sabato 29 marzo 2014

CON PASOLINI ALLA RICERCA DELLE MILLE E UNA NOTTE

"ERETICO & CORSARO"





CON PASOLINI ALLA RICERCA DELLE MILLE E UNA NOTTE



"Che Le mille e una notte siano opera esotica e fiabesca è un luogo comune che io contesto. C‟è del magico, è vero, ma non è quello che conta. Conta invece, soprattutto, il realismo. Sotto la crosta stereotipa, sotto la finta mancanza di interesse psicologico vive sempre, in quasi tutti i racconti, la realtà storica precisa, interamente connotata. Basta ricordare, per esempio, gli elenchi delle vivande di ogni pasto descritto. Menù ricostruiti fino alla pignoleria, elencazioni di oggetti e di ambienti nei minimi dettagli, capaci di restituire intero il senso esistenziale della vita quotidiana. E ancora, i fatti sociali: una vita di relazione con regole raffinate e complicatissime: ogni atto è documentato, si dà conto fin dei gesti dei personaggi, delle frasi rituali di saluto e commiato. Insomma, anche se il testo non enuncia esplicitamente problemi sociali, protagonista resta comunque la società osservata con un rigore quasi etnologico". Ecco, questa è la chiave in cui Pier Paolo Pasolini ha deciso di portare sullo schermo Le mille e una notte. "Sarà una terza variante del discorso che ho cominciato col Decameron e ho portato avanti con I racconti di Canterbury" – dice – e cioè la terza parte di una specie di trilogia". Ma Boccaccio e Chaucer, pur diversi tra loro, erano entrambi occidentali. L‟autore di Le mille e una notte, invece, come orientale, non fa capo a origini culturali, a un mondo del tutto estraneo al nostro? "Falso – dichiara Pasolini – ognuna di queste opere fonda una letteratura, ognuna si pone nello stesso rapporto con il proprio mondo. Se riprendiamo il tema del realismo, troviamo poi che anche Boccaccio insiste minuziosamente sui pasti, il vino, il colore dell‟aria, la casa dove la gente abita, le parole che si dicono i personaggi al di fuori delle necessità del racconto e che sono messe lì soltanto a denotare, a materializzare una evidenza esistenziale". Per ritrovare i luoghi e i popoli „reali‟ di Le mille e una notte, la troupe di Pasolini percorrerà in due mesi Asia e Africa [...]. Un itinerario di diecimila chilometri e più, attraverso paesaggi rimasti vergini nei secoli. Per trovarli tutti, a Pasolini non sarebbe bastato un anno di sopralluoghi. Ma per la maggior parte gli erano già noti, per esserci stato durante altri film, o in vacanza, o in viaggi di ricerca e di curiosità. Di questi luoghi, tutti lontani dalle piste turistiche, parliamo a casa sua, in una porzione di pomeriggio rubata ai frettolosi preparativi per la partenza imminente, nel silenzioso soggiorno dell‟appartamento che il regista abita all‟Eur. Una casa da letterato più che da artista, con pile di libri pericolosamente in bilico su ogni superficie orizzontale ma per il resto mobili sobri tirati a specchio e, unico oggetto che ricorda l‟Oriente, un elefante di legno dipinto su ruote. "Un giocattolo per bambini, ma solo per bambini ricchi", dice. […] Quando parla siede immobile, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, il pugno della mano destra nel palmo della sinistra, un minuscolo anello d‟oro con una pietra blu al mignolo. La sua voce è sempre uguale, precisa come un compasso.

Yemen

Ma gli piace anche raccontare. "Il blocco più ampio, la spina dorsale del film sarà ambientata nello Yemen del Nord: paesaggi desertici, d‟altopiano, con orticelli e piccoli palmizi e prati d‟orzo. E con le sue città incredibili, soprattutto due, Ghib e Ghibza, nel centro del paese. Sono rimaste intatte, perfettamente medievali. Hanno case anche di cinque, sei, sette piani, interamente di pietra, con piccole porte sormontate dalla croce di Giuda che ricorda le probabili antiche influenze ebraiche, e finestrelle arabe. I colori sono l‟ocra e il bianco. Uno scenario che mi ha sempre fatto venire in mente Venezia, specialmente per come sono fatte le strade, calli che non finiscono nell‟acqua ma nella sabbia del deserto. Una variante quasi altrettanto bella l‟ho trovata poi nello Yemen del Sud". Le varianti – spiega – sono necessarie per ricreare quelle narrazioni a scatole cinesi – due, tre racconti contenuti uno nell‟altro – che sono tipiche di Le mille e una notte. "Ogni volta bisogna cambiare città – dice – però mantenendo l‟analogia".

Nigeria

"Le mille e una notte sono opera eterogenea. La stesura che possediamo è stata materialmente redatta da una sola persona, come testimoniano le ricorrenze del linguaggio e dei modi narrativi, ma restano lo stesso ben riconoscibili i tre diversi filoni culturali da cui nascono le storie: persiano, egiziano e indiano. Per di più i tempi dell‟azione sono storicamente distanti tra loro. Vi sono racconti che potrebbero risalire all‟IX secolo e altri che sono certamente del Rinascimento (vi si parla perfino di cannoni). Ora io voglio mantenere questo carattere composito. Perciò cambierò continuamente luoghi, ambiente e anche costumi. Per esempio, ci saranno i costumi sontuosi e tutti inventati di Danilo Donati, sul genere di quelli della Medea, ma ci saranno anche quelli tradizionali locali, diciamo folcloristici, magari fatti con la macchina per cucire. E poi ci saranno i vestiti normali che la gente porta adesso. Questo in Nigeria, per esempio, dove filmerò diversi episodi, e precisamente a Cano. È nella fascia sudanese, dove la savana si trasforma in deserto, prima di arrivare a Lagos. Lì la popolazione è musulmana, ma nera".
A Cano si svolgeranno quasi tutti gli episodi apertamente comici del film, tra cui quello fa-moso di Dalila la furba(1). "L‟idea – dice Pasolini – è di restituire un comico settecentesco, mozartiano". L‟accostamento tra Mozart e Le mille e una notte, aggiunge, non è arbitrario. È nell‟enorme influenza che la raccolta ebbe nell‟Europa dell‟Illuminismo. Perché questo libro, a leggerlo oggi, non ripropone soltanto la civiltà araba, ma anche le suggestioni innumerevoli che ha lasciato in tutta la nostra letteratura, a cominciare dal pre-romanticismo dei razionalisti per arrivare poi fino al decadentismo e ancora, vorrei dire, fino a libri attuali come Le città invisibili di Italo Calvino". Dunque Le mille e una notte come immenso serbatoio di suggestioni. Che peso avrà nel film, chiedo, l‟inevitabile ricordo della suggestione che lo stesso Pasolini deve aver provato leggendo da giovane questi racconti arabi? "Anch‟io li ho letti per la prima volta molto tempo fa, forse trent‟anni fa – risponde –. Ricordo di averli acquistati in edizione ridotta, in quella famosa libreria di Bologna che si chiama il Portico della Morte(2). Certo, allora mi affascinarono. Però francamente rileggendoli ora, con lo scopo preciso di costruirne un film, non ne ho tratto una sensazione diversa. Voglio dire che anche allora le novelle fiabesche come La lampada di Aladino, che tra l‟altro è certamente apocrifa, mi interessavano poco e andavo in cerca, del resto, della testimonianza storica, diretta".

Eritrea

Per ricreare il sapore del miscuglio geografico, il film dovrà inevitabilmente concedersi qualche violenza alla geografia. Per esempio, il ciclo di storie che hanno per protagonisti Harún ar-Rashíd e la regina Zobeida, che dovrebbero svolgersi in un paese arabo, sarà realizzato invece in Eritrea. "Sull‟Altopiano Etiopico – precisa Pasolini – tra la popolazione nomade dei Beni-Amer, un cosmo fatto di villaggi provvisori, attendamenti, bestiame. In Eritrea tra l‟altro ci aspettano a braccia aperte, sono fieri di ospitare una troupe italiana. Del resto in tutti questi paesi è facile lavorare. Non si pone mai nessun problema per avere permessi e aiuti dalle autorità e la gente collabora volentieri, divertendosi. Per esempio, so che nello Yemen del Sud, uno stato comunista continuamente minacciato dallo Yemen del Nord e dall‟Arabia Saudita, avremo accoglienze entusiastiche. E anche in Persia, sebbene per ragioni contrarie, diciamo snobistiche".

Persia

In Persia Pasolini lavorerà a Esfahan. "La ricordavo come una città stupenda e speravo di poterla usare per intero. Invece quando ci sono andato quest‟ultima volta per i sopralluoghi ho trovato le ruspe che distruggevano le ultime case e le gru che erigevano sulle macerie una mediocre cittadina moderna. Per fortuna sono rimasti alcuni blocchi, monumenti, i bellissimi templi". Succede così in tutti i paesi in via di sviluppo, forse perché l‟amore per i monumenti è una conseguenza del benessere economico. Ma Pasolini non si accontenta di questa spiegazione. "Direi che succede così nei paesi che non sanno darsi una programmazione – ribatte – Italia compresa. E aggiungo che è un atteggiamento molto sciocco da parte dei governanti perché il patrimonio artistico ha un preciso valore economico. Prendiamo lo Yemen: un paese miserabile, senza miniere, senza petrolio, senza alcuna fonte di ricchezza. Il suo solo tesoro è l‟architettura, ma l‟architettura totale, cioè l‟insieme inserito nel paesaggio così com‟è. Se fosse governato con un minimo di lungimiranza, le città sarebbero intatte e anzi valorizzate, con la certezza che nel giro di pochi anni vi sarebbero ogni giorno quattro voli charter pieni di turisti con le tasche imbottite di dollari".

India

Tre brevi racconti che fanno parte di una quarta narrazione portante, rivivranno infine in India, nella zona tra Nuova Delhi e Bénarès(3). "Ho scelto i dintorni di Agra e Fatehpur Sikri, dove c‟è una popolazione mista musulmana-indù". La popolazione, infatti, avrà una parte non meno importante del paesaggio nel caratterizzare i luoghi. Tutti i personaggi saranno scelti sul posto tranne alcuni di particolare rilievo. Anche questi però non saranno attori: Pasolini li ha scritturati in Sicilia, nei paesi arabi e in Eritrea. Quando realizzò Medea, il regista dichiarò che la protagonista era nelle sue intenzioni il simbolo del Terzo Mondo, sconfitto a dispetto della sua vitalità e della sua intelligenza. Che cosa dirà sul Terzo Mondo Le mille e una notte, che è basato su un testo fondamentale della cultura del Terzo Mondo stesso? Pasolini non sorride alla domanda. Del resto non sorride quasi mai. "Lei sta dicendo che il film potrebbe risultare evasivo perché non affronta i problemi del Terzo Mondo. Io lo nego. Anzi la mia ambizione è proprio che questi problemi emergano in primo piano, anche se indirettamente. Che emergano dalla realtà fisica della gente vera che mostrerò: la prostituta, il muratore, il droghiere. Che emerga dalle loro case, dalle loro strade, dai loro cortili".
Resta il fatto che i primi film di Pasolini, da Accattone a Mamma Roma, erano sembrati a molti maggiormente calati in un discorso politico, graffiante sulla società, rispetto agli ultimi fastosi, bellissimi affreschi come Il Decameron. Qui il regista risponde duro: "Non è vero che la mia opera recente sia più evasiva, più divertente della prima. Anzi, se devo dire la verità, personalmente io non mi sono mai più divertito tanto come a girare Accattone. Quanto alla denuncia politica, la questione è che in Accattone si parlava di sottoproletariato, e in questi due ultimi film si è parlato invece di umanità materiale senza etichette, e di sesso in particolare. Ma la gente crede, chissà perché, che il sesso sia un problema di terza, quarta categoria. Ecco, io invece penso che per un discorso in difesa della libertà, oggi, mostrare un membro maschile nudo o un ventre femminile nudo sia politicamente altrettanto importante che denunciare la miseria delle borgate romane. Non dico più importante o meno importante. Dico altrettanto: perché non amo le gerarchie". 

Intervista di Francesco Perego, "Tempo illustrato", 11 marzo 1973




Tratto dal volume pubblicato in occasione della mostra L’oriente di Pasolini. Il fiore delle Mille e una notte nelle fotografie di Roberto Villa 26 maggio - 7 ottobre 2011, Sala Espositiva Cineteca di Bolognaa cura di Roberto Chiesi
© 2011 Edizioni Cineteca di Bologna via Riva di Reno 72 40122 Bologna

Le immagini, per gentile concessione di Roberto Villa.

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Dale Zaccaria legge Pasolini Tratto da - La tosse dell'operaio

"ERETICO & CORSARO"



Dale Zaccaria legge Pasolini 
Tratto da  il "CAOS", 8 novembre 1969

La tosse dell'operaio

Come spesso capita quando si apre un vecchio libro già letto, magari diversi anni prima, ci si accorge che questi assume una nuova luce e un nuovo colore e, attraverso l'interpretazione dei fatti e della realtà contemporanea, diventa per certi versi attuale. ...


Sento tossire l'operaio che lavora qui sotto;
la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno
danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante,
toccate dal sole dell'ultima mattina di bel tempo. Egli,
l'operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto,
certamente sicuro che nessuno lo senta. E' un male di stagione
ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che influenza.
Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino, come noi
da ragazzi. La vita per lui è rimasta decisamente scomoda;
non l'aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro,
come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri.
Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà,
in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza,
all'uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto;
e quando viene il male, esso è accolto eroicamente:
un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli
più grandi di lui, nuovi agli eroismi.
Insomma, a quei colpi di tosse
mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre.









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venerdì 28 marzo 2014

Pier Paolo Pasolini: “Quasi un testamento”

"ERETICO & CORSARO"


Pier Paolo Pasolini: “Quasi un testamento”
pubblicato su Gente il 17 novembre 1975



Era stato lo stesso Pier Paolo Pasolini a definire un «testamento spirituale-intellettuale» le riflessioni e osservazioni che aveva fatto nel corso di una serie di incontri con il giornalista inglese Peter Dragadze. «Per noi stranieri» racconta Dragadze, «Pasolini era un personaggio che rappresentava un´"Italia sconosciuta. I giornali e le riviste anglosassoni per cui lavoravo mi chiedevano spesso interviste con Pasolini, ma poi finivano col pubblicarle raramente perché le sue dichiarazioni e il suo stile risultavano difficilmente traducibili. Ciò nonostante, e benché io non condividessi molti dei suoi atteggiamenti politici e personali, continuavo a vederlo di tanto in tanto, anche perché avevo sempre amato la sua poesia. Questi incontri, ai quali partecipava anche mia moglie, avvenivano nel suo appartamento all'Eur, nelle trattorie di Campo dei Fiori e di piazza Farnese o sul set dei suoi film. Nei sei anni della nostra amicizia, Pasolini aveva preso l´abitudine di chiamarmi ´rompiscatole´ perché continuavo a fargli domande per interviste che raramente vedevano la luce. Nell'ultimo dei nostri incontri gli sottoposi tutti gli appunti che avevo raccolto e che volevo utilizzare per un ampio servizio dedicato alla sua vita e alla sua opera. Ebbene, Pasolini prese i fogli, li riordinò, li riscrisse a macchina, aggiunse qua e là correzioni di suo pugno; e al momento di restituirmi il tutto, mi disse ridendo: ”Questo è quasi un testamento spirituale-intellettuale. Se dovesse succedere qualcosa, Dragadze, lo tiri fuori. Credo che a qualcuno potrebbe interessare”.»

INTELLETTUALI RUSSI

A proposito delle condanne agli intellettuali russi, io giudico in uno stato d´animo particolare: nello stato d'animo, cioè, di chi è stato condannato dai tribunali italiani più o meno per le stesse ragioni (quattro mesi con condizionale per «vilipendio alla religione», reato previsto in un Codice ancora fascista, a causa di un mio film, La ricotta). Non sono poi uno di quelli che dimenticano che, giustamente, i tribunali degli Usa hanno condannato Pound; e che molti intellettuali americani hanno dovuto andare in esilio perché sospetti di marxismo, cioè di attività antistatale. Certo, per la Russia, Il caso è più grave: non tanto per la severità delle condanne, quanto perché lo Stato anziché autodistruggersi, secondo la stupenda ideologia di Marx, si consolida sempre di più, attraverso la burocrazia, il militarismo, la polizia ecc. Quello che i cinesi chiamano revisionismo, insomma, addolcisce il rapporto tra produzione (statale) e consumatori (statali), ma non addolcisce affatto quell'orribile istituzione che è sempre e dappertutto lo Stato (il Potere).

CULTURA IN RUSSIA

Molti scrittori russi sono miei amici; e per molti di essi, oltre che amicizia, ho anche stima. Però mi sembra che la cultura ufficiale russa (parlo di quella specificamente letteraria) sia pigra, noiosa, sedentaria, conformista, sentimentale e retorica. Evidentemente come c'è un'altra cultura americana, suppongo che ci sia anche un'altra cultura russa. Non vorrei però che fosse quella di Bulgakov.

CULTURA ITALIANA

È una cultura di sedentari, tutti uguali fra loro, tutti piccoli borghesi e tutti integrati. I cattolici sono fieri del loro cattolicesimo, i laici sono fieri del loro laicismo. Le avanguardie sono casi di snobismo, e (beati gli avanguardisti che sono ancora così ingenui da credere in queste cose) di potere letterario! Non bisogna dimenticare che ormai l'Italia è, culturalmente, una provincia. E non bisogna dimenticare quello che dice Goldmann a proposito dell´«omologia» tra una società e le opere letterarie che produce. Un po' più di vita c'è nel cinema (che è, semiologicamente, un sistema di segni non nazionale, ma internazionale: e quindi i registi sono meno condizionati dei letterati dalla meschinità del loro mondo nazionale).

I GRANDI POETI

In Italia il più grande poeta è Sandro Penna (mentre uno dei peggiori è Salvatore Quasimodo). Degli americani amo il primo Ginsberg. Ne amo altri, morti da poco: Dylan Thomas, Machado, Kavafis.

PERCHÉ SAN MATTEO

Ero ad Assisi, ospite di una comunità religiosa, a discutere del mio primo film. Quel giorno arrivò senza preannuncio, ad Assisi, Papa Giovanni XXIII. Ciò bloccò il traffico nella cittadina; e io fui costretto a restare chiuso in camera, rimandando la partenza. Sul comodino c'era il Vangelo. Ho cominciato, per noia, a rileggerlo. Dopo due pagine avevo già deciso che avrei girato quello che sarebbe stato il mio Vangelo secondo Matteo. Si è trattato quindi di un trauma, di una illuminazione improvvisa. Ma ora so che se anche avessi scelto ragionando non avrei potuto scegliere che il Vangelo secondo Matteo. Esso è infatti, dei quattro Vangeli, il più rivoluzionario.

SCRIVO POESIE?

No, non scrivo più poesie da due o tre anni. Questo non me lo sarei mai aspettato. Ho cominciato a scrivere infatti a sette anni d'età, e ho scritto senza interruzione fino appunto a due o tre anni or sono. Perché non scrivo più? Perché ho perduto il destinatario. Non vedo con chi dialogare usando quella sincerità addirittura crudele che è tipica della poesia. Ho creduto per tanti anni che un destinatario delle mie «confessioni» e delle mie «testimonianze» esistesse. Mi sono dunque ora accorto che non esiste. Che con gli amici non c'è bisogno di esprimersi con la poesia: ci si esprime esistendo. Le proprie esagerazioni, i propri eccessi, le proprie idee si esprimono vivendo. La poesia richiede che ci sia una società (ossia un ideale destinatario) capace di dialogare con il povero poeta. In Italia una tale società non c'è. C´è un buon popolo ancora simpatico (specie là dove non arrivano i giornali e la televisione) e una piccola élite di borghesi colti e disperati. Ma una società con cui ci si possa mettere in rapporto attraverso la poesia non c'è. (Lo dico perché un poeta deve avere delle illusioni, ma quando le perde non deve illudersi di averle ancora.)

RELIGIONE FORMALE

Ogni religione formale, nel senso che la sua istituzione è diventata ufficiale, non solo non è necessaria per migliorare il mondo, ma addirittura lo peggiora.

FEDI PIÙ PROFONDE

La religione così come ora si presenta è un vecchio fenomeno del mondo pastorale, contadino e artigianale, ossia del mondo non industrializzato. Nella fattispecie, oggi, la religione è un fenomeno del Terzo Mondo. Un contadino indiano o un pastore arabo sono certamente più religiosi di un borghese cattolico o di un capitalista protestante.
(In Italia in questi ultimi cinque o sei anni le vocazioni religiose sono diminuite del 50 per cento. Perché? Perché l'Italia si va industrializzando, e il mondo contadino classico va scomparendo. Non posso però non notare, a questo punto, come invece le vocazioni siano aumentate negli Stati Uniti, ossia nel Paese più industrializzato del mondo. Non solo, ma anche i fenomeni beat, hippies ecc. sono fenomeni di carattere religioso. Ciò significa che anche il mondo industriale sta cominciando a esprimere un suo spirito religioso: che tuttavia pare essere sostanzialmente diverso da quello classico. La protesta, per esempio, sostituisce l´acquiescenza e la rassegnazione, la libertà sostituisce la repressione, ecc. ecc.).

VIETNAM

Cosa dire del Vietnam che non sia stato già detto e che quindi non sia idiota? Io sono uno di quelli che parlano il meno possibile del Vietnam. Parlo del Vietnam generalmente per dire che ci sono delle cose peggiori del Vietnam. Per esempio la stampa conservatrice e la televisione. Ho molto amore per i marines che Johnson (come in un sogno, dice Moravia) mandava a morire nel Vietnam, tuttavia sono costretto a gridare: «Viva i Vietcong!».

CASTRISMO

Sospendo ogni giudizio sul castrismo finché non avrò visto coi miei occhi (o finché qualche persona attendibile non me lo abbia testimoniato) che a Cuba ci sono dei campi obbligatori di lavoro e di rieducazione.

COMUNISMO E RELIGIONE

La coesistenza tra comunismo e religione è concepibile in un mondo come quello italiano, per es. Perché? Perché l´Italia non è ancora un Paese del tutto industrializzato (il Sud fa idealmente parte del Terzo Mondo) e quindi tra i contadini e tra gli ultimi artigiani, la religione è un fenomeno naturale e sincero. Anche la borghesia italiana, che è molto recente (tutti i nostri nonni sono dei contadini: nel 1870, anno dell'unità d'Italia, il novanta per cento degli italiani erano analfabeti) sente ancora, contadinescamente, la religione come una necessità. Gli otto milioni di votanti comunisti sono in gran parte non solo cattolici per mentalità, ma sono addirittura praticanti. Il laicismo in Italia è un fenomeno aristocratico, praticato da élites borghesi a livello europeo.
La guerra fredda e l'anticomunismo in Italia sono dunque due cose stupide, e il dialogo, instaurato da Giovanni XXIII, era già nelle cose e nei fatti. Tutto il resto era eredità fascista.
Per i Paesi completamente industrializzati e con grandi e vecchie borghesie (Inghilterra, Stati Uniti) il discorso è molto diverso. Il laicismo (che è la religione del liberalismo) vi ha una grande diffusione, anche tra i lavoratori. Così la religione (il protestantesimo, religione «tradizionale» della borghesia) si è liberalizzata; comunisti ce n'è pochi. La questione del «dialogo» non è perciò di attualità: o comunque è un problema di affari esteri. Dunque, comunismo e religione possono coesistere nei Paesi pre-industriali, dove comunismo e religione si oppongono in concreto come due ideologie diverse: nei Paesi completamente industrializzati (o capitalisti o socialisti) tale coesistenza è puramente un fatto teorico, perché in realtà non c'è coesistenza storica e oggettiva.
Per concludere vorrei dire tuttavia che il «contrario» della religione non è il comunismo (che, benché abbia preso dalla tradizione borghese lo spirito laico e positivistico, è in fondo molto religioso); ma il «contrario» della religione è il capitalismo (spietato, crudele, cinico, puramente materialistico, causa di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, culla del culto del potere, covo orrendo del razzismo).

PACIFISMO

Non sono un pacifista per natura, ma per elezione.

TEATRO E CINEMA

Ci sono (e ci saranno sempre) dei furfanti che fanno il cinema e il teatro commerciale, con lo scopo di divertire (per incassare), e ci sono (e ci saranno sempre) degli imbecilli che fanno il cinema e il teatro per educare (senza incassare). In realtà il cinema e il teatro d´autore non sono fatti né per divertire né per educare.

UN BUON FILM

C'è una sola cosa essenziale in un buon film: il fatto che sullo schermo passi della realtà.

BENE E MALE IN ARTE

L'arte è una concezione: è un sistema stilistico dentro un sistema linguistico. È un messaggio dentro un codice. Ciò implica molti compromessi. Certo la forma più pura di arte è il completo silenzio dei poeti che non scrivono.

SOFFERENZA E ARTE

Per quel che ne so, non direi che soffrire è necessario (perché in tal modo enuncerei una regola e farei quindi della tranquillizzante retorica), ma che è inevitabile.

COMUNISTI DA SALOTTO

Penso dei comunisti da salotto ciò che penso del salotto. Merda.

IL MONDO VA A SINISTRA

Ci possiamo chiedere lecitamente due cose opposte: 1) Perché il mondo è a destra? 2) Perché il mondo va a sinistra? Non so se nel futuro immediato prevarrà lo stare a destra o l'andare a sinistra. Comunque si può dire che a destra ci sono, o ci furono: Franco, Salazar, i colonnelli greci, i clericali italiani, i neocapitalisti anche più progrediti francesi e inglesi, Johnson, tutta la provincia americana, e, inoltre le persone ricche di tutto il mondo (Re arabi, maraja indiani, feudatari siciliani ecc. ecc., coi loro servi: costituiti soprattutto da intellettuali conservatori, per democrazia a parole, per interesse nei fatti). Vanno a sinistra invece tutti i pastori e i contadini del Terzo Mondo (circa due terzi dell´umanità), i negri d´America, la Nuova Sinistra americana, i giovani figli dei capitalisti inglesi e francesi, quattro gatti d'intellettuali, e, benché piano piano, le classi operaie del neocapitalismo di tutto il mondo, comprese Castiglia e Attica.
Alla testa di chi resta a destra non c'è nessuno se non l'orrenda faccia di una réclame televisiva che rappresenta un antipatico e stronzo benessere; alla testa di chi va a sinistra ci sono i Vietcong vivi e morti, le Guardie Rosse e i ragazzi dell'Urss (che in questo momento è ferma).

IL CAPITALISMO

II capitalismo è oggi il protagonista di una grande rivoluzione interna: esso sta evolvendosi, rivoluzionariamente, in neocapitalismo.
In contraddizione con quanto dicevo prima, potrei dire che la rivoluzione neocapitalistica si pone come competitrice con le forze del mondo che vanno a sinistra. In un certo modo va esso stesso a sinistra. E, fatto strano, andando (a suo modo) a sinistra tende a inglobare tutto ciò che va a sinistra. Davanti a questo neocapitalismo rivoluzionario, progressista e unificatore si prova un inaudito sentimento (senza precedenti) di unità del mondo.
Perché tutto questo? Perché il neocapitalismo coincide insieme con la completa industrializzazione del mondo e con l´applicazione tecnologica della scienza. Tutto ciò è un prodotto della storia umana: di tutti gli uomini non di questo o quel popolo. E infatti i nazionalismi tendono, in un prossimo futuro, a essere livellati da questo neocapitalismo naturalmente internazionale. Sicché l´unità del mondo (ora appena intuibile) sarà un'unità effettiva di cultura, di forme sociali, di beni e di consumi.
Io spero naturalmente che, nella competizione che ho detto, non vinca il neocapitalismo: ma vincano i poveri. Perché io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l´uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma impressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d´arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. (Non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo.)

IL GENIO

Geni si nasce o ci si crea? Prima di tutto si nasce uomini. Poi nei primi anni dell´infanzia si prendono tali spaventi o si esperimentano tali dolcezze, che tutta la vita ne è determinata. Un genio (odio questa parola) è determinato dagli spaventi o dalle dolcezze (ambedue estremi) che ha subito da bambino. Il «crearsi» genio consiste in un manovrare (accanito, occulto, inconscio, invasato, irrefrenabile) per ricreare le dolcezze infantili o per creare barriere contro gli spaventi infantili.

LIBERTÀ SESSUALE

La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no, certamente no. Però... sì. No, è meglio no. O sì? Ah, incontinenza meravigliosa! (Ah, meravigliosa castità.)

MIGLIORAMENTO DEL MONDO

Un singolo che faccia qualcosa proponendosi «il miglioramento del mondo» è un cretino. Per la maggior parte, coloro che pubblicamente lavorano «al miglioramento del mondo» finiscono in carcere per truffa. Inoltre il mondo riesce sempre alla fine a integrare gli eretici. Per esempio le beatificazioni e le santificazioni... Ammettete che santifichino Papa Giovanni XXIII: eccolo integrato, messo in un santino e esorcizzato. E non c´è dubbio che Giovanni XXIII abbia contribuito a un possibile miglioramento del mondo. Ma se qualcuno gli avesse chiesto: «Scusi, lei contribuisce al miglioramento del mondo?», lui l'avrebbe preso in giro, o magari mandato al diavolo, e certamente poi sorridendo avrebbe detto fra sé: «Faccio quello che posso».
In realtà, il mondo non migliora mai. L'idea del miglioramento del mondo è una di quelle idee-alibi con cui si consolano le coscienze infelici o le coscienze ottuse (includo in questa classificazione anche i comunisti quando parlano di «speranza»). Dunque, uno dei modi per essere utili al mondo è dire chiaro e tondo che il mondo non migliorerà mai, e che i suoi miglioramenti sono metastorici, avvengono nel momento in cui qualcuno afferma una cosa reale o compie un atto di coraggio intellettuale o civile. Solo una somma (impossibile) di tali parole o tali atti effettuerebbe un miglioramento concreto del mondo. E sarebbe il paradiso e la morte.
Il mondo può peggiorare, invece, questo sì. E per questo che bisogna lottare continuamente: e lottare, poi, per un obiettivo minimo, ossia per la difesa dei diritti civiIi (quando si siano ottenuti attraverso precedenti lotte). I diritti civili sono infatti eternamente minacciati, eternamente sul punto di venire soppressi. È necessario quindi anche lottare per creare nuovi tipi di società, in cui il programma minimo dei diritti civili sia garantito. Per esempio, una società veramente socialista.

COMUNISMO TRADIZIONALE

Sì, il comunismo tradizionale è finito. Tre ne sono le cause: il neocapitalismo con il suo nuovo tipo di civiltà tecnologica, il Terzo Mondo con la sua vecchia società contadina, e la Cina che non vuole arrivare alla civiltà tecnologica attraverso la fase piccolo-borghese.

LOTTA DI CLASSE

La lotta di classe oggi non è più quella classica (l'ultimo esempio è quello di Cuba, la cui rivoluzione è ancora straordinariamente analoga a quella russa del '17). Cos'è successo? Gli operai sono sempre più conquistati dalla «qualità di vita» che è tipica della totale industrializzazione e della civiltà dei consumi (col mito della tecnica), mentre i contadini, che hanno partecipato alle guerre di liberazione nazionale in tutte le ex colonie del mondo, hanno una maggiore coscienza sociale e classista che nel passato.

IL CATTOLICESIMO

II cattolicesimo oggi è occupato soprattutto a sopravvivere. Diminuite le vocazioni del cinquanta per cento, chiusi all'apostolato i Paesi ex coloniali (ricordo l´episodio del Basso Sudan), la Chiesa cattolica ha capito che per sopravvivere deve insieme: a) essere la Chiesa del Terzo Mondo, ossia tornare alle origini contadine e povere; b) essere la Chiesa del mondo industrializzato, capitalista o comunista, che ha esigenze religiose di tipo del tutto nuovo. Sono due necessità assolutamente contraddittorie.

VIOLENZA

Se sono attratto dalia violenza in sé? Che domanda difficile! Come faccio a conoscere II mio inconscio? Se lo conoscessi non sarebbe più inconscio! La psicanalisi ci ha dato la maledetta abitudine di «giudicare» gli altri anche attraverso le tendenze del loro inconscio (come se potessimo analizzarli da provetti psicanalisti, poi!). Per esempio, uno va sotto un'automobile, poveraccio: e allora tutti noi in coro: «Pazienza, se è andato sotto un'automobile, vuol dire che cosi egli voleva. Quindi tanto peggio per lui!». Nella mia coscienza, posso dire questo: che io ho il mito materno della bontà e della mitezza, ed è questo mito che vorrei realizzare vivendo. D'altra parte sono tante le offese e le delusioni che questo mio mito ha sofferto, nelle esperienze reali della vita, che non ho potuto non ribellarmene indignato.
E poiché la mitezza e la bontà, per essere tali, devono essere intrepide (me lo diceva mia mamma, magari non con le sue parole ma col suo essere), ecco che il mite e il buono, se si ribella, va fino in fondo. È dunque molto idillica la versione che io do della mia violenza: che è comunque una violenza tutta e soltanto intellettuale.

ATTACCO A PIO XII

Ho attaccato Pio XII per le stesse ragioni per cui la stessa Chiesa l´ha attaccato qualche anno dopo (ultimo atto, la dispensa dai suoi incarichi del cardinale Ottaviani).

REGISTI PREFERITI

Dreyer (assolutezza sacrale deghi oggetti e dei volti); Buster Keaton (perfezione formale); Murnau (il più bel film del mondo è L'ultima risata); Mizoguchi (grande come Giuseppe Verdi); Renoir e Tati (gli unici che hanno saputo fare della poesia sulla piccola borghesia); Bergman (non quello feudale, ma quello borghese di Luci d´inverno); Godard (come si fa a non amarlo?); il buono e matto Fellini; Charlot (i più grandi piaceri del cinema). Aggiungerò, per completare il quadro, che non amo nessuno dei miti dei «Cahiers du cinéma», cioè Hawks, Hitchcock, Ford. E detesto Eisenstein.

SOGGETTI RELIGIOSI

Sono un marxista che sceglie soggetti religiosi. Questa è bella! Esiste adesso anche un monopolio sulla religione? Ecco la conclusione di quarant'anni di orrenda propaganda e di maccartismo! Molti degli uomini più profondamente religiosi di questo secolo sono comunisti. Penso per esempio a Gramsci (il fondatore del Pci). Essi hanno lottato per puro altruismo e hanno dato alla loro vita un solo alto ideale (che possiamo definire senz'altro ascetico), per cui hanno sfidato prigione, torture e morte. S'intende che quando dico religioso non intendo dire credente in una religione confessionale. I comunisti sono infatti (quasi tutti) laici e positivisti. Ma laicismo e positivismo essi l'hanno ereditato dalia civiltà borghese (la grande civiltà borghese che ha fatto la rivoluzione liberale prima, e poi la rivoluzione industriale). Solo che poi, nel borghese, laicismo e positivismo sono rimasti tali (patrimonio, tuttavia, di una élite borghese), mentre il nazionalismo e l'imperialismo, nati come conseguenza diretta del capitalismo, hanno respinto il borghese medio, ben presto, nelle vecchie posizioni clericali: a coltivare una religione di puro interesse, ipocrita, statale e addirittura feroce (vedi il clero zarista e franchista). Quindi, se mai, la domanda lecita non è affatto: «Può un comunista essere religioso?»; ma piuttosto: «Può un borghese essere religioso?».

CREDO IN DIO?

Mi sono sempre definito non credente dall´età di quattordici anni. Per la prima volta in questi ultimi mesi ho in qualche modo concepito un´idea, sia pure immanentistica e scientifica di Dio.
Come ci sono arrivato è molto curioso. Io mi sono sempre interessato di problemi linguistici, sia pure in campo strettamente italianistico, e in Italia passo per essere un linguista interessante sia pure male informato e balzano. Ultimamente mi sono appassionato a delle ricerche linguistiche sul cinema. E, naturalmente, non potevo non ricorrere alla semiologia: scienza per cui i sistemi di segni sono infiniti, e non soltanto linguistici.
Sono giunto alla conclusione che il «cinema», riproducendola, fa una perfetta descrizione semiologica della realtà. E che il sistema di segni del cinema è in pratica lo stesso sistema di segni della realtà. Quindi la realtà è un linguaggio! Bisogna fare la semiologia della realtà, altro che quella del cinema! Ma se la realtà parla, chi è che parla e con chi parla? La realtà parla con se stessa: è un sistema di segni attraverso cui la realtà parla con la realtà. Tutto ciò non è spinoziano? Questa idea della realtà non assomiglia a quella di Dio?

COLPI DI STATO

Sia il tentato colpo di Stato italiano del 1964 che il colpo di Stato riuscito in Grecia, sono avvenimenti accaduti nell'ambito della Nato. In Italia è si fatto un processo contro i giornalisti dell'«Espresso» che hanno denunciato all'opinione pubblica alcuni dei responsabili del tentato colpo di Stato. L'inchiesta parlamentare è stata però bloccata dal partito cattolico (democristiano) con l'appoggio dei socialisti. Evidentemente non si vuole risalire a responsabilità internazionali.
Noi intellettuali (in questa vicenda, molto grave) brilliamo per la nostra assenza. È vero, a cena, in salotto, ne diciamo di cotte e di crude contro la classe politica dirigente, contro la borghesia italiana che la esprime, e, in genere, contro questo piccolo, marginale, provinciale, qualunquistico, miserabile Paese che è l'Italia. Ma noi? Cosa facciamo? Siamo forse migliori? Che cos'è che ci fa essere assenti e muti? La paura? la prudenza? la sfiducia? la pigrizia? l'ignoranza? Si, tutto questo.

SOTTOPROLETARIATO

Mi attrae nel sottoproletariato la sua faccia, che è pulita (mentre quella del borghese è sporca); perché è innocente (mentre quella del borghese è colpevole), perché è pura (mentre quella del borghese è volgare), perché è religiosa (mentre quella del borghese è ipocrita), perché è pazza (mentre quella del borghese è prudente), perché è sensuale (mentre quella del borghese è fredda), perché è infantile (mentre quella del borghese è adulta), perché è immediata (mentre quella del borghese è previdente), perché è gentile (mentre quella del borghese è insolente), perché è indifesa (mentre quella del borghese è dignitosa), perché è incompleta (mentre quella del borghese è rifinita), perché è fiduciosa (mentre quella del borghese è dura), perché è tenera (mentre quella del borghese è ironica), perché è pericolosa (mentre quella del borghese è molle), perché è feroce (mentre quella del borghese è ricattatoria), perché è colorata (mentre quella del borghese è bianca).

POVERI E RICCHI

I poveri sono reali, i ricchi irreali.


PAOLO VI

Si dice che Paolo VI sia «handicappato» dal fatto che Giovanni XXIII fosse più simpatico di lui. Lo contesto assolutamente. Solo in senso superficiale Giovanni XXIII era pIù simpatico di Paolo VI. In realtà se io penso ciò che significa «simpatia» (comunità di sentimenti) trovo che mi è piuttosto più simpatico Paolo VI, perché egli soffre quello che soffro io, e si comporta in quel modo complesso, difficile a capirsi, pieno di slanci e anche di contraddizioni, che è tipico di ogni intellettuale. Ciò che rende simpatico Paolo VI è la sua tormentata intelligenza: e il fatto che egli non abbia qualità esteriori di gradevolezza e, appunto, di simpatia, fa quasi tenerezza.

KENNEDY

Ah, cosa dire di John Kennedy! È l'unica persona di potere, l´unico uomo politico di cui vorrei essere stato intimo amico.

PROTESTA AMERICANA

Come ho detto tante volte e da tante parti, io non voglio essere italiano. Vorrei essere americano. Sarei naturalmente un americano dell'altra America. E finalmente la mia forma di protesta sarebbe libera! Assolutamente, completamente, pazzamente libera! In Italia anche la protesta è conformista. La protesta liberale usa un linguaggio liceale che puzza di cadavere, la protesta marxista è tutta precostituita come un formulario. Mentre non c'è niente di più bello che inventare giorno per giorno il linguaggio della protesta!

CINEMA E REALTÀ

Il sistema di segni del cinema è lo stesso sistema di segni della realtà. Per esempio: ho davanti agli occhi la faccia di un ragazzo coi capelli ricci ricci, gli occhi a mezza luna, ridenti, un'espressione buffa e innocente che sembra impastata nella sua stessa carne. Di cosa si tratta? Di un ragazzo che ho davanti a me nella realtà, o di un P.P. [primo piano] che mi appare nello schermo? Comunque sia, esso mi parla allo stesso modo, e io lo capisco attraverso gli stessi segni. La reale natura di quel ragazzo si esprime a me sempre nello stesso modo sia nella realtà che nello schermo.
Parlo s'intende di cinema puro, non di manipolazione commerciale (in cui tutto può venire falsato dal manierismo del regista e degli attori... ma falsato, mi chiedo, fino a che punto?, la verità, alla fine, non salta sempre fuori? Se l'attore è un idiota che fa la parte di un genio, non salta fuori alla fine che è un idiota? Perché il cinema possa fare delle cose nuove, deve essere il meno manipolato possibile, sia nel senso della commercialità, sia nel senso della sperimentazione stilistica: un film di Mekas e un film di Hollywood sono ugualmente lontani dalla realtà.
Ed è solo la realtà che può essere, o essere vista, in modo nuovo. Se un regista ha un'idea nuova della realtà, dirà nei suoi films delle cose nuove.

PER DE FILIPPO

Eduardo De Filippo è il più grande attore italiano. Egli recita in dialetto napoletano. Senza che egli ancora lo sappia, io ho progettato di scrivere un testo teatrale per lui. Di questo testo teatrale so solo, per ora, quattro cose: 1) che è parlato in napoletano; 2) che s´intitola Mandolini; 3) che è ambientato in Cina, tra contadini e Guardie Rosse; 4) che il protagonista è un cinese che si finge morto, e si risveglia solo quando è solo, facendo quattro chiacchiere fra sé, e una volta, per sgranchirsi le gambe, fa un balletto accompagnato dal suono dei mandolini. Probabilmente l'uomo che finge di essere morto è un simbolo del mio giudizio sul comunismo cinese. Resusciterò? Farò un balletto al suono dei mandolini? Cancellerò da me ogni segno di cultura, occidentale o orientale, e riavrò la verginità culturale dei contadini?

SISTEMA AMERICANO

Del sistema politico americano amo la forma di contestazione che esso consente, che si può riassumere in una massima folle e meravigliosa: «Solo la vera democrazia può distruggere la falsa democrazia».



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giovedì 27 marzo 2014

Pasolini, distinzione tra sviluppo e progresso.

"ERETICO & CORSARO"


Vediamo: la parola «sviluppo» ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di «destra». Chi vuole infatti lo «sviluppo»? Cioè, chi lo vuole non in astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? È evidente: a volere lo «sviluppo» in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. E, poiché lo «sviluppo», in Italia, è questo sviluppo, sono per l’esattezza, nella fattispecie, gli industriali che producono beni superflui. La tecnologia (l’applicazione della scienza) ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata, e i cui caratteri sono ormai in concreto transnazionali. I consumatori di beni superflui, sono da parte loro, irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere lo «sviluppo» (questo «sviluppo»). Per essi significa promozione sociale e liberazione, con conseguente abiura dei valori culturali che avevano loro fornito i modelli di «poveri», di «lavoratori», di «risparmiatori», di «soldati», di «credenti». La «massa» è dunque per lo «sviluppo»: ma vive questa sua ideologia soltanto esistenzialmente, ed esistenzialmente è portatrice dei nuovi valori del consumo. Ciò non toglie che la sua scelta sia decisiva, trionfalistica e accanita.

Chi vuole, invece, il «progresso»? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il «progresso»: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato. Quando dico «lo vuole» lo dico in senso autentico e totale (ci può essere anche qualche «produttore» che vuole, oltre tutto, e magari sinceramente, il progresso: ma il suo caso non fa testo). Il «progresso» è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo «sviluppo» è un fatto pragmatico ed economico.

Saggi sulla politica e sulla società [Scritti corsari]
ed. Meridiani Mondadori, Milano 1999



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Pier Paolo Pasolini - Io sono una forza del passato.

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
Io sono una forza del passato...
[da Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964] 

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più. 







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Pier Paolo Pasolini - Teorema - Libro

"ERETICO & CORSARO"




«I primi dati di questa nostra storia consistono, molto modestamente, nella descrizione di una vita famigliare. Si tratta di una famiglia piccolo borghese: piccolo borghese in senso ideologico, non in senso economico.»

Teorema ebbe due versioni: quella cinematografica, portata a termine nel fatidico 1968; e questa, in forma di romanzo, scritta durante la lavorazione del film e pubblicata l'anno successivo.
Il testo, inframmezzato da interventi poetici, è l'impietosa descrizione dei comportamenti e dei conflitti in un interno borghese durante un momento di crisi, e insieme una parabola sull'irruzione del religioso nell'ordine famigliare e sulle sue dirompenti conseguenze.
Provocatorio e profetico, Teorema segna una svolta nell'opera di Pier Paolo Pasolini, con l'approdo a una visione sacrale, vivacemente simbolica della realtà.


Pasolini... Lo si può amare e perdersi nella sua analisi del reale. Lo si può odiare e criticare duramente. Ma non lo si può lasciare nell’indifferenza.

IO SONO PIENO DI UNA DOMANDA A CUI NON SO RISPONDERE.

Triste risultato, se questo deserto io l'ho scelto
come il luogo vero e reale della mia vita!
Colui che cercava per le strade di Milano
è lo stesso che cerca ora per le strade del deserto?
É vero: il simbolo della realtà
ha qualcosa che la realtà non ha:
esso ne rappresenta ogni significato,
eppure vi aggiunge per la stessa sua
natura rappresentativa un significato nuovo.
Ma - non certo come per il popolo d'Israele o l'apostolo
questo significato nuovo, mi resta indecifrabile. [Paolo –
Nel profondo silenzio dell'evocazione sacra,
mi chiedo allora se, per andare nel deserto,
non bisogni avere avuto una vita
già predestinata al deserto; e se, dunque,
vivendo nei giorni della storia - così meno bella,
pura ed essenziale della sua rappresentazione –
non bisogni aver saputo rispondere
alle sue infinite e inutili domande
per poter rispondere, ora,
a questa del deserto, unica e assoluta.
Misera, prosaica conclusione,
- laica per imposizione di una cultura di gente oppressa –
di una vicenda cominciata per portare a Dio!
Ma cosa prevarrà? L'aridità mondana
della ragione o la religione, spregevole
fecondità di chi vive lasciato indietro dalla storia?
Dunque, il mio viso è dolce e rassegnato
quando cammino lentamente –
affannato e grondante di sudore,
quando corro –
pieno di uno spavento sacro,
quando guardo intorno questa unicità senza fine –
infantilmente preoccupato,
quando osservo, sotto i miei piedi nudi,
la sabbia su cui scivolo o mi arrampico.
Proprio, appunto, come nella vita, come a Milano.
Ma perché, improvvisamente, mi fermo?
Perché guardo fisso davanti a me, come vedessi qualcosa?
Mentre non c'è nulla di nuovo oltre l'orizzonte oscuro,
che si disegna infinitamente diverso e uguale,
contro il cielo azzurro di questo luogo
immaginato dalla mia povera cultura?
Perché, fuori dalla mia volontà,
la mia faccia mi si contrae, le vene
del collo mi si gonfiano,
gli occhi mi si empiono di una luce infuocata?
E perché l'urlo, che, dopo qualche istante,
mi esce furente dalla gola,
non aggiunge nulla all'ambiguità che finora
ha dominato questo mio andare nel deserto?
È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile
- tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia –
ma è anche, in qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
È un urlo fatto per invocare l'attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.
È un urlo che vuoi far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all'ansia
si sente qualche vile accento di speranza;
oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda,
dentro a cui risuona, pura, la disperazione.
Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.

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