mercoledì 1 gennaio 2014

Io so, tu sai, egli sa. Noi NON sappiamo mai tutta la verità. Il verbo sapere è un verbo irregolare - di Sandra Bardotti

"ERETICO & CORSARO"


Io so, tu sai, egli sa. Noi NON sappiamo mai tutta la verità. Il verbo sapere è un verbo irregolare
di Sandra Bardotti

Lo diceva Pier Paolo Pasolini nel 1975 che “uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri”. Già a metà degli anni Settanta uno degli ultimi intellettuali impegnati del secolo scorso avvertiva su di sé e sulla sua generazione il peso della catastrofe del fallimento delle ideologie, che lasciavano terra bruciata e impossibilità di sostituzione o ricostruzione di nuovi ideali. Pier Paolo Pasolini era un intellettuale sincero, di una statura civile, etica e morale rara, disposto ad ammettere in primis la sua colpa in quanto “padre” e, allo stesso tempo, raggiunta questa consapevolezza, a lanciare il suo sentimento di condanna verso i “figli”. Uno dei pochi che si accorse, in anticipo sui tempi, del pericolo celato sotto la potenza dei mezzi di comunicazione di massa e sotto le illusioni dispensate dal potere dei consumi. Per questo le analisi “corsare” di Pasolini sono ancora oggi così attuali: perché colsero nel segno, profeticamente, cambiamenti sociali e culturali profondi e drammatici, che a metà degli anni Settanta erano ancora a livello embrionale, pronti a esplodere di lì a pochi anni nel tessuto connettivo della società italiana.
Se la colpa dei “padri” è “la rimozione dalla coscienza […] del vecchio fascismo” e “l’accettazione – tanto più colpevole quanto più inconsapevole – della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo”, prodotta dalla società del benessere e del consumo di massa, la colpa dei “figli” è stata quella di non esitare neppure un attimo a innalzare il monumento funebre alla figura intellettuale e all’esercizio della ragione. Distrutto il Vecchio, relegato nel ghetto, i “figli” si sono trovati in un mondo di rovine, da cui non sono riusciti a edificare niente di Nuovo. Il postmoderno è stato un periodo di risate isteriche, ebbro di sarcasmo. Il disincanto è dilagato come un fiume che rompe gli argini, creando la sensazione che niente andasse più preso sul serio (e che la serietà fosse, in definitiva, il peggiore dei difetti). La figura dell’intellettuale tradizionale è morta, la sua autorità è svanita, la sua voce testimoniale è muta (eppure egli sa, come ci ricorda Pasolini, e anzi egli non può non sapere, in quanto intellettuale, perché la ricostruzione della verità sta alla base di ogni costruzione intellettuale e narrativa, perché il discorso mimetico collega frammenti disordinati in un intreccio coerente, così come il ragionamento intellettuale collega fatti apparentemente disgiunti in una logica coerente).
E poi, questi “figli” si sono finalmente accorti, di colpo, di essere diventati naturalmente “padri”, i nuovi padri. Credo che il celebre discorso di Wallace, già ricordato da Wu Ming I nell’intervento Noi dobbiamo essere i genitori, renda perfettamente il senso di ciò che qui si vuole dire:
“Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo... Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L'opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c'è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori”.
Dopo la sperimentazione della letteratura di genere degli anni Ottanta e Novanta, negli ultimi 10-15 anni sembra che qualcosa di nuovo si affacci all’orizzonte. Si tratta di opere di tipo diverso, che Wu Ming classifica come la “nebulosa” del New Italian Epic. Chiamatelo come volete: NIE, ritorno al reale, nuovo naturalismo, narrativa di ampio respiro, grande romanzo italiano, neo-neorealismo (ma Dio ci scampi dai post- e dagli –ismi).
Sul NIE si continua a discutere già da alcuni anni. C’è chi considera l’azione di Wu Ming un puro e semplice effetto mediatico e pubblicitario, costruito a tavolino solo per autopromozione. Si tratta solo di una questione di nomenclatura? No, il dibattito dilaga dalla scelta dell’etichetta inglese per un fenomeno tutto italiano, alla legittimità fare critica più che concentrarsi sulle opere. In effetti è lo stesso Wu Ming I che dichiara di riferirsi a “opere” piuttosto che a “autori”, anche se poi l’indagine sulle opere non si sviluppa in modo così incisivo. Forse è questa la pecca maggiore: tutto il discorso di Wu Ming si risolve in una furia classificatoria che alla fine risulta un po’ sterile, e l’impegno nell’analisi dei testi ne risente. Bisognerebbe forse muoversi oltre il manifesto ideologico e il discorso pubblico, e focalizzarsi sul laboratorio e sulle potenzialità pratiche di questa nuova letteratura. Proprio perché, come dice Wu Ming I stesso, “la letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace”.
Nonostante tutto, penso che il fenomeno in sé sia da salutare con sollievo: finalmente una nuova generazione letteraria ha recuperato il senso etico del narrare e la fiducia nel potere maieutico di una parola ricaricata di significato. Un nuovo impegno e una fondamentale assunzione di responsabilità, pur lungi dalle caratteristiche della letteratura engagée degli anni Cinquanta e Sessanta, individua una nuova serie di opere, “oggetti narrativi non identificati” perturbanti (finalmente perturbanti). Facciamo alcuni nomi (in disordine): Saviano, De Cataldo, Evangelisti, Genna, Siti, Camilleri, Lucarelli, Babsi Jones, Carlotto, Scurati, Janeczek, Philopat, Zaccuri e Bellu, Arpaia, De Michele, e tanti altri ancora. E visto il grande successo di alcune opere di questi scrittori sembra che le domande scomode e “cattive” non se le pongono solo gli autori, ma anche i lettori.
Non mi prolungo qui sulle caratteristiche che accomunano queste opere NIE messe in evidenza da Wu Ming I. Per chiunque ne voglia sapere di più, il Memorandum 1993-2008 è chiaro e esauriente, così come gli interventi successivi su Carmillaonline. La vera novità, a mio avviso, sta nella ricerca di un codice di comunicazione tra l’autore e un numero sempre crescente di lettori, che si interessano a riscoprire la storia recente come metodo d’indagine di quella attuale e futura. Qualcosa di nuovo sta accadendo, ne possiamo prendere atto, se tra gli scaffali delle librerie pullulanti di colorate agiografie di veline, prostitute e magnaccia (ma vorrei qui ricordare il libello Una storia italiana, che narra le eroiche gesta del Cavaliere, Berlusconeide in piena regola, che tutta Italia si è vista recapitare tra le mani, direttamente a casa propria, senza scelta e senza scampo), si fanno spazio opere non identificate che cercano di analizzare la storia italiana da vari punti di vista contro la crosta spessa del sentimento reazionario tipicamente italiano (non siamo un paese da rivoluzioni, lo sappiamo bene).
Quello che vorrei invece fare adesso è entrare nel merito della situazione sociale e culturale che ha determinato il rifiorire di un’etica narrativa, del bisogno di narrare fatti e episodi rimasti oscuri nelle vicende giudiziarie italiane, di creare una nuova forma di romanzo storico che abbia presa sul reale. A partire dagli anni Settanta si è assistito all’infrangersi della relazione tra letteratura ed esperienza. Il boom economico e lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasmissione ci ha gettato definitivamente nel tempo reale e nel paradiso della conoscenza mediata, eliminando la dimensione antropometrica dello spazio e del tempo. Annullando la vastità degli spazi, anche lo scarto temporale tra evento e reazione si è drasticamente ridotto, rendendo sempre più difficile la riflessione critica che sta alla base della progettazione dell’esperienza e del racconto. Già negli anni Trenta Benjamin teorizzava la crisi dell’esperienza nel mondo moderno e l’estraneità degli uomini nei confronti del proprio passato. Il tempo del prestissimo ha impedito la rielaborazione degli eventi e il distanziamento critico dall’informazione, provocando la morte del concetto di esperienza, di memoria e di tradizione. Con l’avvento della società dell’immagine e della televisione di massa l’effetto si è amplificato, ma la frattura storica risale alla fine del primo conflitto mondiale, quando i reduci si trovarono di fronte all’impossibilità di raccontare il proprio vissuto doloroso e tragico durante la guerra. La prima guerra mondiale fu dunque il primo vero conflitto “intimo” e privato, dal quale l’umanità tornò ammutolita e povera di esperienze partecipabili. Da lì, abbiamo assistito nel corso del Novecento al rapido affermarsi dell’inesperienza quale condizione trascendentale del concetto di esperienza moderna. L’autorità moderna si fonda sull’inesperibile, sul caos, sul divenire e scorrere continuo (che non è certo quello eracliteo) in cui ogni contenuto si dissolve tra milioni di altri contenuti. Tutto fluisce, nel mondo televisivo, nel fiume dell’eterno presente, di un presente che non dura nemmeno un attimo prima di divenire già passato. E se viene meno l’idea dell’importanza del passato, dell’esperienza, della tradizione, allora siamo alla fine del mondo, al mondo dopo la fine del mondo, in cui non possiamo che essere esclusi anche dal nostro futuro. Terminata la “corrispondenza di amorosi sensi” con l’umanità precedente e con la sua lezione, nessun orizzonte futuro si profila davanti ai nostri occhi.
La posizione del narratore, all’interno di questo universo mutato, si complica, perché è sempre più difficile che il tempo si umanizzi entrando in un racconto, ma soprattutto che l’attività stessa del narrare diventi condizione dell’esperienza umana. Ogni narrazione trasmette un’immagine del mondo, ma quando non si intravede un mondo all’orizzonte la possibilità di riprodurre la struttura delle cose e degli avvenimenti attraverso un sistema di segni significativi viene meno. Lo specchio che riflette il grande racconto del mondo sembra essersi infranto in miliardi di inautentici frammenti, e il problema oggi sta nel dar vita a un’opera letteraria che racconti l’assenza di contenuti e di un mondo che inizia e finisce con la televisione. Entrando in crisi il concetto stesso di pre-comprensione temporale (perché l’uomo deve pensarsi come inserito nel tempo, tra un inizio, un centro e una fine), la mimesis non possiede più gli strumenti per interpretare la nostra esperienza nel mondo, per dare un ordine significativo allo scorrere nudo del tempo. Senza passato né futuro, questo mondo non conosce più il senso della fine, e con esso la possibilità di uno sguardo retrospettivo ordinante.
Questa è la sconfitta storica e culturale della generazione dei “figli”, e dopo l’epoca postmoderna l’unica speranza di rinascita per la letteratura è quella di recuperare una voce autoriale critica, che sparga nuovo veleno nell’ambiente sociale e si riappropri di un senso del futuro per parlare alle nuove generazioni. E tutto ciò avviene da un decennio a questa parte, a partire dal successo del noir, in Italia, perché sono tanti gli episodi ancora oscuri della storia politica italiana che le indagini giudiziarie non sono riuscite a risolvere.
Il successo di Gomorra ha alzato voci critiche da parte di molta politica italiana. Innanzitutto, vale la pena osservare come anche la politica degli ultimi decenni sia così tristemente postmoderna. Anche la politica è diventata ironica, nel senso peggiore del termine. Abbiamo degli uomini politici veramente esperti nell’arte dell’avanspettacolo, dello show, dell’intrattenimento e del reality. Pienamente conforme alla società dei sorrisi creata dalla televisione, anche la politica sconfina in pietosa barzelletta e nella continua provocazione (anche qui, intesa nel senso peggiore del termine).
Gomorra è stato accusato di gettare cattiva luce sul nostro paese, di mettere in evidenza solo le storture, di esagerarle addirittura, di offrire un’immagine negativa dell’Italia all’estero. Queste affermazioni non fanno altro che ribadire che il resoconto di Saviano è assolutamente esatto, che chi detiene un potere politico o culturale continua a nascondere i problemi e a mascherarli con un ottimismo e un’allegria pateticamente fuori luogo. In primo luogo, l’ironia non è certo lo strumento giusto per risolvere i grossi problemi che ci troviamo di fronte oggi. In secondo luogo, “rac­con­tare le con­trad­dizioni sig­nifica amare il pro­prio paese e non diffamarlo. Scri­vere sig­nifica resistere e tentare di dare gli stru­menti per cam­biare”. Ho già riflettuto in un articolo precedente sull’importanza della figura intellettuale, prendendo Pasolini come esempio massimo, e soffermandomi sul suo “Io so”. L’intellettuale sa, proprio in quanto intellettuale, le trame oscure del paese. Sta nel suo DNA la spinta a ordinare i fatti, ad avere una visione più ampia, globale, della storia e della società, e ad andare là dove la magistratura spesso non riesce ad arrivare. Il problema in Italia è che poi la collettività non arriva mai a sapere in modo definitivo il risultato delle analisi, spesso sviata da un’informazione pubblica poco seria, se non addirittura manipolata, e molti processi e indagini rimangono oscuri. La velocità mediatica con cui i fatti vengono archiviati fa sì che l’informazione pubblica non arrivi mai ad una “verità” definitiva.
Perché Gomorra e la figura dell’intellettuale fanno così paura? “È com­pli­cato dare una sola risposta”, risponde Saviano, “e, in ver­ità, l’unica risposta che mi viene in mente, la più plau­si­bile è che sia pro­prio la dif­fu­sione della parola a met­tere paura. Non è lo scrit­tore, l’autore, non è neanche il libro in sé, né la parola da sola, che riesce ad accen­dere riflet­tori e per questo a met­tere paura. Quello che real­mente spaventa è che si possa venire a conoscenza di deter­mi­nati eventi e, soprat­tutto, che si pos­sano final­mente intravedere i mec­ca­n­ismi che li hanno provo­cati. Quel che spaventa è che qual­cuno possa d’improvviso avere la pos­si­bil­ità di capire come vanno le cose. Avere gli stru­menti che svelino quel che sta dietro. E soprat­tutto avere la pos­si­bil­ità di per­cepire deter­mi­nate sto­rie come le pro­prie sto­rie. Non più come sto­rie lon­tane, non più come vicende geografi­ca­mente dis­tanti, ma come facenti parte della pro­pria vita”. In definitiva gli intellettuali sono sempre scomodi e scandalosi, almeno alcuni tipi di intellettuali: quelli che non tacciono e che sono pronti a gettare il proprio corpo nella lotta, diventando icone viventi per imporre la propria presenza e la propria voce. Allora, oltre al fatto che chiama in causa anche una buona parte della politica a rendere conto del suo passato, si può dire che Gomorra fa paura perché è maledettamente serio, perché non lascia spazio a indulgenza, e ciò contrasta nettamente con il castello della società dei sorrisi e del divertimento creato dalla televisione. Sui fatti di Gomorra, insomma, non si può ricorrere all’ironia sistematica che smonta ogni parola deprivandola di serietà. No, Gomorra è serio, maledettamente duro, un cazzotto nello stomaco.
Sono convinta che è un diritto e un dovere morale non permettere che le parole di Saviano siano gettate nel fiume dell’oblio e della dimenticanza. Oggi egli vive solo dell’attenzione mediatica che crea intorno a sé, facendo parlare della sua persona e dei suoi scritti. Quando i riflettori saranno spenti sul suo caso, allora la camorra avrà vinto la sua battaglia: avrà ottenuto di nuovo il silenzio contro la voce pericolosa.
Uno dei miti più antichi della nostra cultura racconta che l’uomo è prigioniero dell'opinione perché crede passivamente alle immagini delle cose sensibili, cioè le ombre delle forme proiettate sulla parete di una caverna. Egli entra nella sfera dell'intellegibile quando passa dallo scorgere oggetti e uomini nel riflesso dell'acqua all'osservazione diretta. A questo punto potrà volgere lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, approdando al mondo della pura intellezione e giungendo a scorgere l'idea del Bene. Giunto a questo stadio, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà. Il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna, e durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri. Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento ed, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte. “E se egli dovesse di nuovo tornare a conoscere quelle ombre, gareggiando con quelli che sono rimasti sempre prigionieri, fino a quando rimanesse con la vista offuscata e prima che i suoi occhi ritornassero allo stato normale, e questo tempo dell’adattamento non fosse affatto breve, non farebbe forse ridere e non si direbbe di lui che, per essere salito sopra, ne è disceso con gli occhi guasti, e che, dunque, non mette conto di cercare di salire su? E chi tentasse di scioglierli e di portarli su, se mai potessero afferrarlo nelle loro mani, non lo ucciderebbero?”. Ma il compito dell’intellettuale è questo: tornare indietro, a costo della vita, fra gli uomini, per raccontare una storia che, senza che se ne rendano conto, riguarda anche loro, per suggerire che una via al cambiamento esiste, in un futuro non troppo remoto, e che in fondo ad essa risiede la possibilità della felicità.
A proposito del NIE rimando al Memorandum 1993-2008 e alla discussione su Carmillaonline.com.
Sulla letteratura dell’inesperienza c’è un buon saggio di Antonio Scurati, La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione.
Sul rapporto tra essere e tempo si rimanda ovviamente a Ricoeur, mentre per il tema del senso della fine a Kermode, Il senso della fine.

Fonte:
http://www.mastereditoria.it/recensioni/89-io-so-tu-sai-egli-sa-noi-non-sappiamo-mai-tutta-la-verita-il-verbo-sapere-e-un-verbo-irregolare.html



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

1 commento:

  1. Lontano anni luce dalla comune mente degli italiani.

    RispondiElimina