozart, tutti i ragazzi prodigio hanno avuto una mediocre riuscita, e io penso, appunto, che l’unico modo per preservartene è chiuderti in te stesso, e lavorare, ma lavorare sul serio.
Non era per dirti queste cose, però, che ti scritto: ho voluto mettermi in contatto con te solo perché ho visto nel famigerato articolo che scrivi delle poesie in dialetto. Ciò m’incuriosisce tremendamente. Devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto (friulano) (ma anch’io avevo cominciato a scrivere versi prestissimo, a sette anni: la mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica); ho poi continuato a lavorare cercando, oltre che esprimermi, di capirmi. Sono passati una dozzina d’anni e ora, laureato in lettere e insegnante (insegno a dei ragazzi come te) sono nel pieno del mio lavoro letterario. Te ne mando alcuni documenti: non posso mandarti una grossa “Antologia della poesia dialettale del ’900″, uscita presso l’editore Guanda di Parma quest’anno, perché non ne ho più che una copia per me.
Tutte queste cose te le scrivo perché tu sappia regolarti sul mio conto, e mi risponda sinceramente: perché scrivi in dialetto? o se proprio il perché non lo sai (è un difficile atto critico il saperlo) perché ami il dialetto? Ti sarei molto grato se tu mi rispondessi e mi mandassi magari qualche saggio delle tue poesie dialettali, su cui io potrei darti un giudizio assolutamente privo delle sdolcinature giornalistiche che ti dicevo, e darti magari qualche consiglio di tecnica o di lettura. Una stretta di mano dal tuo  
Pier Paolo Pasolini.
Fu questo il primo scossone della mia vita, uno scossone benefico ma comunque scossone, e ci pensai a lungo prima di rispondere. Quando tutti ti ammirano e ti elogiano, padre madre sorelle amici, è difficile sapere chi sei: lo specchio allora serve solo per ammirarti come nelle favole, e non ti mostra nessun difetto. E quella prima lettera di Pasolini è riuscita a rompere un equilibrio esistenziale che nessun amore paterno o materno avrebbe potuto ricomporre. Ora ho capito! mi ripetevo, come esclama Agave nelle Baccanti di Euripide allorché s’accorge d’aver ucciso il figlio Penteo, Ora ho capito! : occorre impegnarsi, e seriamente, occorre liberarsi dalle ipocrisie, dalle adulazioni, dal pericolo di diventare “merce” di sdolcinature giornalistiche, occorre studiare, conoscere, esplorare, confrontarsi. Occorre fare sul serio. Dieci anni più tardi, mi ribadiva ancora: Ricorda che non avrai più tanto desiderio di sapere e di amare come in questi anni e devi selvaggiamente approfittarne, leggere e imparare come un pazzo.
E ancora: Credo di capire che in te prevarrà la vocazione critica su quella poetica: forse per quel tanto di coatto distacco dalla vita che la tua vita ti impone… (21 febbraio ’64). Quel distacco dalle cose che rende sacra la vita, o che sa dissacrarla senza perderla.
E così risposi a quel professor Pier Paolo Pasolini ringraziandolo di cuore.

Scavare nel cuore, e nella memoria, in dialetto friulano…

Quando, nell’autunno dell’85, Laura Betti mi invitò a casa sua a Roma per saperne di più sulla corrispondenza tra me e Pier Paolo, mi propose di mettermi in contatto con Nico Naldini perché stava curando per l’Einaudi il voluminoso epistolario di Pasolini che comprendeva un arco di vita, e di retroscena culturali, dal ’40 al ’75. Né allora né in seguito si trovarono le lettere che io per anni ho inviato a lui; ma questo non mi rattrista affatto perché, come tutti gli adolescenti di questo mondo fatto di “allegre miserie”, avevo anch’io trovato il mio Profeta. Un Profeta con cui poter dialogare idealmente, anche da lontano, e soprattutto un Profeta che si riconosceva in me.
All’interno della stessa lettera del 16 maggio c’era un piccolo libretto di poesie in dialetto friulano, Tal cour di un frut (Nel cuore di un fanciullo), con questa dedica: A Cesarino Padovani come a un antico me stesso miracolosamente nuovo, coi più affettuosi auguri del suo Pier Paolo Pasolini.
A fine luglio dello stesso anno, ecco, con la seconda lettera Pasolini mi si rivela padre culturale; e solo ora, a vent’anni dalla sua morte, mi rendo conto quanto il suo essermi Profeta e la sua capacità di anticipare eventi ideologie costumi e storia, abbiano un senso profondo, e non solo per me.
Roma, 31 luglio I953
Caro Cesare, grazie per la tua intelligente lettera, e perdona il ritardo con cui ti rispondo: sono affogato nel lavoro, e invidio le tue vacanze (tanto più che anch’io, alla tua età, venivo a trascorrere le vacanze estive da quelle parti, a Riccione: stiamo percorrendo la stessa strada…). Tu però non badare ai miei ritardi, e, sempre se ne hai voglia, rispondimi come questi ritardi non ci fossero: tu hai tempo, beato te! Le due rispostine al “perché” che ti avevo inopinatamente posto, benché — è naturale — agnostiche, sono assai fini e intelligenti nella loro semplicità. Chiedere a un ragazzo come te perché scrive versi è come chiedere alla pioggia perché piova o a un fiore perché odori. Si tratta di un fatto irrazionale, e prima di poter definirlo razionalmente… La prosa della tua lettera mi piace assai di più dei tuoi versi dialettali, che, a parte una certa goffaggine e ingenuità infantile (che potrebbe di per sé andare benissimo) rivelano la presenza di influenze, chiamiamole letterarie, non buone. C’è implicitamente, dietro le tue parole, l’opinione errata che il dialetto debba servire a trasporti affettivi convenzionali e senza mordente, conditi da un’obbligatoria intonazione comica. Cosa che avrà entusiasmato i nuovi veronesi di “Musa triveneta”. Essi sono dei dilettanti e dei superficiali: magari simpatici come persone, ma molto impreparati e faciloni come letterati. Tu hai probabilmente le doti per metterli per una strada più seria. E, a questo proposito, ti consiglio senz’altro il Ginnasio e il Liceo: le difficoltà le supererai, non temere.
Son molto pochi i ragazzi che scrivono come scrivi tu, lo so per amara e scoraggiante esperienza. Ricorda comunque che non c’è niente di meglio che lottare con le “difficoltà”, e che la facilità, in generale, è la peggior nemica della poesia e anche della buona letteratura (se queste son cose che ti stanno veramente a cuore). Affettuosi saluti * dal tuo  
Pier Paolo Pasolini
* Anche per la tua mamma.
P.S. Andrò molto volentieri a visitare la tua mostra questo settembre. È incredibile, anch’io ho cominciato a dipingere alla tua età, e se non lo faccio più è perché non ho tempo… Dimenticavo di dirti che lì a Cervia ci sarà probabilmente in questi giorni l’on. Aldo Spallicci che è un buon poeta dialettale romagnolo; potresti cercar di vederlo e parlare con lui, presentandoti magari a mio nome.

Gli intellettuali italiani, ovvero: schierarsi sempre con la retorica più forte

La vita è un impegno, a volte gravoso, ma solo così ha un senso.

Ricorda comunque che non c’è niente di meglio che lottare con le “difficoltà”, e che la facilità è la peggior nemica della poesia : sono frasi che scolpiscono e, impresse nell’animo di un giovane, vi rimangono per sempre. Molto più incisive, a causa del dialogo confidenziale, di quanto furono quelle che rilessi, dopo qualche anno, nella poesia Al principe de Le ceneri di Gramsci: “Per essere poeti bisogna avere molto tempo; / ore e ore di solitudine sono il solo modo / perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono, vizio, libertà, per dare stile al caos. / Io tempo ne ho poco; per colpa della morte / che viene avanti, al tramonto della gioventù. / Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano / che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.”
È la colpa anche di questo nostro mondo umano che ci fa soffrire e ci rende al tempo stesso complici: “Ah, essere diverso — in un mondo che pure / è in colpa — significa non essere innocente…” , dirà ne La religione del mio tempo.
Così come è vero anche che occorre incessantemente, a costo di sofferenze, mettersi in discussione. Ecco: mettersi in discussione! Un coraggio civile che subito, o reciprocamente, si traduce in non-scelta ideologica. E nel bel mezzo degli anni ’60 era pressoché incomprensibile dichiararsi apertamente e non schierarsi, essere febbrilmente entusiasta delle proprie scoperte e soffrire delle proprie miserie e delle miserie del mondo. Così come diventava coraggioso — o pazzesco! — condannare la retorica di quel neorealismo antifascista che, soltanto cambiando il soggetto, sarebbe potuto diventare l’anacronistica apologia del suo rivale.
“Occorre un Nuovo Realismo”, tuonò Pasolini in quella primavera del ’64 al teatro Manzoni di Milano. Con non poche difficoltà, andai a sentirlo, senza capire fino in fondo, e al di là dello stile , quanto nella scelta di quel Nuovo Realismo ci fosse una scelta ben più radicale, che investe corpo e mente, l’esistenza intera, l’impegno dell’intellettuale ma anche la necessità di un cambiamento di rotta dei modelli politici. Una nuova lettura di sé e del mondo, insomma. Un’analisi che non gli darà più tregua, né quel tempo indispensabile alla poesia, il tempo della tregua, il tempo delle certezze: tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo canta con gioia disperata ne Le ceneri di Gramsci.
Gli strinsi calorosamente la mano, all’uscita, annunciandogli che avevo deciso di fare la mia tesi di laurea sulla sua “poetica”, presso la cattedra di Luciano Anceschi. Mi incoraggiò, mi parlò con affetto e con rispetto, dandomi alcuni preziosi consigli di lettura; e ci congedammo con l’impegno da parte sua di essere presente a Bologna alla discussione della mia tesi.
Ma questo non accadde; e qualche tempo dopo ricevetti queste poche righe frettolose:
[Roma, dicembre 1965]
La tua tesi era molto bella (1): ma non mancherà occasione di parlarne, prima o poi, meglio che in questo affannato biglietto. Vorrei poterne parlare a Legnago: ma anche questa volta devo essere negativo. È proprio “Uccellacci e uccellini” che mi occupa (deve essere pronto per la fine di gennaio, e non potrò staccarmi un giorno da moviole e microfoni). Sto scrivendo poi tanto, nottetempo e nelle mattine domenicali. Ti abbraccio con molto affetto, caro Cesare (e buon lavoro — ricordo come molto poetici i primi anni d’insegnamento, subito dopo la laurea), tuo
Pier Paolo Pasolini
1) La tesi di laurea presentata nel 1965 da Padovani all’Università di Bologna (relatori: Luciano Anceschi e Renato Barilli) è intitolata La poetica di Pier Paolo Pasolini.

Leggere e imparare come un pazzo

Stava dunque “tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo”, quella tregua che egli non ebbe e non cercò mai. La forza della sua tensione culturale, costantemente al punto in cui si rinnova il mondo , non gli concederà mai questa tregua, queste certezze, o questo “pensiero forte”. Non è più tempo di definizioni, perché “è morta un’epoca della nostra esistenza” (La religione del mio tempo) . Ecco il significato profondo, perché storico e personale insieme, di essere costantemente teso, o dilaniato, tra la Passione e l’Ideologia, tra emozioni e ragioni, tra abbandoni e impegni. Mi sento “con te e contro te… nel buio delle viscere”, canta a Gramsci ne Le ceneri . È lo stesso odio-amore che prova per i derelitti, per gli emarginati, per quel proletariato che va scomparendo, o che va corrompendosi, e soprattutto per quei ‘nuovi’ giovani che, ora, comprende nella sua Abiura :
[Timbro postale: Roma, 21 febbraio 1964]
Caro Cesare, ti ringrazio tanto per la tua lettera, che non esigendo da me, una volta tanto, una risposta immediata, ne esige in realtà una così piena e rifinita, come raramente mi è capitato nella mia esagitata vita di relazione.
Ti chiedo scusa se invece, per la burrascosa mancanza di tempo umano della mia professione, di uomo di cinema, mi limito a ringraziarti. Sono veramente felice e orgoglioso di avere sentito in te la “buona qualità” culturale in un momento della tua vita in cui bisognava essere un po’ profeti per farlo… Ti ho lasciato ragazzo, e ti ritrovo giovane uomo, con tutta la ricchezza della gioventù. Sei ricco, investi, adesso, bene la tua ricchezza. Ricorda che non avrai più tanto desiderio di sapere e di amare come in questi anni: e devi selvaggiamente approfittarne, leggere e imparare come un pazzo. Credo di capire che in te prevarrà la vocazione critica su quella poetica: forse per quel tanto di coatto distacco dalla vita che la tua vita ti impone (non considerare crudele questa sincerità da traumatizzato a traumatizzato), che è un distacco pieno di figliale amore quello che rende sacra la vita, o che sa dissacrarla senza perderla.
Scusami queste generiche parole, scritte in fretta, e ricevi un abbraccio affettuoso dal tuo 
Pier Paolo Pasolini

Immagine articolo Fucine MuteL’abbraccio affettuoso ha il sapore di un addio, un addio a un se stesso ma anche a una irritrovabile gioventù che sa rifiutare la compassione. La rabbia, la sua rabbia ma anche la mia e dei pochi che non accettano il sorriso ipocrita della comprensione, gli fa scolpire questa estrema memoria: E, come un giovane, senza pietà / o pudore, io non nascondo questo mio stato: non avrò pace, mai.


Da “La Repubblica”

Fonte:
http://www.fucinemute.it/1999/07/il-mio-profeta-pier-paolo-pasolini/


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Dacia Maraini - Salò e altre ipotesi - Di Giovanni R. Ricci

"ERETICO & CORSARO"




Dacia Maraini - Salò e altre ipotesi
Di Giovanni R. Ricci


Roma, fine di marzo. Quaggiù è arrivata la primavera: il Tevere, pieno di luce, sembra meno inquinato del solito. Soffia un vento leggero. Fa caldo. Incontro Dacia Maraini, nel suo attico di quasi periferia, per un’intervista sulle ultime opere filmiche di Pasolini. Alberto Moravia lavora nella stanza vicina. Dalla finestra si vedono — nitidi — ampi spazi del lungofiume e un cielo di un azzurro particolare, che fa venire in mente — è una sensazione privata — certi pomeriggi di Jnverness, in Scozia, o certe albe estive di Copenaghen.
Parlare di Pasolini, dei suoi film, dei suoi libri significa, credo, impegnarsi su problematiche che vanno al di là dell’estetica, del formalismo letterario o visivo.
Parlare e scrivere di Pasolini vuol dire calarsi nel magma politico-esistenziale di quest’Italia (quest’Europa) che ci circonda. Intanto il processo [si riferisce al processo in corso contro l’ultima opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, Salò o le centoventi giornate di Sodoma ] va avanti stravolgendo — come osserva Dacia Maraini al termine del colloquio — i ruoli effettivi, reali del carnefice e della vittima.
Salò subisce, da noi, la condanna al rogo; in Francia lotta ancora coi baroni della commissione di censura; a Francoforte i bravi borghesi germanici arricciano il naso, evidentemente turbati più dal simbolismo dei cineperiodi che dal rimorso d’un retroterra storico in massimo grado colpevolizzante.
Dacia Maraini è un’operatrice culturale che ama partire nel giornalismo, nella letteratura, nel teatro, nel cinema — da dati razionali, concreti, una donna che fa cultura e politica secondo una linea d’azione che niente ha da spartire coi tetri decadentismi in cui si dibattono vasti e ambigui settori della “intelligentija” romana.
Discutere con lei intorno alla figura di Pier Paolo Pasolini, questo compagno di strada e di lotta costantemente attratto dal non razionale, dal non scientifico, è un’esperienza di grande interesse.
Reputo giusto, e doveroso, trascrivere in modo pressoché integrale il resoconto fonografico del nostro dialogo, avvenuto a Roma tra le ore 12 e le 13 del 29 marzo 1976.




Giovanni Ricci (GR): Inizierei col parlare di Salò. Come hai reagito tu dinanzi alla visione del film? Dice Sciascia: “I più non ne avranno che nausea e orrore: e o sentiranno l’impulso di ripagare con la violenza tanta violenza (magari sfasciando il cinema) o sentiranno tanta disperazione e dannazione da trovarsi a invocare Dio come nel film la vittima”. E aggiunge di aver chiuso gli occhi alla ricerca di un buio fisico che si contrappone al buio morale erompente dallo schermo.

Dacia Maraini (DM): Salò o le centoventi giornate di Sodoma è un film in certo modo sgradevole, però è anche una parabola abbastanza chiara sulla violenza. In fondo le cose che infastidiscono sono le cose ambigue: Pasolini è invece estremamente chiaro, anche troppo, a tal punto che diviene quasi astratto, simbolico. Questa metafora sul Potere e sulla sua violenza verso gli oppressi si differenzia dal film della Cavani [Portiere di notte, ndr] che era tutto basato su un coinvolgimento della vittima dentro il male. Qui c’è un distacco nettissimo, manicheo: ci sono gli oppressi e gli oppressori, e fra di loro non si instaurano rapporti se non di brutale violenza. Forse la cosa che più colpisce non è tanto la violenza quanto la parte escrementizia: siamo abituati a vedere sia il sesso che la violenza, ma la parte escrementizia è nuova, e dà una certa impressione. Poi una cosa che dice Moravia e su cui io sono d’accordo è che il film non è sadico, perché non è fatto da una persona sadica: i film sadici sono i film americani. Sono talmente sadici da non dare più l’impressione del sadismo che — come in Mandingo e in certi film western — diviene un qualcosa di assolutamente assimilato. Salò, al contrario, è un film sul sadismo di una persona che non è affatto sadica.

GR: Pasolini a un certo punto della sua vita ripudia la trilogia Decameron-Canterbury-Oriente oppresso dalla sperimentazione quotidiana di un mondo ove anche i sensi hanno perso ogni ipotesi di felicità, di innocenza, e le stesse masse subproletarie sono omologate, standardizzate persino nell’aspetto fisico. Come mai, in che modo, in quali termini dall’apparente ottimismo della “Trilogia della vita” Pasolini perviene alla drammaticità mortuaria di Salò?

DM: Pasolini aveva seguito molto da vicino la trasformazione del sottoproletariato e ne era rimasto colpito. Bisogna dire che il sottoproletariato è lo strato sociale che è cambiato di più negli ultimi anni, passando da una specie di accettazione paesana della realtà a una presa di posizione molto violenta e brutale: i sottoproletari si sono impadroniti dei valori della borghesia portandoli alle estreme conseguenze, senza addolcimenti di alcun genere. E poiché il mondo che Pasolini conosceva meglio era appunto quello del sottoproletariato, partendo da queste considerazioni era portato a generalizzare. Qui, secondo me, lui sbagliava, perché non è vero che anche nel proletariato o negli studenti vi sia questa omologazione. Il discorso diviene anzi un po’ pericoloso, così com’è pericoloso risalire per esempio dal fatto che ci si veste in un certo modo al fatto che si pensa tutti nello stesso modo. È vero comunque che non c’e più la separazione di una volta tra mondo borghese e mondo popolare, ma questa piccoloborghesizzazione della massa è un fenomeno verificatosi ovunque. La massa oggi non è popolo ma piccola borghesia (come stile di vita), e da ciò Pasolini traeva la conseguenza che destra e sinistra si equivalgono, entrambe omologate da un certo modo di comportarsi, da una certa segnaletica. E arrivava al punto di dire che sotto il fascismo il sottoproletariato era più intatto perché l’ideologia fascista gli era imposta mentre adesso l’ideologia dominante gli viene inculcata e i sottoproletari la accettano come propria.

GR: Ecco, mi pare chiaro che Pasolini, ai tempi di Salò, volesse prendersela più col potere di oggi, distruttivo e omologante, che col fascismo repubblichino. Diceva anzi che era stata l’impossibilità di sopportare fisicamente “i beni di consumo di oggi, le facce di oggi, i capelli lunghi di oggi” a fargli proiettare la critica al Potere di oggi nell’epoca di Salò, che diventa simbolo recente eppure non storicizzato, per dirla con Argentieri “travestimento storicistico e sociologico di una angoscia esistenziale” (“Rinascita”, 28 febbraio 1975). Pasolini insomma sembrava più ossessionato da certa violenza mercificante del Potere che dai pericoli del neofascismo: era, questo di Pasolini, un atteggiamento politicamente motivato, vorrei dire oggettivo, scientifico, o non piuttosto personalistico, frutto di problemi di adattamento esistenziale integralmente soggettivi?

DM: I suoi atteggiamenti non erano mai dettati da ragioni oggettive: lui era molto soggettivo e la sua qualità consisteva appunto nel razionalizzare questa sua soggettività, questo suo irrazionalismo. E si è spesso trovato al momento giusto, nel posto giusto a creare, così, una sorta di scandalo, di rottura che aveva una sua funzione, come quando se la prese con gli studenti prima del ‘68.

GR: L’erotismo. Diceva Pasolini: “I miei film non sono mai erotici, purtroppo”. E a proposito di Salò: “No, neanche questo, non credo che sia erotico, può essere sconvolgente oppure non so scioccante, ma erotico no, mai, forse perché sono inibito e non so rappresentare l’erotismo in quanto erotismo… l’eros nei miei film è sempre un rapporto drammatico, metaforico” (“Il mondo”, 1 aprile 1975). In che senso l’eros pasoliniano è sempre rapporto drammatico? Anche nella “Trilogia della vita” l’eros è rapporto drammatico?



DM: In questo penso che lui avesse ragione. È vero che, così come Salò non è erotico-sensuale, anche gli altri suoi film non possono essere definiti erotici. Ed è vero che lui era inibito, che per lui l’eros era un dramma: basta pensare un momento alla sua vita, all’allontanamento dalla scuola, a tutto il resto per capirlo. La sua omosessualità, oggetto di persecuzione fin dal principio, evidentemente gli ha fatto vivere il sesso in maniera drammatica. Nella stessa “Trilogia” c’e un’idea indiretta della sessualità: la sessualità è rivista e vissuta attraverso gli occhi dei protagonisti, dei ragazzi di vita, dei giovani. È inoltre una sessualità molto letteraria e figurativa, sempre concepita come un quadro rinascimentale o come un’opera di Chaucer, di Boccaccio… È una sessualità molto raggelata, non è ricca di carica vitale, non è semplice, diretta, non lo è mai

GR: “La vera anarchia è quella del potere”. Sei d’accordo?

DM: Credo che Pasolini volesse dare alla parola “anarchia” — intesa come “disordine”, come caos un senso dispregiativo. L’anarchia in quanto fine politico è un’utopia, mentre di solito quando si parla di “realtà anarchica” ci si riferisce a una situazione negativa di confusione estrema. Penso che lui intendesse dire questo: è la condanna del Potere come legge del più forte. Naturalmente sono d’accordo.

GR: Ha scritto Leonardo Sciascia, a proposito dell’atteggiamento di Pasolini nei confronti del marxismo: “[...] Si potrebbe azzardare una specie di ipotesi di lavoro: che certe verità dette da Pasolini — sul capitalismo, sul comunismo, sulla violenza, sulla classe dirigente italiana (cioè non-dirigente), sull’istruzione pubblica fossero marxiste in quanto verità, per la capacità e mobilità del marxismo e far propria ogni verità [...] e non lo fossero per estrazione, per adesione, per meditazione” (“Rinascita”, 12 dicembre 1975). Qual è la tua opinione in merito?

DM: Quelle di Pasolini non sono tanto delle posizioni marxiste quanto piuttosto delle rotture. E in questo senso era più un cristiano, cioè era per lo scandalo nei confronti del mondo borghese, del Potere dominante. Sebbene non fosse sempre disposto a vedere la verità, era un uomo sincero, onesto, coraggioso e mai opportunista: rischiava spesso di andare contro l’opinione pubblica, di essere aggredito, attaccato, criticato… Non aveva niente a che vedere con quei letterati che si nascondono dietro le formule. Portava avanti i discorsi che lo interessavano con grande slancio e grande coraggio. Questo ha un’importanza enorme, perché il nostro è un paese poco coraggioso in cui gli intellettuali non parlano chiaro e il linguaggio è estremamente ermetico. In questo mondo letterario così estetizzante lui estetizzava in maniera clamorosa, violenta, ammirevole. Io credo che lui si sia espresso in modo completo soprattutto nelle poesie, più che nel cinema: per me le poesie sono il massimo che ci ha dato. Nelle poesie riusciva a fondere le preoccupazioni esistenziali private con il momento pubblico, con l’apertura verso la realtà politica. Anche perché forse la poesia si serve di strumenti irrazionali, non ha bisogno di una struttura rigida come il cinema o il romanzo.

GR: Come si poneva Pasolini in rapporto con le strutture economiche della produzione cinematografica tradizionale e capitalistica? E in che rapporto era coi circuiti del ci-nema cooperativistico e alternativo? Grimaldi, mi pare, è un altoborghese piuttosto illuminato, mentre d’altra parte abbiamo avuto Visconti che ha lavorato per Rusconi…

DM: Non c’è dubbio che oggi, è inutile nascondere la testa sotto la sabbia, l’artista, l’uomo di cinema lavorano con capitali borghesi: non è che ci siano molte scelte. I giornali, le case editrici, tutto appartiene al capitalismo, appartiene alla borghesia. I circuiti alternativi, sia quelli del cinema che quelli della letteratura, sono talmente embrionali e minimi che servirsene per un discorso un po’ allargato risulta quasi impossibile. Ogni tanto ci si lavora, ma certamente non possono essere questi gli unici canali a disposizione degli autori. E anche vero però che, all’interno di questa non-scelta, sussiste una differenza profonda: c’è come dicevi giustamente, Rusconi, che porta avanti una politica di conservazione, di oscurantismo, e ci sono altre produzioni che invece, se non altro, si avvicinano a tematiche più moderne, più interessanti: che poi lo facciano per ragioni economiche e non certamente politiche non importa poi molto, si sa, è ovvio. E in questo senso credo che Pasolini non avrebbe fatto un film per Rusconi. Mi pare di ricordare, ne abbiamo parlato a volte, che lui criticasse Rusconi.

GR: Sembra esistere, seppure non negli ultimi tempi, anche un Pasolini che storicizza, che avvicinandosi dall’esterno tocca i confini espressivi del reportage, che guarda con qualche interesse al cinema-verità, magari al film d’intervento. Pensiamo agli Appunti per un film sull’India, a La rabbia (con quei brani di cinegiornali della fine degli anni Cinquanta rimontati da Pasolini: la guerra in Algeria, Papa Giovanni…). Pensiamo ai Sopralluoghi in Palestina (del ‘64) per il futuro Vangelo secondo Matteo, e a un filone come Comizi d’amore (in cui, sempre nel ‘64, Pasolini volle mettere insieme una serie d’interviste sui tabù sessuali degli italiani). E la collaborazione a 12 Dicembre di Bonfanti, e l’Orestiade africana girata in 16 millimetri… Pensi si tratti di filoni secondari? Viene da chiedersi se questi film abbiano qualche legame con l’altro cinema di Pasolini…

DM: Penso che Pasolini sentisse il bisogno, come credo succeda a tutti i registi che lavorano nel mondo cinematografico ufficiale, di intervenire in canali e in produzioni di tipo alternativo. E certamente qualcosa ha fatto: non molto, perché il tempo che gli portava via il cinema diciamo così costoso, ufficiale, era quasi tutto il tempo che lui aveva a disposizione. L’opera secondo me più riuscita è senz’altro gli Appunti per una Orestiade africana che ho visto recentemente in Spagna dove hanno fatto una proiezione, un dibattito su questo film e su di lui. Pasolini l’aveva girato per la televisione italiana e la televisione non l’ha mai messo in onda: quindi vedi che anche lavorare per canali non commerciali diventa un problema. Io per esempio devo fare un documentario sulle donne in un villaggio africano, il progetto è stato discusso e approvato ma sta lì da due anni, non riesco a iniziare i lavori. Sono sicura che il giorno in cui magari ho la possibilità di ultimarlo resta poi in un cassetto. È estremamente frustrante per un autore lavorare fuori dal cinema commerciale perché le sue opere o hanno scarsissima diffusione oppure, come nel caso del denaro pub-blico, finiscono con l’essere messe da parte.

GR: Ha scritto Moravia: “Si dovrebbe dire che Pasolini forse si sentì impacciato dalle parole e allora ricorse all’immagine che, per essere nuova per lui, dovette sembrargli, almeno per un certo tempo, più libera, più vergine, più espressiva” (“Corriere della Sera”, 6 dicembre 1975). Una tua opinione in proposito, e anche una tua posizione personale sul tema del rapporto parola-immagine.

DM: Pasolini certamente era una persona irrequieta e aveva il bisogno di provare sempre cose nuove. In questo senso credo che abbia ragione Moravia: Pasolini sentiva la limitatezza della parola (limitatezza come diffusione), soprattutto perché lui era poeta, scriveva soprattutto poesie e le poesie, si sa, hanno pochissima diffusione: il nostro è un mondo che in un certo senso rifiuta la poesia. Quindi Pasolini voleva parlare a un maggior numero di persone e non c’è dubbio che il cinema è il linguaggio più comune, che si diffonde meglio, che non ha bisogno di traduzione, che si può trasferire in altri paesi: c’è un senso di grande libertà a lavorare col cinema. Quanto al mio caso personale esiste una certa affinità di posizioni, anche se io mi muovo in un campo diverso dal suo, perché il cinema che io faccio è un cinema alternativo, un cinema d’intervento politico, ho fatto una cosa sull’aborto, faccio cose sui problemi delle donne… Per me il cinema e il giornalismo, due armi che io uso per intervenire pubblicamente, sono in effetti strumenti molto efficaci e immediati: i prodotti del cinema e del giornalismo possono circolare in tutti gli ambienti, hanno una capacità di intervento sulla realtà, di avvicinamento al problema che la letteratura è un po’ più difficile abbia.

GR: Qualche tema meno generale. Come vedi, all’interno di Salò e dei film precedenti, i rapporti tra Pasolini e la religione cattolica? Si può cogliere una certa intuizione del peccato, un certo interesse per il cristianesimo…

DM: Proprio per il suo carattere in fondo irrazionale Pasolini era abbastanza influenzato da fenomeni come il cattolicesimo, che razionalmente rifiutava ma che sentimentalmente subiva. E questo si ritrova, credo, in tutti i suoi film. Il suo è un tipico rapporto sentimentale con la religione: perché lui non era religioso.

GR: La religione diveniva un fatto irrazionale, emotivo…

DM: Sì, una religione irrazionale, mistica, emotiva e anche rituale. È molto importante il momento rituale. Non so se tu hai visto La ricotta: ne La ricotta, e anche nel Vangelo, c’è un rapporto sentimentale con Cristo. Addirittura di identificazione. Non solo, ma lui dà il Vangelo come se fosse vero, non lo discute, non lo storicizza: lo illustra, mettendoci dentro una carica di identificazione sentimentale e personale. E in questo torno a quello che dicevo prima: Pasolini, pur nella sua grande capacità intellettuale, aveva con la realtà un rapporto fuori da moduli razionali.

GR: Pasolini e il femminismo. Pasolini e l’immagine (filmica) della donna. A me personalmente sembra che la posizione di Pasolini nei confronti della donna fosse abbastanza contestabile. A questo proposito, più che ai film di Pasolini, penso sempre a una pellicola di cui Pasolini ha fatto la sceneggiatura, le Storie scellerate di Citti, in cui mi pare vi sia un’immagine della donna oggettualizzata al massimo… Perché Pasolini dava quest’immagine della donna se la sua concezione del mondo era totalmente, innegabilmente democratica?

DM: Il rapporto di Pasolini con le donne passa attraverso il rapporto di Pasolini con la madre, perché è l’unico rapporto in cui è andato a fondo. Pasolini aveva pochissimi rapporti con le donne, soprattutto non aveva mai avuto un rapporto sentimentale, che è sempre un modo di capire le persone: amare una persone vuol dire capirla. Ora, l’unica donna che lui ha amato è la madre. Quindi in un certo senso lui ha cercato di vedere il mondo attraverso gli occhi della madre e attraverso quello che per lui rappresentava questa madre. Infatti, quando aveva un certo sentimento di amicizia con una donna, spesso la vedeva come una madre: è successo nel caso della Laura Betti, è successo nel caso della Elsa Morante. E, anche se io ero più giovane di lui, c’era un po’ anche con me questo tipo di rapporto. Quindi, non amando le donne, non le conosceva, non le capiva, e anche era portato per una specie di vezzo sentimentale a vederle attraverso gli occhi dei suoi ragazzi. E spesso parlava delle donne, non tanto delle donne intelligenti che lui conosceva e che stimava, ma delle ragazze, come ne parlerebbe un ragazzo di borgata, cioè con grande familiarità ma anche con molto disprezzo, con disinteresse.
Il fatto di generalizzare, il fatto di non vedere le donne nella loro realtà lo ha poi portato, per esempio, a prendere una posizione così negativa nei riguardi dell’aborto. Sul “Corriere” ha scritto, e gliel’ho fatto notare, un lungo articolo contro l’aborto senza mai riflettere un momento che è la donna a subire l’aborto: lui ha visto tutto dal punto di vista di questo bambino ancora non nato, potenziale uomo, naturalmente maschio. Dunque ha sùbito colto il rapporto madre-figlio e l’aborto gli ha ripugnato profondamente perché ha visto una negazione di se stesso come figlio e una violenza da parte della madre. Senza pensare che invece la violenza prima è quella subita dalla donna. Questo non gli veniva neanche in mente, infatti quando a un certo punto gli ho detto: ma scusa, tu hai scritto un lungo articolo in cui sembra che la donna non esista, che l’aborto venga fatto non si sa da chi, che sia un atto meccanico, lui ha ribattuto: sì, forse è vero, non ci ho pensato, ho pensato soltanto alle ragioni del figlio immaginario, di questo figlio che deve ancora nascere. E questo è abbastanza indicativo: Pasolini vedeva un mondo con uomini reali e donne irreali. Così in certi momenti intuiva le donne come immagini della madre, in altri momenti le vedeva attraverso gli occhi dei ragazzi che amava, in altri momenti ancora le concepiva come figure poetiche e molto astratte. Non riusciva mai a vederle nella loro realtà, in maniera problematica.

GR: Vorrei sapere quale tra i film di Pasolini tu ami di più, per motivazioni estetiche o ideologiche o di altro genere.

DM: Uno dei film che amo di più è Accattone, poi Teorema, anche perché forse in Teorema ci sono due personaggi di donna che per la prima volta Pasolini prende abbastanza stranamente sul serio: il personaggio (interpretato da Laura Betti) della serva che finisce santa, martire, e il personaggio della moglie dell’industriale, che tenta di afferrare il mondo, di dare un senso al mondo attraverso un tipo di erotismo cieco ma non femminile come tradizione storica.

GR: Concluderei, se sei d’accordo, con qualche ricordo della tua collaborazione cinematografica e culturale con Pasolini.

DM: Il lavoro più impegnativo che ho fatto con lui è stata la sceneggiatura de Il fiore delle Mille e una notte. Pasolini aveva molta fretta perché la sceneggiatura doveva essere pronta entro un mese: è stato molto faticoso. E stranamente abbiamo lavorato in parallelo, cioè io ho fatto una metà, lui ha fatto l’altra metà, poi ci incontravamo la sera a vedere il lavoro reciproco, che — per quanto mi riguarda — lui ha modificato abbastanza durante la lavorazione del film. Infatti l’ho rimproverato di aver introdotto qualche modifica alle figure femminili, che io avevo cercato di rendere più dal punto di vista della donna e che lui non ha potuto fare a meno all’ultimo di cambiare. Poi, per esempio, gli ho molto rimproverato quella scena, non so se ti ricordi, della freccia, che io ho trovato bruttissima, anzi molto offensiva. Secondo me non è neanche un’idea sua ma dello scenografo perché è un’idea, così… quasi da barzelletta, no? Ecco, per il resto c’erano degli elementi meno oggettuali del solito nei riguardi delle donne.

GR: Fra gli ultimi film probabilmente è il meno antifemminista.

DM: Il meno antifemminista, sì. Forse si sente un po’ la mia mano, anche se in seguito appunto molte cose sono state cambiate. Comunque questo è il mio lavoro più impegnativo con Pasolini. Poi abbiamo fatto insieme alcun doppiaggi, alcuni — diciamo — adattamenti: Sweet movie, Trash… In realtà il lavoro di tipo pratico lo facevo io, perché lui non aveva tempo. Però mi aiutava a scegliere le voci, mi aiutava a scegliere i personaggi, e poi correggevamo insieme i dialoghi…

GR: Cioè avete fatto la traduzione e curato la parte tecnica…

DM:e curato il doppiaggio, sì, che è riuscito piuttosto bene proprio perché abbiamo compiuto una scelta scrupolosa delle voci, che non erano quelle del doppiaggio tradizionale, ripugnanti per la loro meccanicità. Abbiamo cercato al contrario delle voci che dessero l’idea di un qualcosa di autentico, di genuino, di umano, ecco

GR: Le voci originali…





DM: Nel caso di Trash si trattava d’una presa diretta, quindi le voci inglesi non erano affatto convenzionali. Mi riferisco alla convenzione del doppiaggio italiano che viene fatto in 56 giorni mentre gli attori non sanno che cosa vanno a doppiare: il massimo dell’alienazione. Il doppiaggio in Italia avviene così, no? Si chiama un attore, di solito perché partecipa a una certa cooperativa, e dunque spesso neanche adatto al personaggio, viene messo davanti a un testo che non conosce, vede soltanto quei brani che lo riguardano, doppia rapidissimamente — con uno stile ormai meccanico — la sua parte e poi se ne va, prende i soldi, e basta. Noi in realtà eravamo contrari al doppiaggio, ma nel mercato italiano è molto difficile sfuggire

GR: Tu sei favorevole ai sottotitoli…

DM: Sarei per i sottotitoli, contro il doppiaggio, naturalmente, e anche Pasolini lo era, perché trovo che la lingua originale è molto più efficace. Però finora il mercato italiano ha rifiutato decisamente qualsiasi forma di film con sottotitoli. Adesso forse le cose stanno cambiando. Allora, comunque, noi abbiamo tentato di realizzare un doppiaggio che fosse più umano, un doppiaggio nel quale gli attori fossero consapevoli di ciò che facevano, conoscessero il film, venissero scelti perché veramente adatti a quella parte e non soltanto in base a opportunità di mestiere. Tutto questo con una calma, una attenzione che di solito non si usa.

GR: Siamo al termine dell’intervista. Non so, se vuoi aggiungere qualcosa…

DM: Io vorrei adesso semplicemente dire una cosa che credo sia bene dire: anche se qui parliamo di tutt’altro, delle sue opere, dei suoi film, non bisogna dimenticare che è importantissimo oggi prendere posizione per far capire che non bisogna ucciderlo un’altra volta. Secondo me Pasolini è stato ucciso dall’intolleranza della nostra società profondamente repressiva, falsamente tollerante. E adesso si rischia di ucciderlo un’altra volta, proprio per intolleranza, perché in un certo senso questo ragazzo che l’ha ucciso sta diventando la vittima e lui il colpevole. Questo non deve accadere, bisogna prendere posizione contro ciò che hanno scritto, non so, Filippini su “Repubblica”, e altri. Questa società ha eliminato Pasolini, per mano di quello che vuoi, di un ragazzo inconsapevole, incosciente, immaturo, però oggi sta cercando di eliminarlo di nuovo facendone un colpevole, mentre basta rifiettere un attimo su quello che è stato fatto di questo povero corpo di uomo mite (perché era assolutamente un uomo mite, non sadico) per capire che non può assolutamente passare dalla parte dei colpevoli: la sua unica “colpa” era quella di essere dichiaratamente omosessuale. (Marzo 1976)

Da: AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, già nel n. 7 della rivista letteraria “Salvo imprevisti” (per gentile concessione di Gammalibri/Kaos Edizioni, Milano).

Fonte:
http://www.fucinemute.it/1999/07/salo-e-altre-ipotesi/



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Pasolini e le ultime illusioni - Di Franco Fortini

"ERETICO & CORSARO"




Pasolini e le ultime illusioni
Di Franco Fortini

Questi dialoghi con i lettori sono soprattutto dialoghi con dei comunisti, anzi con il comunismo italiano. C’è spesso, del Pasolini migliore, non solo l’ininterrotto calore della mente, la volontà di capire e di essere capito, e quella pazienza pedagogica che Zanzotto ha così bene messo in evidenza; c’è anche — e anche questo fa parte del Pasolini migliore — una volontà di essere accettato, di avere un pubblico visibile. Sono di quelli cui ha dato e continua a dar noia la mitografia editoriale su Pasolini; di quelli che preferiscono inoltrarsi odiosi, incomprensivi, ingiusti — ché tale sono stato con Pasolini vivo — piuttosto che spartire una qualità di ammirazione e di liturgia repellente, in particolare quella votata alla memoria necrofila dell’assassinato. Essa mi pare non troppo diversa dalla diffamazione a bassa voce che della sua poesia va diffondendosi ad opera di quelli cui egli aveva, da vivo, data troppa ombra. Eppure m’è difficile resistere alla simpatia per queste pagine: ricchissime non solo di ‘chiavi’ per le più complesse opere del loro autore ma soprattutto per due costanti, fra loro congiunte, quella del rapporto fra socialismo e cristianesimo e quella della riflessione sul linguaggio. Quest’ultima (mi fa notare la sensibilità, anche professionale, di Pier Vincenzo Mengaldo) è qui al centro di alcuni dei passi migliori: l’intelligenza poetica di Pasolini gli fa intendere che per lui, ossia per la sua opera, i temi e gli interrogativi del linguaggio traspongono proprio quelli, etici e politici, dell”umile Italia’ cattolica e della ‘speranza’ comunista. Avverti qui quasi tutti i nessi dolorosi e vitali di una fase di liquidazione, ossia di una ancora forte capacità poetica che sta però lasciando la pagina lirica per l’avventura cinematografica.
Il tono con cui Pasolini parla ai suoi corrispondenti ha l’appassionata capacità di speranza che fu degli anni Cinquanta. Non è lontano neanche l’accento del “Politecnico”. E nello stesso tempo avverti qualche impazienza e delusione. Quelli che scrivono a “Vie Nuove” e gli argomenti ai quali si chiede risposta, sempre più si rivelano lontani dalla ‘base’ postresistenziale mitizzata e sempre più subalterni alla cultura piccolo-borghese. Pasolini a poco a poco avverte la impossibilità di mantenere un dialogo che si svolge ormai su temi invecchiati. Prepara e inizia (dopo il Vangelo e il suo successo internazionale) quella dilatazione, anche geografica, dei propri interessi che egli formulerà spesso come allontanamento da una patria che non vuole comprendere più e che si tradurrà nella spirale di angoscia, di chiaroveggenza e di autodistruzione dei suoi ultimi anni.
In questi dialoghi giornalistici si consuma una delle ultime illusioni postresistenziali: quella di un dialogo, appunto, fra un ‘popolo’ e un ‘intellettuale’ sotto il segno di un grande partito democratico-popolare. È impressionante, qui, l’assenza di riferimenti al moto intellettuale e politico che veniva crescendo in Lombardia e in Piemonte, o la incredibile sottovalutazione di quanto stava accadendo in Cina e nel Sudest asiatico. La scena, appena accennata, della incomprensione fra gli intellettuali di Praga e l’ospite Pasolini; quella, ancora più recente e ancora più grave, dell’incontro con Lukács, danno la misura di come il poeta delle Ceneri fosse entrato negli anni Sessanta con una incomparabile vitalità ma con un bagaglio ideologico-politico piuttosto leggero; che era poi quello di “Officina”. E questo può spiegare tanto l’impeto dei suoi interessi linguistici e semiologici degli anni successivi, con cui ritrovava gli studi e i maestri di vent’anni prima, quanto l’incomprensione degli anni 1967-70, fisso come rimase ad una immagine mitica del Nord industriale e contadino (Teorema) e alla irritata, e irretita, di una Roma popolata da studenti neoborghesi.
Credo che queste pagine scritte in difesa di un ottimismo che di giorno in giorno si allenta e corrompe saranno molto utili non tanto a chi voglia conoscere qualcosa di ignorato sulla persona poetica di Pasolini quanto a chi voglia comprendere il decennio che va dalle rivolte in Polonia e Ungheria a quelle della gioventù europea. Un ottimismo e una illusione che gli ultimi tempi hanno distrutto, distruggendo quindi anche Pasolini. Si contempla oggi stupefatti la somma delle menzogne ‘democratiche’ che ormai dalla quasi totalità dell’orizzonte le parti politiche ci vengono raccontando e che zelanti intellettuali vanno ripetendo. Chi, come me, è persuaso che continuando per la via presente l”ordine’ porterà, nel giro di qualche anno, alla pratica generalizzazione della tortura sul territorio nazionale, anche in pagine come queste si interroga sul punto sociale e politico che proprio in quegli anni, fra il 1960 e il 1965, avrebbe indotto, in Italia e nel mondo, l’accelerazione del secondo quinquennio, e poi il contraccolpo di una reazione durissima. Questa ha immobilizzato e medusato tutta una generazione europea, ha ucciso i più sensibili e generosi, ha travolto nella destabilizzazione ideologica anche i maggiori centri di attività intellettuali, ha restituito milioni di giovani all’angoscia personale e lasciato le redini della società europea a politici senza speranza.

Franco Fortini
da il “Corriere della Sera”, 1977 (su Le belle bandiere)


… aveva torto e non avevo ragione…

Seppi la notizia dalla Tv nel buio di una casa isolata tra lecci bagnati e pini di autunno, un lume debole sul tavolo. Senza stupore, avevo sempre pensato che Pier Paolo avrebbe potuto incontrare quella fine. Il dolore (oggi [1993] non mutato e neanche lavorato dal tempo) fu di non aver potuto risolvere le nostre ostilità e vincere il silenzio degli ultimi sei anni. Non avevo letto quel che di me aveva scritto nel 1969 (ancora nel segno dello scontro di pochi mesi prima), e neanche — pochi mesi innanzi del suo assassinio, nel febbraio del 1975 — l’accenno di consenso e dissenso ad un mio intervento, in un suo articolo, divenuto poi molto noto come quello “delle lucciole” (1).
Partii per Roma, ero tra la folla del funerale, vidi la bara. Pochi giorni più tardi, iniziando il mio corso a Siena, ne parlai agli studenti. Mi ripugnarono i commenti a stampa, lo sgomitare di amici falsi e veri. Nel suo ultimo intervento pubblico, ad un congresso del Partito radicale, aveva riaffermato sé come marxista e votante per il Pci. Era un messaggio di coerenza: quando, come lui, non si credeva più che alla “santità del nulla”, era giusto che testimoniasse per simboli che erano stati i suoi per vent’anni.
Domandato, mandai poche righe al “manifesto”. Aggressive verso quei miei medesimi compagni. Anche oggi credo a quel che vi è detto. (Nascosta citazione, c’è Apollinaire, quello di Il poeta assassinato: “nous ne sommes pas vos ennemis… pitié pour nos erreurs, pitié pour nos péchés”). Come nel sonetto a Zanzotto che avrei scritto dopo un mese, mi permettevo un gesto di consenso alla corporazione letteraria. Oggi però non riconoscerei al “manifesto” “il grande merito di aver sempre lasciato intendere che, della poesia, non gliene importava nulla”. Dopo diciassette anni, purtroppo, “gliene importa”, come a qualunque altro foglio, ognuno col suo minimarket “culturale”.
Ma quella emozione di sorte comune non mi vieta di soffrire pietà per quell’uomo costretto a vivere in una consumazione di alienato, in lotta con un nullismo che lo divorava vivo, senza tremito religioso quanto più della religione conosceva e impiegava tutte le parole.
Da una mia ossessione infantile, una volta avevo scritto di volti uccisi minaccianti da volute di fumi necromantici, “storti” da “pugni atroci”. Il corpo schiacciato di Pier Paolo era quello, allegoria satanica e cerimonia.

Franco Fortini

(1) “”La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale ‘Il Politecnico’, cioè all’immediato dopoguerra…” Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo (“L’Europeo”, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra “fascismi” fatta sul “Politecnico” non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista.[...]”

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, “L’articolo delle lucciole, 1° febbraio 1975″, Garzanti, Milano 1975.



Il pezzo, richiesto dal “manifesto”, scritto da Franco Fortini e pubblicato il 7 novembre 1975
In morte.

Il solo modo decente di parlare di Pasolini, in mezzo al vocio autopunitivo di questi giorni, è leggerlo. Il quotidiano che mi chiede queste parole ha avuto, rispetto agli altri quotidiani italiani, il grande merito di aver sempre lasciato intendere che, della poesia, non gliene importava nulla; e così facendo, di interpretare l’animo dei suoi lettori e ispiratori. Ho creduto per alcuni anni che a questo corrispondesse, più in profondo, una azione che mirasse, per sue vie, alla medesima meta della poesia. Mi rendo conto oggi che non è così: o, se lo è, questo avviene su una tale distanza che, nella pratica, continua ad aver ragione Lu Hsün: “i politici desiderano uccidere i letterati”.
C’è una qualità umana che odia la poesia, che sopporta a fatica la letteratura, che non sa e non vuole sapere quale luogo assegnarle nella città presente e futura. Ci si commuove per la morte di Pasolini più che per quella di un altro qualsiasi militante solo perché era l’autore di qualcosa che è, o può, diventare nostro.
Questo qualcosa, questa eredità, guardiamola. Molti non vogliono saperlo perché questo farebbe crollare tante loro miserabili speranze e certezze. Non capiscono che quel crollo li indebolirebbe solo in apparenza, in realtà li farebbe più forti contro chi sfrutta e strazia. Non capite che non siamo, noi poeti, i vostri nemici e che chiediamo qualche volta pietà per i nostri errori perché invero è il nostro modo di chiedere pietà anche per gli errori vostri?
Per questo non ho nulla da dire per la morte di Pasolini che non sia stato detto in questi giorni, anche egregiamente, dai miei colleghi in letteratura; fuor del consiglio di prendere i suoi libri di versi e capirli. Gli sono stato amico per molti anni; avverso per altri; sempre ho cercato di intenderlo e amarlo. Ho in comune con lui la divisione, la duplicità, di cui si fa, quando si fa, la poesia. Nel testo autentico, d’altronde, come nell’attimo della morte, coincidono elezione e destino, scelta e inevitabilità. Meno commozione per Pasolini, più amore e intelligenza per quello che egli ci ha detto.

Franco Fortini


Richiesto un intervento su “Nuovi Argomenti”, Franco Fortini scrisse i seguenti versi, che furono pubblicati sul numero di gennaio-marzo 1976
Dicevi di voler ritornare al tuo paese. Ma quello
non era il tuo paese. Così l’inganno
di oggi ti rivelava quello di allora, o infelice.
Nulla ti fu mai vero. Non sei mai stato.
I tuoi versi stanno. Tu mostruoso gridi.
Cosi le membra dello squartato sul palco.

Fonte:

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