venerdì 17 gennaio 2014

‘Petrolio’ la bomba di Pasolini, di Gianni D’Elia


‘Petrolio’ la bomba di Pasolini

di Gianni D’Elia


Il romanzo postumo di Pasolini, Petrolio, scritto tra il 1972 e il giorno della sua esecuzione (nella notte tra l’l e il 2 novembre del 1975), è come una bomba che non è esplosa. È stata disinnescata dal suo delitto, pubblicata diciassette anni dopo, quasi sicuramente monca, con un intero “paragrafo” che è volato via ed è stato fatto brillare altrove, dove i Lampi sull’Eni non hanno fatto rumore, né vera luce.
La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia.
Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro. Lo apriamo, leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”.
Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica? Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire.
Come in un’orazione di Cicerone o nel teatro di Shakespeare, ecco l’anafora di denuncia del sapere poetico-politico che inchioda i responsabili, gli esecutori materiali, i vertici dei potenti, del Palazzo e del Cane a sei zampe, i fascisti e i neofascisti, che hanno prodotto e gestito le varie fasi di azione e di depistaggio delle stragi in Italia, da Milano a Brescia a Bologna, dal 1969 al 1974, con la complicità dei servizi segreti italiani e stranieri e della mafia. Il testimone-giornalista si affianca all’intellettuale-detective e allo scrittore-romanziere; la sintesi tra il testimone e il romanziere è operata dall’intellettuale, che riflette sul “blocco politico economico” dello stragismo, e che agisce come un investigatore dei delitti collettivi, attestando la continuità del reato di strage: il delitto Mattei, le due fasi stragiste, anticomunista e antifascista, da addossare agli opposti estremismi, prima agli anarchici e poi ai fascisti, per disfarsene dopo averli usati. Pasolini sta continuando da solo la controinchiesta collettiva sulla “Strage di Stato” (edita da Samonà e Savelli, 1970-71).
E proprio in quel famoso articolo, dove dice di sapere i nomi, ma di non avere né prove né indizi (forse anche per mettere le mani avanti e proteggersi in qualche modo dall’isolamento intellettuale e politico che sente e che patisce), ecco la pazzesca allusione sottotraccia all’opera che sta facendo, da romanziere della verità: “Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio progetto di romanzo sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti”. Progetto di romanzo, fatti e persone reali, sta parlando di Petrolio, del suo cantiere del vero e del desiderio imploso, che nel novembre del 1974 è già in stato avanzato; tanto è vero che l’articolo scritto per il Corriere pesca nel romanzo i suoi materiali, correggendo subito nella prosa d’intervento qualche errore, come ho mostrato nel mio libello Il Petrolio delle stragi (Effigie, 2006): le prime bombe sono attribuite agli anarchici, e non ai fascisti, “per creare in concreto la tensione anticomunista”; e la “verginità” che la “cricca dei politici” si devono ricostruire non sarà certo quella “fascista”, ma quella “antifascista”, “per tamponare il disastro del referendum” (sul divorzio, 12 maggio 1974). E lo studio dell’intertesto dimostra la cura dello straordinario giornalista che fu Pasolini.
Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori: “ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria”. Era la battaglia di Laura Betti, la nostra. Dunque, chi ha sottratto questo capitolo, ora annunciato e passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri? Ancora un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Gira voce che un antiquario abbia visto il dattiloscritto di questo capitolo sparito dalla sua sede, dopo il delitto di Pasolini, ma che non sia disposto a confermarlo in pubblico; per la Mostra del Libro Antico, che si è chiusa a Milano il 14 marzo, ora Dell’Utri ha parlato di una cassa di un istituto in cui sarebbe stato conservato; e c’è un’altra voce, raccolta da un giovane ricercatore, sempre di un antiquario o consimile, che risale però al 1980, che confermerebbe di avere visto Lampi sull’Eni nella cassaforte di una banca.
Lì si raccontava la storia mista e ambigua della Resistenza bianca e repubblicana, di Mattei e di Cefis che erano nella stessa formazione in Val d’Ossola, che Pasolini sposta in Brianza (che profezia del futuro!), dei contatti di Cefis con gli americani, di soldi e di armi, della sua carriera e del suo scandalo, e infine del delitto di Mattei, sostituito alla guida dell’Eni proprio da Cefis, un anno dopo il suo allontanamento dall’ente petrolifero nazionale, dopo l’attentato del 27 ottobre 1962.
Il giudice Vincenzo Calia, dopo dieci anni di indagini, ha archiviato il caso il 20 febbraio 2003 presso il Tribunale di Pavia, provando l’attentato ma dichiarando il muro del segreto politico italiano. Come il giornalista De Mauro e il giudice Scaglione, l’uno sparito per sempre il 16 settembre 1970 e l’altro ucciso per strada a Palermo il 5 maggio 1971, Pasolini indagava su Mattei, attirato anche lui dalla calamita delle rivelazioni di Graziano Verzotto, ex uomo dell’Eni di Mattei in Sicilia ed ex capo democristiano, senatore e segretario regionale, nemico di Cefis.
Calia ha svelato per primo l’altra fonte scritta di Petrolio, il libro al veleno di Giorgio Steimetz (alias Corrado Ragozzino): Questo è Cefis, l’altra faccia dell’onorato presidente, pubblicato dalla Agenzia Milano informazioni nel 1972, finanziata da Verzotto, già presidente dell’Ente minerario siciliano in guerra con l’Eni di Cefis. Pasolini aveva letto questo libro, introvabile e fatto subito sparire dal terribile Eugenio, ricevendolo in fotocopia da Elvio Fachinelli, che aveva pubblicato alcuni discorsi di Cefis sulla sua rivista L’Erba Voglio.
Secondo due appunti segreti del Sismi e del Sisde scoperti da Calia, Cefis aveva fondato la loggia P2 per poi passarla al duo Gelli-Ortolani, per paura, dopo lo scandalo dei petroli, tra il 1982 e il 1983. Era questa la bomba di Petrolio?
Dunque, Pasolini aveva capito forse troppe cose, non solo del delitto Mattei ma anche delle stragi di Stato, di cui quel delitto è la prima pietra, o forse la seconda, se la strage di Portella della Ginestra del 1947 è la prima, fino alla strage di Bologna del 1980 e alle stragi di mafia del 1992-93, tra azioni omicide, falsi e depistaggi abnormi. Commemorando il quarantennale della strage di Milano del 1969, recentemente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto: “Continuare a cercare ogni frammento di verità”.
Cefis è morto nel 2004, Verzotto è vivo e malato. Dopo tanti decenni, ci aspetteremmo dalla classe politica e dalle istituzioni ben altro che un invito al frammento.
Ci aspetteremmo l’insieme della verità sulle stragi e sui tanti delitti politici collegati, seguendo il rifiuto di Pasolini contro la separazione dei fenomeni:

1) togliere il segreto di Stato dal 1947 ad oggi;
2) fare una legge semplice, di un articolo: chi ha fatto parte degli elenchi segreti della P2 e ha tradito la Repubblica, sia interdetto in perpetuo e decada dagli incarichi pubblici.

Pasolini è morto nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975

Fonte:
http://lucianopagano.wordpress.com/2010/04/04/petrolio-la-bomba-di-pasolini-di-gianni-delia/

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mercoledì 15 gennaio 2014

L'operaio dei sogni

"ERETICO & CORSARO"


L'operaio dei sogni
 
Questo film è un omaggio al poeta e cineasta Pier Paolo Pasolini. E' diretto principalmente ai giovani, o a quelle persone che finiscono la scuola senza averlo conosciuto. La sua nitida e originale visione del mondo non può essere trascurata se si vogliono comprendere più a fondo le ragioni del nostro tempo.



Roma, epoca attuale.
Il poeta e critico letterario Andrea Mariotti è nella sua casa/studio l'indomani di una conferenza da lui stesso tenuta su Pier Paolo Pasolini. Sta aspettando due studenti universitari e, nello stesso tempo, fa scorrere sul computer immagini che ritraggono Pasolini in diverse epoche e circostanze. Si sofferma su una foto che mostra il giovane Pier Paolo nel 1950, a Roma in Piazza Costaguti. Andrea fissa rapito quella vecchia immagine sul monitor e, a poco a poco, nella sua mente sempre più estraniata, il soggetto della fotografia si anima... Il giovane Pasolini riprende vita... nel sogno ad occhi aperti di Andrea.

 
Interpreti e personaggi: Paolo di Santo (Pier Paolo Pasolini); Andrea Mariotti (nel ruolo di sé stesso); Francesca Silvestri (Nerina); Manuel Santilli (Salvatore); Silvio Parrello (nel ruolo di sé stesso).
Realizzazione: VIDE@LIFE
Scritto e diretto da Pio Ciuffarella
Fotografia di Antonino Ceravolo
Musiche originali di Paolo Damiani
Altri brani musicali di Paolo Damiani, Danilo Rea, Martux_M crew (per gentile concessione) J.S. Bach
Montaggio di Antonino Ceravolo
Scenografia e costumi: Laboratorio Cinematografico Cinema all’Aperto
Trucco e acconciature: Francesca Romana Lanzino

Hanno inoltre partecipato, a vario titolo: Rita Angeletti; Giorgio Baffigi; Annalisa Duri; Ludovica Iachettini; Francesca Romana Lanzino; Nasrin Mohiti Asli; Stefania Romani; Francesca Saccone; Laura Silvestri
Attrezzatura: Domino Film di Mohamed Kenawi
Formato: HDV 16:9
Durata: 45 minuti
 
 
 
 

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sabato 4 gennaio 2014

Noi sappiamo i nomi degli assassini di Pasolini - Alcuni dei complici sono ancora nel Palazzo - Gianni D'Elia



Noi sappiamo i nomi degli assassini di Pasolini - Alcuni dei complici sono ancora nel Palazzo
Gianni D'Elia
Liberazione 12 ottobre '05


Cari lettori, la terza inchiesta sul delitto Pasolini è stata archiviata prima di iniziare: il Gip ha accolto la richiesta del Pm, ma la Procura di Roma già agli inizi di settembre aveva deciso di chiudere il fascicolo sul delitto Pasolini, che aveva riaperto dopo le dichiarazioni in tivù di Pelosi (Raitre, 7 maggio 2005).

Per mancanza di indizi, ancora una volta. E il fascicolo aperto (per dovere) è diventato fascicolo chiuso (per volere) invece di diventare inchiesta riaperta, nel silenzio generale.


Anche oggi non ci sono state proteste né commenti indignati?


Il più atroce assassinio di un poeta dell'età contemporanea, più turpe dell'assassinio di García Lorca, un vero massacro di gruppo (come ora ammette nella ritrattazione il suo assassino reo confesso, Pino Pelosi, appunto), delitto avvenuto a Roma, in Italia, per mano di italiani, di siciliani - e fascisti - che gridavano «fetuso, arruso, sporco comunista» (sempre Pelosi), dovrà restare impunito?


Non è bastata la credibile ritrattazione del ragazzo-schermo, che era stato messo lì per coprire il delitto politico con la doppia trovata dell'omicidio omofobico ("arruso" è offesa che significa "frocio", in palermitano). Non sono bastate le dichiarazioni successive di Sergio Citti ai giornali, sul nome di uno dei probabili assassini («un Sergio di Catania»). Non è bastata la pagina del "Corriere della Sera", che partendo dalle parole riferite nel mio libro (L'eresia di Pasolini, Effigie) sviluppava un'inchiesta sulle indagini del magistrato Vincenzo Calia intorno all'uccisione di Enrico Mattei collegato al dossier di Petrolio, il "romanzo delle stragi" che Pasolini scriveva nel 1975 quando fu eliminato (Paolo Di Stefano, 7 agosto 2005).


Cara sinistra, se non toglierai il segreto di Stato, non potremo mai sapere niente di questo lungo romanzo, per alcuni magistrati e giornalisti coraggiosi così intrecciato, che allinea le menzogne su Mattei, De Mauro, Pasolini, Moro, Sofri (e cioè Calabresi e Piazza Fontana). Sofri non l'hanno ammazzato, serviva vivo. Allora, di fronte alla pervicacia giudiziaria e politica di voler restare nell'irrisolto, continuiamo pure a difendere l'autonomia della magistratura contro l'arroganza del potere politico assoluto che oggi domina in Italia attraverso l'oligarchia di Berlusconi. Però non dimentichiamo di gridare che, nonostante la menzogna giudiziaria sul delitto Pasolini, noi sappiamo la verità storica di questo delitto.


Noi sappiamo i nomi degli assassini e dei complici, storici. Alcuni sono ancora nel Palazzo, trascritti in Petrolio. E ci sono i testimoni non sentiti, come riferì Furio Colombo alla radio, ripreso nel film di Giordana (Pasolini: un delitto italiano, 1995): a Ostia, davanti alle baracche dell'Idroscalo, il 2 novembre 1975:

- Il mio cognome si scrive co' due t. Salvitti Ennio. E lei tanto pe' correttezza?
- Lavoro per "La Stampa", mi chiamo Furio Colombo.
- "La Stampa"… Agnelli.
- Sì, Agnelli.
- Lo scriva che è tutto 'no schifo, che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Pe' mezz'ora ha gridato mamma, mamma, mamma. Erano quattro, cinque.
- Ma lei questo lo ha detto alla polizia?
- Ma che, so' scemo?
Salvitti Ennio è ancora vivo? Perché conferma la scena plurale del delitto, nella ritrattazione di Pelosi. È un riscontro, come si dice in gergo giuridico. Anche questo era un indizio trascurabile?

Vergogna, Italia.


Si è fatto passare Pasolini per un violento, contro ogni evidenza, non facendo nessuna indagine, ignorando e cancellando prove e indizi, proteste e documentate contro-inchieste di giuristi e intellettuali italiani, come il volume voluto da Laura Betti e uscito da Garzanti nel 1977 (Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte). Di un compagno del vero.


Ma noi sappiamo, per sdegno corsaro.


Chiediamo forte la riapertura del processo.


Il Comune di Roma si è costituito come "parte offesa" insieme alla parte civile (l'avvocato Guido Calvi, per la famiglia Pasolini).


Seguiamo l'esempio. Firmiamo in massa, come cittadini italiani, offesi anche noi dall'eliminazione del più grande e dolce intellettuale e poeta del secondo Novecento.


E chiediamo altrettanto forte che la sinistra, una volta tornata al governo, tolga il segreto di Stato per tutte le stragi terroristiche e i delitti politici, nei quali la morte di Pasolini rientra per definizione.

Una enorme raccolta di firme per la verità, per celebrare degnamente il trentennale di una morte che ci brucerà per sempre.

E ci brucia anche di più, oggi, dopo la morte di Citti, che coincide con l'archiviazione, anzi il sequestro della verità.


Caro Sergio, come sarà la terra vista dalla luna? Salutaci Pier Paolo e Laurissima. Baci da tutti noi.


Fonte:
http://www.reti-invisibili.net/pasolini/articles/art_4449.html

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«L’inchiesta su Pasolini? Porterà in cella un coatto novantenne»



Vincenzo Cerami e le nuove indagini sull’omicidio ... Vincenzo Cerami. «Non vorrei parlare dell’inchiesta né di quello che riguarda la sua morte. È passato tanto tempo, è vero. Ma mi fa male, mi fa soffrire. Per me, lui, è stato come un padre». ...  

«Non ne parlo, mi fa male». 

Sono passati trentacinque anni dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini, all’Idroscalo di Ostia: eppure è proprio così che dice Vincenzo Cerami. 

«Non vorrei parlare dell’inchiesta né di quello che riguarda la sua morte. È passato tanto tempo, è vero. Ma mi fa male, mi fa soffrire. Per me, lui, è stato come un padre».

Poi, invece, ne parla. Ma la reticenza iniziale è comunque comprensibile: «Fu mio insegnante di Lettere a Ciampino, dal 1950 al 1953, lavorai con lui a Uccellacci e Uccellini e in altre occasioni feci il suo aiuto regista, sposai sua cugina. E comunque, in tutto, lui fu per me fondamentale». Scrittore, sceneggiatore, giornalista, politico, autore di testi teatrali, di canzoni: la vita di Cerami è colma di successi. Impossibili da elencare. Il primo libro: Un borghese piccolo piccolo. La sceneggiatura de La vita è bella. Insomma: il talento, ma senza dubbio - come sempre - anche maestri eccellenti. Pasolini, certo.

Eppure, nonostante la riconoscenza e l’affetto, Cerami non si aggrappa alle novità. Snobba gli sviluppi dell’inchiesta. Soprattutto i nuovi esami scientifici che secondo i giornali potrebbero offrire una nuova chiave del delitto: 

«Non porteranno a niente, e cosa dovrebbero dire? Che non è stato ucciso da una sola persona? Quello lo sappiamo tutti (Pino Pelosi unico condannato, 9 anni, ndr). A queste novità credono solo i giornali, per me è tutto assurdo. L’unica verità è stata scritta con la prima sentenza, quella contro ignoti. La seconda, quella che ha condannato Pelosi, è roba politica: bisognava raccontare che Pasolini era un omosessuale morto in un incidente di percorso...». 

Solo che adesso, Cerami, analizzeranno gli abiti indossati da Pasolini la notte dell’omicidio, e tutti i reperti archiviati 35 anni fa: 

«E al massimo scopriranno che non c’era solo Pelosi, quella notte. Bella scoperta...».

E però, Cerami, forse con l’esame del dna si potrebbe arrivare non solo a capire che quella notte a uccidere Pasolini non fu solo Pelosi, ma anche a stabilire chi era con lui.

«Solo che se il dna è di qualcuno che, dico per dire, era dei servizi segreti, ecco che allora non si risalirà al responsabile. Per come la vedo io, al massimo si risalirà a qualche coatto adesso novantenne. Sinceramente, vorrei che si scoprisse altro. Vorrei che venisse alla luce perché l’hanno ucciso. E non penso sia questa la strada. Per me la prima sentenza era inequivocabile, la seconda, come ho già detto, è tremenda. Invece, credo che siano altre le cose delle quali si dovrebbe parlare». 

Quali? 

«L’ultimo capitolo di Petrolio, prima apparso poi scomparso... perché non se ne parla più?».

Marcello Dell’Utri ha detto che lo avrebbe presentato a una mostra, se l’uomo che glielo aveva offerto non fosse scomparso.

«Sì, certo... ma comunque, anche lo stesso Pelosi ha ammesso che non era solo. Ma a quel punto sarebbe stato un omicidio premeditato, e allora non è stato preso sul serio. La seconda sentenza, per come la vedo io, ha chiuso gli armadi. E adesso, i nuovi esami: per me, una buffonata. Si può risalire agli esecutori materiali? Sì, un novantenne di periferia...».

Cerami, è chiaro: lei non crede ai nuovi sviluppi.

«Sinceramente, dopo tanti anni, preferisco ricordare Pasolini per altro. Lui è stato l’unico che ha saputo raccontare l’Italia. Non l’hanno fatto né gli storici, né i sociologi né, ancora meno, i politici. Ci voleva un poeta. Uno che, come lui, oggi con un articolo, domani con una tragedia, il terzo giorno con una poesia, sapesse mettere in scena ciò che c’era eppure non si vedeva. Non a caso fu il primo a parlare di globalizzazione, anche se lui la chiamava omologazione. Ma, insomma, fu l’unico in grado di raccontare un’epoca».

Se dovesse scegliere una cosa, tra quelle che le ha insegnato?

«Posso dire "tutto"? Vede, della sua morte e dell’inchiesta non ho mai parlato, finora, perché per me è un fatto personale. E poi, ripeto, non credo che si arriverà a scoprire niente che, personalmente, non so già: non fu solo Pelosi a ucciderlo. Ma comunque, mettiamola così: voglio vedere i fatti, sono stanco di certa morbosità».

Per lui, Pier Paolo Pasolini è stato «come un padre». Per questo, 35 anni dopo l’omicidio, «queste cose mi fanno stare male, ancora oggi».

Fonte:

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PASOLINI: MORTE ITALIANA - Intervista a Gianni D’Elia di Eugenio Alfano




PASOLINI: MORTE ITALIANA
Intervista a Gianni D’Elia 
di Eugenio Alfano


Partiamo dal titolo del suo libro: “L’eresia di Pasolini”. Cosa intende per eresia poetica ed eresia pasoliniana?

L’eresia di Pasolini consiste in una continua interrogazione del dogma: un dogma economico o spirituale, confessionale, cioè storicamente determinato, con tutti i vizi che in Italia hanno segnato il condizionamento della libertà di pensiero e dunque della libertà esistenziale. Pasolini critica, appunto come un eretico, qualcosa in cui ha creduto e in cui non crede più: la Chiesa prima di tutto, e il capitale, perché ha visto che cosa è poi accaduto alla gioventù, con la guerra dei ricchi - come la chiama lui nelle poesie friulane - e dei nazisti e dei fascisti, e poi con l’emigrazione immediatamente dopo. Un bellissimo romanzo è”Il sogno di una cosa”, che parla proprio di noi italiani, friulani che andavamo di là nell’Istria o in Jugoslavia, si emigrava appunto perché non c’era lavoro da noi. Questo è Pasolini. Pasolini rovescia sempre la consuetudine, la pigrizia della realtà ormai chiusa in uno stereotipo. Quindi l’eresia di Pasolini è la sua critica.
Ho scelto poi come titolo del libro L’eresia di Pasolini, perché mi sembra che oggi il dogma economico e spirituale dell’umanità sia così devastante che porti così tanto male così tanta guerra, così tanta ingiustizia e anche menzogna, che questa figura dell’eresia ritorna una figura centrale.

Lei inserisce P. all’interno di un lungo filone definito “avanguardia della tradizione”, all’interno del quale P è solo uno degli ultimi. Cosa caratterizza questa linea poetica?

Leopardi ha agito all’interno di questa linea, ma sicuramente non è stato il primo. Il primo è Dante ma ce ne sono altri, come ad esempio Pascoli. Ma prendendo l’incrocio tra Dante Leopardi e Pasolini,questa continuità è dimostrabile con lo studio, con l’analisi testuale, con i rimandi continui, con i riferimenti che Pasolini stesso fa a Leopardi, soprattutto a quello de “La ginestra”, specialmente nel periodo giovanile in cui Leopardi è presentissimo anche come modello formale, soprattutto nelle poesie di “Roma 1950, cioè quelle dell’avvenuto distacco dal Friuli, prima che lui scriva Le ceneri di Gramsci, e lì c’è un leopardismo smaccato. Non si tratta di tradizione dell’avanguardia perché questa è tradizione del nuovo: è il gruppo 63 in Italia, la neoavanguardia poetica, che ebbe Pasolini come bersaglio. Pasolini rispose, dal suo punto di vista che era totalmente l’opposto, non tanto quello di inserirsi nella tradizione dell’avanguardia novecentesca, ma di uscirne perché questa linea la vedeva esaurita dal linguismo, da un giochetto che continuava a rigirare sul linguaggio ma non aveva rapporti col reale e con la comunicazione anche tragica delle cose da dire e quindi sceglie proprio l’avanguardia della tradizione: cioè di poter dire di poter parlare di farsi capire di fare una poesia non giocata sul giochetto linguistico, ma una poesia sul senso e sulla musica, sul continuo contrasto e frizione tra il senso e la musica. E in questo riprende in qualche modo certamente l’idea del poema e del poemetto sia di Dante che di Leopardi che di Pascoli. Ma questa è comunque ancora una cosa da studiare bene.

La morte di Pasolini è una morte tutt’ora oscura, ma che lei non ha esitato di rintracciarne i motivi nell’ultima fatica pasoliniana: Petrolio. Cosa si nasconde dietro questo romanzo “incompiuto”?

Dopo L’eresia di Pasolini scrissi, “Il petrolio delle stragi”, seconda parte, postilla de “L’eresia”, dove si parla soprattutto di “Petrolio”, di quello che dice: racconta cioè la strage di Stato e tutto il periodo delle stragi, dal delitto di Erico Mattei, precipitato con l’aereo nel ’62, al delitto di Pasolini stesso nel ’75. Seguo insomma le tracce del giudice Vincenzo Calia che ha depositato la fine della sua inchiesta, il quarto stralcio sul delitto Mattei, dicendo che è stato un attentato, avendolo anche dimostrato, ma che però ha dovuto archiviare perché in Italia vige il segreto di Stato. Il giudice collega il delitto Mattei, la scomparsa e quindi il delitto di Mauro De Mauro e il delitto di Pasolini, e cita Petrolio come fonte storica della sua inchiesta, dicendo che Pasolini ricopia almeno una trentina di pagine di un libro su Cefis, di uno pseudonimo tale Giorgio Steimetz, il quale sarebbe Corrado Ragazzino, che dirigeva l’agenzia AMI di Milano: l’altra faccia dell’onorato presidente Cefis. La vita di Cefis che Pasolini glossa e riscrive, è presa dal giudice in molte parti in cui dimostra per esempio, non so, che il piccolo servizio segreto privato di Cefis, cioè la società DAMA, rientra in Pasolini e diventa AMDA. Lui addirittura fa gli anagrammi e rovescia le sigle e anche da questo si può dedurre come il giudice avesse le fonti. Ma le fonti non si fermano qui, è questo che è inquietante. Cioè ha dimostrato il giudice che tra le carte di Pasolini, insieme a Petrolio, ci sono tre relazioni di Cefis con appunti scritti a matita non pronunciati nelle occasioni ufficiali nei quali sono stati fatti, e una parte del romanzo nella quale si parla proprio della storia dell’accumulazione del denaro al tempo della guerra (Cefis insieme a Mattei erano nella stessa divisione Partigiana Bianca repubblicana nella Val D'Ossola, mentre Pasolini poi l’ambienta in Brianza), e lì lui dimostra in qualche modo di sapere, ma questa parte di romanzo è sparita, ed è questo anche che io denuncio nel mio libro: Pasolini in alcune righe dice “rimando il lettore a quanto ho già detto su Bonocore (che poi è il nome di Mattei nel romanzo) e su Troya (Cefis nel romanzo)” e queste parti invece non ci sono. Rimando comunque il lettore al libro, all’interno del quale ho dimostrato che Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano, tra petrolieri privati e petrolieri pubblici, quindi tra Cefis con la Montedison e gli altri, Monti soprattutto, e le parti politiche, Andreotti che stava dalla parte dei privati, cioè di Monti, e Fanfani che invece stava dalla parte di Cefis. Tutto questo è dimostrato col prospetto che Pasolini disegna nelle pagine di Petrolio facendo proprio l’organigramma del nuovo potere.
Quindi diciamo che ancora noi siamo con la menzogna su tutti gli anni ’70 e quindi Pasolini ci serve per chiedere la verità: devono togliere il segreto di Stato, perché gli italiani e soprattutto voi giovani, possiate sapere cosa è successo in Italia e avere un’idea della rovina di oggi. Questo momento che stiamo vivendo adesso di confusione politica grandissima deriva proprio dalla mancanza di verità in questo paese. Non c’è più un legame tra la politica e la cultura. Quindi l’anniversario della morte di Pasolini deve essere usato come denuncia di questo grande vuoto di verità che da quando la sua voce si è spenta in Italia è ancora più assordante.
Quindi Pasolini ci serve ancora molto perché la storia d’Italia non è compiuta, soprattutto non è svelata.

Pasolini e i giovani. L’occhio critico del poeta nei confronti dei giovani cambia radicalmente: si passa dai “ragazzi di vita” a quei “ragazzi che quando li incontri non sai mai se aspettarti un sorriso o una coltellata”. A cosa è dovuto questo cambiamento?

È dovuto a quella che Pasolini chiama, rispolverando Marx e la Scuola di Francoforte (soprattutto Marcuse), “omologazione antropologica”. Marcuse ha scritto un famoso libro nel ’69, “L’uomo a una dimensione”. Questo discorso della unidimensionalità, cioè della omologazione del tipo umano, quindi antropologico, del piccolo borghese planetario che è soprattutto modellato sul rilancio delle pubblicità e dei consumi e dei mass media e di un circolo di produzione-consumo fondato sullo spreco, ha prodotto un’umanità che vuole i beni, magari non ha i soldi per acquistarseli, allora ruba o delinque e diciamo che la sua profezia sulla delinquenza giovanile era azzeccatissima. Quindi Pasolini riprende un’analisi dell’economia politica, però lo fa da poeta, cosa che fa anche Marx, perché Marx era anche poeta, era poeta della critica, ma ha scritto anche versi. Secondo Marx la produzione non produce soltanto oggetti ma produce umanità, che altro non è se non rapporti sociali. Pasolini negli Scritti Corsari riprende questa visione di Marx e dice che il nuovo Capitalismo non produce soltanto merce ma produce rapporti sociali, cioè nuova umanità. Perché i rapporti sociali sono gli uomini, sono le persone. Da cosa sono dominati questi rapporti oggi? Sono dominati dal denaro, anche dalla penuria del denaro, chiaramente anche dalla miseria, a livello culturale ma molto più materiale.
Quindi gli intellettuali, i giovani e gli studenti (per Pasolini gli studenti sono i giovani intellettuali) devono seguire questo impegno, anche se tutti dicono che l’impegno è una parola che non serve più. L’impegno di tutti i giorni, anche quando stiamo da soli, della verità. Quindi è chiaro che se vediamo una realtà italiana come questa dobbiamo cercare di usare questi strumenti pasoliniani, che sono poi Marx, Gramsci, tutta la linea della Sinistra migliore, la Sinistra poetica italiana, che non è una sinistra solo di prosa - come dice Ingrao: “voglio sognare”, cioè ci deve essere il sogno. Qui questa Sinistra poetica non ha voce oggi, non la senti, ed è per questo che le analisi sono carenti, perché per fare un’analisi dell’umanità di oggi, ci vorrebbe un poeta o ci vorrebbe qualcuno che ha il cuore, che soprattutto fa sentire agli altri qualcosa, li smuove un po’, non solo nella testa ma nei sentimenti. Abbiamo bisogno di una “scossa sentimentale” secondo me, che senz’altro è anche intellettuale.

Nella sua ultima raccolta poetica “Trovatori” (edito Einaudi), in una poesia lei scrive: «Per lo più, sei così lontana dalla poesia,/che mi spaventa, cultura, la tua autìa,/la tua autosufficienza dal sentire…/e non tanto dalla poesia scritta,/ma da quella vissuta». Che ruolo dovrebbe avere per lei la poesia nella nostra società civile e politica?

La poesia dovrebbe avere un ruolo sentimentale, dovrebbe essere cioè l’educazione sentimentale degli italiani, che sono maleducati sentimentalmente, basta guardare il livello civile della discussione anche politica oggi a che livello è. Allora la poesia è una educazione sentimentale che fin dalle scuole elementari dovrebbe essere rafforzata, in tutti gli ordini e gradi delle scuole, fino ad arrivare alle superiori certamente, ma anche alle università: tutti dovrebbero conoscerla, studiarla e soprattutto dovrebbe essere insegnata come motivo di educazione sentimentale. Perché l’analfabetismo sentimentale e quindi la violenza da dove viene? Viene dal fatto che uno non scava dentro di sé, non conosce niente di se stesso e quindi giudica gli altri e il mondo sempre da fuori. Questo fatto della maleducazione di oggi è anche linguistica, ma soprattutto di sentimenti, di cuore: manca il cuore. E quando Pasolini dice “è cominciata l’era della fine della pietà”, l’era consumistica inaugura la fine dell’era della pietà, cioè vuol dire che la pietà che c’era prima, cioè la “pietas umanistica”, concetto secondo il quale l’uomo è più importante delle merci e di tutto il resto, si è persa. Si è persa perché nella cultura è passata l’idea che ciò che conta è il denaro e la merce e non è la persona. Infatti anche tutti i discorsi che si fanno sull’economia, sono discorsi dal punto di vista dell’economia e dal punto di vista della politica, ma non dal punto di vista umano.

Ha parlato di linguaggio, cosa pensa del “Vaffa-Day”?

Il turpiloquio, il Vaffa-day, può andar bene per 10 minuti, ma dopo stufa. A me stufa subito. Nel senso che, dopo tanti anni che l’unica parola che si trova per una protesta politica è quella, non vedo nessun progresso dal ’77, quando si sbagliarono gli slogan e addirittura vennero slogan di violenza e di morte. Ecco questo qui è uno slogan volgare e cretino secondo me, perché allora sarebbe meglio di dire invece di “vaffanculo” di trovare una parola giusta, di critica anche aspra, però giusta e che secondo me non è quella. Potrebbe anche essere il primo momento di urlo di protesta, ma non da uno che la teorizza e poi la spartisce agli altri. Ma soprattutto sono i contenuti di questo generico, diciamo, stato di polizia, perché ad esempio ci sono molte ambiguità sulla legalità: la legalità va bene, ma lo stato di polizia quando incominciano a parlare anche dei ROM che tocca farli fuori, allora no, anche Grillo mi pare. Si mescola oggi un qualunquismo degenerato perché è tutto saltato, non c’è più la cultura, soprattutto di sinistra, la cultura di sinistra ha abdicato totalmente e non c’è più una cultura in Italia in grado di combattere questa cultura devastante, fatta di qualunquismo, di parolacce, di generico protesta, mai di impegno magari determinato anche a fare qualcosa, non di dire sempre “no”, ma anche provare a costruire insieme qualcosa.
Senza una cultura politica, una pratica politica, non è possibile…su questo credo e insisto tanto. Oggi la pratica politica è debole ed è del tutto insufficiente perché la cultura politica è ristretta ed è di prosa, facciamoci entrare un po’ la poesia.


MORTE ITALIANA


(Morte Italiana)
(Il dipinto di copertina "Morte Italiana" è stato realizzato da Eugenio Alfano.)


"Ma ho spiegato loro che
L'architettura non è giustizia"
(da Umiliato in catene di Sami Al Haj,
Poesie da Guantànamo,
acd Marc Falkoff)
Il dipinto vuole essere un omaggio al poeta Pier Paolo Pasolini e una interpretazione sul mistero che si cela dietro la sua morte. Il titolo, Morte italiana, vuole richiamare proprio, e in primis, il vuoto culturale venutosi a creare con la morte di Pasolini. E' "morte italiana" perchè il delitto Pasolini ha portato con sè in Italia la morte della Giustizia innanzitutto (rappresentata da una bilancia sorretta da un fucile), della politica e delle istituzioni in generale (e quindi del PCI e della DC, rappresentate con le rispettive bandiere), degli italiani e di quei "ragazzi di vita" ormai omologati e massificati. Il delitto Pasolini è uno dei molti esempi di casi irrisolti in Italia, di misteri che a più di uno fa comodo che rimangano tali. Il mistero di questo delitto, secondo molti intelletuali (in primis, il poeta Gianni D'Elia) e secondo anche la chiave di lettura del dipinto stesso, è racchiuso all’interno del romanzo, uscito postumo, “Petrolio” (una petroliera sullo sfondo, in mezzo al mare, un mare con enormi onde, che sembrano quasi vogliano coprire tutto, cancellare ogni traccia di verità!). Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano (da Il petrolio dlle stragi, di Gianni D'Elia).
E’ l’altra faccia della medaglia-Giustizia, di quella parte della Giustizia che si rende complice di crimini e assassini. Un omaggio anche a tutti coloro che sono vittime di questa “Giustizia-malata”.


Bisogna esporsi (questo insegna
Il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione…


(La crocifissione, da L’usignolo della chiesa cattolica, P.P. Pasolini)

Fonte:

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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venerdì 3 gennaio 2014

Lettera a Pier Paolo di Laura Betti - 4 marzo 1976

"ERETICO & CORSARO"



Lettera a Pier Paolo di Laura Betti - 4 marzo 1976


Caro Pier Paolo,

qui tutto si svolge secondo il previsto. Infatti ieri non ti ho raccontato - è vero, lo dici sempre che dimentico l’essenziale -, non ti ho raccontato che ti conoscono in tanti. Tanti che sanno tutto di te e ti descrivono da destra a sinistra da sinistra a destra. E tu ti credevi così solo. Invece se tu sapessi - ma tanto lo sai - io non faccio che leggerti tutto nuovo, tutto imprevisto e imprevedibile. Ma sono persone serie e irreprensibili quelle che parlano, per cui bisogna anche starle ad ascoltare. È quindi strano che tu ignorassi - quando te ne andavi come Charlot in fondo allo schermo, un puntolino nero e solo - che non eri per niente solo, ma con tutta questa “gente rispettabile che ti conosceva bene” e che quindi ti seguiva nel buio, fino all’idroscalo. Eri insomma protetto, circondato di calore. E non lo sapevi. Ma perché?
Eppure “questa gente” porta delle prove sai e dicono veramente che tu eri così e così e così. Cose precise. Sanno persino che amavi e cercavi la morte. Ad esempio tu sapevi che la morte era lì, vestita e pettinata, e tu le andavi incontro e le dicevi: “mi vuoi adesso? dopo cena? devo ripassare? e quando devo ripassare?”.
Sai Pier Paolo, dicono anche che eri un po’ matto. Ma non matto come noi, tu, io, Ninetto, Sandro, Elsa, Alberto o Sergio o Dario. No. Matto proprio e quindi ne hai fatte di tutti i colori, anche quella notte. Però, forse è bene che parlino tanto di te. Anche all’estero, sai. Come? Non ti piace? Ma forse allora non mi hai capita e quindi vuol dire che non ho detto l’essenziale.
Vedi, io penso che “ti conoscono bene” perché altrimenti l’alternativa è la paura. La paura di sapere come non puoi rinunciare per una morte anche ben vestita e pettinata, a una cenetta con gli spaghetti alla panna, a una gita ad Amatrice solo per mangiare l’amatriciana, o spiare i bambini di Ninetto che festeggiano i tuoi arrivi e le tue partenze, o girare intorno al mio vestito nuovo scandaloso di lustrini, correre all’improvviso all’EUR per tuffarti nell’odore di primule di Susanna, la partitella, il tuo Bach, il tuo Mozart, o spiare da sotto gli occhiali i ragazzi della F.G.C.I., incredulo. E invece è vero sai che a loro non importa nulla del tuo chiedere amore ai ragazzi. Per loro non è diverso. E tu questo lo sapevi e ne tremavi. Magari “la gente che dice” questo non lo sa. Ma tu sapevi - “tremando” - che si preparavano anni in cui avresti scoperto una briciola di amore al di fuori di noi matti.
E se parlo ora della tua morte - tu che per me morto non sei né mai lo sarai - è solo per passeggiare con te nel paradosso, nella disinformazione a mezzo stampa e TV, nel conformismo e nel perbenismo per i viali ripuliti a fondo da ogni contraddizione, di questa “Italia di serie B” così femminilmente timorosa di avere paura.
Ma naturalmente c’è anche gente che non ti conosce per niente, rispettabile quel tanto che basta, che ti ha preso per mano da quel punto lontano dove sei rimasto con Charlot, e non ti lascia. Non ti lascerà mai e abitano quasi tutti nella “cittadella”.
Quanto a me io farò tutto quello che mi dirai di fare: disobbedirò alla “tolleranza”, correrò dietro al potere per riferirti di volta in volta come si maschera e come si trucca, imparerò nuovi piatti succulenti che servirò ai giovani che riescono a crescere malgrado tutto e cercherò in tutto il mondo qualcuno che debba imparare a ridere e glielo insegnerò - come l’ho insegnato a te - poiché di una cosa sono certa: è successo qualcosa di aberrante perché privo della poesia e della grazia di cui tu sai e di cui hai colmato il tuo striminzito esercito di matti. Questo qualcosa si trasformerà - lo si voglia o no - in una stupenda rosa rossa inondata di sole, di dolcezza e di risate. Schiere di ragazzi e ragazze rideranno felici e complici dell’ambiguo segreto dei tuoi versi d’amore. E questo segreto terrorizzerà sempre più “la gente che ti conosceva bene”. Ma non è grave, vero?
So che hai incontrato Pirro, il cane di Alberto e Dacia e che insieme correte per prati verdi, liberi e freschi. Pirro è uno di cui ti puoi fidare, è saggio e gentile, vi assomigliate molto e ti seguirà dappertutto. Quindi sono tranquilla. Ti telefono domani alla solita ora. Ciao.
Laura
da “Annuario 1976 - Eventi del 1975”, La Biennale di Venezia, Venezia 1976.


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Ho conosciuto Pasolini, solo per qualche ora

"ERETICO & CORSARO"


Ho conosciuto Pasolini, solo per qualche ora

di Theilard


Pier Paolo Pasolini...Mi rimane un ricordo di lui "Vivo",più di una foto: un suo foglio scritto con calligrafia decisa, che si inclina sulla destra,in alto, ben spaziata e righe orizzontali anch'esse, armoniose, con ampio spazio uniforme in verticale, un segno di equilibrio e dominio di sé; scarso lo sviluppo delle consonanti nella loro componente inferiore a denotare uno spirito non soffocato dalla sessualità e in espansione e riflessione attenta… Osservate la lettera che allego: tutti i punti sono sulle i, precisi ed estrosi, non ne manca uno ma ognuno è diverso, non ne ha dimenticato nessuno, neanche nella fretta di scrivere,nell'agitazione del momento.
Eravamo in un istituto religioso nelle vicinanze della Chiesa di S.Pietro e Paolo, all'EUR.
Era un periodo in cui la mia frequenza religiosa era al suo minimo e non ero riuscito a capire come potessi stare, da qualche tempo (fu comunque per poco tempo) con una ragazza che non perdeva una messa domenicale e le adunanze in parocchia. Io ero iscritto a fisica e lei a legge. Fisica e Legge sono separate da pochi metri, alla Sapienza, fatti di alberi, aiuole e sedili di marmo.
Quanta distanza fra noi, io proletario, abitavo ai confini di Primavalle, e lei in un appartamento, che a giudicare dell'atrio-giardino, dall'ingresso e la divisa del portiere che potevo osservare quando l'aspettavo, era leggermente diverso dagli scarsi 70 mq in cui noi stavamo in cinque mamma, papà e le due sorelle più piccole.
Mi chiamò per dirmi se volevo andare con lei ad un incontro con Pasolini, l'occasione era un dibattito, dopo che 'OCIC (Office catholique international du cinèma) lo aveva premiato, su Teorema.
Rimasi senza parole!
Pasolini l'eretico, Pasolini che con precisa diagnosi aveva decretato la morte del proletariato, inglobato e imborghesito da modelli consumistici che fagocitavano ogni ideale, ogni cambiamento.
Io non mi sentivo né di sinistra, con le sue sicurezze rivoluzionarie e incurante di Budapest, né, tantomeno, di una destra a cui la storia non aveva insegnato nulla e che perdurava nella difesa strenua di un'immagine controversa…Uno che la pensava come me (o io come lui?).
Da allora mi volli schierare in quella categoria, senza vessillo, di "libero pensatore".
Entrammo nella sala già affollata, avevamo dei posti nelle prime file, non mi sentii imbarazzato della situazione di privilegio.
Salutai un collega di corso, mi dichiarai sorpreso del suo interesse, lo conoscevo come ottimo atleta ma sapevo scarso l'impegno culturale (non so se mai completò i suoi studi; l'ho riconosciuto fra i candidati politici in qualche elezione…non ricordo quale).
Aspettammo, non molto. "…Eccolo! Eccolo!".
Ci girammo ad osservare la fonte del vociare concitato.
Pasolini, seguito da un ragazzo alto e biondo, qualcuno riconobbe in lui un non ben identificato "…Angelo. Sì l'Angelo nel …" e mi sfuggì il titolo… Confusione di sedie spostate, atmosfera infuocata da invettive come "..Con Pasolini ci si va solo a letto …non ci si parla" e altre ancora più dirette "…Frocio…".
Pasolini mi passò vicino, stava dicendo qualcosa a chi lo accompagnava al tavolo, di poco sollevato dal pavimento, su un'ampia pedana.
Il chiasso aumentò e invettive pure, circondammo Pasolini con un cordone a difesa
Non parlò e scrisse quello che allego.
Ero vicino a lui.
Pasolini mi chiese se potevo portare il foglio che aveva appena scritto a quel signore molto alto e con una corona di capelli su una testa tonda che sembrava capeggiare la contestazione…
Così feci, o meglio, tentai di fare. Mi avvicinai "…Pasolini vorrebbe che leggesse questo…" mi dette una manata e ricevetti qualche spintone dai giovani che lo circondavano.
Mi ritrovai con il foglio stracciato, solo un poco, mi ritirai con ilmessaggio rifiutato nelle mie mani.
Carabinieri, confusione, l'incontro sospeso
In pochi rimanemmo con lui, fuori della sala a parlare, parlare…parlare per più di un'ora (o forse di più).
Trascrivo il foglio,l'originale è nella foto (anche con "mezzora"):


"Naturalmente non scenderei mai a patti con lei. Ma con lei ci sono dei giovani che dimostrano di condividere le sue idee. E' per loro che le chiedo di venire a patti: lasci procedere tranquillamente il dibattito per mezzora. Se dopo mezz'ora lei crede di poter dire che il dibattito non si svolge a un livello culturale, riprenda la sua gazzarra antidemocratica, e le cose andranno come devono andare, cioè comunque antidemocraticamente



Pier Paolo Pasolini"

Fonte:

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